Le proposte di Area Democratica, il Pd e la base
Dopo varie riflessioni sulla tre giorni di Area Democratica a Cortona, provo a sintetizzare le posizioni emerse e con cui si è arrivati a chiedere il «cambio di passo» alla maggioranza che è alla guida del Pd.
Per quanto riguarda la sfera organizzativa, è stata avanzata la richiesta di una maggior apertura della maggioranza ai contributi della minoranza. Proprio sulla base del fatto che il Pd è un partito plurale (cioè con all’interno una pluralità di opinioni) è stata espressa la necessità di una maggior collegialità nelle decisioni e di un maggior coinvolgimento anche della minoranza nelle scelte e nella rappresentanza sui territori.
Questa pluralità, rivolta all’esterno, secondo Area Democratica, deve tradursi nell’apertura ai cittadini, alla società («non è possibile che il partito sia ridotto ad una somma di ex mentre i nuovi se ne vanno», ha detto Dario Franceschini).
In questo senso, anche le Primarie (su cui si è accesa la discussione con Grassi e Vassallo, per sospetti colpi di mano della maggioranza intenta a ridimensionarle) diventano un passaggio fondamentale, perché spesso sono l’unico punto di contatto tra i circoli e gli elettori e servono a coinvolgere le persone, ad avvicinarle.
Apertura che è, poi, complementare alla cosiddetta vocazione maggioritaria, da intendersi come nel fatto che il Pd, al suo interno, deve avere tutti quei mondi che intende rappresentare e non appaltarli ad altri (cattolici, imprenditori ecc.).
Da questo punto di vista, è stata bocciata un po’ da tutti l’alleanza con l’Udc.
Mentre il tema della rappresentanza è stato ben ricollegato da Debora Serracchiani a quello del Nord e della Lega: «non possiamo rappresentare solamente le classi sociali più povere», ha evidenziato la Serracchiani, ma «occorre andare ad intercettare anche i ceti produttivi» (che nel Settentrione hanno trovato risposte nella Lega).
Se il Nord è stato dimenticato dal Pd e dato per perduto, un discorso analogo può valere per il Sud, abbandonato al proprio destino, visto solo come un problema e in cui i gruppi dirigenti non hanno funzionato.
Gruppi dirigenti per cui, in parte, è stata avanzata una richiesta di rinnovamento e, forse, qualcosa ha cominciato a muoversi a partire da un gruppo di giovani di Roma (prevalentemente legati alla lista Semplicemente Democratici del congresso, che prima avevano preso parte al lavoro per il Comitato di Franceschini e prima ancora in quello per Sassoli). Giovani che hanno preso la parola nel corso dell’assemblea (non è chiaro se l’idea sia maturata spontaneamente nel gruppo o sulla spinta di qualche dirigente desideroso di valutarli) e che hanno cominciato a cercare la via per emergere, a cui si sono aggiunti altri giovani amministratori locali che hanno posto problematiche più legate ai singoli territori.
Al di là della spontaneità o meno e dei singoli tentativi di guadagnarsi qualche minuto di popolarità, è sicuramente un’operazione importante quel tentativo - nato con Veltroni e Franceschini e portato avanti con Area Democratica - di dare spazio alle nuove generazioni all’interno di un partito che dovrebbe esser nuovo ma che, invece, appare sempre come troppo legato a vecchi schemi.
Il «cambio di passo» è, poi naturalmente, stato richiesto in modo netto anche sulla linea politica. Su questo fronte, la richiesta unanime è stata quella di riscoprire la missione del Partito Democratico che è quella di cambiare il Paese: il Pd non può essere solo sinonimo della parola difendere, è stato detto negli interventi di vari esponenti, ma deve essere abbinato a parole come innovazione e riformismo.
Da qui l’idea di alzare il tiro e puntare a fare battaglie scomode, tra cui quelle culturali dell’accoglienza ai nuovi italiani, il referendum per l’acqua pubblica, l’europeismo, l’unità d’Italia (suggerite da Dario Franceschini).
Ma anche battaglie per le riforme istituzionali, per cui Franceschini ha proposto: una sola camera che faccia le leggi, maggiori poteri al Presidente del Consiglio unitamente ad una legge severa sul conflitto di interessi, senato federale, tagli dei parlamentari, collegi uninominali e difesa del bipolarismo.
Novità anche sul campo del lavoro, per cui è emersa la necessità di non limitarsi ad offrire tutele perché la società si è evoluta e, oggi, ci sono altre necessità a cui rispondere. Su questo tema le posizioni espresse sono state tre:
• Contratto unico (sostenuto da Veltroni e Marino)
• Maggior stabilizzazione della flessibilità (Damiano, Giacomelli)
• Liberare le opportunità (Treu, Franceschini).
Al tema del lavoro, Dario Franceschini, ha unito il discorso sui giovani e sulla necessità di una maggior mobilità sociale e territoriale per cui si dovrebbe adoperare il Pd (con la proposta di un anno di Erasmus all’estero obbligatorio e di scambi di studenti tra Nord e Sud del Paese).
C’è una riflessione che emerge un po’ da tutto questo e su cui forse il Pd dovrebbe riflettere ed è quello della sua base e di chi vuol rappresentare.
La base del Pd è fondamentalmente di ex (ex Ds, ex Margherita, ex comunisti in prevalenza, ex popolari e qualche sporadico ex altro): molte novità (nuove generazioni, ma anche semplicemente persone con idee diverse dagli stereotipi tipici del centrosinistra) si erano interessate al progetto di Veltroni, in parte sono rimaste al seguito di Franceschini e sono poi scomparse dopo l’elezione alla segreteria di Bersani.
Il tema che si è susseguito in tutti questi anni su come doveva essere l’identità del Pd (più a sinistra o più di centro) che aveva un peso consistente nella base formata dagli ex in cerca di un orientamento rassicurante rispetto alle loro provenienze, probabilmente non è stata per nulla accolta dai nuovi arrivati che, dentro a questo partito, cercavano «buone idee, non importa se di destra o di sinistra» (come ha detto Dario Franceschini).
Così come tutte quelle aperture ai mondi imprenditoriali e industriali, poco comprensibili in una logica strettamente di sinistra, probabilmente erano meglio recepiti da persone meno legate a vecchi schemi della politica.
La Serraccchiani ha posto un nodo importante quando ha detto che il Pd non può limitarsi a essere il rappresentante delle classi sociali più povere ma, se vuole essere il rappresentante anche del resto, forse bisognerebbe cominciare ad allargarne la base e, in alcuni casi, a cambiarla perché difficilmente persone legate a vecchi schemi e vecchie idee saranno così disponibili a queste aperture (il crollo di Veltroni e lo scollamento tra le sue visioni e quelle di chi doveva sostenerlo dovrebbero aver insegnato qualcosa).
Franceschini ha detto bene, quando ha sostenuto che «le vecchie provenienze si superano se ci si sente parte di un progetto comune», ma il progetto dei dirigenti è davvero quello che ha in mente una base così composta come è quella attuale?
Non è che la base del Pd (che ha votato in massa Bersani) voleva davvero fare una marcia indietro (più rassicurante) rispetto all’innovazione proposta?
E se così fosse, come si può superare il problema?
Sarà sufficiente l’introduzione di persone nuove, con le loro visioni più moderne, nei gruppi dirigenti?
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