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Sala, Expo, Milano, il PD, Pisapia e i suoi amici

Chiunque abbia potuto ascoltare Giuseppe Sala ospite in TV a “Di Martedì” non può non aver notato quanto il Commissario Straordinario di Expo 2015 abbia ampiamente dimostrato di essere presente e chiaro su tutte le questioni che gli sono state poste.
In merito alle domande/provocazioni del giornalista Barbacetto che contestava le cifre numeriche del successo di Expo (soldi spesi, biglietti venduti, sconti, bilancio), Sala ha risposto per le rime in modo preciso perché dell’evento che ha curato sa tutto e non ha mancato di dare anche una lezione di stile affermando che “Ora si dovranno chiudere i bilanci e si vedranno le cifre ma dovrei comunicarle prima al CDA che ai giornali, quando avremo finito anche Barbacetto le potrà avere come tutti” e di far notare l’inutilità e la stucchevolezza delle argomentazioni del giornalista del Fatto Quotidiano in quanto "Expo è andato bene ma Barbacetto non l'accetta".
E qui sta anche una delle questioni che aleggiano intorno ad Expo, ad opera di grillini, disfattisti, personaggi della sinistra radicale, amici di Pisapia e no-Expo vari che cercano costantemente di sminuire il successo di Expo basandosi su dati numerici veri o inventati, come se il successo della manifestazione dipendesse solo da quello. Si tratta di soggetti rimasti contro Expo a prescindere e che si appellano a dati presunti senza capire che Expo sarebbe comunque un successo, anche se non ci fossero i numeri che, comunque, ci sono.
A dimostrare il successo di Expo è il grande afflusso dei visitatori accorsi negli ultimi mesi di manifestazione e non solo perché il prezzo dei biglietti è sceso - che, come ha fatto notare Sala, è stata una scelta che ha consentito anche a persone non economicamente facoltose di poter vedere l’Esposizione Universale - ma perché tutti volevano andarci per vederla, per partecipare a questo grande evento con dentro il mondo.
Expo, per i visitatori e i turisti è stato questo: un grande evento con dentro delle bellissime attrazioni realizzate con sistemi tecnologici avanzati per proporre contenuti interessanti in forme spettacolari; esserci voleva dire essere al centro di un evento mondiale con la possibilità di incontrare persone provenienti da ogni parte del mondo ma anche partecipare ad una festa collettiva per la riuscita dell’Italia e degli italiani ad aver realizzato tutto ciò, nonostante le moltissime difficoltà iniziali e nonostante i problemi ormai strutturali che si registrano nel nostro Paese nel fare qualunque cosa.
Expo, poi, per imprenditori, studenti, ricercatori, istituzioni è stato un luogo di incontro e confronto con i referenti degli altri Paesi, un’occasione importante per stringere relazioni e partnership, per creare business e approfondire scelte economiche, politiche di cooperazione e sviluppo e tecniche relative al tema oggetto della manifestazione. Per molti altri, Expo è stata anche una buona occasione di lavoro e di fare un’esperienza all’interno di un contesto internazionale.
Complessivamente, quindi, al di là dei singoli numeri, è evidente che Expo già di per sé è stato un successo.

In questo si inserisce anche un pezzo della discussione politica. Qualche giorno fa Mariastella Gelmini ha accusato il PD di volersi intestare Expo e il suo successo. In realtà, il dato di fatto è che il PD (o almeno la “maggioranza” del partito) alla manifestazione ci ha creduto e l’ha sostenuta mentre gli altri partiti si sono letteralmente dileguati. Non è pervenuta alcuna dichiarazione di sostegno ad Expo dal centrodestra durante i sei mesi dell’evento e lo stesso Maroni, che in conclusione della manifestazione era sul palco a gongolarsi per l’esito riuscito, in realtà durante tutto il percorso che ha portato alla realizzazione dell’Esposizione Universale e anche mentre questa era in corso ha sempre rilasciato dichiarazioni altalenanti e più spesso portatrici di richieste al Governo per sopperire ad alcuni suoi dubbi che non di sostegno a quanto si stava svolgendo. 
Così come sul tema di Expo c’è un problema politico a sinistra: la sinistra radicale è rimasta in prevalenza no-Expo: gli “amici” e i supporter di Pisapia a partire da Paolo Limonta sono rimasti di quell’idea a prescindere da tutto ciò che è avvenuto in questi mesi, come se non avessero visto le code dei visitatori, i loro sorrisi, la loro voglia di esserci e i cambiamenti positivi che sono derivati anche alla città dalla manifestazione e dall’afflusso di visitatori. È il “pezzo” dei no-Expo, no-canal (e su questo qualche ragione l’avevano), no-metro perché ci sono gli alberi, no-global, no-infrastrutture e no tutto. È un pezzo minoritario ma molto rumoroso e che, evidentemente, qualche copertura altolocata ce l’ha e lo si è visto nel giorno di “Nessuno tocchi Milano”. Quando il PD ha indetto la manifestazione per consentire ai milanesi di riappropriarsi della città devastata dai black blok presenti nel corteo no-Expo del 1 maggio, regalando poi di fatto tutta la scena a Pisapia, purtroppo, il palco improvvisato alla Darsena è stato letteralmente monopolizzato dai no-Expo (a partire da Limonta, Cirri e Bisio) che non hanno avuto neanche una parola di scusa per quanto avvenuto il giorno prima come se nessuno avesse idea che in quel corteo avrebbero potuto accadere dei disordini e che hanno serenamente continuato a ribadire il loro no-Expo anche in quel contesto, di fronte al quasi silente Pisapia.
Pisapia in questo qualche responsabilità ce l’ha e anche consistente.
È evidente che Pisapia si trova imbrigliato dai suoi sostenitori così connotati e per mantenere il suo personale sostegno gioca un ruolo silente e non esposto, incurante del danno che sta provocando al PD e a tutta la partita per le elezioni 2016.
I giornalisti ci provano a sondare il terreno, a vedere se Pisapia si sbilancia a favore di qualche candidatura alle primarie o se ha qualche linea da esprimere e il sindaco, come un mantra, si limita a ripetere soltanto “primarie”. Come se non capisse che queste rischiano di aggravare i problemi invece che risolverli.
Ma cosa potrebbe mai dire di altro Pisapia?
È evidente che un personaggio così fortemente ancorato al mondo no-Expo non può certo sbilanciarsi per un sostegno alla candidatura a sindaco dell’uomo simbolo di Expo: sarebbe come scaricare tutto il suo mondo di riferimento e delegittimarlo.
Così come gli fa comodo non assumere alcuna altra posizione perché il problema ce l’ha in casa lui e ce l’ha perché un pezzo dei suoi sostenitori (SEL) è già schierato con l’assessore Majorino, in corsa per le primarie, un pezzo (Rifondazione ma anche Civati) non vuol più saperne di allearsi con il PD, un pezzo (Arancioni o ex tali, civici) vorrebbero piazzare un loro candidato per piantare una bandierina e far vedere che contano qualcosa. Ecco quindi, che il sindaco in carica, in mezzo a questo marasma, non ha il coraggio di metterci la faccia per rompere questo teatrino stucchevole e dettare una linea perché farlo gli provocherebbe la perdita di consenso personale, così gioca a fare l’equilibrista scaricando al PD i problemi che sono prevalentemente in casa sua.
Così come responsabilità sua è stato lo scatenarsi di questa dinamiche perché, quando ha avuto la geniale idea di annunciare la sua non ricandidatura ad un anno di distanza dalle elezioni, intanto ha fatto passare il messaggio che la città fosse già senza guida e poi gli assessori hanno rotto le righe andando ognuno per conto suo.

A proposito delle primarie, però, tornando a Giuseppe Sala e alla sua partecipazione a “Di Martedì”, ha risposto in modo secco e preciso anche su questo: "Dipende quali. Partiamo dalle idee. E poi primarie cosa vuol dire? Con quali regole? Qual è la platea elettorale di riferimento i milanesi, la città metropolitana o altro?".
Tradotto, quello di Sala non è un no a sottoporsi alle primarie ma è una richiesta – giusta – a chi continua a nominarle di fare chiarezza sulle regole di partecipazione, anche al fine di valutare se, in quel conteso, una sua candidatura ha un senso.
E proprio sull’ipotesi di candidatura a Sindaco, Sala ha chiarito immediatamente che è stato il PD a cercarlo e che sulla base di questo ha avviato delle riflessioni: “Il Pd è il mio partito di riferimento. Personalmente ho sempre pensato che certi ruoli dovessero giocarseli innanzitutto i politici, se loro ritengono di avere un politico adatto al ruolo e alla situazione e che possa vincere, va bene e siamo contenti. Non cerco una poltrona”. Tradotto: Sala ha esplicitato che se la sua candidatura serve, lui sarebbe disponibile, ovviamente chiarendo le condizioni dette sopra in relazione alle primarie e anche al fatto che “io resto me stesso, non mi voglio snaturare”, come ha affermato subito dopo per chiarire meglio.
Insomma, niente di strano o di scandaloso – come invece vorrebbero far apparire le tifoserie degli altri candidati in campo – ma sono solo le normali verifiche che farebbe chiunque prima di accettare di mettersi in gioco in una sfida del genere.

A proposito delle tifoserie, già da tempo si sono scatenate contro Sala: dentro al PD le acrimonie maggiori arrivano da Majorino e i suoi supporters, ma anche gli altri non scherzano.

La consigliera comunale Elena Buscemi – che di recente si è messa a inviare newsletter agli iscritti PD milanesi (e non si è mai capito dove e da chi abbia avuto gli indirizzi, visto che la gestione attuale Federazione nega di averglieli forniti e lei è di Sinistra Dem) – nell’ultima comunicazione ha addirittura costruito un sondaggio con domande in cui descriveva Sala come uomo insito alla destra e ne ricordava il suo passato di direttore generale del Comune di Milano sotto la giunta Moratti per poi chiedere al pubblico che l’ha ricevuta di esprimere un parere sull’eventuale candidatura. E cosa mai sarà potuto uscire da un sondaggio così costruito?

Più in generale, i supporters di Majorino non accettano la candidatura di Sala in quanto “uomo voluto da Renzi”, “catapultato da Roma”, “non espressione dei territori”. E qui ci sono un po’ di punti da precisare: innanzitutto questa idea che serpeggia di fondo sul nome di Renzi usato come se fosse un estraneo che non ha diritto di metter becco sulle questioni politiche del PD di cui è Segretario nazionale è oggettivamente fuori luogo. Renzi è il Segretario e come tale ha diritto/dovere di occuparsi del suo partito e, soprattutto, di dirigerlo, anche perché, come si è visto in seguito ai risultati delle elezioni regionali, quando poi le cose non vanno bene, le prime accuse vengono dirette a lui e non ai dirigenti locali. Non ci sarebbe, quindi, nulla di strano se Renzi volesse occuparsi anche di alcune situazioni locali, a maggior ragione se sono ritenute strategiche come lo sono le elezioni milanesi. Caso mai, il punto è quanto Renzi conosca i territori (quelli veri non quelli immaginari nelle menti dei militanti del PD) e quanto abbia dirigenti locali validi su cui appoggiarsi per affinché gestiscano le cose in modo da ottenere risultati senza che debba occuparsi lui direttamente di questioni che, oggettivamente, faticherebbe a seguire.
Secondariamente, dire che “Sala è l’uomo voluto da Renzi” è un po’ impreciso: il punto non è che a Renzi piace Sala e si è fissato che vuole quel candidato per forza, o meglio, magari a Renzi piace anche Sala in quanto tale, ma pensa a lui e vorrebbe candidarlo in quanto pensa che il suo nome sia quello giusto su cui puntare per vincere le elezioni a Milano, forte del successo di Expo e dell’immagine innovativa e moderna che si porta dietro, in linea con le trasformazioni positive che la città ha avuto negli ultimi anni e che devono essere maggiormente valorizzate. Se all’inizio di Expo su tutto ciò potevano esserci dei dubbi, dopo il successo della manifestazione, con la gente che accorreva da ogni parte e si metteva pazientemente in coda pur di poter vedere un po’di quel mondo, con il manager fermato dalla folla in cerca di autografi e foto, con il suo nome ormai popolare sui media e tra la gente è difficile pensare che non sia così. Questo non significa che il resto non esiste: c’è una gran parte di Milano che non è Expo, che non lo ha visto e non si è neanche interessata a cosa fosse e che magari vive anche problemi che vanno affrontati ma non c’è dubbio che è meglio affrontare la situazione partendo dall’accentuazione di un punto di forza e di valore per poi costruire il resto che non partire da zero.

Non la pensa così qualcuno dell’entourage di Stefano Boeri che, invece, su facebook rilancia sui contenuti concreti: “Mi pare di capire che Sala sarà il candidato a Milano, in caso di conferma va detto che non avrà vita facile prendere voti in periferia non è come organizzare mega eventi. La città richiede attenzione e ampiezza...”. Commento corretto, peccato che si dimentichi un particolare: Stefano Boeri cadde per lo stesso errore. Quando si presentò alle primarie contro Pisapia, Boeri venne portato in giro dal PD un po’ ovunque ma il suo discorso era standard, sia che si trovasse di fronte ad una platea di salotti, che di uomini d’affari del centro, che dei poveri derelitti abitanti di case popolari che letteralmente crollavano e crollano tutt’ora a pezzi. Boeri ogni volta parlava di grattacieli, di Expo (la sua, diversa da quella poi realizzata da Sala), di progetti moderni e importanti e di un mondo bellissimo che da certe periferie allora era lontano anni luce. Fa piacere sapere che adesso Boeri sta girando quelle stesse periferie, accompagnato dai suoi supporters, chissà che magari si accorga della necessità di cambiare taglio di alcuni discorsi in alcuni luoghi.

I supporters di Fiano, invece, sono nel pallone, spaesati, non capiscono o non vogliono capire e non si danno pace perché hanno buttato il loro candidato in mezzo alla corrida e adesso che si è capito che l’uomo su cui puntare potrebbe essere un altro, che oltretutto a Renzi piace (non perché gli piaccia in sé ma perché è convinto che, anche rispetto ad altre ipotesi, possa essere davvero quello vincente per le elezioni), sono in crisi mistica e non sanno più a cosa arrampicarsi e invocano comunque “primarie” perché un po’ ci credono nel valore dello strumento (in quanto dovrebbe essere garanzia di “partito aperto”), un po’ perché qualcuno ambisce ad usarle per piazzare se stesso e un po’ perché ormai sono state talmente tanto annunciate che non si possono disattendere.
L’argomentazione principale dei “fianisti” è che “Sala è l’uomo dei poteri forti” (non vedendo che caso mai è il PD che, purtroppo, ha uomini deboli), mischiando ciò ad un improvviso orgoglio di partito che in quanto tale deve esprimere un candidato proprio.
La candidatura di Fiano, infatti, è maturata dopo il trionfo del PD alle elezioni europee con il 40% e, da qui, l’idea che si potesse puntare sulla propria forza interna, magari vivendo del riflesso del successo di Renzi, ovviamente candidando un renziano. Purtroppo, qualche tempo dopo i numeri delle elezioni regionali hanno mostrato che il quadro era già ampiamente cambiato ma, evidentemente, chi ha voluto lanciare Fiano nell’arena non se n’era accorto o non ha dato importanza alla cosa.
Emanuele Fiano, invece, un po’ deve aver capito che aria tirava attorno all’ipotesi della sua candidatura e ha sempre messo le “mani avanti”, dicendo in ogni occasione che lui sarebbe stato in campo ma che se si fossero profilate altre ipotesi su cui tutti avrebbero potuto convergere (compreso il ritorno di Pisapia), sarebbe stato disposto a farsi da parte. Nei giorni scorsi, quando questa ipotesi è diventata più concreta per l’avvento di Sala, però, Fiano deve averci ripensato e si è affrettato a dire: "Io sono sempre stato e sono un uomo di squadra. Se ci sarà una strategia comune io ci sarò ma non vedo ad oggi una strategia comune. Una strategia condivisa ci deve essere e deve essere spiegata". La domanda che sorge spontanea sarebbe: ma cosa devono spiegare, ancora? Non è già abbastanza chiaro chi è l’uomo che aggrega tutti e qual è la strategia vincente? In realtà, Fiano ha capito benissimo perché non è certo stupido e, traducendo la dichiarazione si capisce che sta solo alzando il prezzo del suo ritiro perché non è certo scemo da ritirarsi dalla corsa in cui ha messo la faccia (e in cui ha lavorato, costruendo un gruppo attorno a sé, aggregando soggetti di estrazione diversa, cercando di allargare consenso) senza avere nulla in cambio.
In realtà verrebbe da rispondergli chi mai gli ha chiesto di candidarsi quando l’ordine della Federazione Milanese era di stare tutti fermi in attesa di regole e programma ma quell’ordine è stato comunque disatteso da tutti.

Più simpatico su Sala, ultimamente, è stato Pierfrancesco Majorino che, da mesi, va avanti a ripetere tutti i giorni “primarie” senza mai aggiungere un contenuto che sia uno alla sua candidatura (ma in parte si trova imbrigliato perché è ancora assessore in carica e deve occuparsi di svolgere il suo ruolo più che della campagna elettorale. Majorino ha ironizzato su facebook “Nessuno salti la fila. Se va bene per il padiglione del Giappone, varrà pure per le Primarie del centrosinistra, no?”. Un modo spiritoso per chiedere, appunto, “primarie” e evitare che il candidato Sala si mangi tutti e le faccia saltare, non accorgendosi però che – anche solo con quanto affermato a “Di Martedì – Sala è già più avanti di tutti da un pezzo su ogni fronte e sono loro a doverlo rincorrere se non vogliono sfigurare e, magari, se oltre a “primarie” dicessero anche per quali progetti per la città e per i cittadini potrebbero anche risultare più interessanti e meno autoreferenziali per chi li legge.
Sì, perché Giuseppe Sala, in quei pochi minuti di trasmissione a “Di Martedì” ha parlato anche di Milano e delle sue trasformazioni, rese possibili dal tessuto sociale della città, delle intelligenze, le università, l'imprenditoria... Insomma, Sala è sembrato molto più "sul pezzo" di tanti altri ed è stato anche molto più incisivo pur essendo intervenuto su queste questioni da poco e meno di altri ma, decisamente, in modo azzeccato.

Le settimane che ci separano dall’appuntamento elettorale, comunque, sono ancora tante e ne vedremo delle belle.

100 Comuni contro le mafie

Questa mattina a Milano, nell’Expo Gate davanti al Castello Sforzesco, si è parlato di lotta alle mafie con l’incontro organizzato dall’ANCI “100 Comuni contro le mafie”, in cui è stato anche presentato il rapporto redatto dall’Associazione dei Comuni sul tema delle politiche pubbliche nella prevenzione e nel contrasto alla criminalità organizzata.
Tanti gli ospiti illustri delle istituzioni – non solo sindaci - affiancati dai protagonisti della lotta alla mafia.
Il saluto di apertura dell’incontro è stato fatto dal Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha ricordato che nel 2013 e nei primi mesi del 2014 sono stati oltre 1.200 gli amministratori locali che hanno ricevuto minacce e non devono essere lasciati soli. «È importante creare un fronte comune unito contro la mafia perché questo fa paura alla mafia», ha affermato il Sindaco.
Inoltre, Pisapia ha segnalato che le presenze mafiose creano ai territori un danno sociale, economico e di immagine e, anche per questa ragione, il Comune di Milano si è sempre costituito parte civile nei processi di mafia.
Pisapia ha poi rivendicato l’efficacia dei protocolli per la legalità siglati da istituzioni, forze dell’ordine e autorità competenti, con particolare riferimento a quelli per Expo 2015 che hanno prodotto importanti risultati con le interdittive con cui si sono potute escludere dai lavori aziende che erano sembrate non del tutto trasparenti, tanto che sono stati utilizzati anche come esempio per altri Paesi europei.
«Ovviamente, però, - ha sottolineato Pisapia – i protocolli da soli non sono sufficienti a fermare i tentativi di infiltrazione criminale ma è necessario che vi siano anche i controlli» e, su questo tema, il Sindaco di Milano ha ricordato che per i controlli sul sito di Expo (che è un’area interna a più Comuni) è stato siglato un protocollo che consente alle forze dell’ordine di agire anche in caso di extraterritorialità e, ad oggi, a questa formula hanno aderito anche le forze dell’ordine dei Comuni della Città Metropolitana, così da consentire che non vengano fermate le indagini quando il campo d’azione si sposta dal territorio di un Comune ad un altro.
Pisapia ha concluso il suo intervento segnalando che la vera forza di contrasto alle mafie sta nell’antimafia sociale e nella cittadinanza attiva: «Sono il miglior modo di combattere la mafia. – ha affermato il Sindaco di Milano - Dai sindaci può poi partire quello scatto d'orgoglio che diventa anche scatto di concretezza nella lotta alla mafia».

Moderatore della prima parte della mattinata è stato il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris che ha ribadito più volte che l’ANCI è vicina a tutti i sindaci e gli amministratori locali che hanno subito minacce e si sta attivando per costruire una vera e propria rete contro le mafie.Sul fronte dei controlli, De Magistris ha segnalato che sarebbe opportuno che questi siano preventivi e per questo, a metà luglio, ANCI e ANAC firmeranno un protocollo di intesa che consentirà la realizzazione di controlli preventivi per aiutare i sindaci a «non sbagliare» e ad accorgersi per tempo dei tentativi di infiltrazione criminale.
De Magistris ha poi denunciato la lentezza dei pagamenti dei debiti da parte della Pubblica Amministrazione alle aziende come una delle cause che spingono gli imprenditori – in particolar modo quelli delle PMI – a cercare crediti dai criminali per non andare incontro al fallimento, soprattutto in tempi difficili come questi segnati dalla crisi economica.
Inoltre, ha ricordato De Magistris in conclusione del suo intervento: «La lotta alle mafie non si fa solo con la repressione dei criminali ma anche con la riqualificazione urbana perché più i cittadini stanno in strada, meno ci stanno i criminali».

Delle richieste chiare ai legislatori sono state presentate da Roberto Scanagatti, Sindaco di Monza e Presidente di ANCI Lombardia che ha sottolineato la necessità di una semplificazione normativa che consenta di non perdersi nell’interpretazione delle norme e di poter accedere a white list già controllate in modo che gli amministratori non sbaglino quando devono fare selezioni.
Scanagatti ha poi concluso il suo intervento con un monito: «I Comuni nonostante i tagli che hanno subito, hanno sempre garantito la spesa per i servizi sociali e questo ha consentito di mantenere la coesione sociale. Altri tagli sarebbero insostenibili e non garantire la spesa sociale provoca rischi di infiltrazioni di criminali che verrebbero visti come coloro che garantiscono ciò che lo Stato non è più in grado di garantire».

Elisabetta Tripodi, Sindaco di Rosarno, ha denunciato i tanti modi di fare intimidazioni da parte dei mafiosi: «Non ci sono solo le minacce dirette ma esistono anche le intimidazioni indirette, il portare a far dimettere improvvisamente persone vicine al Sindaco, lo svuotare le amministrazioni a poco a poco delle persone pulite, il fare in modo che lascino». Tra le richieste portate all’attenzione degli uditori quella di rivedere le norme che regolano i beni confiscati e, in particolar modo, le aziende confiscate perché se queste dopo la confisca falliscono, oltre a dare un messaggio profondamente negativo creano anche un problema sociale per coloro che perdono il lavoro e, in tante realtà del Sud, è un fatto drammatico. Un’altra richiesta del Sindaco di Rosarno è poi quella di rivedere l’art.143 della normativa sullo scioglimento dei Comuni perché se questi vengono sciolti più volte significa che il risanamento non ha funzionato.

Sul tema delle intimidazioni agli amministratori locali, è stato ricordato un rapporto di Avviso Pubblico secondo cui queste sarebbero in forte aumento e la prima causa è l’aumento dell’estensione delle mafie sui territori a cui, però, si aggiunge anche l’aumento dei soggetti che denunciano.

Alfonso Sabella, Assessore alla Legalità a Roma, in materia di infiltrazioni criminali negli Enti Locali, ha affermato con toni accesi che gli amministratori devono essere in prima linea nel contrasto le mafie e ha segnalato anche un cambio di strategia nel malaffare: «Prima si pagava la politica mentre ora si paga l'amministrazione e c'è una moltiplicazione di piccole mazzette».

A ricordare il ruolo della polizia locale come strumento di presenza e controllo del territorio è stato Marco Granelli, Assessore alla Sicurezza al Comune di Milano, il quale ha ricordato anche l’esperienza di collaborazione positiva che è stata avviata tra amministrazione e Prefettura a partire dal monitoraggio delle presenze della criminalità organizzata all’interno delle case popolari svolta su richiesta della Commissione Parlamentare Antimafia.
Granelli si è poi soffermato sul tema dei beni confiscati, che sono molti anche nel territorio milanese e spesso i cittadini non ne sono a conoscenza e, al fine di fare in modo che tutti abbiano consapevolezza di dove sono stati i luoghi della delinquenza poi recuperati e restituiti alla società, era stato organizzato il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie.

Un lungo ed appassionato intervento è stato quello di Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, il quale ha aperto con la citazione di Paolo VI «La politica è la più alta forma di carità», per segnalare che la politica è, quindi, una forma di «servizio al bene comune».
«La cittadinanza è il cuore della città mentre l'amministrazione è la mente. Ma la cittadinanza è anche corresponsabilità, tutti devono concorrere al bene comune», ha affermato Don Ciotti, sottolineando che «C'è tanta gente che si commuove di fronte alle tragedie ma non basta, occorre che ci si muova. Serve avere una consapevolezza di ciò che avviene mentre oggi c'è tanta ignoranza».
Il fondatore di Libera si è, quindi, soffermato, sull’importanza dell'educazione come investimento sul futuro ma ha precisato che «in città ogni contesto deve essere educativo, serve creare città educative dove tutte le componenti del territorio possano dare il loro contributo; non si può relegare l’educazione solo alla scuola e alla famiglia. Non basta neanche la moltiplicazione delle attività ma serve un progetto che comprenda una visione».
«Oggi c'è una generazione di giovani che vive l'angoscia del futuro e dobbiamo tenerne conto. – ha proseguito Don Ciotti - Oggi i giovani non sperano in un futuro migliore ma sperano che un futuro ci sia. L'unico mercato che non cambia mai è quello della droga e questo dimostra che la guerra alla droga è fallita. Così come delle stragi non si conosce mai la verità e la gente poi perde la fiducia nelle istituzioni. Oggi ci sono ancora molta omertà e timore mentre, invece, bisogna insegnare alla gente ad avere più coraggio. Libera si costituisce parte civile nei processi di mafia per essere vicina a vittime e magistrati, per non lasciarli soli».
Parlando della sua associazione, Don Ciotti ha segnalato che recentemente Libera ha aperto sportelli S.O.S. sul territorio con l’intento di essere dei presidi visibili ma anche un punto di appoggio e riferimento per chi ha bisogno.
Venendo agli aspetti legislativi, Don Ciotti ha ribadito che serve accelerare la riforma delle norme che regolano la gestione dei beni confiscati per darli alla collettività ed in particolare serve potenziare l'Agenzia dei beni confiscati e renderla un ente pubblico ed economico e non soltanto un dipartimento del Ministero dell'Interno. «Il Parlamento deve fare in fretta a recepire le indicazioni su questo tema che sono state prodotte dal lavoro della Commissioni Antimafia», ha detto il fondatore di Libera, segnalando che «se lo facesse, arriverebbero alla collettività circa 55.000 beni».
«Parliamo meno di legalità. – ha poi affermato Don Ciotti, in conclusione del suo discorso – La legalità è diventata un idolo sulla bocca di tutti, ce l'hanno rubata e svuotata. Oggi sono gli stessi mafiosi a organizzare i convegni antimafia! Prima di “legalità” viene la parola “responsabilità” e i due concetti vanno saldati. Anche “antimafia” è un problema di “responsabilità” e di “coscienza” perché le mafie non sono un mondo a parte ma sono parte del nostro mondo, camminano insieme a noi, non hanno bisogno di una nuova definizione ma di una nuova comprensione del fenomeno. Inoltre, serve porre attenzione alle commemorazioni: oggi fioriscono targhe, piazze, vie intitolate alle vittime di mafia ma non va bene se tutto finisce lì e si fa solo retorica della memoria. La memoria non deve essere sporadica ma riconoscenza viva».

Piero Fassino, Sindaco di Torino e Presidente Nazionale dell’ANCI è intervenuto per portare il suo saluto all’iniziativa e ha ricordato che ogni territorio è a rischio infiltrazioni criminali, soprattutto quelli più ricchi ma un territorio, per offrire opportunità ai suoi cittadini, deve essere sicuro. Fassino ha annunciato che prenderà il via un osservatorio dell’ANCI sul fenomeno della criminalità organizzata sui territori perché è indispensabile costruire una strategia attiva tra istituzioni locali, forze dell'ordine e magistratura e servono strumenti adeguati. «Oggi ci sono leggi per tutelare gli amministratori locali dalle minacce e dalle infiltrazioni ma i dati dimostrano che purtroppo la loro applicabilità non funziona», ha ricordato Fassino, segnalando che comunque, oltre ai fronti legislativi, anche la società civile deve essere impegnata nel contrasto alle mafie, in un rapporto con le istituzioni.
Fassino ha mostrato un forte apprezzamento per l’approvazione della nuova legge anticorruzione perché – ha ricordato - «spesso dalla corruzione partono i tentativi di infiltrazione criminale nei territori e nelle amministrazioni ed è da lì che prende corpo l’illegalità».
Come gli altri relatori, anche Fassino ha segnalato la necessità di riformare le norme sulla gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, in quanto si tratta di un patrimonio ingente ma scarsamente riutilizzato e, tenere i beni confiscati inerti, indebolisce la lotta alle mafie.

In conclusione della prima parte dei lavori della mattinata è intervenuta Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, la quale ha aperto la sua relazione sul problema della presenza delle mafie al Nord e del fatto che, pur essendo un fenomeno consistente e insediato, sia ancora possibile combatterlo.In merito alla discussione fatta sul tema dei beni confiscati, toccata da più persone nel corso dei lavori, Rosy Bindi ha segnalato che il lavoro della Commissione Antimafia è stato fatto fino in fondo ed ora l'iter di discussione partirà dalla Camera dei Deputati ma – ha precisato – quella prospettata non è una riforma a costo zero.Ripercorrendo gli argomenti affrontati nel corso della mattinata, Bindi ha affermato inoltre che «Oggi il riferimento per ottenere qualcosa sui territori non sono più i parlamentari nazionali ma i politici locali, gli assessori, gli amministratori e per questo poi vengono minacciati: le decisioni si prendono sul territorio. Indebolire gli Enti Locali aiuta i criminali a infiltrarsi ma questa non è una polemica con l’attuale Governo perché i tagli ai Comuni li hanno messi in pratica già parecchi governi. Sui codici etici, tutti quelli che abbiamo visto sono legati ad atti giudiziari, a parte la Carta redatta da Avviso Pubblico che ha cercato di individuare il profilo della buona politica. E non arriverà mai la buona politica finché c'è una politica clientelare. La politica clientelare, anche con il cittadino per bene, è la base del voto di scambio perché indebolisce il rapporto diritto-dovere tra cittadino e amministrazione».

Pisapia

Da un po' di tempo, ogni giorno sui quotidiani si leggono dei presunti dubbi di Pisapia sul ricandidarsi o meno. Al momento Pisapia è il sindaco di Milano in carica e ampiamente eletto dai cittadini. A me, da cittadini milanese, in questo momento interessa sapere che il sindaco stia facendo il sindaco e, possibilmente, che lo stia facendo bene. Tutte le altre elucubrazioni su cosa ne sarà del suo futuro politico preferirei se le facesse in privato invece che continuare a doverle leggere quotidianamente sui giornali: da cittadina non è rassicurante leggere di avere un sindaco che pensa di scaricarci appena può e non è nemmeno una mossa utile politicamente nei confronti dello schieramento con cui ha vinto le elezioni.
Il sindaco ora pensi a fare il sindaco e rendere visibili e concreti per tutti i cittadini i miglioramenti prodotti del suo operato a Milano. Della ricandidatura ne parli con chi deve e eviti queste uscite inutili quotidiane sulla stampa.

Arancioni

L'Assessore D'Alfonso perde sempre buone occasioni per tacere. Avrebbe dovuto riflettere quando ad Ambrosoli hanno detto che era stato candidato dal movimento Milano Civica e ha risposto "non so chi siano". Oggi ci riprova a mettere il cappello su Alessandra Kustermann (forse anche a causa della freddezza espressa dal Pd nei suoi confronti). D'Alfonso non ha capito che la Lombardia non è Milano, che la complessità e la diversificazione che c'è tra le varie province e le culture del territorio non corrispondono per niente al capoluogo. Per fortuna che Pisapia rilascia dichiarazioni più intelligenti sul tema delle regionali...

Expo 2015: la partita si complica

Mio articolo pubblicato su Il Nord.com

La sfida di mettere in piedi Expo 2015 a Milano non è mai stata semplice, ma negli ultimi mesi la situazione è sembrata davvero precipitare. Dopo una fase, legata alla giunta Moratti, di liti, immobilismo, discussioni sui terreni, ricerca di finanziamenti mai arrivati, le cose sembravano essersi rimesse in carreggiata almeno in parte e molti lavori erano partiti, seppur con grande ritardo.
L’annuncio di lunedì di dimissioni da Commissario all’Expo da parte di Giuliano Pisapia all’Assemblea di Assolombarda, però, hanno creato non poco scompiglio.
Decisione inattesa quella del sindaco di Milano, presa a sua detta in polemica con il governo Monti che non aveva mostrato la dovuta considerazione all’evento e non era venuto incontro alle richieste del Comune di una deroga al patto di stabilità oltre che di aiuti per le risorse necessarie a finanziare la manifestazione.
Decisione che aveva scatenato diverse reazioni nelle parti politiche, prima fra tutti quella del Presidente della Regione Lombardia, altro Commissario all’Expo, che inizialmente si era mostrato solidale verso il sindaco di Milano ma subito dopo ne aveva preso le distanze e aveva criticato la sua decisione di lasciare l’incarico.
Anche la risposta di Mario Monti non si è fatta attendere, il quale ha invitato Pisapia a ripensarci, con il suo consueto stile asettico.
Tuttavia, in questa vicenda, oltre ad esserci in gioco Expo e la credibilità internazionale dell’Italia, si sta giocando anche una partita politica tutta interna.
Non a caso, infatti, gli esponenti del Partito Democratico, appena arrivata la notizia delle dimissioni di Pisapia da Commissario all’Expo, non hanno perso occasione per invitare Formigoni a fare altrettanto. Il tema, oltretutto, era già stato sollevato qualche giorno prima con la richiesta da parte di Matteo Salvini, della Lega, a Formigoni di lasciare l’incarico in Expo per occuparsi della Lombardia.
La Lega, come si evince, è sempre più insofferente all’alleanza con il Presidente della Regione Lombardia, ma che non ha altre possibili alternative da giocarsi dati gli esiti delle ultime amministrative e, quindi, non potendo liberarsi di Formigoni al Pirellone prova almeno a smarcarsene su Expo.
In questo dissidio, il Partito Democratico ha pensato di infilarsi per vedere di capitalizzare un risultato politico: “Salvini non si preoccupi: presenteremo noi una mozione per impegnare il Presidente ad abbandonare il suo ruolo in Expo visto che non è in grado di svolgerlo. Sappiamo, così, di poter contare sul voto dei leghisti”, aveva dichiarato il consigliere regionale del Pd Franco Mirabelli.
Detto fatto, la mozione per sollecitare un’uscita di scena di Formigoni da Expo è stata presentata, a prima firma proprio del consigliere Mirabelli.
“EXPO 2015 può essere uno strumento per una strategia di crescita che il Governo, la Regione, l’Amministrazione di Milano hanno il dovere di condurre a termine con successo per contrastare un declino altrimenti inevitabile che ci porterebbe a soccombere rispetto ad aree ed economie ben più dinamiche delle nostre. L’esposizione universale insieme alla possibilità di lanciare i temi di nuova cultura ossia la sicurezza alimentare, il diritto al cibo, l’agricoltura di prossimità e lo sviluppo sostenibile e rappresenta inoltre per la Lombardia l’opportunità dare un impulso per completamento di un sistema di infrastrutture per l’accessibilità ai siti dell’esposizione ma anche per una mobilità sostenibile nell’intera area regionale. Cogliere le opportunità di EXPO 2015 deve significare concorrere a costruire una Regione Smart che ambisce a coniugare crescita e sostenibilità come opportunità per tornare autorevolmente a giocare un ruolo di player internazionale”, si legge nel testo della mozione, in cui, tuttavia, si sottolinea anche che “il 4 di agosto mancheranno 1.000 giorni all’inaugurazione dell’evento e in quadro infrastrutturale presenta ancora numerose incognite; il grado di preparazione delle comunità regionali nella programmazione di eventi da collegare alle attività espositive risulta frammentata”.
E, poi ancora, “Preso atto che da ripetute dichiarazioni rilasciate alla stampa il Presidente della Regione ha perso la fiducia dei suoi alleati come Commissario generale di Expo, che auspicandone le dimissioni indeboliscono l’autorevolezza della sua funzione rispetto agli interlocutori esterni”, con un chiaro riferimento alla Lega e alle parole di Salvini. Fino a “In questi mesi il Commissario generale dell’EXPO è stato sempre più impegnato nell’attività di autodifesa dai rilievi mossi dalla stampa circa il suo operato e sempre più distratto dalle sue funzioni di Commissario generale” e per questo si “Invita il Presidente Formigoni a rassegnare le dimissioni da Commissario generale dell’EXPO Milano 2015 e che il Governo, come sua espressione diretta, individui una figura autorevole capace di dedicare il suo tempo e le competenze per la risuscita dell’Esposizione”.
Ma questa del Pd non è l’unica mozione che invita Formigoni a lasciare l’incarico in Expo, anche la Lega, infatti, ne ha annunciata una sua (per evitare di convogliare i suoi voti sulla mozione dell’opposizione).
Tuttavia, l’iniziativa non deve essere caduta nel vuoto se, nel pomeriggio di martedì, dopo vari rivolgimenti, lo stesso Formigoni ad un certo punto ha paventato l’idea, poi subito archiviata, di seguire l’esempio di sindaco di Milano e lasciare la poltrona di Commissario all’Expo. "Il compito di Commissario all’Expo mi è stato assegnato dal governo nazionale e non dal consiglio regionale: con il consiglio intendo confrontarmi e ascoltarne le ragioni, ma questa è la situazione", ha chiuso, infine, Formigoni.
Di fatto, al momento la vicenda resta aperta perché anche Giuliano Pisapia, che prima si era detto irremovibile sulla sua decisione, poi ha ammorbidito i toni e ha dichiarato di voler attendere un incontro con Monti prima di prendere una decisione definitiva.
In tutto questo pasticcio politico nazionale e lombardo, l’unico dato certo è che con Expo si è drammaticamente in ritardo, i fondi scarseggiano e quindi le opere necessarie rallentano e la data dell’evento si avvicina.
 

C'è molta agitazione a sinistra del Pd

C’è un gran movimento nei partiti e nelle aggregazioni civiche alla sinistra del Pd.
Qualcosa è cominciato con le elezioni amministrative dello scorso anno, che hanno portato all’affermazione dei sindaci Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. Da lì è partito il “popolo arancione” (che a guardarci bene dentro, in realtà, era più rosso camuffato di arancione che non altro) e in quest’ultima tornata elettorale di qualche settimana fa, ha ripreso slancio.
A dare la spinta forte alla formazione di liste civiche è stata la diffusione dell’idea nell’opinione pubblica che i partiti sono morti, superati, inutili se non addirittura dannosi e, quindi, da avversare. Da qui la necessità di creare forme nuove di aggregazione che hanno trovato terreno fertile nella cosiddetta “società civile” (che poi in realtà sarebbe l’elitè della società, i gruppi di potere o legati a mondi associativi e professionali) ma anche nelle spinte movimentiste più inclini ad una certa sinistra.
Ben vengano, dunque, questi soggetti se hanno saputo rimettere in moto un fermento in quella parte di società più vicina al centrosinistra che da tempo sembrava sopita.
Tuttavia, negli ultimi tempi, non possiamo non notare che le spinte provenienti da questa parte “arancione” o pseudo tale sembrano essere diventate davvero molto irrequiete e lo sono soprattutto a scapito del Pd che, continuano a chiamare in causa ma più per denigrarlo che non per altro.
Il ragionamento di fondo è semplice: questa parte della sinistra, molto gasata per gli esiti elettorali di alcuni suoi illustri candidati e molto avvantaggiata dal clima surriscaldato di antipolitica, ricerca del nuovo, ostilità verso forme partitiche obsolete viste come l’incarnazione di tutti i mali dell’Italia pensano di avere gioco facile e cercano tutte le strade per portare acqua al loro mulino.
Tuttavia, guardando i dati elettorali nel dettaglio, si capisce bene che tutte queste forze, in realtà, sono debolissime e senza il Partito Democratico non possono arrivare da nessuna parte, da qui i continui tentativi di forzare la mano e tirare per la giacca il Pd per spingerlo a vincolarsi in un’alleanza che, in una situazione fluida come quella attuale, è la cosa più sbagliata che il partito di Bersani possa fare.
Unico dato certo, se la legge elettorale resta questa o comunque simile a questa, è che anche il Pd da solo va poco lontano. Giusto, quindi, aprire un dialogo tra le varie forze politiche, giusto provare a costruire un percorso condiviso e una piattaforma comune. Ecco allora spiegato il senso di tutti quegli incontri e dibattiti che vediamo fiorire e che hanno come protagoniste le varie forze politiche o movimentiste del centrosinistra.
Peccato che tutti questi incontri, sempre più spesso, diventano un’occasione per queste forze rosso-arancioni di cercare di sopraffare il Pd. David Sassoli lo scrive chiaramente a Nichi Vendola dalle pagine de L’Unità: “Sul Pd c’è un’OPA ostile lanciata da quanti non vogliono il cambiamento […] Tirarci per la giacchetta non serve. Non serve annunciare partiti unici che non ci saranno; non serve rappresentare gli altri come noi vorremmo che fossero: non serve attribuire ad altri vocazioni a propria immagine e somiglianza”.
L’impressione, infatti, è proprio questa: di una sinistra vivacemente aizzata contro il Pd, che lo cerca per un’alleanza necessaria ma che al tempo stesso lo detesta e cerca in ogni modo di intervenire nella sua rotta, un po’ per sottrargli consenso elettorale e un po’ perché proprio lo vorrebbe diverso da quello che è.
Uno scenario di questo tipo, oltre ad essere vigente sul piano nazionale, in Lombardia e a Milano lo è all’ennesima potenza proprio perché il popolo “rosso-arancione” si sente ancora profondamente galvanizzato dalla conquista del capoluogo lombardo ad opera di Pisapia e si ritiene detentore della formula magica per liberarsi una volta per tutte anche di Formigoni, che ormai è profondamente logorato dai suoi 17 anni di potere assoluto al vertice della Regione e dalle continue inchieste che coinvolgono persone a lui vicine.
Ed è proprio qui, infatti, che l’incontro-scontro tra i “rossi-arancioni” e il Pd si fa più acceso.
Se gli “arancioni” giudicano il Pd come un morto che cammina e che sarebbe meglio estinguere al più presto o scalarlo per inglobarlo al proprio interno e renderlo un loro semplice comitato elettorale; per Sel il Pd è qualcosa che non fa abbastanza o fa male (come si intuisce dai tweet irridenti di Giulio Cavalli, consigliere regionale e attore, noto per le sue battaglie contro la mafia; ma come rende palese anche la sua collega Chiara Cremonesi in una lettera aperta agli altri consiglieri).
La logica in cui entrambe queste forze si muovono, però, è quella secondo cui per vincere le elezioni in Regione Lombardia e in Italia è sufficiente esportare il “modello-Milano”, ovvero una coalizione di sinistra, in cui il partito meno “di sinistra” è il Pd.
Il Pd, invece, si muove con un’altra logica: da tempo ormai si è messo in testa di inseguire o aspettare il centro (sia esso l’Udc o quel che resta del Terzo Polo a livello partitico e le forze moderate, in genere, per quanto riguarda la società civile). Idea questa che, fino ad ora, non ha ottenuto alcun risultato concreto a livello nazionale: Casini, infatti, si è felicemente ricollocato a destra e, probabilmente, spera di recuperare qualcosa dei voti perduti dal Pdl oppure di poter agganciare l’arrivo di nuovi soggetti (ad esempio un eventuale partito di Montezemolo) per pescare consensi neutri. A livello locale, invece, il terzo polo o i partiti che lo compongono hanno quasi sempre preferito presentarsi da soli piuttosto che inserirsi in uno schieramento di centrodestra o centrosinistra, quasi a rimarcare la loro avversione per il bipolarismo. Un ragionamento diverso, invece, va fatto per le forze moderate che compongono la società civile e che scelgono chi appoggiare sulla base di altre valutazioni (a Milano, ad esempio, hanno scelto senza esitazioni Pisapia; in altre realtà più piccole e di provincia le cose non sono andate proprio così).
Il Pd, dunque, ritiene che per vincere in Regione Lombardia e anche in Italia non è possibile senza il voto dell’elettorato moderato, di qui le mosse e le attese per avvicinare quelle forze politiche e civiche che dovrebbero essere i detentori di quei voti. Di fatto, fino ad oggi, le tendenze elettorali dimostravano che spesso nelle gradi città le forze di sinistra andavano bene ma, nelle provincie a prevalere era il centrodestra. Oggi, le cose sono un po’ più complicate e l’elettorato tende comunque ad essere molto più bipolare.
In ogni caso, la direzione nazionale del Pd ha dato una chiara indicazione in questo senso, come ricorda ancora Sassoli nell’articolo sull’Unità: “Il Pd lavora per un’alleanza fra progressisti e moderati perché il compito di ricostruzione è talmente impegnativo da non consentire autosufficienze”.
Vero o falso che sia, la strada scelta è questa (almeno per ora, perché appunto lo scenario politico è molto fluido ed è difficile fissarsi su schemi rigidi).
Una strada complicata perché è ben difficile far andare d’accordo le forze politiche che dovrebbero essere espressione dei moderati con quelle di sinistra, in quanto sono portatrici di idee lontanissime tra loro.
Una strada, comunque, legittima ma che di fatto fino ad ora ha prodotto un certo immobilismo nelle scelte del Partito Democratico (che già è abbastanza immobile di suo, imbrigliato in posizioni troppo divergenti al proprio interno che non consentono l’emergere di posizioni chiare perché un minuto dopo che sono state espresse c’è subito qualcuno dentro al partito che interviene a gran voce per contestarle).
Il risultato è che con questo immobilismo o con questa incertezza, il Pd diventa un facile bersaglio per forze politiche che hanno da sempre posizioni più omogenee e non esitano a cogliere l’occasione per rimarcare le difficoltà del Pd.
Troppe volte il Pd si impantana da solo su delle banalità e questo crea terreno fertile a potenziali alleati o presunti tali per le loro scorribande in campo democratico. Lo si vede sul piano nazionale (dove si scivola sulle nomine dell’Authority, sui continui rinvii alle questioni del taglio dei parlamentari e dei rimborsi elettorali… questioni più complesse di come appaiono ma che l’opinione pubblica osserva con inaudita ferocia e che continuano a dare l’impressione, a volte errata e volte no, di tentennamenti) e lo si vede sul piano regionale (dove il Pd, per costruire anche giustamente un rapporto politico con le cosiddette forze moderate, di fatto non riesce più a parlare all’opinione pubblica e far comprendere in modo chiaro cosa intende fare). Delle tante iniziative messe in campo a livello regionale, infatti, ai cittadini comuni (quelli che si informano leggendo i giornali, guardando la tv, ma anche cercando informazioni su internet) non ne arriva quasi nessuna all’esterno: sembra quasi che siano tutte cose (anche valide e interessanti) messe in piedi per parlare a determinate elitè della città (la cosiddetta società civile, le professioni, le categorie) che vanno benissimo per costruire una rete di rapporti su cui poi poggiare l’alleanza e costruire insieme un progetto ma che al di fuori, ai cittadini comuni per ora non parlano. Probabilmente, occorrerebbe che le forze politiche in campo, invece, si muovessero su entrambi i binari, senza che uno escluda l’altro. Vero è anche, però, che è bene andare a parlare ai cittadini quando si ha un progetto chiaro da presentare piuttosto che raccontare una serie di frammenti ancora troppo incerti e vaghi, solo che le persone hanno anche bisogno di segnali e questi, purtroppo, fino ad ora sono stati insufficienti oppure si sono create delle attese vane con delle mosse politiche giuste ma che si sapeva non avrebbero prodotto risultati. Il tutto infarcito da qualche scivolone e incidente di percorso. Con il risultato che, ancora una volta, per quanto il Pd abbia ben lavorato e costruito, i suoi potenziali alleati di sinistra trovano nuovo spazio per infierire, per premere più forte sull’acceleratore e accusare il Pd di voler correre con il freno a mano tirato.
Lo fanno apposta: è chiaro che lo scopo dei presunti alleati di sinistra del Pd, si sono resi conto che il maggior numero di voti è ancora in mano ai democratici e l’unica possibilità di sottrargliene un po’ è quella di cercare di mettere il Pd in cattiva luce, di farlo apparire come immobile, come troppo blando sulle mosse da intraprendere e pensano anche di avere gioco facile per via del clima acceso e intollerante che c’è nel Paese.
Ecco allora spiegata la loro irrequietezza: cercano uno spazio, una collocazione più chiara, più marcata e più visibile di quanto abbiano avuto fino ad ora.
Lo stesso Pisapia, i primi tempi dopo aver vinto le elezioni era molto equilibrista ed equilibrato, mentre ultimamente ha senza dubbio spostato le sue esternazioni pubbliche più a sinistra. Anche le dimissioni da Commissario all’Expo, pur motivate dalla richiesta di più attenzione da parte del governo che fino ad oggi è mancata, di fatto sono un avvicinamento a quelle parti di sinistra dello schieramento che lo ha eletto che non perdono occasione ancora oggi per ribadire che Expo non lo vogliono. Oltretutto, un’uscita di questo genere, non concordata con il Consiglio Comunale, non espressa in una sede istituzionale, è anche incauta perché spiana la strada a Formigoni che continua a restare un uomo solo al comando, anche di Expo e che, per quanto il centrosinistra invochi anche per lui un passo indietro, è ovvio che il Presidente della Regione Lombardia è ben intenzionato a tenerselo quel ruolo perché può farne occasione di lustro e rilancio personale (sempre che nel frattempo non incappi in qualche altro sgradevole scandalo).
Insomma, la sensazione è quella di un cane che si morde la coda, di una sinistra che mostra le unghie e cerca con forza una nuova affermazione ma nel farlo finisce per tirarsi la zappa sui piedi e riaprire la porta ad un avversario che sarebbe già morto e quasi sepolto. Forse, basterebbe che i potenziali futuri alleati del Pd nel cercare di riemergere evitassero di voler per forza tentare anche di azzoppare i democratici e iniziassero a cercare un dialogo più costruttivo e rispettoso.
 

Un anno politico appassionante

Un anno di giornate politiche appassionanti raccontati da Diego Bianchi (Zoro) in questo bellissimo video.

 

 


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permalink | inviato da dianacomari il 3/1/2012 alle 1:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

La felicità della democrazia

Sala piena ieri sera alla presentazione del libro “La felicità della democrazia di Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro (edito da Laterza), organizzata da Liberta e Giustizia, a cui ha partecipato anche Gad Lerner.
La platea era quella consueta degli eventi di Libertà e Giustizia (foto), con noti intellettuali ed esponenti della borghesia milanese; in prima fila come sempre Umberto Eco e Sandra Bonsanti.
Pochi i giovani (per lo più operatori dell’informazione) e tanti vivacissimi anziani che, nell’attesa che la presentazione cominciasse, discutevano animatamente dei risultati elettorali e referendari milanesi, delle manifestazioni di piazza (a cui tutti confermavano di esser stati presenti, da quella di febbraio delle donne fino alla festa per Pisapia) ma anche dei programmi televisivi (amati solo i canali Rainews, Repubblica Tv, Rai 3 e La7 e praticamente aboliti dal telecomando Rai 1 e Rete 4, del tutto non prese in considerazione le reti Mediaset).
All’arrivo degli ospiti illustri, le signore non si sono trattenute dal commentarne il look e grande stupore ha suscitato l’eleganza perfetta di Gad Lerner, in completo blu: «Abbiamo vinto e si sono tutti vestiti a festa!», è stato il commento di una sorridente donna anziana.
E di festa sono stati anche i primi minuti della presentazione, quando un sorridentissimo Lerner ha accennato al clima milanese delle ultime settimane, affermando che «A Milano abbiamo trovato un nesso tra il clima di felicità e la democrazia».
Lerner ha, così, ripercorso un po’ tutte le tappe che hanno portato alla vittoria di Giuliano Pisapia, dalle manifestazioni delle donne, al Palasharp di Libertà e Giustizia, alla campagna elettorale, fino alla festa di Piazza Duomo il giorno della vittoria: «E’ cambiato tutto rispetto all’inizio di maggio», ha commentato il giornalista.
Nell’introdurre il libro di Mauro e Zagrebelsky, invece, Lerner ha spostato l’attenzione sugli anni ’90 a Torino, periodo dell’inizio della carriera di tutti e tre a La Stampa e del loro rapporto con gli intellettuali di allora come Bobbio e Galante Garrone, ricordando come questi fossero già molto anziani e loro si chiedevano se, nelle generazioni successive, ci sarebbe stato qualcuno in grado di sostituirli.
Ezio Mauro ha, quindi, colto l’occasione per accennare all’azionismo, che oggi «non significa nulla ma che allora voleva dire lotta partigiana, antifascismo, opposizione alla dittatura e, in qualche caso, anche esilio». Da quel periodo, secondo Mauro sono nate le istituzioni repubblicane, quelle stesse che negli ultimi anni la maggioranza di governo ha cercato di demolire con attacchi continui, a partire dalla celebrazione del 25 aprile (data che «rappresenta un accadimento e non è una sovrastruttura ideologica», ha sottolineato il direttore di Repubblica).
Zagrebelsky – che ha fatto da contraltare ad Ezio Mauro – ha esordito facendo battute sul suo accento torinese e sul suo presunto “sguardo torvo”, per poi affermare convintamente: «credo di stare bene tra coloro che stanno in minoranza», manifestando anche un certo disagio verso la gioia incontenibile che hanno scatenato gli accadimenti delle ultime settimane, in quanto, a suo avviso, «ciò che è avvenuto non risolve il problema di cosa fare da qui in avanti: i risultati ci dicono che forse un ciclo sta finendo ma noi non sappiamo come aprire quello nuovo e non bisogna sedersi sugli allori perché se da questi eventi si creasse poi una delusione, sarebbe terribile; sarebbe addirittura molto peggio di prima».
Gad Lerner, in riferimento al caso Milano, ha ricordato come le enormi divisioni del mondo riformista abbiano pesato nella lunga egemonia della destra. In merito al libro, invece, ha citato una frase di Zagrebelsky in cui si afferma che «Il popolo è il miglior interprete del proprio interesse» e ha segnalato come quante volte sia sorto il dubbio che non fosse così, dato l’enorme peso avuto dalla propaganda televisiva berlusconiana sulle masse, rischiando però di assumere una posizione elitarista secondo cui gli ignoranti non sono in grado di governare.
Ezio Mauro ha replicato dicendo che ciò che è avvenuto lascia chiaramente intendere che il sistema politico in Italia è contendibile, ma certamente ci sono delle enormi anomalie racchiuse in Berlusconi, a partire dal conflitto di interessi, allo strapotere economico e al potere che è diventato insofferente ad ogni forma di controllo (sia questo dettato dagli organi di garanzia, sia dell’opinione pubblica e quindi della stampa, sia della Presidenza della Repubblica ecc.). Mauro ha anche denunciato l’assuefazione verso l’idea del conflitto di interessi: «agli italiani dà fastidio che se ne parli ancora, ma nel frattempo esso opera e un esempio è stata la trasmissione di Porta a Porta che la notte dei risultati referendari ha parlato di altro, mentre Vespa ha passato annate intere a campare esclusivamente di politica», ha detto con enfasi il direttore di Repubblica.
Mauro ha evidenziato anche che è vero che è stata ottenuta un’importante vittoria, ma senza lo strapotere mediatico di Berlusconi si sarebbe vinto prima e anche meglio e comunque le condizioni in cui si è disputata la gara erano diseguali. Per questo, secondo il direttore di Repubblica, è più che mai necessario liberare la Rai e consentire che eserciti davvero la sua funzione di servizio pubblico.
Gustavo Zagrebelsky ha scherzato un po’, segnalando la necessità di trovare un'altra formula per definire il “conflitto di interessi” perché in realtà si tratta di una pluralità di interessi concentrati in una persona sola, la quale però sta benissimo, mentre l’accezione “conflitto” potrebbe suscitare anche una sorta di compassione verso il soggetto che ne è portatore.
Il confitto di interessi, inoltre, secondo Zagrebelsky, riguarda le strutture profonde della nostra società, in quanto consiste nel fatto che il potere conquistato nella sfera economica venga esercitato in quella mediatica e questo genera un’influenza culturale.
In merito all’accusa di elitarismo, Zagrebelsky ha risposto che «la democrazia mette tutti sullo stesso piano, sia i colti che gli incolti, poi è compito di chi esercita le professioni intellettuali cercare di elevare tutti ad un livello di consapevolezza necessaria per avere una democrazia degna di essere rappresentativa, di alta qualità e non di massa o fanatismo».
Ezio Mauro, citando Russel, ha detto che occorre «parlare alle persone fuori dalla magia delle immagini e delle parole», segnalando che i dati elettorali manifestano che sta nascendo una domanda politica molto diversa da prima che si è creata anche un immaginario diverso: «la rete è stata la grande protagonista delle ultime campagne elettorali e quindi i giovani che hanno fatto sberleffo dei politici per come appaiono in tv e li hanno visti come le loro parodie», ha affermato il giornalista.
A proposito della comunicazione politica, Gad Lerner ha citato l’esempio di Tremonti, che tutti sanno essere un accademico, lettore e scrittore di molti libri e che, però, in pubblico, al popolo va a dire frasi tipo «il prossimo sindaco di Bologna si chiamerà Alì Babà; noi di destra che non leggiamo libri; alla destra piacciono gli agnolotti e alla sinistra piace il cus cus», per mettere in luce il modo in cui vengono considerati i cittadini da alcuni esponenti politici.
Lerner ha segnalato come ad un certo punto il “popolo” abbia creato da sé gli anticorpi e ci sia stato un rigetto verso alcune forme di espressione politica, citando le scritte su “zingaropoli” apparse sui manifesti della campagna elettorale milanese e la reazione che ne è seguita. «La classe dirigente ha cercato di assecondare il popolo nel suo peggio e questo è perché hanno un’idea offensiva della cittadinanza», ha sottolineato Lerner.
Secondo Lerner, ad incidere sulle elezioni milanesi e italiane, è stato anche il vento di rivolta che ha coinvolto i giovani dell’area mediterranea (a partire dai Paesi africani in cui il popolo si è ribellato a personaggi che sembravano inamovibili, ma anche agli “indignados” spagnoli): «E’ scattata contemporaneamente in diversi luoghi del mondo l’idea che una democrazia partecipata era attuabile».
Gustavo Zagrebelsky ha, quindi, citato Gianfranco Miglio, il quale riteneva che anche la democrazia, come ogni creatura dell’uomo, è soggetta ad un ciclo di vita limitata: nasce, si sviluppa e si corrompe quando la politica diventa il luogo dei propri affari. Secondo Zagrebelsky, attualmente, dovremmo essere giunti alla conclusione del ciclo di corruzione della democrazia ma, dato che ogni ciclo secondo Miglio dura il tempo di una generazione politica (e quindi 20 anni), non si può far finta che questo tempo non ci sia stato e che alcune persone non ne abbiano fatto parte, auspicando che gli elettori si ricordino al momento di tornare alle urne di quei deputati che hanno votato una mozione secondo cui Ruby era ritenuta dal Premier davvero come la nipote di Mubarak e non li rieleggano perché di anni ne hanno già rubati parecchi.
Ezio Mauro ha quindi ricordato la cultura alla base del berlusconismo: «Berlusconi aveva promesso la liberazione delle proprie potenzialità individuali» e il modello dominante attuale dice che la felicità sta nel privilegio, nella dismisura nella vita privata e nell’abuso nella vita pubblica, in cui le regole vengono considerate come un impaccio. Secondo il direttore di Repubblica, «il populismo ha offerto una semplificazione governante della democrazia, l’idea del tagliar corto, che è l’illusione che si accompagna alla delega perché ciò che conta è che il cittadino si faccia i fatti suoi che al governo ci pensa il leader».
In merito a Berlusconi, Mauro ha segnalato che secondo alcuni sondaggi il suo apice è stato con il discorso del 25 aprile 2009 ad Onna, quando un partigiano gli ha messo addosso un fazzoletto rosso, mentre il suo declino è cominciato subito dopo con l’esplosione del caso di Noemi Letizia e la denuncia di Veronica Lario sulle candidature delle giovani donne al Parlamento Europeo.
Zagrebelsky ha manifestato il suo disgusto verso il discorso di Onna, in quanto falso sotto ogni punto di vista: «non lo ha neanche scritto Berlusconi e noi abbiamo bisogno di verità nella comunicazione politica mentre lui si appropria di cose non sue come il fazzoletto rosso partigiano e poco tempo dopo, in Parlamento, il fazzoletto verde leghista», ha affermato l’intellettuale, evidenziando che il leader si pone a simbolo di qualcosa.
Gad Lerner, in chiusura di serata, è tornato sugli eventi milanesi e ha ricordato l’emozione di vedere Benedetta Tobagi sul palco della manifestazione in piazza Duomo a sostegno di Pisapia, dopo l’attacco che aveva fatto Letizia Moratti su Sky: «L’assassinio di Tobagi è stato usato più volte per esasperare le divisioni della sinistra italiana ed era importante che quel nome tornasse su un palco di sinistra», ha affermato il conduttore dell’Infedele, segnalando anche come i vari Tognoli, Tabacci e Borghini, uniti attorno a Pisapia abbiano dato l’impressione del superamento della spaccatura che c’è stata e dell’apertura di una nuova fase.
Anche Ezio Mauro ha concordato sul fatto che oramai è tempo di unificazione di tutti i riformismi, soffermandosi sul fatto che con quella parola, a sinistra, si è fatto un po’ da paravento perché non è mai stato fatto il rendiconto dell’esperienza comunista. «Milano è stata la capitale spirituale dell’avventura politica berlusconiana, è stata un soggetto attivo e ispiratore e qui c’è stato il primo grande scossone che ha importanza per tutto il Paese», ha sottolineato Mauro, ricordando anche, però, che senza la forza dei partiti non si sarebbe vinto e che «il movimento ha sovrastato l’antipolitica, di cui il capostipite è Bossi che invitava a non votare al Referendum mentre Maroni e Zaia ci andavano». In merito alla questione del leader e alle sue provenienze, Ezio Mauro ha detto che «non è importante da dove viene ma conta dove va».
 

La giunta di Pisapia

Sembrava tutto troppo bello per essere vero: Milano conquistata da Pisapia, la giunta nuova arrivata con tanto di parità di genere e l’avvio di un nuovo percorso per la città, come auspicano i cittadini.
E invece no, qualcuno deve cominciare a pestare i piedi, senza troppi motivi validi.
Chi? Roberto Cornelli il segretario provinciale del Partito Democratico a Milano. Persona importante, rispettabilissimo e apprezzatissimo sindaco a Cormano e anche ottimo docente universitario, esperto di criminologia e problematiche della sicurezza ma che – spiace dirlo – come segretario metropolitano qualche perplessità la suscita.
Gli ottimi risultati ottenuti dal Partito Democratico a Milano a questa tornata elettorale (più per merito di alcuni candidati che non del partito stesso, a dire il vero) avevano fatto accantonare tutti i problemi pregressi e ci si era uniti in una festosa euforia da vittoria che aveva permesso anche di non dare troppo peso ad alcune scelte poco opportune (come quella di non farsi neanche vedere a salutare i propri elettori durante la festa per Pisapia in piazza Duomo il pomeriggio della vittoria per cedere il palco ad altri esponenti di altri partiti), ma evidentemente i dirigenti locali sono recidivi nei loro errori.
A giunta fatta, con tanto di validi assessorati conquistati dagli eletti del Partito Democratico (Majorino al Welfare, Maran alla mobilità e ambiente, Granelli alla sicurezza, Boeri alla cultura con delega sull’Expo) nonché il ruolo di vicesindaco assegnato a Maria Grazia Guida; Roberto Cornelli ha pensato bene di protestare per l’assegnazione di un incarico a Tabacci (Api) appellandosi alle stesse motivazioni dell’Italia dei Valori, ovvero il doppio incarico.
Motivazione giustissima, soltanto che, mentre l’Idv protesta perché pur essendo una lista che ha sostenuto la candidatura di Pisapia non ha avuto nulla (del resto non ha preso neanche molti volti), il Partito Democratico ha avuto molto e questo andare a rompere le scatole è un po’ pretestuoso.

Non che la nuova giunta sia perfetta, alcune scelte suscitano perplessità (non tanto nelle persone che sono indubbiamente tutte meritevoli, quanto nell’assegnazione degli incarichi), ma ha una sua logica di fondo.
Il Pd voleva Boeri vicesindaco scrive Il Giornale. Ipotesi molto probabile, anche in virtù dei tantissimi voti presi da Stefano Boeri, ma Pisapia aveva annunciato subito dopo la sua vittoria di volere una donna come vice (decisione che va tanto di moda) e anche alcune componenti dei democratici, all’inizio, si erano espresse favorevolmente in tal senso. Non è colpa di Pisapia se poi le donne a cui si è rivolto o di cui si è fatto i nomi (Adamo, Pollastrini, Toia) non erano disponibili perché già elette in altri ruoli a cui non avevano intenzione di rinunciare (e il vicesindaco è un ruolo un po’ complesso da gestire con doppio incarico). Pisapia ha fatto la scelta più ovvia, andando a prendere una figura in vista come Maria Grazia Guida, cattolica e quindi in qualche modo in grado di fare da contraltare all’immagine di “uomo di sinistra estrema” che gli hanno attribuito durante la campagna elettorale, e che era in lista con il Pd (anche se certamente di voti non ne ha presi poi moltissimi e non è una figura rappresentativa del Partito Democratico).
In merito a Stefano Boeri, forse tutti si aspettavano Expo o urbanistica, dimenticando che il noto architetto ha perso le primarie anche perché molti non volevano votarlo proprio per il suo conflitto di interessi sull’urbanistica e per le vicende legate all’Expo (di cui è espertissimo e spiace che non possa mettere a frutto a pieno le sue competenze ma un segnale di discontinuità Pisapia, evidentemente, vuol darlo).
Di tutte le altre poltrone democratiche, quella più azzeccata sembra essere quella ottenuta da Pierfrancesco Maran.
Curioso infatti che Marco Granelli, da tempo noto per il suo impegno nel mondo dell’associazionismo e del volontariato cattolico, sia stato messo a gestire la sicurezza (anche se ufficialmente figura come “Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato”… una definizione un po’ surreale, per dirla con un eufemismo). Così come una qualche perplessità l’ha suscitata la sua prima dichiarazione da assessore che, dalle pagine di Repubblica, ha detto di voler valorizzare il ruolo del volontariato: parole giustissime e meritevoli ma forse Granelli non ha ben chiaro che i milanesi, da chi gestisce la sicurezza, si aspettano appunto sicurezza e non altro.
Stessa problematicità per Pier Francesco Majorino al welfare che ha dichiarato a Repubblica “Chiamerò gli artisti”… Viene da chiedersi “a fare che?” dato che il suo ambito è “Politiche sociali e servizi per la salute”.

Però tutte queste scelte non sono state fatte a caso, c’è una logica di Pisapia ben precisa che va al di là dei singoli interessi personali degli assessori (si capiva bene che l’aspirazione di Majorino era la cultura, di Granelli il welfare e di Boeri qualcosa di più) e che tiene conto della necessità di non creare conflitti di interessi. Lo si nota molto bene anche con altri assessori non Pd, che sostanzialmente hanno le stesse situazioni di “poca pratica” con il campo loro affidato. Questo forse rischia di creare qualche problema sulle competenze ma, essendo anche una giunta di persone prevalentemente giovani, si presume che siano più duttili di mentalità e quindi più facilmente ricollocabili nei nuovi ambiti rispetto a ciò di cui si sono sempre occupati.

Così come una scelta precisa del sindaco è stata quella di non farsi incastrare negli equilibrismi dei partiti, rivendicando da subito una sua autonomia. Scelta questa che dovrebbe aver intrapreso intanto mirando ad un’idea di linea politica che intende mettere in atto ma poi anche alla solidità della giunta stessa e al garantire la governabilità (di qui la decisione di coinvolgere il centrista Tabacci, che inizialmente era stata accolta favorevolmente anche dal Pd).

Essendo Cornelli un uomo di “ area Bersani”, lo inviterei a seguire il consiglio del segretario nazionale di non stare a guardarsi l’ombelico o la punta delle scarpe: abbiamo vinto, abbiamo preso tanti voti, abbiamo ottenuto dei buoni assessorati, hanno preso incarichi le persone che per voti e per esperienza potevano prenderli; cerchiamo di far funzionare bene ciò che abbiamo ottenuto e non andiamo a protestare sui giornali per problemi che - per quanto reali - non dipendono da noi.

Questo, ovviamente, non giustifica Tabacci, che in realtà farebbe bene a non sminuire il problema del doppio incarico (come ha fatto nell’intervista a Repubblica di questa mattina) perché sarebbe opportuno che chi è dedito alla cosa pubblica si occupasse di gestirla bene e non di collezionare poltrone, ma l’approccio con cui va affrontato è certamente diverso dalle proteste sulle pagine dei giornali, soprattutto in questo momento.
 

La giunta di Giuliano Pisapia, Sindaco
Partecipate, Innovazione, Risorse umane e organizzazione, Giovani, Agenda digitale, Sistemi informativi, Avvocatura, Facility management, Comunicazione, Sistema di gestione della qualità

Maria Grazia Guida, Vice sindaco
Educazione e Istruzione, Rapporti con il Consiglio comunale, Attuazione del programma

Assessori
Daniela Benelli
: Area metropolitana, Decentramento e municipalità, Servizi civici
Chiara Bisconti: Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero
Stefano Boeri: Cultura, Expo, Moda, Design
Lucia Castellano: Casa, Demanio, Lavori pubblici
Franco D'Alfonso: Commercio, Attività produttive, Turismo, Marketing territoriale
Lucia De Cesaris: Urbanistica, Edilizia privata
Marco Granelli: Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato
Pierfrancesco Majorino: Politiche sociali e servizi per la salute
Pierfrancesco Maran: Mobilità, Ambiente, Arredo urbano, Verde
Bruno Tabacci: Bilancio, Patrimonio, Tributi
Cristina Tajani: Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca
 

Organi di Garanzia
Valerio Onida:
Autorità per le Garanzie civiche (partecipazione e trasparenza). Si avvarrà della collaborazione dell’Avv. Umberto Ambrosoli

Piero Bassetti: Consulta per l’internazionalizzazione del Sistema Milano

Analisi dei ballottaggi

Giuliano Pisapia è stato eletto sindaco di Milano con un consenso del 55,1% (contro il 44,9% di Letizia Moratti).
Qui le percentuali di voto nelle 9 zone di Milano>>>

Alcune analisi dei risultati elettorali:
-Il risveglio degli astensionisti - Paolo Natale (Europa)
- Così Bossi e Berlusconi hanno perso il voto del Nord - Marco Catelnuovo (La Stampa) -pdf
- La Lega "partito" non incanta più - Giovanni Cerruti (La Stampa)
- Se tramonta il mito del Nord Padano - Ilvo Diamanti (Repubblica) - pdf
- Fedeltà al candidato e mobilitazione. Così le città hanno virato a sinistra - Renato Mannheimer (Corriere della Sera) - pdf

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