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Sala, Expo, Milano, il PD, Pisapia e i suoi amici

Chiunque abbia potuto ascoltare Giuseppe Sala ospite in TV a “Di Martedì” non può non aver notato quanto il Commissario Straordinario di Expo 2015 abbia ampiamente dimostrato di essere presente e chiaro su tutte le questioni che gli sono state poste.
In merito alle domande/provocazioni del giornalista Barbacetto che contestava le cifre numeriche del successo di Expo (soldi spesi, biglietti venduti, sconti, bilancio), Sala ha risposto per le rime in modo preciso perché dell’evento che ha curato sa tutto e non ha mancato di dare anche una lezione di stile affermando che “Ora si dovranno chiudere i bilanci e si vedranno le cifre ma dovrei comunicarle prima al CDA che ai giornali, quando avremo finito anche Barbacetto le potrà avere come tutti” e di far notare l’inutilità e la stucchevolezza delle argomentazioni del giornalista del Fatto Quotidiano in quanto "Expo è andato bene ma Barbacetto non l'accetta".
E qui sta anche una delle questioni che aleggiano intorno ad Expo, ad opera di grillini, disfattisti, personaggi della sinistra radicale, amici di Pisapia e no-Expo vari che cercano costantemente di sminuire il successo di Expo basandosi su dati numerici veri o inventati, come se il successo della manifestazione dipendesse solo da quello. Si tratta di soggetti rimasti contro Expo a prescindere e che si appellano a dati presunti senza capire che Expo sarebbe comunque un successo, anche se non ci fossero i numeri che, comunque, ci sono.
A dimostrare il successo di Expo è il grande afflusso dei visitatori accorsi negli ultimi mesi di manifestazione e non solo perché il prezzo dei biglietti è sceso - che, come ha fatto notare Sala, è stata una scelta che ha consentito anche a persone non economicamente facoltose di poter vedere l’Esposizione Universale - ma perché tutti volevano andarci per vederla, per partecipare a questo grande evento con dentro il mondo.
Expo, per i visitatori e i turisti è stato questo: un grande evento con dentro delle bellissime attrazioni realizzate con sistemi tecnologici avanzati per proporre contenuti interessanti in forme spettacolari; esserci voleva dire essere al centro di un evento mondiale con la possibilità di incontrare persone provenienti da ogni parte del mondo ma anche partecipare ad una festa collettiva per la riuscita dell’Italia e degli italiani ad aver realizzato tutto ciò, nonostante le moltissime difficoltà iniziali e nonostante i problemi ormai strutturali che si registrano nel nostro Paese nel fare qualunque cosa.
Expo, poi, per imprenditori, studenti, ricercatori, istituzioni è stato un luogo di incontro e confronto con i referenti degli altri Paesi, un’occasione importante per stringere relazioni e partnership, per creare business e approfondire scelte economiche, politiche di cooperazione e sviluppo e tecniche relative al tema oggetto della manifestazione. Per molti altri, Expo è stata anche una buona occasione di lavoro e di fare un’esperienza all’interno di un contesto internazionale.
Complessivamente, quindi, al di là dei singoli numeri, è evidente che Expo già di per sé è stato un successo.

In questo si inserisce anche un pezzo della discussione politica. Qualche giorno fa Mariastella Gelmini ha accusato il PD di volersi intestare Expo e il suo successo. In realtà, il dato di fatto è che il PD (o almeno la “maggioranza” del partito) alla manifestazione ci ha creduto e l’ha sostenuta mentre gli altri partiti si sono letteralmente dileguati. Non è pervenuta alcuna dichiarazione di sostegno ad Expo dal centrodestra durante i sei mesi dell’evento e lo stesso Maroni, che in conclusione della manifestazione era sul palco a gongolarsi per l’esito riuscito, in realtà durante tutto il percorso che ha portato alla realizzazione dell’Esposizione Universale e anche mentre questa era in corso ha sempre rilasciato dichiarazioni altalenanti e più spesso portatrici di richieste al Governo per sopperire ad alcuni suoi dubbi che non di sostegno a quanto si stava svolgendo. 
Così come sul tema di Expo c’è un problema politico a sinistra: la sinistra radicale è rimasta in prevalenza no-Expo: gli “amici” e i supporter di Pisapia a partire da Paolo Limonta sono rimasti di quell’idea a prescindere da tutto ciò che è avvenuto in questi mesi, come se non avessero visto le code dei visitatori, i loro sorrisi, la loro voglia di esserci e i cambiamenti positivi che sono derivati anche alla città dalla manifestazione e dall’afflusso di visitatori. È il “pezzo” dei no-Expo, no-canal (e su questo qualche ragione l’avevano), no-metro perché ci sono gli alberi, no-global, no-infrastrutture e no tutto. È un pezzo minoritario ma molto rumoroso e che, evidentemente, qualche copertura altolocata ce l’ha e lo si è visto nel giorno di “Nessuno tocchi Milano”. Quando il PD ha indetto la manifestazione per consentire ai milanesi di riappropriarsi della città devastata dai black blok presenti nel corteo no-Expo del 1 maggio, regalando poi di fatto tutta la scena a Pisapia, purtroppo, il palco improvvisato alla Darsena è stato letteralmente monopolizzato dai no-Expo (a partire da Limonta, Cirri e Bisio) che non hanno avuto neanche una parola di scusa per quanto avvenuto il giorno prima come se nessuno avesse idea che in quel corteo avrebbero potuto accadere dei disordini e che hanno serenamente continuato a ribadire il loro no-Expo anche in quel contesto, di fronte al quasi silente Pisapia.
Pisapia in questo qualche responsabilità ce l’ha e anche consistente.
È evidente che Pisapia si trova imbrigliato dai suoi sostenitori così connotati e per mantenere il suo personale sostegno gioca un ruolo silente e non esposto, incurante del danno che sta provocando al PD e a tutta la partita per le elezioni 2016.
I giornalisti ci provano a sondare il terreno, a vedere se Pisapia si sbilancia a favore di qualche candidatura alle primarie o se ha qualche linea da esprimere e il sindaco, come un mantra, si limita a ripetere soltanto “primarie”. Come se non capisse che queste rischiano di aggravare i problemi invece che risolverli.
Ma cosa potrebbe mai dire di altro Pisapia?
È evidente che un personaggio così fortemente ancorato al mondo no-Expo non può certo sbilanciarsi per un sostegno alla candidatura a sindaco dell’uomo simbolo di Expo: sarebbe come scaricare tutto il suo mondo di riferimento e delegittimarlo.
Così come gli fa comodo non assumere alcuna altra posizione perché il problema ce l’ha in casa lui e ce l’ha perché un pezzo dei suoi sostenitori (SEL) è già schierato con l’assessore Majorino, in corsa per le primarie, un pezzo (Rifondazione ma anche Civati) non vuol più saperne di allearsi con il PD, un pezzo (Arancioni o ex tali, civici) vorrebbero piazzare un loro candidato per piantare una bandierina e far vedere che contano qualcosa. Ecco quindi, che il sindaco in carica, in mezzo a questo marasma, non ha il coraggio di metterci la faccia per rompere questo teatrino stucchevole e dettare una linea perché farlo gli provocherebbe la perdita di consenso personale, così gioca a fare l’equilibrista scaricando al PD i problemi che sono prevalentemente in casa sua.
Così come responsabilità sua è stato lo scatenarsi di questa dinamiche perché, quando ha avuto la geniale idea di annunciare la sua non ricandidatura ad un anno di distanza dalle elezioni, intanto ha fatto passare il messaggio che la città fosse già senza guida e poi gli assessori hanno rotto le righe andando ognuno per conto suo.

A proposito delle primarie, però, tornando a Giuseppe Sala e alla sua partecipazione a “Di Martedì”, ha risposto in modo secco e preciso anche su questo: "Dipende quali. Partiamo dalle idee. E poi primarie cosa vuol dire? Con quali regole? Qual è la platea elettorale di riferimento i milanesi, la città metropolitana o altro?".
Tradotto, quello di Sala non è un no a sottoporsi alle primarie ma è una richiesta – giusta – a chi continua a nominarle di fare chiarezza sulle regole di partecipazione, anche al fine di valutare se, in quel conteso, una sua candidatura ha un senso.
E proprio sull’ipotesi di candidatura a Sindaco, Sala ha chiarito immediatamente che è stato il PD a cercarlo e che sulla base di questo ha avviato delle riflessioni: “Il Pd è il mio partito di riferimento. Personalmente ho sempre pensato che certi ruoli dovessero giocarseli innanzitutto i politici, se loro ritengono di avere un politico adatto al ruolo e alla situazione e che possa vincere, va bene e siamo contenti. Non cerco una poltrona”. Tradotto: Sala ha esplicitato che se la sua candidatura serve, lui sarebbe disponibile, ovviamente chiarendo le condizioni dette sopra in relazione alle primarie e anche al fatto che “io resto me stesso, non mi voglio snaturare”, come ha affermato subito dopo per chiarire meglio.
Insomma, niente di strano o di scandaloso – come invece vorrebbero far apparire le tifoserie degli altri candidati in campo – ma sono solo le normali verifiche che farebbe chiunque prima di accettare di mettersi in gioco in una sfida del genere.

A proposito delle tifoserie, già da tempo si sono scatenate contro Sala: dentro al PD le acrimonie maggiori arrivano da Majorino e i suoi supporters, ma anche gli altri non scherzano.

La consigliera comunale Elena Buscemi – che di recente si è messa a inviare newsletter agli iscritti PD milanesi (e non si è mai capito dove e da chi abbia avuto gli indirizzi, visto che la gestione attuale Federazione nega di averglieli forniti e lei è di Sinistra Dem) – nell’ultima comunicazione ha addirittura costruito un sondaggio con domande in cui descriveva Sala come uomo insito alla destra e ne ricordava il suo passato di direttore generale del Comune di Milano sotto la giunta Moratti per poi chiedere al pubblico che l’ha ricevuta di esprimere un parere sull’eventuale candidatura. E cosa mai sarà potuto uscire da un sondaggio così costruito?

Più in generale, i supporters di Majorino non accettano la candidatura di Sala in quanto “uomo voluto da Renzi”, “catapultato da Roma”, “non espressione dei territori”. E qui ci sono un po’ di punti da precisare: innanzitutto questa idea che serpeggia di fondo sul nome di Renzi usato come se fosse un estraneo che non ha diritto di metter becco sulle questioni politiche del PD di cui è Segretario nazionale è oggettivamente fuori luogo. Renzi è il Segretario e come tale ha diritto/dovere di occuparsi del suo partito e, soprattutto, di dirigerlo, anche perché, come si è visto in seguito ai risultati delle elezioni regionali, quando poi le cose non vanno bene, le prime accuse vengono dirette a lui e non ai dirigenti locali. Non ci sarebbe, quindi, nulla di strano se Renzi volesse occuparsi anche di alcune situazioni locali, a maggior ragione se sono ritenute strategiche come lo sono le elezioni milanesi. Caso mai, il punto è quanto Renzi conosca i territori (quelli veri non quelli immaginari nelle menti dei militanti del PD) e quanto abbia dirigenti locali validi su cui appoggiarsi per affinché gestiscano le cose in modo da ottenere risultati senza che debba occuparsi lui direttamente di questioni che, oggettivamente, faticherebbe a seguire.
Secondariamente, dire che “Sala è l’uomo voluto da Renzi” è un po’ impreciso: il punto non è che a Renzi piace Sala e si è fissato che vuole quel candidato per forza, o meglio, magari a Renzi piace anche Sala in quanto tale, ma pensa a lui e vorrebbe candidarlo in quanto pensa che il suo nome sia quello giusto su cui puntare per vincere le elezioni a Milano, forte del successo di Expo e dell’immagine innovativa e moderna che si porta dietro, in linea con le trasformazioni positive che la città ha avuto negli ultimi anni e che devono essere maggiormente valorizzate. Se all’inizio di Expo su tutto ciò potevano esserci dei dubbi, dopo il successo della manifestazione, con la gente che accorreva da ogni parte e si metteva pazientemente in coda pur di poter vedere un po’di quel mondo, con il manager fermato dalla folla in cerca di autografi e foto, con il suo nome ormai popolare sui media e tra la gente è difficile pensare che non sia così. Questo non significa che il resto non esiste: c’è una gran parte di Milano che non è Expo, che non lo ha visto e non si è neanche interessata a cosa fosse e che magari vive anche problemi che vanno affrontati ma non c’è dubbio che è meglio affrontare la situazione partendo dall’accentuazione di un punto di forza e di valore per poi costruire il resto che non partire da zero.

Non la pensa così qualcuno dell’entourage di Stefano Boeri che, invece, su facebook rilancia sui contenuti concreti: “Mi pare di capire che Sala sarà il candidato a Milano, in caso di conferma va detto che non avrà vita facile prendere voti in periferia non è come organizzare mega eventi. La città richiede attenzione e ampiezza...”. Commento corretto, peccato che si dimentichi un particolare: Stefano Boeri cadde per lo stesso errore. Quando si presentò alle primarie contro Pisapia, Boeri venne portato in giro dal PD un po’ ovunque ma il suo discorso era standard, sia che si trovasse di fronte ad una platea di salotti, che di uomini d’affari del centro, che dei poveri derelitti abitanti di case popolari che letteralmente crollavano e crollano tutt’ora a pezzi. Boeri ogni volta parlava di grattacieli, di Expo (la sua, diversa da quella poi realizzata da Sala), di progetti moderni e importanti e di un mondo bellissimo che da certe periferie allora era lontano anni luce. Fa piacere sapere che adesso Boeri sta girando quelle stesse periferie, accompagnato dai suoi supporters, chissà che magari si accorga della necessità di cambiare taglio di alcuni discorsi in alcuni luoghi.

I supporters di Fiano, invece, sono nel pallone, spaesati, non capiscono o non vogliono capire e non si danno pace perché hanno buttato il loro candidato in mezzo alla corrida e adesso che si è capito che l’uomo su cui puntare potrebbe essere un altro, che oltretutto a Renzi piace (non perché gli piaccia in sé ma perché è convinto che, anche rispetto ad altre ipotesi, possa essere davvero quello vincente per le elezioni), sono in crisi mistica e non sanno più a cosa arrampicarsi e invocano comunque “primarie” perché un po’ ci credono nel valore dello strumento (in quanto dovrebbe essere garanzia di “partito aperto”), un po’ perché qualcuno ambisce ad usarle per piazzare se stesso e un po’ perché ormai sono state talmente tanto annunciate che non si possono disattendere.
L’argomentazione principale dei “fianisti” è che “Sala è l’uomo dei poteri forti” (non vedendo che caso mai è il PD che, purtroppo, ha uomini deboli), mischiando ciò ad un improvviso orgoglio di partito che in quanto tale deve esprimere un candidato proprio.
La candidatura di Fiano, infatti, è maturata dopo il trionfo del PD alle elezioni europee con il 40% e, da qui, l’idea che si potesse puntare sulla propria forza interna, magari vivendo del riflesso del successo di Renzi, ovviamente candidando un renziano. Purtroppo, qualche tempo dopo i numeri delle elezioni regionali hanno mostrato che il quadro era già ampiamente cambiato ma, evidentemente, chi ha voluto lanciare Fiano nell’arena non se n’era accorto o non ha dato importanza alla cosa.
Emanuele Fiano, invece, un po’ deve aver capito che aria tirava attorno all’ipotesi della sua candidatura e ha sempre messo le “mani avanti”, dicendo in ogni occasione che lui sarebbe stato in campo ma che se si fossero profilate altre ipotesi su cui tutti avrebbero potuto convergere (compreso il ritorno di Pisapia), sarebbe stato disposto a farsi da parte. Nei giorni scorsi, quando questa ipotesi è diventata più concreta per l’avvento di Sala, però, Fiano deve averci ripensato e si è affrettato a dire: "Io sono sempre stato e sono un uomo di squadra. Se ci sarà una strategia comune io ci sarò ma non vedo ad oggi una strategia comune. Una strategia condivisa ci deve essere e deve essere spiegata". La domanda che sorge spontanea sarebbe: ma cosa devono spiegare, ancora? Non è già abbastanza chiaro chi è l’uomo che aggrega tutti e qual è la strategia vincente? In realtà, Fiano ha capito benissimo perché non è certo stupido e, traducendo la dichiarazione si capisce che sta solo alzando il prezzo del suo ritiro perché non è certo scemo da ritirarsi dalla corsa in cui ha messo la faccia (e in cui ha lavorato, costruendo un gruppo attorno a sé, aggregando soggetti di estrazione diversa, cercando di allargare consenso) senza avere nulla in cambio.
In realtà verrebbe da rispondergli chi mai gli ha chiesto di candidarsi quando l’ordine della Federazione Milanese era di stare tutti fermi in attesa di regole e programma ma quell’ordine è stato comunque disatteso da tutti.

Più simpatico su Sala, ultimamente, è stato Pierfrancesco Majorino che, da mesi, va avanti a ripetere tutti i giorni “primarie” senza mai aggiungere un contenuto che sia uno alla sua candidatura (ma in parte si trova imbrigliato perché è ancora assessore in carica e deve occuparsi di svolgere il suo ruolo più che della campagna elettorale. Majorino ha ironizzato su facebook “Nessuno salti la fila. Se va bene per il padiglione del Giappone, varrà pure per le Primarie del centrosinistra, no?”. Un modo spiritoso per chiedere, appunto, “primarie” e evitare che il candidato Sala si mangi tutti e le faccia saltare, non accorgendosi però che – anche solo con quanto affermato a “Di Martedì – Sala è già più avanti di tutti da un pezzo su ogni fronte e sono loro a doverlo rincorrere se non vogliono sfigurare e, magari, se oltre a “primarie” dicessero anche per quali progetti per la città e per i cittadini potrebbero anche risultare più interessanti e meno autoreferenziali per chi li legge.
Sì, perché Giuseppe Sala, in quei pochi minuti di trasmissione a “Di Martedì” ha parlato anche di Milano e delle sue trasformazioni, rese possibili dal tessuto sociale della città, delle intelligenze, le università, l'imprenditoria... Insomma, Sala è sembrato molto più "sul pezzo" di tanti altri ed è stato anche molto più incisivo pur essendo intervenuto su queste questioni da poco e meno di altri ma, decisamente, in modo azzeccato.

Le settimane che ci separano dall’appuntamento elettorale, comunque, sono ancora tante e ne vedremo delle belle.

Leopolda

Oggi il PD è alla ??Leopolda5?. Il PD quello nuovo, quello che ha preso il 40% alle elezioni, quello aperto che si confronta con i cittadini e non ha paura di avvicinare i mondi più diversi. Il PD che cerca di cambiare se stesso per rimettersi in linea con la società italiana e riuscire poi a cambiare il Paese. Il PD che guarda al futuro e cerca di costruirlo a partire dalla realtà delle cose. Mi spiace per chi non lo ha capito e si è messo ad organizzare qualcosa contro e mi spiace anche per chi lo ha capito ma ha perso il treno per parteciparvi: alla Leopolda in questi giorni si ricostruisce il PD per far fronte alle sfide future.

Gli 80 euro

Quando Renzi ha annunciato che ci sarebbero state 80 euro in più in busta paga per i lavoratori dipendenti sotto un certo reddito, tutti hanno montato un casino pazzesco perché contestavano il fatto che quei soldi venivano dati solo ad una cerchia ristretta di persone, escludendone tante altre (dimenticando che non si trattava di un aumento di stipendio ma di una riduzione dell'IRAP).
Ora che Renzi annuncia che - in forma di detrazione - ci saranno gli 80 euro anche per le mamme entro un certo reddito, lo si contesta perché sarebbero meglio altre misure di aiuto.
A me fa piacere vivere in una nazione in cui ci sono così tanti esperti di economia che potrebbero prendere il posto dei Ministri in carica e mi spiace per loro che sono così poco considerati dai nostri governanti, perché se fosse stato per loro di sicuro avremmo già salvato l'Italia dalla crisi economica, risolto il problema della disoccupazione e magari anche quello della fame nel mondo.
(Una delle contestazioni più carine che ho sentito è che questa è una mossa per far contenti i cattolici perché si incentivano le famiglie a fare figli... come se 80 euro fossero sufficienti a mantenere un figlio).
Io mi limito a valutare le misure che i governi propongono per quello che sono e penso che una persona a cui viene data la possibilità di avere un po' di soldi in più, in tempi difficili come questi, è molto più contenta (fatti suoi se poi vuole spenderli o preferisce tenerli per altre esigenze).
Per anni, non abbiamo fatto altro che parlare di nuove tasse e siamo tutti devastati da una pressione fiscale ormai insostenibile, adesso abbiamo un governo fa delle manovre per lasciarci più soldi in tasca e non va bene lo stesso.
(p.s.: Gli asili nido di solito sono comunali)

Renzi e il PD

C'è una cosa che veramente mi fa arrabbiare. Matteo Renzi ha portato il PD a vincere le elezioni con il 40,8% che, - al netto dell'astensionismo alto - resta una cifra mai vista e che probabilmente non rivedremo (a meno che non si passi al bipartitismo). Cito Matteo Renzi non per simpatia (a me non è simpatico per nulla) ma perché credo che il merito di questo grande risultato gli vada riconosciuto. Renzi è stato il fattore innovazione che ha suscitato attenzione e speranza negli italiani. In molti sono venuti a votare dicendoci che votavano PD perché era il partito di Renzi, che piaceva lui e volevano dargli forza affinché portasse avanti i cambiamenti annunciati. Renzi ha portato a votare per il PD anche tutti quei ceti produttivi che da anni non riuscivamo più ad intercettare e questa volta hanno scelto noi perché le risposte e le promesse di Renzi erano in linea con le loro richieste e con le nuove esigenze della società che da tempo si è nettamente trasformata. 
Ora, lasciando perdere le tematiche istituzionali (di cui probabilmente alla maggioranza dei cittadini importerà poco o nulla), Renzi sembra aver annunciato che strada intende assumere su temi economici e del lavoro e sono i temi per cui la maggioranza di quel 40% ha votato il PD alle elezioni e la maggioranza del 68% ha votato Renzi alle primarie del PD. 
Questo non vuol dire che tutti debbano necessariamente essere d'accordo con la visione che Renzi propone ma che una parte del PD (di cui Renzi è espressione e segretario eletto con il 68%) si metta a fargli la guerra, con l'implicazione che poi ci si costringa a fare accordi con Berlusconi per avere i voti che in Parlamento che altrimenti mancherebbero è una vergogna. E' una vergogna che un partito faccia di tutto per mantenere un congresso permanente nonostante un risultato così netto e così ampiamente confermato. Ed è una vergogna che chi ha fallito per anni perdendo tempo e occasioni e proponendo visioni già allora distanti dalla realtà e lontane dalle richieste dei cittadini (perché se non votavano il centrosinistra era perché le proposte presentate non convincevano e non per altri strani motivi) ora salti fuori a dare lezioni all'unico che ha saputo vincere e interpretare le nuove richieste della società. 
Adesso è ora che il PD smetta con i congressi permanenti, con i posizionamenti interni di cui ai cittadini non interessa nulla e che non producono altro che un allontanamento degli elettori. Discuta se serve farlo (nelle opportune sedi) ma poi trovi la sintesi perché è ora che il PD lavori unito e si compatti attorno a delle proposte che devono essere portate avanti da tutti e devono confrontarsi con la società reale di oggi e non con quella di ieri o con quella che ci piacerebbe ma non esiste.

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permalink | inviato da dianacomari il 20/9/2014 alle 13:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Il nuovo PD emerso all'Assemblea Nazionale

Ciò che mi ha colpita dell'Assemblea Nazionale del PD di oggi (ma che cominciava già a delinearsi dalle ultime Direzioni Nazionali) è che quello che abbiamo visto e ascoltato è il nuovo PD. Assenti o silenti, lontani da telecamere e microfoni quasi tutti i cosiddetti "big" del partito. 
Da un po' di tempo, il palco di Direzione e Assemblea non è più solo dei soliti noti ma hanno cominciato ad affacciarvisi anche volti nuovi nello scenario nazionale e più legati ai gruppi dirigenti dei territori. 
Oggi questo è stato ancora più evidente: c'è una nuova classe dirigente che è emersa con forza, ci sono altre persone che hanno cominciato ad affermarsi sulla scena nazionale e si è anche visto un forte ricambio generazionale (giovani i ministri come Marianna Madia, giovani i componenti della segreteria, giovani anche i leader di "corrente" che hanno cominciato ad affrancarsi da legami ingombranti per ritagliarsi posizioni diverse come Orfini) e molti dirigenti locali che hanno cominciato ad avere una certa riconoscibilità e un certo peso (ad esempio Richetti). Credo che questo, al di là delle idee e delle posizioni politiche che ciascuno esprime, sia un dato molto positivo.
L'altro dato che ho notato oggi - e che, invece, mi è piaciuto poco - è la gran confusione tra azioni del governo (più volte citate da Renzi e in tutto l'intervento della Madia) e il partito: credo che l'Assemblea Nazionale non sia il luogo per una conferenza stampa sulle scelte del governo, ma il luogo per una riflessione sul partito e caso mai una valutazione sui percorsi politici da intraprendere o già intrapresi anche come governo (in questo, ad esempio, ho apprezzato l'analisi di Fassino che ha saputo tenere insieme i due elementi senza fare confusione dei piani o di Franco Mirabelli che ha discusso del voto e delle vicende del Senato).
Nel complesso, mi è parsa una discussione positiva (pur nelle divergenze anche forti che si sono manifestate) e utile anche a dirimere un po' di vicende che sono esplose negli ultimi giorni e con un Segretario che si è confermato proiettato sul futuro, propositivo e determinato a raggiungere importanti obiettivi e a farlo con una squadra unita e consapevole della responsabilità che il risultato elettorale ha consegnato al PD.
Qui i video di tutti gli interventi che si sono svolti in Assemblea Nazionale»

I meriti del trionfo del PD

I meriti del trionfo del PD alle elezioni vanno Matteo Renzi e a Beppe Grillo
Grillo, con la sua campagna elettorale spaventosa - passata per Hitler, la lupara bianca, i processi online e la pubblica gogna fino a buttare in mezzo a tutto questo Enrico Berlinguer - è riuscito in due imprese: 1) far arrabbiare tantissimo le persone di sinistra (che pure inizialmente guardavano a lui per protesta), 2) spaventare tutti gli italiani che hanno così deciso con forza di fargli perdere le elezioni (ai mercati ce lo hanno detto in tanti che sarebbero venuti a votare per fermare Grillo e che, per questo, avevano scelto Renzi).
Renzi è stato il fattore innovazione che ha suscitato attenzione e speranza negli italiani. In molti sono venuti a votare dicendoci che votavano per lui, che piaceva lui e volevano dargli forza affinché portasse avanti i cambiamenti annunciati.
Renzi rappresenta molto della società italiana di oggi e le sue risposte sono in linea con le richieste che arrivano da più parti.
I nostri volantini, la nostra presenza, i nostri discorsi non sarebbero mai stati sufficienti per arrivare ad un risultato elettorale così consistente senza questi due fattori. 
Tutti al PD hanno fatto molto ma devono saperlo che le persone in strada ci chiedevano di Renzi e non del resto. Renzi è stato bravissimo in questa campagna elettorale e anche nei commenti post-voto a valorizzare tutto il PD, adesso è ora che il PD smetta con i congressi permanenti, con le lotte interne di potere (che pure si sono viste in questi giorni, in cui le preferenze sono state usate per contarsi) e che si decida a diventare un grande partito capace di rappresentare quei milioni di cittadini che hanno votato e guardano con fiducia alla nostra parte politica. 
Il cambiamento, con queste elezioni, è cominciato per davvero.

Pensionati e Precari

Poco fa alla Tv 7Gold, senatore Franco Mirabelli ha spiegato (per quanti non se ne fossero accorti) che Renzi di pensioni non ha parlato e l'argomento non è scritto da nessuna parte del decreto presentato e, anziché perdersi in elucubrazioni inutili, sarebbe meglio attenersi a commentare le cose annunciate. "In questa legislatura, con il Governo Letta, è stato già fatto un adeguamento delle pensioni fino ai 3.000 euro. L'Italia - ha ricordato Mirabelli ai pensionati che telefonavano in trasmissione - ha garantito per molto tempo a tante persone di andare in pensione e di andarci bene e, forse, oggi tutto questo non si riesce più a farlo per i giovani. Oggi, nel nostro Paese, le pensioni spesso svolgono una funzione di welfare e, se si cambia questo meccanismo, dando più soldi alle famiglie, probabilmente si riesce ad alleggerire i pensionati da questo peso. Anche per questo è utile essere partiti dal tema del lavoro dipendente e dall'idea di lasciare più soldi in tasca alle famiglie per alimentare i consumi: le risorse non sono infinite e, nel contesto in cui ci troviamo, è giusto darsi delle priorità".
Sul tema del precariato, Mirabelli ha spiegato che oggi il punto è creare lavoro e aumentare le assunzioni: perché si possano stabilizzare i precari bisogna che prima si creino posti di lavoro e il decreto di Renzi ha questo obiettivo.
Con la riforma Fornero - ha ricordato Mirabelli - accadeva che dopo un contratto a termine occorreva una pausa di diversi mesi prima che questo potesse essere rinnovato e, dopo il terzo rinnovo, o l'azienda assumeva in modo stabile il lavoratore o lo lasciava a casa. Prima della legge Fornero, il contratto a progetto non poteva essere rinnovato per più di due anni, anche in questo caso l'azienda poteva scegliere se assumere il lavoratore o lasciarlo a casa. Per risolvere il problema delle troppe modalità contrattuali, la proposta di Renzi va verso il contratto unico.

 
Per quelli che non se ne sono accorti, segnalo che di fatto, il più delle volte accadeva che l'azienda modificava il progetto scritto nel contratto e si teneva precariamente il lavoratore fregandosene della legge oppure sostituiva il lavoratore o si avvaleva di stagisti a rotazione. I contratti a progetto sono una realtà da tempo. Fingere di non vederli è ipocrita. Cercare di regolarli ci hanno provato in tanti senza sortire alcun effetto. Cerchiamo di essere concreti invece di parlare a vanvera o di far finta di cadere dalle nuvole.

p.s.: A proposito di pensioni, io sono una di quelle che la pensione non l'avrà mai e sentire pensionati che si lamentano, spesso con pensioni alte e non strettamente legate ai contributi che hanno versato, fa incazzare parecchio.

Le ragioni della nascita del governo Renzi spiegate ai circoli

Tre giorni in giro per i circoli del PD ad ascoltare il senatore Franco Mirabelli, tra assemblee di iscritti agitati per quanto avvenuto tra Renzi e Letta con l’avvicendamento al governo e bisognosi di capire come sia potuto accadere che ancora una volta i leader del centrosinistra finiscano per mangiare se stessi.
Tre giorni di incontri molto partecipati, in cui tanti hanno voluto intervenire per esprimere la propria opinione sulla fase che è in corso e per porre domande al senatore Mirabelli che, come tanti altri suoi colleghi, si è trovato nella difficile situazione di provare a far comprendere le ragioni di una scelta non semplice da digerire per una base del partito forse ancora troppo legata a schemi di un passato che non c’è più e che fatica ad orientarsi nel brusco cambiamento di stile e di velocità decisionale impresso dal nuovo Segretario del PD. «Siamo dentro ad un passaggio politico molto complicato – ha esordito Mirabelli ad ogni incontro – e aspettiamo di vedere i risultati prima di esprimere giudizi troppo netti. È sbagliato ridurre tutta la vicenda di questi giorni all’aver “fatto fuori Letta”: indubbiamente Letta è stato trattato male ma ci sono delle ragioni politiche dietro al nuovo scenario che si è creato».
Secondo Mirabelli, ci trovavamo oramai in una situazione in cui si rischiava l’immobilismo: «Dobbiamo riconoscenza a Letta per gli 8 mesi di governo e gli dobbiamo anche qualche scusa ma non solo per l’ultima fase. Avremmo dovuto lavorare per valorizzare un po’ di più i risultati positivi che comunque almeno fino a dicembre il Governo Letta ha ottenuto e che oggi si trasferiscono sui numeri, come ad esempio il fatto che l’economia è tornata ad aumentare dopo 9 trimestri in cui scendeva, lo spread è stabile sotto i 200 punti; c’è un merito se ci sono 20 miliardi di giro d’affari prodotti dal decreto legge sul bonus ambientale, se è stato approvato un decreto che da qui al 2017 abolisce il finanziamento pubblico ai partiti. Questi sono risultati dell’azione del Governo Letta e vanno riconosciuti, mentre noi, invece, siamo stati un po’ timidi su queste cose». «Tuttavia, - ha spiegato Mirabelli - da un po’ di tempo la spinta propulsiva del governo si era fermata: dopo l’approvazione della Legge di Stabilità si è registrato un calo di consensi molto forte, lo dicevano i sondaggi ma anche le parti politiche e sociali. Una parte della maggioranza e anche una parte della società italiana aveva smesso di investire sul governo (si ricordino le critiche arrivate dai sindacati e da Confindustria)».
L’azione di governo nel rispondere alle esigenze dei cittadini italiani, dunque, era ritenuta troppo lenta e poco incisiva, per questo, secondo Mirabelli, tutti hanno ritenuto opportuno che si avviasse una nuova fase e tutti hanno chiesto l’impegno diretto del Segretario del PD, a cominciare dalla minoranza interna (che ha spinto affinché la Direzione Nazionale del partito anticipasse la discussione sul rapporto tra partito e governo e si arrivasse ad un chiarimento e ha votato il documento proposto dal Segretario) e sulla stessa linea si sono registrate le dichiarazioni di Alfano e di Scelta Civica.
Mirabelli ha ricordato, quindi, le ragioni per cui all’inizio della legislatura, in seguito al risultato elettorale con cui si è registrato che il 30% circa dei cittadini italiani non è andato a votare e il 25% dei cittadini italiani ha scelto di votare un partito antisistema, si era stati costretti a dare vita ad un governo di larghe intese presieduto da Letta: «C’è un problema democratico in questo Paese e, se noi non siamo capaci di fare le riforme in questa legislatura, il prossimo passaggio potrebbe essere molto pericoloso per la democrazia italiana. Oggi c’è un problema di credibilità della politica e di credibilità delle istituzioni. – ha sottolineato il senatore – e se tornassimo a votare anche con una legge elettorale diversa ma per lo stesso numero di parlamentari e ancora con il bicameralismo, la politica non avrebbe la credibilità che deve invece recuperare. Il problema non è il PD o Renzi, il problema è il Paese, la democrazia e le istituzioni di questo Paese. Se vogliamo ridare credibilità alla politica, abbiamo bisogno di fare delle riforme. Anche Letta, come Renzi oggi, non ha avuto l’investitura popolare, però siamo ancora in un Paese in cui il Presidente del Consiglio lo elegge il Parlamento. Sarebbe meglio avere elezioni in cui i cittadini scelgono chiaramente chi vogliono fare leader, però, sappiamo tutti che se si andasse a votare - in particolare adesso, dopo che c’è stata la sentenza della Corte Costituzionale - avremmo un sistema proporzionale che ci riconsegnerebbe un quadro di ingovernabilità e costringerebbe nuovamente alle larghe intese e, quindi, tutt’altro rispetto alla scelta di chi deve governare il Paese. Per questo, trovo assurda questa idea di andare a votare e di dire che in Italia non si vota mai: abbiamo votato un anno fa e i cittadini, se li si porta a votare una volta all’anno, si disaffezionano alla democrazia».
Questo è il quadro del percorso in cui si inserisce anche quest’ultimo passaggio: il governo Letta rischiava di rimanere imbrigliato e immobile e, quindi, di non riuscire più a portare a casa le riforme per le quali si era deciso di formarlo. Tornare al voto senza aver fatto le riforme promesse avrebbe significato la perdita di credibilità definitiva per la politica e, di fatto, si sarebbe consegnato il Paese alle forze antisistema e populiste. Per evitare tutto questo, per ridare forza alla spinta riformatrice di cui l’Italia ha bisogno, il PD ha compiuto la scelta più difficile e più rischiosa, che è quella di giocare tutto se stesso e il suo Segretario per dare vita ad un nuovo governo che avesse anche la capacità di cambiare i ritmi, di fare delle cose anche sulle questioni politiche e sociali per dare risposte ai cittadini e allo stesso tempo lanciare un messaggio di innovazione e cambiamento.
Questo è il senso dell’operazione che è stata fatta e ora, afferma il senatore Mirabelli, va sostenuto convintamente dal Partito Democratico: «Abbiamo bisogno di un partito che investa consapevolmente su questa fase, perché questa è l’ultima spiaggia non per noi del PD, ma per costruire un processo di riforme in grado di ridare credibilità alle istituzioni e senza le quali la democrazia italiana va in crisi. Matteo Renzi lo ha detto il giorno dopo essere stato eletto che questa è l’ultima occasione ma ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. Se ce lo dice il nostro popolo, se ce lo dicono quelli che vengono ancora a votare alle primarie, immaginiamoci che cosa pensano quelli che non vanno neanche più a votare alle elezioni! E, se questa è l’ultima spiaggia, allora, dobbiamo sapere che dobbiamo discutere del Paese, non di noi. Mi preoccupa il fatto che qualcuno, mentre aspettavamo la lista dei Ministri, ha cominciato a mettere in discussione il Segretario del partito, quasi che il partito fosse una cosa autoreferenziale che non c’entra. Il partito adesso si deve assumere a pieno questa responsabilità del governo: non dobbiamo discutere di noi ma dobbiamo discutere del Paese e di quello che possiamo fare per il Paese, anche confrontandoci tra idee diverse».

 
Tra i dubbi espressi dagli iscritti al PD presenti alle varie assemblee molti riguardavano la giovane età e la presunta inesperienza dei membri del nuovo governo (in particolare delle donne Ministro), altri contestavano il fatto che Renzi nominato premier potesse mantenere anche l’incarico di Segretario o peggio affidare il partito ad un reggente.
Nel rispondere Mirabelli ha sottolineato come «Renzi, per lo stile, risponde a una domanda di cambiamento e di rinnovamento della politica che c’è nel nostro Paese. Per anni abbiamo invocato il rinnovamento e le facce nuove e adesso abbiamo il governo più giovane della storia della Repubblica e va valorizzato, poi li si giudicherà dai risultati. Il fatto che ci siano 8 donne e 8 uomini è un dato importante: anche su questo, non possiamo fare per anni la battaglia perché siano riconosciute le pari opportunità e il valore che possono portare le donne dentro la politica e dentro al governo e poi, quando lo mettiamo in pratica, restiamo subalterni a ragionamenti inaccettabili che si sentono in giro sul fatto che le donne sono solo ornamentali. Ci sono le elezioni europee alle porte e, già in vista di quell’orizzonte, questo Governo dovrà fare delle cose perché bisogna dare dei messaggi forti di capacità di cambiare passo e di capacità di fare delle cose».

 
Contrario alla riapertura del dibattito sul Segretario, Mirabelli ha segnalato che «Stiamo ancora discutendo del PD. Non possiamo stare in un partito che vive in un congresso permanente: facciamo vedere agli italiani che discutiamo del Paese e non di noi. Il punto non è il PD ma che funzione abbiamo per il Paese. Oggi dobbiamo recuperare credibilità: i cittadini pensano che la politica sia distratta e non si occupi di loro; c’è poi un 25% che ha votato Grillo e che ritiene che tutto il sistema non vada bene e il sistema istituzionale e democratico del Paese è molto debole. Non possiamo fingere di trovarci in una fase di ordinaria amministrazione ma dobbiamo prendere coscienza del quadro il cui ci troviamo e il risultato elettorale avrebbe dovuto farci riflettere e farci cambiare il nostro modo di ragionare: siamo il terzo partito tra gli operai e i giovani non ci votano; in questo contesto una discussione tutta autoreferenziale non ha senso. Così come non ha senso proseguire la lotta tra ex democristiani ed ex comunisti: l’elezione di Renzi a Segretario del PD chiude definitivamente quella discussione, oggi serve confrontarsi sui contenuti indipendentemente dalla cultura di provenienza».

 
Mirabelli, infine ha evidenziato la necessità di fare lo sforzo di guardare a questa nuova situazione come un’opportunità per il Paese e di impegnare tutto il PD a sostenere l’azione di questo governo affinché si riescano a realizzare le tanto auspicate riforme e non di vivere il tutto come una cosa da sopportare. «Nei partiti si costruiscono i gruppi dirigenti e questi poi sono delegati a dirigere e si assumono le responsabilità delle decisioni prese, il documento proposto da Renzi alla Direzione Nazionale è stato votato da 136 persone e la discussione era stata sollecitata dalla minoranza, non si può far finta di non saperlo», ha replicato Mirabelli alla contestazione quasi unanime che è giunta sulla modalità in cui tutto si è velocemente discusso e deciso «senza consultare la base».

 
Un’opportunità, secondo Mirabelli, è anche l’ingresso del PD nel PSE: «E’ un fatto importante, che costruiamo da anni e che servirà a far diventare quel luogo la casa di tutti i progressisti europei. Con questa mossa il PD si colloca all’interno di un gruppo importante al Parlamento Europeo e ci presentiamo alle elezioni per la guida dell’Europa con un unico candidato che è Martin Schulz.
Oggi i partiti europei sono cambiati rispetto ad anni fa: il PPE è la casa dei conservatori e i progressisti stanno in prevalenza nel PSE, che non è più solo il partito dei socialisti ma al suo interno vi sono molte forze con culture diverse come è il PD».

Video degli interventi di Franco Mirabelli: Bicocca 22.02.2014, Gratosoglio 23.02.2014 - 1° parte, Gratosoglio 23.02.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 1° parte, Bovisa 03.03.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 3° parte.

Renzi, Cuperlo, Letta

Premetto che ciò a cui abbiamo assistito in questi giorni avrei preferito non vederlo e avrei auspicato uno scenario e degli atteggiamenti molto diversi, in ogni caso ci sono alcune considerazioni che voglio fare:
1. C'è stato un congresso nel PD ed è finito con la vittoria di Renzi. Piaccia o no, bisogna prenderne atto e queste continue denigrazioni di lui (che certamente non è uno che suscita simpatia) o di chi lo ha sostenuto e il rispondere in modo perennemente sgarbato a chi lo ha votato è stucchevole. Il congresso è finito, ci si capaciti del risultato e si vada avanti perché questo clima di astio non è né utile né accettabile.
2. Sulla triste fine di Enrico Letta e del suo governo, i cuperliani che tanto gridano allo scandalo vadano a riascoltarsi gli interventi nella precedente direzione di Cuperlo, Fassina ecc. ma anche quello di Cuperlo alla direzione di oggi e prendano atto del fatto che sono stati loro a voler spingere Renzi verso Palazzo Chigi (al solo scopo di impallinarlo). Se in questi giorni il PD ha dato un'immagine pessima di sé, dove un'altra volta si giocano le partite interne sulle istituzioni e dove si mangiano i nostri stessi leader, le responsabilità stanno anche in quella parte lì del partito e non solo nella "smisurata ambizione" di Renzi e del suo gruppo di supporter.
3. Lo stallo del governo Letta, le difese di ministri indifendibili, l'eccessivo potere delle lobby in alcuni ambiti che hanno condizionato alcuni testi che hanno prodotto forti reazioni, il pasticcio sulle tasse sulla casa è stato denunciato per mesi dalla parte più a sinistra del PD e, quindi, non si capisce come mai quella stessa parte di militanti oggi si erga a paladina di quel governo che ha in precedenza tanto osteggiato.
4. Non è possibile che ci sia un PD di lotta e di governo. In questi mesi il governo Letta è stato oggetto di numerosi attacchi anche da parte del PD (tutto, cuperliani, civatiani e renziani). Questo non è accettabile: se il governo è a firma PD deve essere sostenuto convintamente dal PD perché altrimenti i nostri elettori continueranno a non capire i comportamenti assurdi di questo partito e soprattutto diventa difficile andare a comunicare i risultati positivi ottenuti (pochi o tanti che siano) in un quadro di denigrazione continua.
Personalmente, auspico che il nuovo corso ratificato con il voto di oggi nella direzione nazionale del PD serva anche a questo, altrimenti sarà un nuovo fallimento dal quale però sarà più difficile riprendersi.

La forma conta come la sostanza

Sarà che vengo dalle "Lettere", sarà che a scuola mi hanno insegnato che la lingua scritta è diversa da quella parlata - anche se oggi, soprattutto nella comunicazione giornalistica (e ancora di più in quella online), si tende sempre di più a scrivere come si parla - ma quando vedo i documenti ufficiali presentati in forme ben poco consone a ciò che dovrebbero essere mi viene l'orticaria. 
Questo non vuol dire scrivere i documenti in forme arcaiche, paludate o incomprensibili (tanto più se necessitano di una divulgazione ampia) ma vuol dire che quando si scrive lo si deve fare tenendo conto delle caratteristiche che deve rispettare il linguaggio scritto, mentre le altre forme possono trovare spazio nella dialettica da utilizzare nella presentazione dei documenti e nella loro enunciazione all'esterno.
Mi vengono i brividi a leggere dei documenti ufficiali scritti con gli hashtag all'interno: gli hashstag si mettono sui social network nelle brevi frasi di lancio del documento, non dentro al testo del documento.
Mi vengono brividi anche quando vedo frasi da bar o da conversazione sbattute in mezzo al documento insieme alle note di carattere ufficiale: le frasi da conversazione, il linguaggio diretto lo si usa quando si racconta il documento non nel testo scritto.
Così come sarebbe opportuno che i documenti ufficiali fossero fatti circolare anche dai canali ufficiali (oggi con l'immediatezza dei social network e l'esigenza di tempestività è più complicato): ad esempio la newsletter deve partire dall'indirizzo ufficiale di riferimento e non da altri personalizzati ed esclusivamente alla propria cerchia ristretta di simpatizzanti
Sarà poco cool ma è italiano corretto ed è forma consona e appropriata al valore ufficiale che ha il documento e la forma è importante quanto la sostanza. 

 
Caro Matteo Renzi, oltre che a parlare bene, impara anche a scrivere e inviare le comunicazioni nelle modalità appropriate

 

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permalink | inviato da dianacomari il 9/1/2014 alle 23:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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