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Il sindaco non pervenuto

Il caso Roma è da tempo sotto gli occhi di tutti.
Marino ha avuto, negli scorsi mesi, più occasioni per dimettersi e, soprattutto, per farlo a testa alta, facendo emergere in modo forte la differenza tra il sistema criminogeno che tiravano fuori le inchieste e i suoi tentativi di rompere quei meccanismi e di ripristinare la legalità e la trasparenza.
Invece, non lo ha fatto: Marino è stato lì perché, da persona onesta, riteneva di dover restare e mentre a lasciare avrebbero dovuto essere gli altri, quelli corrotti e compromessi.
E' stato lì anche perché un pezzo di chi ce lo ha messo (il PD) ha pensato che andare al voto equivalesse consegnare la città ad altre forze politiche e che comunque, prima o poi, si sarebbe trovato il modo di rimettere la situazione in ordine e che lasciare in ordine è sempre più conveniente che uscire di scena in mezzo agli scandali.
Il problema è che nulla si è risollevato. I pasticci a Roma hanno continuato a susseguirsi uno dopo l'altro su tutti i fronti e senza che fossero individuate responsabilità precise (il funerale del Casamonica che tutti sapevano ma non si sono parlati tra loro per impedirlo) o senza che venissero individuate delle soluzioni (i mezzi pubblici sempre fermi per scioperi o per guasti ma su Atac non si può nulla).
Nel frattempo è iniziata anche un'evidente campagna mediatica contro Marino, in parte fomentata dal Movimento Cinque Stelle con il pallino degli scontrini (la Panda in zona vietata, le vacanze lontane mentre Roma affonda, le risposte sgarbate date ai cittadini, il nuovo viaggio in America annunciato come su invito del Papa e poi smentito dal Papa stesso, le cene pagate dal Comune): un accerchiamento che aveva l'obiettivo neanche tanto velato di farlo fuori ma resta che il sindaco di Roma ci è caduto completamente dentro.
Marino solo ingenuo o distratto? Può essere ma sviste di questo genere spesso si pagano, anche perché si sta parlando del sindaco della Capitale d'Italia e, quindi, di un uomo e di una città che hanno visibilità nel Paese e nel mondo e la visibilità degli ultimi tempi non è stata certo positiva.
E' una colpa di Marino? Probabilmente no o non del tutto.
La colpa principale di Marino è quella di non aver fatto il sindaco. Da quando è emersa l'inchiesta "Mafia Capitale", tutto ha continuato a ruotare intorno ai problemi di legalità, nomine, potere, gestione e tutto il resto è sparito dall'agenda mediatica del sindaco. Magari poi nei fatti Giunta e Consiglio Comunale hanno anche lavorato per temi più concreti di interesse dei romani ma il sindaco lo si è visto solo concentrato su se stesso e il suo problema personale nel rapporto con i partiti che lo sostenevano e con gli avversari mentre la città aveva bisogno di uno che facesse il sindaco non lo sceriffo o l'equilibrista. I suoi assessori (compresi i nuovi persi tra visibilità e bestemmie) non hanno fatto altro che contribuire all'ampliamento di questa distanza dai cittadini e dalle loro domande di governo della città.
Anche la pantomima di oggi sulle dimissioni annunciate e poi smentite è un'altra ridicolaggine di cui la Capitale d'Italia non aveva bisogno.

L'assemblea, il Nord, la Lega, il Pd

Assemblea Nazionale Pd VareseIl Pd è specializzato per la scelta di location irraggiungibili, ma così irraggiungibili come Malpensafiere non era mai capitato.
I delegati, per fortuna, nella maggior parte dei casi non se ne sono accorti, perché il partito, questa volta, ha organizzato tutto per loro.
I lombardi appiedati, invece, se ne sono accorti eccome della difficoltà di raggiungere il centro congressi, disperso nelle campagne intorno all’aeroporto di Malpensa.
Le navette Pd, infatti, recuperavano le persone nel viaggio di andata del giorno 8 da tutte le stazioni, ma il ritorno era previsto solo a partire dalle ore 23.00 con destinazione hotel. Chi non necessitava di hotel, doveva arrangiarsi. La mattina del giorno 9, le navette recuperavano le persone dagli hotel, quindi gli altri dovevano arrangiarsi.
Nulla di male, è giusto che il partito pensi ai suoi delegati, ma dato che si era annunciata questa assemblea a Varese come luogo simbolo per parlare al Nord, magari sarebbe stato il caso di incentivarlo un po’ il Nord a venire a vederla questa assemblea.

Malpensafiere è raggiungibile solo in macchina: non esistono mezzi pubblici che portano lì; le stazioni ferroviarie di Busto Arsizio distano circa 4 Km e l’aeroporto ne dista 15. Se vuoi spendere meno in taxi, devi andare a Busto Arsizio ma, se vuoi trovarlo il taxi, devi andare all’aeroporto…
Mi spiace perdere le due giornate più importanti del mio partito, dove hanno anche detto di volersi occuparsi del Nord, così telefono a mezzo mondo, mando e-mail ma non c’è niente da fare: di questa assemblea non frega niente a nessuno.
Maurizio Martina, qualche settimana fa, aveva inviato un’e-mail ai circoli per dire di far partecipare le persone, poi però non aveva fatto sapere più nulla. La verità è che Martina si è sbagliato, ha confuso l’assemblea (luogo di lavoro dei delegati e di equilibrismi pericolosi dei big del partito e con accesso riservato a delegati, invitati e giornalisti accreditati) con una manifestazione e quando si è accorto della stupidaggine che aveva scritto ha smesso di inviare comunicazioni.
Ma tanto è uguale, pure se avesse mandato gli inviti per tutti, non sarebbe andato nessuno: la maggioranza degli iscritti del Pd è di età molto adulta, di assemblee ne ha viste tante, anche con esponenti politici migliori di quelli attuali, sai cosa gliene importa di andare a sorbirsi due giorni di discussioni vuote nel deserto della campagna varesotta?!
Così al primo giorno rinuncio anch’io: non mi fido ad andare in un luogo del genere sapendo di dover tornare a casa da sola la sera senza aver chiaro con quale mezzo (anche le 21.00 di sera, là in mezzo al niente non sono un bello scenario).
Ci vado sabato, prendo il treno delle 9 fino a Busto Arsizio e spero di trovare un taxi (ovviamente mi porto dietro anche i numeri di Malpensafiere, che non si sa mai).

La giornata è grigissima e anche piuttosto fredda. Sul treno ci sono solo stranieri.
Alla stazione di Legnano c’è un bambino seduto in braccio ai nonni che guarda i treni passare e saluta con la mano.
In mezz’ora sono a Busto Arsizio, come il treno apre la porta mi trovo davanti un muro giallo con la scritta «ti amo principessa». Sorrido.
Cerco il sottopassaggio, scendo le scale e poi non so se andare a destra o a sinistra: non ci sono cartelli, solo scritte di ragazzi sui muri e cattivi odori.
Vado a destra e sbaglio: esco su una strada in cui non c’è niente.
Torno indietro, verso sinistra e finalmente esco sulla stazione: piccola, buia e deserta.
Fuori sulla piazza c’è un signore che fuma, ha una giacca blu, sembra un uomo delle FS, gli chiedo informazioni sui taxi o sui bus.
È un delegato Pd di Milano, il taxi glielo hanno fregato due donne, ma il taxista ha giurato di tornare in un quarto d’ora. Tuttavia, l’amico delegato non è troppo convinto del taxista: «ieri sera per tornare a casa è stato un inferno: avevano chiamato due taxi dalla fiera e non ne arrivava neanche uno, poi ne è arrivato un terzo prenotato da un’altra persona che doveva andare in aeroporto e sono salito anch’io», mi racconta.
Cerco tra i miei numeri di telefono, provo il radiotaxi di Busto ma resto allibita quando sento che a suonare è la colonnina dietro le mie spalle sul piazzale… A cosa serve un radiotaxi del genere?
Chiamo Malpensafiere, mi risponde Giovanni e si offre di aiutarci: cerca un altro taxi ma non c’è, alla fine intercetta una navetta Pd, «sta andando all’aeroporto a caricare delle persone, se volete poi la dirotto da voi, però ci impiegherà mezzora».
Stiamo per accettare, quando appare il nostro taxi, in un tempismo perfetto. Ringraziamo Giovanni e ci mettiamo in macchina verso il centro congressi.

Il taxista è un leghista, ci detesta perché sappiamo solo fare opposizione e odia Di Pietro perché insulta e offende. Vani sono i tentativi di spiegargli che anche Bossi insulta e offende («no, è diverso, è rozzo ma sono solo battute così», risponde) e che il ruolo dell’opposizione è opporsi e il centrodestra faceva lo stesso quando al governo c’era il centrosinistra («quello di Prodi non era un governo e poi i politici fanno così», sentenzia).
Il taxista ci crede al federalismo di Bossi, è convinto che, con quella legge, la Lombardia diventerà come il Trentino Alto Adige.
Mentre il taxista leghista e il delegato Pd discutono, capisco che qui al Nord c’è davvero tanto lavoro da fare e il Pd ha fatto bene a venire, solo che doveva farlo con un’altra forma: non servono i politici se stanno blindati in un’assemblea chiusa e sperduta nel nulla; serve che si facciano vedere, che parlino in piazza, che discutano con le persone, che spieghino loro le bugie della Lega (ma non su un volantino, come dice Bersani, che va bene ma non basta: ci vuole di più, ci vogliono le parole di persone che hanno credibilità, non solo dei comuni iscritti).
Per fortuna il tragitto è breve (8€ che paga l’amico delegato).

Arrivati in fiera scopriamo che c’è già Fassino sul palco a parlare e la sala è stracolma di gente e non ci sono sedie libere.
Abbandono la giacca al guardaroba, faccio un giro di perlustrazione, studio tatticamente i luoghi migliori per piazzarmi poi vado anche in bagno (che non si sa mai che dopo non abbia più tempo).
Bersani mi porta sfortuna, ogni volta che lo incontro mi capita qualcosa e stavolta non sto bene! Non ho preso pastiglie perché me ne sono accorta troppo tardi e non sono sicura di riuscire a stare in piedi tutto quel tempo.
Decido immediatamente di rimuovere il pensiero, quindi cerco di distrarmi come posso: scatto foto e giro un po’ per il padiglione alla ricerca dei conoscenti milanesi e non e ne trovo tanti (Ettore, Piera, Matteo, Diana, Teresa, Roberto, Carlo, Emanuele, Debora, Luca, Sara…).
Wanda mi trova lei: dice che mi ha vista sullo schermo…
Molti mi salutano, mi conoscono ma io ci impiego un po’ a riconoscere loro: la sala è buia e, nonostante gli occhiali, ho difficoltà a distinguere bene le persone (soprattutto quelle viste poche volte).
La platea, che viene salutata con un «Cari dirigenti del Pd» da Bersani (suscitando svariate ilarità), è piuttosto appassionata, segue, commenta e applaude i suoi leader di riferimento.
I massimi esponenti del Pd sono tutti nelle prime file.
I big del partito seduti al tavolo della presidenza hanno facce serissime: ascoltano chi interviene, leggono documenti, scrivono, giocano con i telefoni, giocano con il computer (Scalfarotto twitta tutto, ma anche Sarubbi a bordo palco).
Il computer è il vero protagonista di questa assemblea: chi è collegato ad internet può leggere tutti i cinguettii dei vari delegati in tempo reale.
Franceschini sbircia spesso il monitor di Scalfarotto e Scalfarotto riesce anche a strappare una risata a Franceschini (cosa rara nelle riunioni di partito, ci riuscirà poi anche Bersani con una delle sue frasi incomprensibili).
Sassoli scrive e ogni tanto si alza e fugge, forse a salutare qualcuno o forse a fumare.
Scalfarotto digita sempre.
In sala, i giornalisti vanno e vengono a seconda di chi prende la parola sul palco: Fioroni e Franceschini fanno il pieno (oltre ovviamente a Bersani).
Incontro spesso Balzoni del Tg1 (la cosa mi sorprende perché credevo che avessero inviato un'altra persona) e Chiara Geloni che fa avanti e indietro dalle prime file; cerco l’amica Elisabetta del Tg3 ma non la vedo.

L’assemblea è tranquilla, nella giornata di venerdì, i vari gruppi sembravano essersi venuti reciprocamente incontro con diverse aperture (Letta, Veltroni, Finocchiaro) e, in generale, sembra che l’unità del Pd sia stata ritrovata, nonostante l’intervento di Fioroni molto critico (ma il suo discorso sembra essere rivolto volutamente contro Franceschini e quindi perde consistenza) e Ignazio Marino che – come sempre – ne ha per tutti (memorabile quando ha chiesto a Bersani di spiegare il Nuovo Ulivo perché nessuno ha capito cosa sia)!

Franceschini è chiaro, forte e deciso. Il suo intervento è sulla stessa linea di quello che ormai va raccontando in ogni intervista e in ogni festa democratica: presenta un doppio scenario in cui, nel caso che il governo Berlusconi reggesse ci si deve concentrare sul progetto del Pd, mentre in caso la situazione precipitasse si dovrebbe fronteggiare la possibile emergenza democratica con una risposta di emergenza. A tutto questo, unisce la proposta sul welfare universale, l’importanza di reintrodurre il merito, l’attenzione a come viene trattato il tema dell’immigrazione e un finale importante in cui dice: «Non vorrei che diventassimo un partito che sospende lo scontro il giorno dell'assemblea nazionale e che poi lo riprende il giorno dopo sui giornali», fino poi ad appellarsi direttamente a Bersani per ricordare che alle primarie ha promesso che chi avesse perso avrebbe sostenuto il segretario eletto.

Gli applausi sottolineano più punti del discorso di Franceschini.
Un grande discorso, un grande Franceschini (come sempre e come sempre sono più convinta che mai di averlo sostenuto e di continuare a stare dalla sua parte).
Tuttavia questo finale con questi richiami diretti a Bersani mi turbano non poco: sono correttissimi e sono le stesse identiche cose che Franceschini ha detto anche nelle riunioni di Area Dem (e che comunque condivido), ma questo è un altro contesto e, al di là del clima generale disteso e delle aperture di tutti, un po’ mi inquieta… non vorrei che finissero per aprire spazi ad altre brillanti iniziative di qualche -one di turno…

Personalmente finisco sempre per uscire turbata dalle assemblee politiche, il più delle volte per ragioni di natura non politica. Questa volta il mio turbamento è sia personale che politico, ma ogni dubbio mi viene spazzato via poco dopo quando, nello spazio di un saluto, capisco che chissenefrega, a me va bene così, va bene lo stesso e se sorgeranno problemi li si affronteranno volta per volta: io ho scelto da che parte stare e ne sono fierissima, comunque sia.

Il discorso di Bersani, invece, parte moscio e sconclusionato. Nessuno capisce le battute in bersanese del segretario. Dopo un paio di frasi, ci guardiamo tutti in faccia e ci chiediamo reciprocamente che sta dicendo: bho, non si sa.
Sullo schermo appare inquadrata una signora che sbadiglia, stiracchiandosi le braccia. Lei si accorge, avvampa e si ricompone. La platea scoppia in una fragorosa risata: quello sbadiglio rappresenta tutti noi, è l’emblema del discorso di Bersani. La delegata che sbadiglia è l’immagine simbolo dell’assemblea.
Pian piano il discorso si risolleva e anche il bersanese sembra diventare meglio comprensibile (almeno per una parte della platea). Franceschini diventa il traduttore simultaneo per Scalfarotto, in particolare sull’espressione «sgrugnare» (che fa ridere tutta la sala).
Io sto sempre in piedi e comincio a non poterne più.
Appena Bersani finisce (meglio di come aveva cominciato), tutti si alzano: i dirigenti scendono dal palco, i delegati girano per la sala e cominciamo a salutarsi.
L’assemblea prosegue con i voti sui documenti elaborati nella notte, qualcuno va a mangiare, altri si preparano per ripartire subito.

Anch’io faccio gli ultimi giri della sala, saluto un po’ di gente, mangio qualcosa e mi dirigo verso le navette.
Mi va bene: riesco a prendere quella diretta verso la stazione centrale di Milano. L’autista ci dice che in tre quarti d’ora arriviamo.
Mi siedo, appiccico la faccia al finestrino per un ultimo sguardo al centro congressi, alla gente che continua ad uscire, alle auto blu parcheggiate… Mi dispiace che sia già finita e sia già ora di tornare a casa.
Sono stanca e comincio davvero a non stare bene, nonostante l’aspirina presa in pausa pranzo, ma cerco di non pensarci.
La radio passa le canzoni di Alessandra Amoroso e dei Modà: mi piacciono queste musiche da ragazzini.
Devo avere un’espressione da ebete mentre tengo lo sguardo fisso nel finestrino e i pensieri altrove, mi chiedo cosa penserà la mia vicina di posto. Mi giro, la guardo: non pensa niente, si è addormentata, è stanca anche lei.
Sul pullman ci sono anche Patrizia Toia e Vincenzo Vita: si incontrano per la prima volta, si presentano, parlano tra loro per tutto il viaggio.
A Milano arriviamo in fretta, tra canzoni e commenti politici. In stazione, i delegati raccolgono le loro valigie e si salutano, si ritroveranno a Napoli; io, invece, cerco l’autobus che mi riporta a casa.

 

Assemblea Nazionale Pd - Varese

La lettera di Veltroni e le tattiche elettorali

Se qualcuno si era illuso che, con l’intervista a Franceschini di Repubblica, il Partito Democratico avesse all’unanimità stabilito una strategia per far fronte alla crisi che sta travolgendo il governo, dovrà presto ravvedersi.
Con quell’intervista, se Franceschini ha definito meglio la linea del Pd - ventilata dai giornali tempo prima mettendo insieme frammenti di parole di Bersani e del suo entourage - e la sua collocazione in vista dei futuri scenari, ha anche costretto Walter Veltroni ad uscire allo scoperto e a dire se aveva idee diverse in proposito.

walter veltroniE la risposta di Veltroni non si è fatta attendere ed è arrivata con una lunga e appassionata lettera agli italiani pubblicata dal Corriere della Sera.
Una lettera intensa, in perfetto stile veltroniano, molto retorico (per dirla volgarmente, con tanto fumo e poco arrosto) che tuttavia, a livello programmatico, è la fotocopia del Lingotto: meno tasse, semipresidenzialismo per avere una forma repubblicana più forte e decisionista, necessità di riformare profondamente il nostro Paese, sicurezza, Stato leggero, bipolarismo.
Una lettera molto bella (a livello letterario; politicamente ciascuno è libero di intenderla a modo suo) in cui Veltroni non ha mancato di fare accenni polemici al suo essersi fatto da parte per responsabilità non solo sue ed esser rimasto a lungo in silenzio ingoiando fiele.
Una lettera che, però, è entrata a gamba tesa sulla proposta illustrata da Franceschini, espressa con una frase un po’ infelice, a dire il vero, dell’allearsi «con chi ci sta».
A questa proposta - che ha fatto felice Bersani e ha trovato il plauso di Fassino - in realtà hanno storto il naso in molti dentro al Pd, a partire da Ignazio Marino (come ha fatto sapere da Il Fatto Quotidiano – pdf) fino a Massimo Cacciari (intervistato da Repubblica).
E Veltroni, oggi, ha rincarato la dose scrivendo: «Io rimango dell'idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l'emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo».
Il pensiero di Veltroni, in questo senso, non è sbagliato: si è detto tante volte di non voler tornare all’incubo improduttivo dell’Unione che affossò Prodi e allora perché riproporlo ora?

E così, l’uscita un po’ maldestra di Franceschini ha fornito - inconsapevolmente - un assist forte a Veltroni, il quale, con questa appassionata lettera mira ad assumersi il ruolo di “salvatore della patria”, l’unico in grado di avere delle idee chiare su cosa fare (il Pd bersaniano nel trovare la quadratura e nell’esposizione tentenna sempre troppo e riesce facile a chiunque scavalcarlo) non solo per rimuovere Berlusconi ma anche per andare al governo. Il tutto ovviamente a parole, nei fatti è tutto da dimostrare.

Quella di Veltroni è una mossa potente e scorretta: non si annuncia a mezzo stampa la propria linea programmatica quando si sta in un partito gestito da un’altra persona, ma lo si fa nell’ambito di una direzione.
E poi perché far uscire solo ora questa lettera? Perché aspettare come un avvoltoio che il Pd, attraverso Franceschini, abbia dichiarato apertamente la sua linea di azione e avventarcisi sopra per demolirla nel suo punto più debole?
Dov’è il rispetto per chi ha lavorato tutti i giorni dentro al Partito Democratico per dargli forza, anche confrontandosi apertamente con posizioni che non condivideva?
Veltroni avrebbe potuto far uscire a mezzo stampa le sue idee già un mese fa, appena la maggioranza di governo cominciava a dare segni di cedimento e mettere le sue tesi a disposizione degli italiani e dei dirigenti del Pd (che allora brancolava nel buio), in modo che potessero prenderle in considerazione (anche se difficilmente lo avrebbero fatto).
Invece no, Veltroni ha preferito non bruciarsi e uscire ora che la strategia del Partito Democratico è palesata e non brilla affatto; in questo modo lui ha potuto presentarsi come il "salvatore della patria".

Già perché i cittadini comuni (quelli non strettamente dentro al giro della politica o non troppo appassionati alle tattiche che si consumano dentro i partiti) che leggono i quotidiani, dovrebbero avere proprio questa percezione di Veltroni: un appassionato eroe dei tempi moderni, dalle grandi idee, fatto fuori da beceri cialtroni opportunisti e a cui occorre affidarsi per risalire dal baratro.
Sì perché è una lettera sognante quella scritta da Veltroni, forse a tratti utopica, ma lui è così, è l’uomo della speranza: vende sogni, lo ha sempre fatto e qualche volta è riuscito anche a concretizzarli. Per questo la gente lo segue: tra uno che ti presenta un sogno impossibile e un altro che ti presenta un incubo altrettanto poco concretizzabile, si sceglie il sogno; male che vada mentre cercavi di realizzarlo hai sognato un po’.

Franceschini, però, questa volta non deve aver preso bene le esternazioni di Veltroni, a cui ha replicato e anche in modo piuttosto duro, attraverso il suo sito: «Questi due anni hanno dimostrato che Berlusconi diventa sempre più un pericolo per la nostra democrazia e oggi siamo in piena emergenza. Se si condividono queste considerazioni, può essere utile ricordare che i nostri padri durante la Resistenza non persero tempo a domandarsi a vicenda se erano liberali, comunisti, per la monarchia o la repubblica, per la legge proporzionale o maggioritaria, ma decisero di iniziare a discuterne dopo la Liberazione». La frase gli è utile anche a chiarire meglio quel suo mal riuscito «con chi ci sta» che ha suscitato, oltre che perplessità, anche tanta ironia sulle idee del Pd (un esempio per tutti, Il Foglio di ieri).

A questo punto le carte sono scoperte e il gioco è avviato: sul tavolo c’è la proposta del gruppo dirigente del Pd («Alleanza costituzionale» contro Berlusconi, dalla sinistra all’Udc e all’Idv) e quella di Veltroni (alleanza con chi abbiamo punti in comune; che poi non è escluso che questi punti li si trovino sempre da Sel a Udc… del resto anche alla base dell’Unione c’era un programma condiviso).
Tutti gli altri si stanno schierando da una parte o dall’altra (Veltroni ha già ricevuto il sostegno di Giovanna Melandri, ma anche Fioroni, Marino, Gentiloni ecc.) e a breve sapremo qual è lo schema di gioco.

In tutto questo, tuttavia, c’è un limite che Veltroni non ha considerato: del sogno del Lingotto ai molti che ci hanno creduto (soprattutto tra i militanti del Pd) sono rimaste solo le belle parole e oggi non ci credono più e non tutti sono più così ben disposti a rispolverare un sogno ciancicato.


[Nota: nella lettera
Veltroni scrive: «E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari». Personalmente, ritengo che parlare di semipresidenzialismo non aiuti ad avvicinare i cittadini (preoccupati di come arrivare alla fine del mese) alla politica e, in merito allo strapotere mediatico di Berlusconi, senza scomodare strane forme costituzionali, sarebbe stata sufficiente una buona legge sul conflitto di interessi].

Caro Walter,
mi dispiace. Non hai idea della fatica che ho fatto a scrivere ciò che ho scritto.
Sei stato un importante punto di riferimento politico e non solo e lo sei ancora, ma adesso è diverso.
Non ci credo, Walter.
Ho letto la tua bellissima lettera e l’ho anche mandata via e-mail a tanti miei amici perché credo che meriti di essere letta e, se le tue parole potranno avvicinare altre persone al Partito Democratico, ne sarò felice.
È una lettera stupenda, intensa, appassionante; mi trovo in accordo con molte cose che hai scritto e spero che possano trovare spazio all’interno del Pd; ma non io proprio non ci riesco a crederti.
Non lo so com’è successo, ma ad un certo punto le tue parole meravigliose, che mi hanno sempre accompagnata nel corso degli anni attraverso i tuoi libri e i tuoi scritti, hanno cominciato a suonarmi come vuote o finte e l’emozione commossa che ne ha sempre accompagnato la lettura se n’è andata, svanita nel nulla che mi è sembrato di intravedere sul fondo, perduta dietro a schemi sinistri che cominciavano a mostrarsi fin troppo chiaramente sotto le maschere luccicanti delle apparenze.
Non credo nemmeno ad altri esponenti politici, tanto meno adesso che siamo in un clima elettorale fatto tutto di tattiche e posizionamenti, ma di molti di loro non mi importa nulla, mentre tu contavi qualcosa e ora ammetto di avere delle difficoltà a seguirti.
Forse sbaglio, Walter, forse un domani tornerò a risintonizzarmi sulle frequenze delle tue parole e ne riscoprirò la magia incantata che ci avevo trovato in passato; per questo non rinuncio a leggerti e a venirti ad ascoltare quando ne capita l’occasione, ma ultimamente faccio fatica a crederti.
Mi dispiace, spero che tu possa comprendermi.
Con immutata stima e affetto,
Diana

Area Democratica: lavoro, riforme, Pd

Tanti sono stati i contenuti messi in campo a Cortona nei tre giorni di seminario di Area Democratica dai vari esponenti del Pd che si sono succeduti al microfono nell’affollata sala del centro congressi S. Agostino.
Gli argomenti hanno spaziato da interessanti riflessioni sulla linea politica da intraprendere all’idea di partito e di organizzazione.

La premessa è stata un’analisi del risultato elettorale fatta da Roberto D’Alimonte, da cui sono emersi alcuni dati interessanti:
• Tutti i partiti hanno perso voti in questa tornata elettorale e l’astensionismo è un fenomeno fisiologico.
• Nelle regioni meridionali, oltre al voto di lista, sono state espresse molte preferenze (80%), tanto da far sospettare il fenomeno del clientelismo.
• Il ciclo elettorale della Lega è diverso a seconda del tipo di elezioni, quello che è certo è che comunque riesce sempre a portare alle urne i suoi elettori (di qui si spiegherebbe il perché le sue percentuali crescono).
• Il Partito Democratico risulta debole nei comuni fino a 15.000 abitanti e poi comincia a salire: nei grandi centri raccoglie moltissimi voti (esattamente il contrario della Lega), ma in Italia sono molto più numerosi i piccoli comuni.
• L’Udc riesce a guadagnare voti solo quando si colloca in coalizioni di centrodestra, soprattutto al Sud.
Per il futuro, secondo D’Alimonte, il Pd deve occuparsi della “questione settentrionale” per recuperare terreno in modo stabile, in quanto il Nord-Ovest registra un tendenziale vantaggio della destra, ma la partita è ancora da giocare e c’è spazio per un recupero, anche se questa parte d’Italia vale circa il 10% dell’elettorato complessivo. Nel Nord-Est (in cui D’Alimonte colloca anche la Lombardia) ha trionfato più o meno stabilmente la destra e il Pd percepisce quest’area come senza speranza di recupero. L’elettorato del Sud, secondo D’Alimonte, è più mobile e, di conseguenza, diventerebbe più difficoltoso farci affidamento; mentre nelle cosiddette “regioni rosse” è cominciata una lenta erosione di quel vantaggio competitivo di cui godeva il centrosinistra.

Da questa analisi sono così venute a galla tre questioni: il Nord (a cui è annesso il problema dell’espansione della Lega), l’Udc, il Sud.

La risposta unanime che i vari esponenti del Pd hanno dato a questi problemi è stata tradotta nella richiesta di un «cambio di passo» alla maggioranza che guida il partito, sottolineando come il Partito Democratico sia nato come forza innovativa, per rinnovare il Paese e deve diventare un perno del cambiamento e non solo ed esclusivamente di difesa dell’esistente.

Il problema, dunque, è stato affrontato tutto sul terreno della politica.
Dario Franceschini, infatti, nella sua relazione di apertura, ha detto che la Lega avanza dove si sostituiscono le paure alle speranze, anche nei luoghi in cui non ha un’organizzazione territoriale, sottolineando come la destra abbia offerto protezione contro le paure del nostro tempo e dando risposte in modo più veloce rispetto al centrosinistra.
La vera sfida alla destra, secondo Franceschini, si deve lanciare sui valori, costruendo l’alternativa attraverso la preparazione di un programma riformista ma anche facendo l’opposizione e non inseguendo gli avversari sul loro terreno.
«Solo una visione ambiziosa può farci sopravvivere», ha detto Dario Franceschini, perché «siamo in un tempo che richiede visione e coraggio» e, per questo, si dovrebbe andare oltre l’addizione delle sigle precedenti, attraverso un «cambio di passo del modo di essere del Pd», un rinnovamento dei gruppi dirigenti, rimuovendo ciò che non ha funzionato. A tal proposito, riguardo al Sud, Franceschini è arrivato a chiedere il commissariamento del Pd della Calabria.
In polemica con l’aggettivo sexy usato da Enrico Letta, che Franceschini ha definito più adatto alle categorie berlusconiane, ha parlato di un partito che deve essere «attrattivo».
Franceschini ha rilanciato, dunque, le ragioni fondanti del Pd, come il riformismo, il voler cambiare l’Italia e per questo, ha evidenziato come sia sbagliato giocare sempre in difesa dell’esistente e ha posto la missione di tenere il Pd vicino all’idea originaria come propria di Area Democratica.

Proprio a partire da questa idea della politica, Franceschini ha espresso le sue proposte per le riforme istituzionali utili a rendere più efficiente il funzionamento della democrazia:
• Una sola camera che faccia le leggi
• Senato federale
• Taglio dei parlamentari
• Maggiori poteri al Presidente del Consiglio, accompagnati da una legge sul conflitto di interessi
• Bipolarismo
• Collegi uninominali

Una visione innovativa Franceschini l’ha messa in campo anche affrontando il tema dei giovani, proponendo:
• Un anno di Erasmus obbligatorio all’estero, ma anche mobilità territoriale tra Nord e Sud Italia per gli studenti.
• Meritocrazia (per rimettere in moto la mobilità sociale).

Argomenti, questi, legati alla questione del lavoro che, secondo Dario Franceschini, rischia di essere affrontata con un approccio sbagliato da parte del Pd, che sembra fare discussioni datate su un mondo e su categorie che non ci sono più.
I giovani oggi, secondo Franceschini, preferiscono una vita dinamica e non solo garanzie, per questo, ha chiesto che ci sia una base comune di tutele, ma mantenendo la flessibilità.

Idea questa che ha scatenato le riflessioni contrapposte di Treu e Damiano, ma anche accenni da parte di Veltroni e altri esponenti.

Treu, infatti, in accordo con questa visione molto “liberal” del mondo del lavoro, ha espresso parere negativo sul contratto unico e ha chiesto di rompere la logica difensiva per essere a favore dell’innovazione sia nel campo dell’economia che della politica.
 

Cesare Damiano, nel suo intervento, si è mostrato più cauto, e ha parlato dei giovani come divisi in tre categorie: 1) quelli che vogliono il posto fisso sotto casa, 2) quelli che vorrebbero spingersi all’avventura, 3) quelli che vogliono una ragionevole stabilità.
Damiano ha chiesto di non confondere l’innovazione con lo smantellamento dei diritti perché la flessibilità, sebbene utile se ben regolata, non può andare solo a vantaggio delle imprese.
Sul contratto unico, l’ex ministro, si è mostrato sicuro di incontrare il no degli imprenditori, ma ha ricordato che ci sono già tre proposte di legge che aspettano di essere discusse. Tra le proposte avanzate dall’ex ministro ci sono anche il salario minimo garantito per i contratti flessibili.
Secondo Damiano, la battaglia per la stabilizzazione dei precari, tuttavia, sarà vana finché i contratti flessibili costeranno meno alle imprese, per cui l’unica soluzione è quella di trovare delle forme che incentivino chi stabilizza i lavoratori.

Più o meno sulla stessa linea anche Antonello Giacomelli che ha detto che per incoraggiare i giovani alla libertà e all’avventura, occorre prima smantellare il sistema delle lobby, perché altrimenti rimarrà solo un’opportunità per pochi appartenenti a famiglie agiate.

Ignazio Marino, ospite di Area Democratica, invece, ha parlato espressamente di contratto unico e della necessità di avere tutele nel mondo del lavoro, pur riconoscendo che occorrono nuove categorie per valutare la società.

Anche Walter Veltroni, acclamato da folla e telecamere, nel suo lungo e appassionato intervento, in merito alla questione lavoro, si è espresso apertamente a favore del contratto unico.
Quello di Veltroni è stato, però, un intervento a tutto campo che è partito da lontano: dall’Europa a rischio, con la vicenda della Grecia che mostra lo sgretolarsi dei meccanismi di solidarietà europei e questo tempo che muta per slittamenti progressivi, quasi senza che ce ne accorgiamo, con un’opinione pubblica sempre più neutralizzata. Veltroni ha cominciato così l’affondo a Berlusconi (nominato per nome più volte) ma anche alla gestione apatica del Pd da parte di Bersani, palesata con due frasi ironiche: «Cosa facciamo davanti alla crisi? Conserviamo? Cosa dobbiamo conservare? Abbiamo bisogno di portare la nave da un’altra parte!» e «Obama non ha contemplato la foto di Bush e ha detto “non c’è niente da fare devo allearmi con qualcun altro”, ma ha lanciato la sua sfida».
Per Veltroni, infatti, «siamo chiamati alla sfida dell’innovazione e della conquista», «le parole innovare, cambiare devono essere abbinate al Pd, non difendere» perché «i dati elettorali mostrano che abbiamo davanti una sfida da cogliere» e il Pd deve aprirsi ora che la destra è in crisi: «Chi non votato a destra, non ha trovato in noi un contenitore credibile».
Per questo Veltroni - che ha chiesto un partito moderno, agile, che permetta alle forze sociali di partecipare dall’interno e ha contestato la scelta del gruppo bersaniano dell’alleanza con l’Udc - «il Pd deve lanciare una sfida di innovazione e su questa costruire le alleanze», perché «dobbiamo essere il centrosinistra riformista» in contrapposizione a Fini che rappresenta la destra moderna e riformista (come aveva sottolineato anche Dario Franceschini).
Di fronte al dubbio delle ventilate ipotesi di scissione, Veltroni è netto affermando, tra gli applausi dell’affollatissima sala, che dal Pd «Non potremmo mai scinderci perché siamo quelli che ci credono di più».

Ad essere sospettati di scissione erano per lo più gli esponenti dell’area popolare (Castagnetti, Fioroni, Gentiloni) che da un po’ di settimane esprimevano in modo sempre più consistente il loro disagio sulle colonne dei giornali.

Dario Franceschini, nel suo intervento di apertura, aveva proprio sottolineato come fosse pericoloso che all’improvviso qualcuno aveva cominciato a non sentirsi più a casa propria all’interno del partito, denunciando gli abbandoni silenziosi e ribadendo a gran voce che «il Pd è di tutti, non solo di chi ha vinto».

Giuseppe Fioroni è stato il sorvegliato speciale dei tre giorni di Cortona: tutti attendevano con ansia il suo discorso, per capire che ne sarebbe stato di lui, anche in vista di alcune dichiarazioni rilasciate ai giornali proprio durante il meeting di Area Democratica.
Nel suo lungo intervento, in tono serissimo e cupo, Fioroni ha contestato la maggioranza alla guida del partito e ha negato di essere alla ricerca di poltrone proprio perché in disaccordo con la linea politica intrapresa.
Fioroni ha messo in luce lo spostamento (a suo parere) del Pd a sinistra e l’appiattimento sulla Cgil (mentre ha chiesto che vengano rappresentati gli italiani e ci si riagganci ai corpi intermedi) e ha accusato la maggioranza di essersi chiusa in se stessa, fotocopiando la politica degli altri.

Antonello Giacomelli ha parlato esplicitamente di «questione cattolica», citando Aldo Moro per essere riuscito a sottrarre il mondo cattolico dalle lusinghe della destra per portarlo al confronto con la sinistra popolare e mettendo ciò alla base della vocazione maggioritaria: «non possiamo appaltare i temi dei cattolici ad altri, li si deve discutere internamente».

Anche Gentiloni, nel suo intervento, ha chiesto un cambiamento alla maggioranza che guida il Pd, sostenendo che «un altro Pd è possibile».

Marco Minniti ha sottolineato la sensazione che la maggioranza si voglia fare partito, mentre il Pd è nato dall’incontro di culture differenti.

In controtendenza al tema delle scissioni, David Sassoli ha dichiarato che «noi abbiamo di fronte una sfida grande e dobbiamo affrontarla insieme», perché solo con un Pd più forte e aperto ai cittadini ci può essere alternativa alla destra.
Sassoli si è poi appellato a Bersani dicendo che la bella discussione che è stata fatta a Cortona «ci sarebbe piaciuta farla dentro al partito».

Un appello all’unità è giunto da Franco Marini, il quale ha evidenziato come il Pd sia l’unica alternativa possibile a questo governo che sta fallendo, per questo è il momento di «stringere le fila e di unirsi, portando avanti con coraggio i nostri temi» (lavoro, riforme, superare la crisi). Marini ha sottolineato, quindi, la necessità di legare l’esigenza del partito a quella del Paese e facendo consistere in questo la vocazione maggioritaria.

Il primo a esprimere il proprio disagio, però, era stato Pierluigi Castagnetti che, tuttavia, non si è affatto tirato fuori dal Pd ma anzi ha rilanciato importanti riflessioni sul partito e sul fatto che «a forza di ragionare su piccoli pensieri, non si è stati più percepiti», mentre c’è bisogno di ragionare in grande.
Castagnetti ha anche segnalato la questione settentrionale, affermando che «il Nord è sempre più una nazione politica a sé, che registra una domanda diversa dall’altra parte dell’Italia», mentre ha criticato i dirigenti per aver abbandonato il Sud al proprio destino.

Di Nord e di Sud si è parlato molto anche con amministratori e dirigenti locali, come il consigliere regionale della Lombardia Franco Mirabelli che ha sottolineato come la questione dell’immigrazione abbia cambiato la cultura e il dna del Settentrione, producendo il risultato elettorale della Lega.

Del problema del Nord ha parlato anche Debora Serracchiani, arrivata molto tesa, probabilmente consapevole del fatto che la platea aveva alte aspettative su di lei.
La Serracchiani ha ripreso la proposta di Romano Prodi del partito federale, dicendo che il professore ha sottolineato un problema reale ma ne ha dato una soluzione non percorribile, in quanto la risposta per il Nord deve essere politica perché, all’esterno, il dibattito sulla forma-partito è decisamente poco interessante.
Così come poco interessanti per i cittadini, secondo la Serracchiani, sono le riforme istituzionali.
La trionfatrice delle Europee ha colto in pieno il problema della rappresentanza del Partito Democratico, che non può limitarsi alle classi più povere, in quanto la Lega si è affermata come interlocutore dei ceti produttivi del Nord e il Pd non viene percepito da questi perché non propone alternative.
Debora Serracchiani non ha mancato di citare il fascino di Fini che «dice le cose che dovremmo dire noi» e rappresenta un fenomeno nuovo.

Più o meno sulla stessa linea anche Marco Minniti che, parlando di Fini, ha sottolineato come sia sbagliato diventare tifosi degli scontri in atto nel centrodestra. Un centrodestra che, secondo l’esponente Pd, rappresenta gli interessi degli italiani, mentre il Partito Democratico dovrebbe rappresentare interessi e valori insieme.

Gianfranco Viesti ha parlato, invece, del “teorema meridionale”, constatando con un certo rammarico che, anche nel Partito Democratico, ciò che emerge e conta del Sud è solo la sua rappresentazione (quindi criminalità, inefficienza). Il Sud viene sempre percepito soltanto come un problema e non se ne vedono le cose positive.

Con un’ulteriore analisi dei dati elettorali, Paolo Feltrin ha sentenziato che alcune problematiche sono soltanto nella tesa dei politici:
• Il federalismo contrasta l’alto tasso di astensionismo per elezioni regionali.
• I nominati non interessano se calano le preferenze.
• Si parla di Sud mafioso, anche per l’alto tasso di preferenze espresse, ma è accaduto anche in regioni finite al centrosinistra.
Feltrin, un po’ ironicamente, ha detto anche chiaramente che non si è moderni perché ci si autoproclama tali e il conservatorismo non è necessariamente disdicevole (con riferimento al ruolo dei movimenti sindacali).

Tanti, poi, sono stati anche gli interventi riguardanti più specificatamente il partito e l’organizzazione, a partire dal dibattito che si è scatenato intorno alle modifiche allo statuto da approvare nell’assemblea nazionale del 21-22 maggio a Roma.

Nello specifico, sembrava che la maggioranza bersaniana stesse cercando di “regolamentare” le primarie sul modello Boccia in Puglia. Attorno a questo tema si sono succeduti gli interventi di Gero Grassi (più incline al compromesso) e Salvatore Vassallo (più duro nel denunciare i tentativi di colpi di mano e pronto a far circolare in rete tutti i documenti).

Sull’argomento, ovviamente, sono intervenuti anche Veltroni (a favore delle primarie sempre) e Franceschini (il quale ha rilanciato l’idea di primarie irrinunciabili per i candidati di coalizione alle prossime tornate elettorali e ha avanzato la richiesta di primarie entro fine ottobre per le città in cui si voterà per il sindaco nella primavera 2011).

Walter Verini ha posto, invece, il problema della “gestione plurale” indicandola come un mezzo per aiutare la maggioranza ad uscire dai vecchi schemi, e non un fine.

Un’accusa sulla partecipazione alla “gestione plurale” è stata mossa agli esponenti di Area Democratica da Ignazio Marino - forse ragionando solo a livello nazionale e non accorgendosi che a livello territoriale la faccenda è ben diversa - il quale ha anche sottolineato l’assenza di giovani nelle riunioni del Pd ed ha portato nel dibattito i temi a lui cari della laicità.

E invece, contrariamente a quanto detto da Marino, i giovani erano presenti a Cortona e qualcuno è anche riuscito ad intervenire, come la ormai nota Pina Picierno, ma anche Luca Burgazzi, Elisabetta Suffredini, Giovanni Valli (finito sui giornali per i toni un po’ coloriti del suo intervento) e tanti altri amministratori locali che hanno posto problematiche territoriali.

Ettore Rosato si è posto, invece, il problema di come gli altri vedono il Partito Democratico e la necessità di comunicare bene i temi che abbiamo messo in campo.

A tirare le conclusioni dei tre giorni di dibattito è stato, in parte, Piero Fassino, con un lungo intervento, che ha spaziato un po’ su tutti i temi, con particolari accenni alla questione settentrionale (basandosi sui dati elettorali presentati da D’Alimonte e Feltrin) e sulla necessità di cambiare passo, ma anche di rinnovare il gruppo dirigente, affermando che, al di là del “Papa straniero”, «non è possibile che i cardinali siano sempre gli stessi».

Dario Franceschini, nel suo discorso di chiusura, ha ribadito alcuni concetti emersi durante i tre giorni.
Al fatto che il centrosinistra sia rimasto confinato alle “regioni rosse”, coltiva i suoi elettori, ma è incapace di parlare al Nord e al Sud, Franceschini ha proposto come soluzione l’avere al proprio interno il Paese (non appaltare il consenso a sinistra o al centro, resuscitando partiti morti o facendo nascere partiti nuovi) e questo significa vocazione maggioritaria ma, per farlo, occorre avere un partito aperto e la missione del cambiamento.
Franceschini ha ribadito, poi, la necessità di un sistema bipolare che non può finire con l’uscita di scena di Berlusconi, ma anzi deve darsi una forma moderna.
Relativamente alle questioni del Nord e del Sud, Franceschini ha proposto un partito di «identità nazionale», un «partito dell’Europa» (anche in contrapposizione alla destra antieuropeista).
Un partito che, secondo Franceschini, deve essere aperto e plurale, non può ridursi ad una somma di ex mentre i nuovi se ne vanno e le primarie sono una forma di apertura.
Franceschini ha espresso anche la necessità di liberarsi dal complesso di superiorità secondo cui «la colpa è del popolo che non ci capisce» per mettere in campo un progetto in grado di recuperare sull’astensionismo e trovare il coraggio di fare battaglie scomode: «non contano destra e sinistra, ma le buone idee».
In questo è tornata la questione del dinamismo: il Pd, secondo Franceschini, non deve essere l’unità sindacale della politica.
Così come l’accoglienza deve essere un tema di cui discutere perché il futuro è nella società multietnica.

Franceschini ha chiuso la tre giorni di Cortona chiarendo il ruolo di Area Democratica impegnata a tenere il partito dentro a tutto ciò e ribadendo che «chiedere le cose con chiarezza è un atto d’amore verso il Pd» e «le vecchie provenienze si superano se ci si sente parte di un progetto comune».

 

Tutti gli interventi che si sono succeduti nel corso dei tre giorni a Cortona sono visibili sul sito di Area Democratica>>>

Il Pd rinasce a Cortona con Area Democratica

Un vero successo il secondo incontro nazionale di Area Democratica che si è tenuto a Cortona dal 7 al 9 maggio.
Tantissima gente ha partecipato alle tre giornate nel Centro Congressi S. Agostino: una platea importante di esponenti del Partito Democratico di tutti i livelli, dai big della politica nazionale agli amministratori locali ai semplici iscritti e anche un buon numero di giovani provenienti da tutta Italia.
Tre giorni intensi, di dibattito continuo dalle 9.30 del mattino fino a oltre le 20.00 di sera, in cui moltissimi si sono dimostrati desiderosi di esprimere la propria idea, il proprio problema o semplicemente la propria opinione sul partito, sui temi in campo e su questioni legate al proprio territorio.

Interessantissimi tutti gli interventi proposti dal palco, da cui è emersa all’unanimità la richiesta alla maggioranza che guida il partito di un “cambio di passo”, un invito al coraggio perché la missione del Pd deve essere quella di innovare e cambiare il Paese. E anche tante interessanti riflessioni su contenuti specifici come il tema del lavoro (con Treu e Damiano, ma anche con accenni di Franceschini e Veltroni), i territori (la questione del Nord, il Meridione, il patto di stabilità per gli enti locali), le analisi dei risultati elettorali (di D’Alimonte, Viesti e Feltrin, con particolare richiamo al problema della Lega e all’ipotetica alleanza poco proficua con l’Udc), le riforme istituzionali (con proposte di Franceschini per una sola camera che faccia le leggi, senato federale, taglio dei parlamentari, più poteri al premier ma con una legge sul conflitto di interessi, bipolarismo e sistema uninominale), fino alle questioni legate alle modifiche sullo statuto del partito che andranno discusse all’Assemblea Nazionale del 21-22 maggio a Roma (con particolare attenzione alla parte riguardante le Primarie, in pericolo secondo Salvatore Vassallo).

Siamo arrivati in quell’assemblea tutti piuttosto ansiosi, con mille dubbi su cosa sarebbe potuto accadere, terrorizzati dagli articoli apparsi sui giornali nei giorni precedenti in cui si minacciavano addii e scissioni, sottocorrenti divise, leadership minacciate e invece ci siamo riscoperti uniti, con tanta voglia di stare insieme e di continuare questo percorso insieme, seppur con delle differenze di pensiero in alcuni casi.
Abbiamo riscoperto il nostro partito, andando a ritrovare le ragioni che lo hanno fatto nascere; i nostri sogni di cambiamento e di innovazione per questo Paese sempre troppo immobile, sospeso tra inutili equilibrismi.
E abbiamo recuperato quella buona dose di entusiasmo e di energia che ci sarà utile per continuare ad impegnarci al meglio dentro a questo partito per renderlo un po’ più simile alle nostre attese e un po’ più aperto verso i cittadini e la società.
Sono stati anche tre giorni validi per conoscerci un po’ di più, per incontrare di persona tanti amici di chiacchiere scambiate attraverso la rete, per incontrare persone nuove e per ritrovare altri amici provenienti da altre parti d’Italia che si ha la possibilità di rivedere solo in questi momenti.

Tre giorni di Area Democratica e un po’ di più, dato che ha partecipato ai lavori anche Ignazio Marino. Tre giorni in cui ci è sembrato di essere il Partito Democratico, quello vero, e non una minoranza. Tre giorni di politica alta, vera, dove sul palco si alternavano dirigenti e base e tutti cercavano di ascoltare tutti (nei limiti delle collocazioni orarie e di scaletta).

Tutto il racconto sui tre giorni a Cortona con Area Democratica: i retroscena della politica, la stampa, i giovani, il Pd (pdf)>>>

A Cortona abbiamo scelto di andarci con delle idee e le abbiamo raccolte nel pieghevole "Ripartiamo da qui" (pdf)>>>

 

Area Democratica, 2° seminario nazionale

Lettera agli sconfitti delle primarie e a Bersani

Negli ultimi mesi sono successe molte cose dentro e attorno al Partito Democratico.
Il percorso congressuale ha saputo suscitare movimento e interesse nelle persone e abbiamo visto avvicinarsi al partito anche gente di altra provenienza politica o il mettersi in gioco di chi in precedenza è sempre rimasto a guardare.
Questo grande apporto di novità è stato introdotto dai sostenitori di Ignazio Marino e Dario Franceschini: appartengono a queste aree i “tesserati dell’ultima ora”, entrati nel Pd con una forte voglia di esserci e di portare cambiamenti anche consistenti nella politica di questo partito.

Siamo noi che, mettendoci in gioco, abbiamo affidato alla passione e all’impegno verso un candidato alla segreteria la possibilità di credere a questo partito e di sceglierlo per adesso e per il futuro.
Un futuro che, il giorno delle primarie, per molti di noi si è fatto più lontano.
Siamo noi i delusi dalla conclusione di questa sfida che, per troppi, sembrava avere da subito un esito pressoché scontato.
Siamo noi che, impazienti, attendiamo di sapere cosa deciderà di dire o di fare il nuovo segretario e non sembriamo disposti ad accettare troppe ambiguità (che già ne abbiamo viste tante nel centrosinistra in questi anni).
Ogni giorno di silenzio, ogni decisione rimandata, ogni parola non chiara diventa un facile pretesto per muovere contestazioni.
È un errore questa impazienza, perché la politica è mediazione, diplomazia, compromesso… ma queste sono tutte cose che si era scelto di rimuovere appoggiando le posizioni congressuali di Marino e Franceschini. E allora c’è fretta di capire che cosa accadrà, se questo partito - in cui alcuni si sono avvicinati molto velocemente - potrà essere ancora casa nostra e come lo sarà.
A tutti noi, voglio dire di restare, di non andare via perché il Pd ha bisogno di noi e delle nostre idee.

Siamo arrivati nel partito per sostenere un’idea, spesso con grande forza e grande convinzione, e allora portiamola avanti, anche se le forme dovranno necessariamente essere diverse.
Non lasciamo che tutto quello che abbiamo costruito fino a qui venga spazzato via.
Dobbiamo esserci adesso come ci siamo stati in questi mesi: dobbiamo continuare a partecipare, a frequentare gli incontri con le altre persone dei nostri circoli, a prendere parte alle iniziative messe in piedi e, soprattutto, dobbiamo cominciare a guardarci come appartenenti tutti allo stesso partito e parlarci, conoscerci per lavorare insieme, anche quando avremo idee diverse.
Non dobbiamo avere paura di proporre le nostre idee e la nostra visione delle cose, ma anzi dovremo proprio fare questo, confrontandoci serenamente con tutti gli altri, perché solo noi possiamo portare avanti il nostro pensiero: non ci sarà nessun altro che lo farà al nostro posto e che potrà rappresentarlo se andiamo via.
Questo Pd è casa nostra adesso esattamente come la era qualche settimana fa. E se pensiamo che il Pd sia casa nostra, anche quando sbanda, anche quando non va nella direzione che noi avremmo voluto, vuol dire che il nostro posto è qui e non altrove ma che, anzi, dobbiamo impegnarci ancora di più perché possa diventare più simile al partito che vogliamo.

A tutti quelli che negli ultimi giorni mi hanno chiesto perché restavo in questo partito che ha dimostrato di essere vecchio sia nella classe dirigente, che nelle modalità dell’organizzazione, che nei suoi elettori, rispondo che resto perché questa è casa mia, perché qui ci sono persone che hanno fatto parte della mia formazione e della mia passione politica (con qualcuno ci siamo allontanati, con altri ci siamo avvicinati, ma tutti fanno parte della mia storia e hanno portato avanti idee a cui ho creduto ieri o oggi e a cui voglio contribuire domani).
Non c’è un altro partito dove voglio andare, non c’è un’altra idea che posso condividere: il mio posto è qui e lo è stato anche quando non sono stata convinta della linea politica intrapresa, anche quando ho avuto voglia di non votare Pd, sapendo che comunque non avrei potuto votare altrove.
Mi spiace per quelli con cui ho fatto un pezzo del percorso che hanno scelto di andarsene (anche per quelli di cui non ho condiviso il pensiero politico), è come se perdessi comunque una parte di me, del mio vissuto. Vederli andare via è un po’ come tornare indietro, come rifare il percorso da capo, da quando non ci conoscevano e ci guardavamo con sospetto a distanza, ma ognuno fa le sue scelte: forse in futuro saremo di nuovo vicini, forse ci allontaneremo ancora di più.
Il mio posto è nel Pd ed è qui che voglio condividere le mie idee, con le persone con cui ho lavorato e discusso in questi mesi e con tutte le novità che hanno contribuito ad arricchire di pensiero questo partito.


Per quanto riguarda Bersani, personalmente vengo dall’area DS e non credo che farò molta fatica ad accettare un pensiero di sinistra (ammesso che esista ancora, perché in questi giorni non ne ho visto neanche uno da parte del nuovo segretario), ma mi era sembrato che nei mesi della gestione del Pd da parte di Dario Franceschini avessimo fatto dei passi in più e ora l’impressione è davvero un po’ quella di tornare indietro. Indietro ad una stagione di confusione, in cui si annunciano delle cose ma i fatti ne dimostrano altre, in cui si parla di sinistra ma si inciucia con la destra, in cui i padroni di casa sono quelli della nomenklatura dei salotti mentre gli operai e i precari stanno sui tetti sperando che qualcuno si accorga di loro, in cui, anziché decidere cosa siamo e dove andare, si guarda a con chi andare e come adeguarci (come se essere se stessi fosse una colpa, alla faccia del valore delle radici!).

A Bersani voglio dire solo una cosa: non avrai la nostra fiducia a priori, devi meritartela esattamente come è accaduto (o non è accaduto) a chi c’era prima di te. Noi ci siamo, vogliamo continuare a lavorare per questo Pd, ma devi dirci subito che direzione prendere, perché di tempo a parlare di aria ne stai perdendo anche troppo. Gli elettori e gli iscritti non ti aspetteranno in eterno e, anche se molte cose si delineeranno nel corso del tempo, devi pur cominciare a dire qualcosa di concreto (che non è solo il discorso fatto all’Assemblea Nazionale, ma sono le parole che rilasci tutti i giorni sui giornali e nelle tv, le scelte che prendi di fronte alle posizioni della destra, il voto in Parlamento, i documenti che gireranno nei circoli…).
Bersani, comincia ad agire, comincia a dire dove vuoi andare: solo così non perderai pezzi per strada e per ogni pezzo perduto ne troverai dei nuovi.

Analisi del voto

Primarie e analisi del voto
Le donne preferiscono l’ex segretario, l’elettorato di sinistra diviso tra il neo leader e Marino
Laici e over 65 pro Bersani, i più giovani con il rivale

di RENATO MANNHEIMER - Corriere della Sera
Il dato più significativo delle elezioni primarie del Pd è l’ampiezza della partecipazione. Decisamente superiore alle aspettative, dato che queste ultime erano legate al clima di sconforto e di conflitto che ha caratterizzato il partito in questi ultimi mesi.
Ma queste elezioni primarie hanno rappresentato anche un momento di grande rilievo per tutti gli elettori italiani, compresi quelli che non si sono recati alle urne. Il 73% dell’intero elettorato dichiarava di essere a conoscenza dell’evento (la percentuale era dell’87% tra quanti si collocano nella sinistra o nel centrosinistra), segno di una diffusa attenzione all’avvenimento.
I votanti hanno confermato le preferenze indicate dalla consultazione sugli iscritti, assegnando la maggioranza a Pier Luigi Bersani. Che però ha ottenuto «solamente» grossomodo metà dei voti. Ciò che mostra l’esistenza di una diffusa articolazione di pareri e orientamenti sul futuro da intraprendere.
Questa varietà di posizioni, talvolta anche distanti tra loro, corrisponde anche a una significativa differenziazione nei profili demografici, sociali e politici di chi ha optato per l’uno o per l’altro candidato. Nel complesso, quanti si sono recati alle urne mostrano un’età media superiore a quella riscontrabile in generale nell’elettorato pd: gli ultra 50enni sono infatti in misura percentualmente maggiore.
Ma questo insieme di votanti appare piuttosto variegato al suo interno in relazione al candidato scelto.
Gli elettori che hanno scelto Bersani sono composti in misura relativamente maggiore da maschi (per i quali si rileva un’accentuazione di oltre il 6% rispetto ai votanti per gli altri due candidati), di età medio-alta (gli ultra 65enni sono qui il 12% di più che nella media degli elettori delle primarie), con titolo di studio medio-basso (5% in più rispetto agli altri). Insomma, quello che forse può essere definito l’elettorato tradizionale del partito.
Franceschini invece ha raccolto un po’ più l’elettorato femminile (+5%) e, specialmente, quello giovanile (+11%) con titolo di studio elevato (+5%).
La porzione che ha votato per Marino, infine, appare equamente distribuita per ciò che riguarda il genere, con un’accentuazione, anche in questo caso, tra i più giovani e coloro che posseggono un titolo di studio più elevato.
Ma gli elettorati dei tre candidati si distinguono piuttosto nettamente tra loro anche per altre caratteristiche. Uno degli elementi di differenziazione — talvolta di contrapposizione — più significativi è costituito dall’atteggiamento verso la religione, «misurato» nel sondaggio dall’intensità della frequenza alla messa. In particolare, i votanti per Bersani appaiono nettamente più «laici» (+18% coloro che dichiarano di non recarsi mai alle funzioni religiose), mentre quelli per Franceschini presentano al loro interno un numero maggiore (+8%) di cattolici praticanti. Infine, l’orientamento politico in senso stretto: quanti hanno votato per Bersani (ma anche quanti hanno scelto Marino) si dichiarano — com’era forse prev edibile — più di «sinistra» tout-court, mentre tra gli elettori di Franceschini si registra un’accentuazione per le posizioni di «centrosinistra».
Insomma, i tre candidati hanno raccolto gruppi sociali in buona misura differenti tra loro. Assimilabili principalmente dalla comune volontà di voler combattere — e sconfiggere — il centrodestra. Spetterà al nuovo segretario il difficile compito di unificare e motivare questo insieme composito, al fine di rendere davvero efficace l’azione futura del Pd.

Vince la simpatia




Lo spassosissimo confronto tra i 3 candidati alla segreteria del Pd messo in atto a Le Iene. Politicamente non dicono molto, ma almeno sono simpatici!

Idee a confronto: le mozioni congressuali

La corsa alla Segreteria del Partito Democratico entra nel vivo. Sono state presentate quattro mozioni congressuali congiuntamente alle candidature alla segreteria nazionale:

Come prevede il regolamento, la Commissione nazionale per il congresso procederà alla verifica delle firme richieste e di tutti i requisiti previsti. A conclusione di questa verifica, la Commissione procederà all’ammissione dei candidati all’elezione del 25 ottobre.

Ma intanto, noi possiamo cominciare a parlare di progetti e di idee.

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