Proprio quando finalmente il Pd sembrava aver ritrovato vigore, grazie alla capacità comunicativa di Franceschini che ogni giorno faceva rilanciare dalle agenzie di stampa tutto l’importante lavoro che l’opposizione sta facendo in Parlamento, c’è un nuovo problema: la candidatura di Nichi Vendola a delle ipotetiche primarie (fino ad ora mai ipotizzate) per la ricerca di un leader per la coalizione di centrosinistra che dovrà battere Berlusconi.
Ormai è chiaro a tutti che il Pdl, con esponenti travolti da una miriade di pesanti inchieste giudiziarie e devastato al suo interno tra berlusconiani e finiani, portatori di visioni diverse della politica, è al tracollo. Ogni giorno i due gruppi del partito di maggioranza si scambiano minacce e rassicurazioni reciproche, ma questo gioco non può reggere a lungo.
Il Partito Democratico, guidato da Franceschini alla Camera, le sta tentando tutte per far emergere ancora di più le contraddizioni e le tensioni latenti che serpeggiano tra gli esponenti del Pdl, pungolando i finiani sulle questioni della legalità, della moralità politica e sul ddl intercettazioni e costringendo così la maggioranza a rendere palesi le proprie divergenze sotto lo sguardo impietoso dei media.
Il governo potrebbe andare crisi, le condizioni ci sono tutte, sebbene la maggioranza tenti con ogni mezzo di negarle e gli scenari che si sono aperti sono tra i più curiosi.
Dopo un dibattito vivace all’interno del Pd sulla possibilità o meno di larghe intese, poi accantonato o nascosto sotto il tappeto, a riportare in auge la questione è stato il leader Udc Casini di ritorno da una cena a casa di Bruno Vespa, alla presenza di Berlusconi…
E poi ci si stupisce se si pensa che l’Udc sia a caccia di poltrone.
L’apertura di Casini ad un governo tecnico guidato da Berlusconi ha trovato l’appoggio dell’Api di Rutelli (scomparso dalla scena dopo l’uscita dal Pd) ma il no netto del Pd, per risposta di Franceschini (Bersani era appena partito per l’America).
Un no così netto che non ha fatto in tempo a finire la giornata che si è trasformato in un quasi sì, quando Casini ha affermato che al posto di Berlusconi avrebbe potuto esserci Tremonti.
La proposta era uno specchietto per allodole, Casini lo ha detto anche ieri che non è ipotizzabile di fare un nuovo governo senza Berlusconi per via del consenso largo che questi ha ottenuto presso gli italiani, ma il Pd ha abboccato immediatamente.
Sui giornali per diversi giorni si è ragionato di larghe intese, stavolta il primo a parlarne è stato D’Alema (che non ha mai smesso di ipotizzarle), supportato da Follini e Letta a cui si sono accodati anche Bersani (sempre dall’America e con riserva) e Franceschini (probabilmente perché consapevole che la maggioranza del partito la pensa in quel modo ed è inutile andarci contro, dando nuovi segnali di divisioni o perché conscio che, di fatto, se si andasse ad elezioni subito, il Pd non è pronto e perderebbe).
La vicenda potrebbe anche essere divertente perché il Pd non è in grado di trovare un’intesa neanche al suo interno (anche su questioni non banali come le riforme istituzionali, a partire dalla legge elettorale a cui si è arrivati ad un compromesso dopo mesi di polemica sui giornali e nel partito), figuriamoci cosa può succedere se cerca di allargarla alle forze del centrodestra che hanno tutt’altri interessi.
I veltroniani sono i più critici verso questa posizione ma l’unico a parlare è stato Tonini.
E allora, a “sparigliare le carte nel centrosinistra”, come hanno scritto i giornali, ci ha pensato Nichi Vendola che, in un’intervista, si è proclamato candidato alle primarie e pronto a sfidare Berlusconi.
E proprio nel centrosinistra è scoppiato il caos (il centrodestra è troppo preso dai suoi guai per pensare anche a Vendola).
La candidatura di Vendola ha suscitato, indistintamente, le critiche di tutti: Di Pietro si è preoccupato di ricordargli che è appena stato eletto governatore della Puglia e gli conviene svolgere bene quel compito, Diliberto ha dato una risposta al veleno (forse gli rode che Sel, grazie a Vendola, può aspirare a contare ancora a qualcosa, mentre il suo partito è ormai defunto); nel Pd, la maggioranza bersaniana non aspettava altro che un’occasione per vendicarsi delle elezioni regionali. Marco Follini ha ironizzato sul fatto che l’Italia sia più grande della regione amministrata da Vendola e lui ha molti limiti, Enrico Letta non perde occasione per ribadire che il candidato del Pd è Bersani (al momento sempre in America), Area Democratica non ha aperto bocca; solo Debora Serracchiani ha augurato a Vendola di stare attento a “non bruciarsi”… consiglio giusto perché da questa parte siamo abituati a mandare al rogo tutti, ma allora che facciamo? Lo teniamo nel congelatore ancora un po’? Il problema di Vendola non è “il non bruciarsi”, il quale da questa improvvisa nuova popolarità ha solo da guadagnare (in termini di visibilità e consenso e, sicuramente ne è ben stato consapevole quando ha scelto di fare questa “sparata”), ma “il non bruciarlo (noi, Pd)”!
I più cattivi verso Vendola, infatti, sono stati i giornali del Partito Democratico che hanno dipinto il governatore pugliese con i peggiori aggettivi possibili, incuranti del fatto che, anche se non sarà il nostro candidato premier, probabilmente sarà comunque un nostro alleato (ma anche la guerra tra alleati va di moda e Sel e Idv fanno lo stesso con il Pd).
Il punto è che c’è molto di vero in quanto si dice: Nichi Vendola usa schemi politici vecchi, si dichiara comunista, usa un linguaggio dai connotati fortemente ideologici, è tanto fumo e poco arrosto, ma è altrettanto vero che questo suo stile comunicativo è appassionante, accattivante, capace di farsi ascoltare e suscitare emozioni in chi lo ascolta (capacità che a Bersani manca completamente). E tutto questo è troppo prezioso perché possa essere accantonato in tutta fretta o arginato prima che straripi. Tutto questo deve essere una ricchezza su cui il Pd può contare, magari andando ad aiutare a costruire dei contenuti là dove mancano.
Invece, no, il Pd si inalbera per ragioni di lesa maestà, del “si è proposto da solo e non lo abbiamo chiamato noi” e in nome di una rivendicazione della leadership di Bersani che Bersani continua a non essere in grado di esercitare (per timidezza? Paura di rompere gli equilibri?).
E allora sarebbe meglio che il Pd, per ora, lasciasse lì il suo leader indiscutibile e almeno cominciasse a lavorare sui programmi da proporre agli alleati.
Se il governo dovesse cadere e si dovesse andare a elezioni anticipate, sarebbe meglio che il Partito Democratico, che è il più grande partito attualmente nel campo dell’opposizione, si facesse trovare pronto e non è così surreale ragionare anche di candidati e di programmi (magari non sempre sulle pagine dei giornali).
E non è vero che il programma del Pd non c’è: il programma è quello che il Partito Democratico porta avanti tutti i giorni in Parlamento, con le sue proposte di legge, esprimendo voti, emendamenti e opinioni sulle proposte portate in aula dalla maggioranza e poi ci sono i documenti (discutibili e migliorabili) elaborati dai forum del partito istituiti nell’assemblea nazionale. Questo è il nostro programma o almeno una buona base per costruirlo, questo va valorizzato e non altro. Il programma nasce dalla linea politica che si adotta tutti i giorni, non arriva da Marte.