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Il sindaco non pervenuto

Il caso Roma è da tempo sotto gli occhi di tutti.
Marino ha avuto, negli scorsi mesi, più occasioni per dimettersi e, soprattutto, per farlo a testa alta, facendo emergere in modo forte la differenza tra il sistema criminogeno che tiravano fuori le inchieste e i suoi tentativi di rompere quei meccanismi e di ripristinare la legalità e la trasparenza.
Invece, non lo ha fatto: Marino è stato lì perché, da persona onesta, riteneva di dover restare e mentre a lasciare avrebbero dovuto essere gli altri, quelli corrotti e compromessi.
E' stato lì anche perché un pezzo di chi ce lo ha messo (il PD) ha pensato che andare al voto equivalesse consegnare la città ad altre forze politiche e che comunque, prima o poi, si sarebbe trovato il modo di rimettere la situazione in ordine e che lasciare in ordine è sempre più conveniente che uscire di scena in mezzo agli scandali.
Il problema è che nulla si è risollevato. I pasticci a Roma hanno continuato a susseguirsi uno dopo l'altro su tutti i fronti e senza che fossero individuate responsabilità precise (il funerale del Casamonica che tutti sapevano ma non si sono parlati tra loro per impedirlo) o senza che venissero individuate delle soluzioni (i mezzi pubblici sempre fermi per scioperi o per guasti ma su Atac non si può nulla).
Nel frattempo è iniziata anche un'evidente campagna mediatica contro Marino, in parte fomentata dal Movimento Cinque Stelle con il pallino degli scontrini (la Panda in zona vietata, le vacanze lontane mentre Roma affonda, le risposte sgarbate date ai cittadini, il nuovo viaggio in America annunciato come su invito del Papa e poi smentito dal Papa stesso, le cene pagate dal Comune): un accerchiamento che aveva l'obiettivo neanche tanto velato di farlo fuori ma resta che il sindaco di Roma ci è caduto completamente dentro.
Marino solo ingenuo o distratto? Può essere ma sviste di questo genere spesso si pagano, anche perché si sta parlando del sindaco della Capitale d'Italia e, quindi, di un uomo e di una città che hanno visibilità nel Paese e nel mondo e la visibilità degli ultimi tempi non è stata certo positiva.
E' una colpa di Marino? Probabilmente no o non del tutto.
La colpa principale di Marino è quella di non aver fatto il sindaco. Da quando è emersa l'inchiesta "Mafia Capitale", tutto ha continuato a ruotare intorno ai problemi di legalità, nomine, potere, gestione e tutto il resto è sparito dall'agenda mediatica del sindaco. Magari poi nei fatti Giunta e Consiglio Comunale hanno anche lavorato per temi più concreti di interesse dei romani ma il sindaco lo si è visto solo concentrato su se stesso e il suo problema personale nel rapporto con i partiti che lo sostenevano e con gli avversari mentre la città aveva bisogno di uno che facesse il sindaco non lo sceriffo o l'equilibrista. I suoi assessori (compresi i nuovi persi tra visibilità e bestemmie) non hanno fatto altro che contribuire all'ampliamento di questa distanza dai cittadini e dalle loro domande di governo della città.
Anche la pantomima di oggi sulle dimissioni annunciate e poi smentite è un'altra ridicolaggine di cui la Capitale d'Italia non aveva bisogno.

100 Comuni contro le mafie

Questa mattina a Milano, nell’Expo Gate davanti al Castello Sforzesco, si è parlato di lotta alle mafie con l’incontro organizzato dall’ANCI “100 Comuni contro le mafie”, in cui è stato anche presentato il rapporto redatto dall’Associazione dei Comuni sul tema delle politiche pubbliche nella prevenzione e nel contrasto alla criminalità organizzata.
Tanti gli ospiti illustri delle istituzioni – non solo sindaci - affiancati dai protagonisti della lotta alla mafia.
Il saluto di apertura dell’incontro è stato fatto dal Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha ricordato che nel 2013 e nei primi mesi del 2014 sono stati oltre 1.200 gli amministratori locali che hanno ricevuto minacce e non devono essere lasciati soli. «È importante creare un fronte comune unito contro la mafia perché questo fa paura alla mafia», ha affermato il Sindaco.
Inoltre, Pisapia ha segnalato che le presenze mafiose creano ai territori un danno sociale, economico e di immagine e, anche per questa ragione, il Comune di Milano si è sempre costituito parte civile nei processi di mafia.
Pisapia ha poi rivendicato l’efficacia dei protocolli per la legalità siglati da istituzioni, forze dell’ordine e autorità competenti, con particolare riferimento a quelli per Expo 2015 che hanno prodotto importanti risultati con le interdittive con cui si sono potute escludere dai lavori aziende che erano sembrate non del tutto trasparenti, tanto che sono stati utilizzati anche come esempio per altri Paesi europei.
«Ovviamente, però, - ha sottolineato Pisapia – i protocolli da soli non sono sufficienti a fermare i tentativi di infiltrazione criminale ma è necessario che vi siano anche i controlli» e, su questo tema, il Sindaco di Milano ha ricordato che per i controlli sul sito di Expo (che è un’area interna a più Comuni) è stato siglato un protocollo che consente alle forze dell’ordine di agire anche in caso di extraterritorialità e, ad oggi, a questa formula hanno aderito anche le forze dell’ordine dei Comuni della Città Metropolitana, così da consentire che non vengano fermate le indagini quando il campo d’azione si sposta dal territorio di un Comune ad un altro.
Pisapia ha concluso il suo intervento segnalando che la vera forza di contrasto alle mafie sta nell’antimafia sociale e nella cittadinanza attiva: «Sono il miglior modo di combattere la mafia. – ha affermato il Sindaco di Milano - Dai sindaci può poi partire quello scatto d'orgoglio che diventa anche scatto di concretezza nella lotta alla mafia».

Moderatore della prima parte della mattinata è stato il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris che ha ribadito più volte che l’ANCI è vicina a tutti i sindaci e gli amministratori locali che hanno subito minacce e si sta attivando per costruire una vera e propria rete contro le mafie.Sul fronte dei controlli, De Magistris ha segnalato che sarebbe opportuno che questi siano preventivi e per questo, a metà luglio, ANCI e ANAC firmeranno un protocollo di intesa che consentirà la realizzazione di controlli preventivi per aiutare i sindaci a «non sbagliare» e ad accorgersi per tempo dei tentativi di infiltrazione criminale.
De Magistris ha poi denunciato la lentezza dei pagamenti dei debiti da parte della Pubblica Amministrazione alle aziende come una delle cause che spingono gli imprenditori – in particolar modo quelli delle PMI – a cercare crediti dai criminali per non andare incontro al fallimento, soprattutto in tempi difficili come questi segnati dalla crisi economica.
Inoltre, ha ricordato De Magistris in conclusione del suo intervento: «La lotta alle mafie non si fa solo con la repressione dei criminali ma anche con la riqualificazione urbana perché più i cittadini stanno in strada, meno ci stanno i criminali».

Delle richieste chiare ai legislatori sono state presentate da Roberto Scanagatti, Sindaco di Monza e Presidente di ANCI Lombardia che ha sottolineato la necessità di una semplificazione normativa che consenta di non perdersi nell’interpretazione delle norme e di poter accedere a white list già controllate in modo che gli amministratori non sbaglino quando devono fare selezioni.
Scanagatti ha poi concluso il suo intervento con un monito: «I Comuni nonostante i tagli che hanno subito, hanno sempre garantito la spesa per i servizi sociali e questo ha consentito di mantenere la coesione sociale. Altri tagli sarebbero insostenibili e non garantire la spesa sociale provoca rischi di infiltrazioni di criminali che verrebbero visti come coloro che garantiscono ciò che lo Stato non è più in grado di garantire».

Elisabetta Tripodi, Sindaco di Rosarno, ha denunciato i tanti modi di fare intimidazioni da parte dei mafiosi: «Non ci sono solo le minacce dirette ma esistono anche le intimidazioni indirette, il portare a far dimettere improvvisamente persone vicine al Sindaco, lo svuotare le amministrazioni a poco a poco delle persone pulite, il fare in modo che lascino». Tra le richieste portate all’attenzione degli uditori quella di rivedere le norme che regolano i beni confiscati e, in particolar modo, le aziende confiscate perché se queste dopo la confisca falliscono, oltre a dare un messaggio profondamente negativo creano anche un problema sociale per coloro che perdono il lavoro e, in tante realtà del Sud, è un fatto drammatico. Un’altra richiesta del Sindaco di Rosarno è poi quella di rivedere l’art.143 della normativa sullo scioglimento dei Comuni perché se questi vengono sciolti più volte significa che il risanamento non ha funzionato.

Sul tema delle intimidazioni agli amministratori locali, è stato ricordato un rapporto di Avviso Pubblico secondo cui queste sarebbero in forte aumento e la prima causa è l’aumento dell’estensione delle mafie sui territori a cui, però, si aggiunge anche l’aumento dei soggetti che denunciano.

Alfonso Sabella, Assessore alla Legalità a Roma, in materia di infiltrazioni criminali negli Enti Locali, ha affermato con toni accesi che gli amministratori devono essere in prima linea nel contrasto le mafie e ha segnalato anche un cambio di strategia nel malaffare: «Prima si pagava la politica mentre ora si paga l'amministrazione e c'è una moltiplicazione di piccole mazzette».

A ricordare il ruolo della polizia locale come strumento di presenza e controllo del territorio è stato Marco Granelli, Assessore alla Sicurezza al Comune di Milano, il quale ha ricordato anche l’esperienza di collaborazione positiva che è stata avviata tra amministrazione e Prefettura a partire dal monitoraggio delle presenze della criminalità organizzata all’interno delle case popolari svolta su richiesta della Commissione Parlamentare Antimafia.
Granelli si è poi soffermato sul tema dei beni confiscati, che sono molti anche nel territorio milanese e spesso i cittadini non ne sono a conoscenza e, al fine di fare in modo che tutti abbiano consapevolezza di dove sono stati i luoghi della delinquenza poi recuperati e restituiti alla società, era stato organizzato il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie.

Un lungo ed appassionato intervento è stato quello di Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, il quale ha aperto con la citazione di Paolo VI «La politica è la più alta forma di carità», per segnalare che la politica è, quindi, una forma di «servizio al bene comune».
«La cittadinanza è il cuore della città mentre l'amministrazione è la mente. Ma la cittadinanza è anche corresponsabilità, tutti devono concorrere al bene comune», ha affermato Don Ciotti, sottolineando che «C'è tanta gente che si commuove di fronte alle tragedie ma non basta, occorre che ci si muova. Serve avere una consapevolezza di ciò che avviene mentre oggi c'è tanta ignoranza».
Il fondatore di Libera si è, quindi, soffermato, sull’importanza dell'educazione come investimento sul futuro ma ha precisato che «in città ogni contesto deve essere educativo, serve creare città educative dove tutte le componenti del territorio possano dare il loro contributo; non si può relegare l’educazione solo alla scuola e alla famiglia. Non basta neanche la moltiplicazione delle attività ma serve un progetto che comprenda una visione».
«Oggi c'è una generazione di giovani che vive l'angoscia del futuro e dobbiamo tenerne conto. – ha proseguito Don Ciotti - Oggi i giovani non sperano in un futuro migliore ma sperano che un futuro ci sia. L'unico mercato che non cambia mai è quello della droga e questo dimostra che la guerra alla droga è fallita. Così come delle stragi non si conosce mai la verità e la gente poi perde la fiducia nelle istituzioni. Oggi ci sono ancora molta omertà e timore mentre, invece, bisogna insegnare alla gente ad avere più coraggio. Libera si costituisce parte civile nei processi di mafia per essere vicina a vittime e magistrati, per non lasciarli soli».
Parlando della sua associazione, Don Ciotti ha segnalato che recentemente Libera ha aperto sportelli S.O.S. sul territorio con l’intento di essere dei presidi visibili ma anche un punto di appoggio e riferimento per chi ha bisogno.
Venendo agli aspetti legislativi, Don Ciotti ha ribadito che serve accelerare la riforma delle norme che regolano la gestione dei beni confiscati per darli alla collettività ed in particolare serve potenziare l'Agenzia dei beni confiscati e renderla un ente pubblico ed economico e non soltanto un dipartimento del Ministero dell'Interno. «Il Parlamento deve fare in fretta a recepire le indicazioni su questo tema che sono state prodotte dal lavoro della Commissioni Antimafia», ha detto il fondatore di Libera, segnalando che «se lo facesse, arriverebbero alla collettività circa 55.000 beni».
«Parliamo meno di legalità. – ha poi affermato Don Ciotti, in conclusione del suo discorso – La legalità è diventata un idolo sulla bocca di tutti, ce l'hanno rubata e svuotata. Oggi sono gli stessi mafiosi a organizzare i convegni antimafia! Prima di “legalità” viene la parola “responsabilità” e i due concetti vanno saldati. Anche “antimafia” è un problema di “responsabilità” e di “coscienza” perché le mafie non sono un mondo a parte ma sono parte del nostro mondo, camminano insieme a noi, non hanno bisogno di una nuova definizione ma di una nuova comprensione del fenomeno. Inoltre, serve porre attenzione alle commemorazioni: oggi fioriscono targhe, piazze, vie intitolate alle vittime di mafia ma non va bene se tutto finisce lì e si fa solo retorica della memoria. La memoria non deve essere sporadica ma riconoscenza viva».

Piero Fassino, Sindaco di Torino e Presidente Nazionale dell’ANCI è intervenuto per portare il suo saluto all’iniziativa e ha ricordato che ogni territorio è a rischio infiltrazioni criminali, soprattutto quelli più ricchi ma un territorio, per offrire opportunità ai suoi cittadini, deve essere sicuro. Fassino ha annunciato che prenderà il via un osservatorio dell’ANCI sul fenomeno della criminalità organizzata sui territori perché è indispensabile costruire una strategia attiva tra istituzioni locali, forze dell'ordine e magistratura e servono strumenti adeguati. «Oggi ci sono leggi per tutelare gli amministratori locali dalle minacce e dalle infiltrazioni ma i dati dimostrano che purtroppo la loro applicabilità non funziona», ha ricordato Fassino, segnalando che comunque, oltre ai fronti legislativi, anche la società civile deve essere impegnata nel contrasto alle mafie, in un rapporto con le istituzioni.
Fassino ha mostrato un forte apprezzamento per l’approvazione della nuova legge anticorruzione perché – ha ricordato - «spesso dalla corruzione partono i tentativi di infiltrazione criminale nei territori e nelle amministrazioni ed è da lì che prende corpo l’illegalità».
Come gli altri relatori, anche Fassino ha segnalato la necessità di riformare le norme sulla gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, in quanto si tratta di un patrimonio ingente ma scarsamente riutilizzato e, tenere i beni confiscati inerti, indebolisce la lotta alle mafie.

In conclusione della prima parte dei lavori della mattinata è intervenuta Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, la quale ha aperto la sua relazione sul problema della presenza delle mafie al Nord e del fatto che, pur essendo un fenomeno consistente e insediato, sia ancora possibile combatterlo.In merito alla discussione fatta sul tema dei beni confiscati, toccata da più persone nel corso dei lavori, Rosy Bindi ha segnalato che il lavoro della Commissione Antimafia è stato fatto fino in fondo ed ora l'iter di discussione partirà dalla Camera dei Deputati ma – ha precisato – quella prospettata non è una riforma a costo zero.Ripercorrendo gli argomenti affrontati nel corso della mattinata, Bindi ha affermato inoltre che «Oggi il riferimento per ottenere qualcosa sui territori non sono più i parlamentari nazionali ma i politici locali, gli assessori, gli amministratori e per questo poi vengono minacciati: le decisioni si prendono sul territorio. Indebolire gli Enti Locali aiuta i criminali a infiltrarsi ma questa non è una polemica con l’attuale Governo perché i tagli ai Comuni li hanno messi in pratica già parecchi governi. Sui codici etici, tutti quelli che abbiamo visto sono legati ad atti giudiziari, a parte la Carta redatta da Avviso Pubblico che ha cercato di individuare il profilo della buona politica. E non arriverà mai la buona politica finché c'è una politica clientelare. La politica clientelare, anche con il cittadino per bene, è la base del voto di scambio perché indebolisce il rapporto diritto-dovere tra cittadino e amministrazione».

Un anno politico appassionante

Un anno di giornate politiche appassionanti raccontati da Diego Bianchi (Zoro) in questo bellissimo video.

 

 


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permalink | inviato da dianacomari il 3/1/2012 alle 1:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Vecchioni alla manifestazione Pd

Durante la manifestazione del Partito Democratico a Roma, c'è stato un bellissimo concerto di Roberto Vecchioni, ecco il video:

 


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permalink | inviato da dianacomari il 7/11/2011 alle 11:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

La contestazione a Renzi

A leggere i giornali, sulla manifestazione del Pd di ieri ci sono quasi sempre due tematiche di discussione: 1) l’evento in sé, la tanta gente che ha affollato piazza San Giovanni, i big del partito presenti, il discorso politico di Bersani; 2) la contestazione a Renzi.
La contestazione a Renzi ha tenuto banco anche in rete, in particolare su Twitter più o meno per tutta la durata della diretta della manifestazione e due erano sostanzialmente i messaggi diffusi che poi venivano rilanciati ripetutamente: il primo in cui si diceva, appunto, che il sindaco di Firenze era stato contestato e gli era stato detto “Vai ad Arcore, sei come Berlusconi” e un altro in cui si replicava che si può anche pensarla diversamente da Renzi ma era sbagliato contestarlo.
Curioso il secondo messaggio, anche perché la contestazione a Renzi in questione era stata fatta da militanti del Pd (oltretutto di Firenze) e non dai vertici. Non c’è stata la stessa reazione quando Bersani, dal palco, ha pronunciato l’assurda frase sulla comunicazione, con chiari riferimenti a Renzi (senza mai nominarlo).
Come sarebbe che Renzi non può essere contestato?
Non mi pare si sia detto lo stesso quando a ricevere le contestazioni, a settembre, è stato D’Alema a Genova.
Renzi è un esponente del partito come gli altri e, spesso, si è distinto proprio per i suoi modi forti e per le sue contestazioni al gruppo dirigente nazionale e allora, adesso che ha ottenuto visibilità, si abitui anche lui a ricevere applausi e contestazioni. Non si vive di soli applausi.
Siamo in democrazia ed esiste ancora la libertà di opinione e di espressione, quindi c’è tutto il diritto di contestare qualcuno se non si è d’accordo (oltretutto era una contestazione civilissima e di parole, non è che sia successo chissà che cosa).
Spiace vedere lo scontro di tifoserie pro e contro Renzi ma la base ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione e anche di contestare, anche perché è un modo per far sapere come la si pensa. Discorso diverso per i vertici: a loro spetta il compito di smorzare gli angoli e trovare la quadra, soprattutto al segretario. Purtroppo, spesso, nel Pd avviene il contrario: c'è una base che troppo spesso tace o dice sì a tutto (anche a ciò che non va bene) e un segretario che invece martella chi alza un po’ la voce, per paura di vedere messo in discussione il suo ruolo.
Detto questo, Renzi e i suoi tifosi si rasserenino perché di applausi e di fischi per uno che vuole stare alla ribalta ce ne saranno sempre tanti anche in futuro.
 


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permalink | inviato da dianacomari il 6/11/2011 alle 12:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

La comunicazione e la politica

È stata una manifestazione bellissima quella che ha organizzato il Partito Democratico ieri a Roma. C’era una piazza stracolma di gente già dalla mattina (del resto i primi treni hanno cominciato ad arrivare a Roma molto presto), tante bandiere, tanti stand che distribuivano spillette e altri materiali e le persone erano tutte felicissime di essere lì. Sul palco si sono alternate musica (non proprio tutta bellissima ma, insomma, ci si poteva accontentare) e parole (forse i tempi degli interventi andavano calibrati un po’ meglio) e, a parlare con chi era in quella piazza, si sentivano voci cariche di entusiasmo, di chi pensava che finalmente, forse, questa volta il Pd c’è davvero, non solo per far cadere Berlusconi, ma anche perché il partito esiste e ha preso forma e forza.
L’impressione complessiva è, dunque, quella di un evento perfettamente riuscito che può lasciare pienamente soddisfatti organizzatori e partecipanti e anche l’impatto mediatico dovrebbe necessariamente esser buono.
Era quasi tutto finito quando, in chiusura del suo discorso, Bersani ha detto l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto dire: "La comunicazione sta alla politica come la finanza all'economia"...
Una sola frase sbagliata di Bersani ha rovinato una manifestazione bellissima.
Lo dico da “operatrice della comunicazione” impegnata nel Pd. Quella frase mi ha offesa profondamente: quando l’ho sentita mi sono chiesta per cosa e per chi stiamo lavorando, se il giudizio che ci viene riservato è questo?
Ovviamente si tratta di una frase semplificata: Bersani intendeva dire che non può essere il predominio delle forme comunicative sui contenuti da comunicare. Tuttavia, resta una frase sbagliata. Da giornalista, se avessi dovuto scrivere un pezzo, al di là degli aspetti politici, avrei messo quella frase in un titolone, scrivendo che il Pd pensa questo della comunicazione (perché il linguaggio semplificato giornalistico funziona così e perché quella frasetta rappresenta una notizia).
Ecco allora che qui emerge tutto il problema di Bersani perché con questa frase fuori luogo ha dimostrato perfettamente di non saper comunicare. Si può poi discutere del merito dei contenuti politici (che sono quelli che interessano per capire davvero che direzione prende il Pd), si può discutere (come hanno fatto alcuni su twitter) della forma comizio ormai vecchia e da rivedere ma resta che, dal punto di vista comunicativo, uno che se ne intende quella frase inappropriata non l’avrebbe detta. 
In realtà, però, Bersani non è sciocco e quella frase (che tra l’altro ha scatenato la polemica in rete un po’ da parte di tutti e viene ora portata avanti da Pippo Civati) non l’aveva rivolta tanto agli operatori della comunicazione quanto a Matteo Renzi e al suo "partito-format" sostenuto da alcuni commentatori sulle pagine dei quotidiani nei giorni scorsi. Probabilmente Bersani si è sentito attaccato per il suo essere “poco mediatico” e non deve aver gradito tutto il successo del sindaco di Firenze ottenuto più in virtù dei suoi aspetti comunicativi che non dei contenuti di cui si è fatto portatore e ha cercato rivendicare la forza della politica concreta, ma è stato un errore contrapporla così fortemente alla comunicazione.
Oltretutto, questo implica un altro problema interno perché è la dimostrazione del fatto che Bersani continua a non essere inclusivo verso chi la pensa diversamente da lui – più per debolezza, in realtà, perché il modo in cui ha posto la questione era quello di uno che cerca di difendere il proprio operato più che di uno che rilancia la sfida – ma il risultato è che ha chiuso la porta in modo anche molto pesante (e magari, dal suo punto di vista, ha pure ragione, con tutto ciò che gli ha detto e fatto contro Renzi).
I piddini della rete, da quando è cominciata la diretta della manifestazione, non hanno fatto che discutere e hanno messo alla ribalta tre argomenti: 1) bella manifestazione, 2) la contestazione a Renzi (però avvenuta da parte della base e non dai dirigenti), 3) la frase di Bersani sulla comunicazione.
A leggere le opinioni che circolano si percepisce in modo chiaro la divisione interna: la rete è schierata in prevalenza con Renzi e contro la frase di Bersani sulla comunicazione (del resto in rete si comunica e vige una forma molto più easy dell'impostazione bersaniana); la piazza, invece, è contro Renzi e dalla parte di Bersani (ma qui pesa il fatto che quella di ieri è stata una bella giornata e sono stati tutti contenti della riuscita della manifestazione e chi si porta dentro tanto entusiasmo non è certo interessato a simili sciocchezze, che si spera non finiscano sui giornali di domani).
La speranza è che i quotidiani si interessino della proposta politica espressa da Bersani e la polemica interna si chiuda lì oppure venga affrontata nelle sedi interne opportune, se non altro per rispetto delle persone che ieri erano in piazza e ci hanno messo tempo, passione, entusiasmo e anche tanta fatica, ma è difficile che qualche dirigente non colga l’occasione ghiotta per innescare una nuova guerriglia (Civati ha già cominciato).
Da operatrice della comunicazione, a Bersani mi permetto di suggerire di evitare certi svarioni perché più che rafforzarlo lo danneggiano e, anziché denigrare la comunicazione, farebbe meglio ad imparare le regole per comunicare bene perché i messaggi (che ci devono essere e devono essere corretti) se non trovano giusta forma non arrivano da nessuna parte.
 

Firenze e Roma

Firenze e Roma.
I “rottamatori” e il “partito”.
“Prossima Fermata Italia” e “Assemblea Nazionale dei Circoli”.
Due eventi importanti per gli appartenenti al Partito Democratico, entrambi perfettamente riusciti (ciascuno secondo il suo punto di vista) ma entrambi nati con l’intento di essere l’uno contrapposto all’altro.

I “rottamatori” - come sono stati ribattezzati dalla stampa quelli che si sono riuniti a Firenze, sulla scia di una battutaccia fatta da Matteo Renzi in un’intervista sulla necessità di «rottamare» la vecchia classe dirigente del Pd, insieme alle idee di cui sono portatori - però di strada ne hanno percorsa da quell’annuncio potente di rivoluzione in nome del rinnovamento all’assemblea in corso in questi giorni.
I richiami fatti a Renzi da tutto l’establishment del Pd in queste settimane (dalla richiesta di «rispetto» al non «picconare la ditta» in un momento politicamente delicato) probabilmente hanno funzionato e il risultato è che hanno prodotto l'effetto di correggere profondamente il tiro dell’assemblea fiorentina e, abbandonato il vocabolario della rottamazione (se non per qualche battuta leggera) ne sta uscendo una buona discussione, per lo più centrata su contenuti di interesse per il Paese e non sul partito.
Lo stesso Matteo Renzi, che in televisione appare come un tipo antipatico e arrogante, è riuscito a trasformarsi in un tranquillo e simpatico conduttore, la cui ironia serve a far divertire e ad alleggerire la tensione del momento e a rendere godibile la lunga assemblea.
Idem per Pippo Civati, abile blogger, ma sempre piuttosto spocchioso che, invece, in questa occasione, sembra più tranquillo e normale.

A seguire dal web le due assemblee si notavano le enormi differenze, sia dal punto di vista della forma che dei contenuti.
Da Firenze la diretta web (su più siti) va e viene, forse per i troppi contatti, però quello che appare è un incontro sereno che avviene in un clima molto friendly, piacevole da seguire, in una forma molto innovativa, con Renzi e Civati che giocano a fare un po' i personaggi con il loro modo di condurre ma che creano vivacità (che nelle assemblee è utile per non addormentarsi).
Il vero rinnovamento di Firenze sembra proprio qui: nella formula scelta per l’assemblea, più che nell’età dei suoi protagonisti (i giovani di età non sono poi tantissimi) e dei contenuti (le proposte moderne e innovative si alternano ad altri spunti di riflessione non proprio contemporanei).
Insomma la rivoluzione a Firenze non sembra esserci, però, quell’assemblea aggiustata in corsa ha permesso di far rientrare in modo utile i termini della contestazione al gruppo dirigente ed ha prodotto una discussione vivace e interessante per il Paese oltre che per il Pd (o almeno per quel pezzo di Pd che fatica a riconoscersi nella linea espressa da Bersani).

Roma, invece, è un’altra storia.
L’Assemblea dei circoli è stata indetta in questa giornata con il chiaro intento di portare via persone da Firenze (sebbene il gruppo dirigente lo abbia sempre negato). E, in un clima politicamente surriscaldato (sia all’esterno che all’interno del Pd), è naturale che la maggior parte degli appartenenti al partito scelga di compattarsi attorno al segretario.
È naturale tanto più alla luce di come si era posta l’assemblea dei cosiddetti “rottamatori” (che appunto minacciavano di voler «rottamare» tutto e tutti) e delle ambizioni sempre troppo evidenti di Renzi (visto da molti come il Berlusconi del Pd).
Da quell’impostazione iniziale delle cose, da Roma non è stato fatto alcun passo avanti, come se tutte le aperture e gli ammorbidimenti di Renzi avvenuti in questi giorni non avessero cambiato il clima di una virgola e lo show che andato in scena all’auditorium di via della Conciliazione, più che un’assemblea dei circoli, è sembrata una resa dei conti dei bersaniani contro tutto il resto.
La scenografia utilizzata era la stessa dell’assemblea nazionale di Varese, il palco era bellissimo ma anche profondamente impegnativo (era quello di un teatro vero), così come un certo timore poteva incuterla la grande sala affollata dalle luci abbassate.
Un’impostazione molto diversa da quella di Franceschini alla Fiera di Roma dello scorso anno, con lo spazio per parlare al centro e tutta la gente intorno.
A guardarla via web, l’assemblea romana è sembrata vecchia, così come vecchi sembravano molti di quelli che hanno preso la parola, compresi i giovani che parevano zombie mentre lanciavano volutamente strali contro «la politica hollywoodiana» (ricordando tanto la lettera dei giovani turchi).
La discussione è proseguita con un susseguirsi di formule antiche per lo più e volutamente dette contro qualcuno (più contro Veltroni che contro Renzi a dire il vero): in generale, ad essere contestata è tutta l’impostazione che il Partito Democratico si era dato alla sua nascita e poi portata avanti da Franceschini e che, in parte, è ritornata anche nelle richieste di Firenze.

Insomma, a Firenze, rispetto all'annunciata rottamazione, si è corretto il tiro e il clima si è molto ammorbidito e ne sta uscendo una buona assemblea (indipendentemente dalla validità o meno dei contenuti proposti).
A Roma, invece, doveva esserci un'assemblea dei circoli per parlare delle istanze locali e portarle al segretario, invece è rimasta per lo più un'assemblea “contro”, in cui molti intervenuti sembravano una pura espressione dell’apparato e hanno usato quel palco per parlare contro altri (spesso con argomenti anche di una politica vecchio stile, legittima - soprattutto perché i circoli nella fase veltroniana hanno subito molti sbandamenti e si sono ritrovati privi di un reale ruolo politico - ma qui è stata usata volutamente contro qualcuno).

La sintesi di tutto avrebbe dovuta trarla il segretario Bersani, cercando di mediare metodi e temi, ma ciò non è avvenuto. In quel «non sono uno permaloso, si può discutere», Bersani ha espresso chiaramente qual è il suo punto di vista: fregarsene e tirare dritto per la sua strada, non ascoltando nessuno. Questo è il dramma del Pd: è giusto che un segretario decida, Bersani ha vinto il congresso e ha diritto di scegliere la linea politica del partito (che poi ha espresso nel corso del suo discorso: niente partito personalistico, niente nome nel simbolo, radicamento sul territorio, porta a porta, aderenza alle proposte presentate nei giorni scorsi, manifestazione contro il governo l’11 dicembre), ma ha anche il dovere di prendere atto che c’è una parte del suo partito che in quella linea fa fatica a riconoscersi e chiede conto di alcune questioni.
Il discorso di Bersani di oggi all’Assemblea dei Circoli - in cui ha mischiato argomenti interni di partito a linea politica a messaggi per l’esterno - tutto sommato è stato anche ben articolato dal punto di vista comunicativo, condivisibile in molti punti, ma completamente privo di aperture verso quella parte che gli ha espresso un disagio e a cui si è limitato a dire che sono stati inseriti molti giovani nelle segreterie (come se il rinnovamento fosse solo un problema anagrafico: lo si è visto anche dai discorsi fatti in assemblea che c’è un problema di discordanza di vedute) e che comunque occorre «rispetto per la ditta e per gli appartenenti all’associazione».
Probabilmente la colpa è anche dei “rottamatori” che inizialmente sembravano avergli mosso una dichiarazione di guerra, ma la realtà è che pure se avessero usato altre parole, sarebbero stati ignorati ed è un peccato perché il Pd è più vario e articolato della maggioranza del suo gruppo dirigente. Inoltre, come ben segnalava David Sassoli nell’ultimo incontro di AreaDem a Cortona, è vero che il momento politico è delicato e nel Pd c’è bisogno di unità, ma è anche vero che questa unità non può essere solo praticata dalla minoranza: spetta anche e soprattutto alla maggioranza che ha vinto il congresso cercarla e, nell’assemblea dei circoli di oggi, un po’ più di equilibrio non avrebbe guastato.

Qui tutti i materiali dell'Assemblea dei Circoli di Roma>>>


Personalmente, sono rimasta colpita da questa gestione assurda delle vicende.
Non amo Renzi e nemmeno Civati. Fino a qualche settimana fa non li ho nemmeno presi in considerazione, poi molti amici di AreaDem (giovani e meno giovani) mi hanno chiesto se sarei andata a Firenze e allora ho cominciato a guardare cosa stava accadendo.
Vorrei segnalare ai tanti che guardano con malcelato schifo l’Assemblea della Stazione Leopolda che in quella sala c’è gente del Pd, gente a cui sta a cuore il Pd e che non si riconosce nella linea espressa dalla segreteria e cerca uno spazio per esprimere il suo pensiero e magari trovare qualcuno che lo raccoglie e non qualcuno che dice «discutete pure, tanto poi faccio come mi pare».
A molti di quelli presenti in quella stazione non importa niente delle mire ambiziose di Renzi, ma sono curiosi di capire quali idee verranno messe in campo.
Molte di quelle persone che sono lì erano e sono anche in AreaDem e chiedono lì le stesse cose che hanno cercato da noi e che forse ora faticano a trovarle: «Noi non ci fermiamo» - mi aveva detto un ragazzo a Cortona - «Noi andremo ovunque portando le nostre idee e se vorranno ascoltarle ci farà piacere, lottiamo per questo, non per altro». E quel ragazzo merita rispetto per l’impegno che mette e per quanto ci crede.
Renzi non è Veltroni, il metodo della «rottamazione» non è il «documento dei 75»: sono sbagliati entrambi, solo che Renzi lo ha capito che non conveniva giocare in salita contro il mondo e ha cambiato registro e dalla riunione fiorentina sta uscendo una discussione vivace e interessante; i 75 formalmente non si sono mossi di una virgola, poi nella pratica hanno fatto marcia indietro ma ciò che è rotto non si ricompone.
Personalmente provo un disagio enorme di fronte a questa situazione: vogliamo tutti un cambiamento ma ci siamo frammentati sempre di più e così facendo avremo sempre meno possibilità di ottenerlo.
Personalmente non condivido il linguaggio di Renzi e l’ergersi sempre un piano sopra gli altri di Civati e non condivido nemmeno molte delle istanze che sono state portate in quell’assemblea e per questo non ho voluto andare a Firenze: i tempi, i modi, le forme e anche i contenuti contano.
Ma quando vedo i miei amici di AreaDem a Firenze, non posso fare a meno di chiedermi perché quelle cose sono dovuti andarle a dire lì? Perché non le hanno più trovate da noi? E non credo sia sempre colpa degli altri: qualche sbaglio lo abbiamo fatto anche noi se perdiamo pezzi.
Di Firenze, poi, salverei la formula: quell’approccio friendly (conduzione vivace, interventi a tempi certi, intermezzi di filmati) è utilissimo nelle assemblee e tutto il Pd dovrebbe farne tesoro.

Se avessi dovuto scegliere, probabilmente, oggi sarei andata a Roma perché l’Assemblea dei circoli era un incontro ufficiale del Pd e alle ricorrenze ufficiali mi piace essere presente. Eppure sono certa che se fossi stata a Roma avrei provato un enorme disagio per i discorsi che sono stati fatti sul palco: non sono una veltroniana, ma quell’accanirsi contro la politica hollywoodiana e quei richiami continui all’organizzazione erano un attacco pesante a tutto il Pd precedente ed erano un profondo modo di guardare indietro anziché avanti.
I circoli hanno vissuto male l’inizio del Pd perché si sono visti spodestati del loro ruolo politico in nome di una modernità presunta e si sono trovati a fare solo da distributori di volantini. Tuttavia non è eliminando la cosiddetta “politica hollywoodiana” che torneranno a fare politica e il radicamento sul territorio non esclude una caratterizzazione più marcata delle leadership e dei programmi e questo qualcuno lo doveva spiegare! Lo si deve spiegare ai circoli che stanno a dare volantini sul territorio tutti i giorni durante le campagne elettorali che, se non prendono un voto e il Pd non viene nemmeno percepito, non è colpa loro ma il problema sta nei mass media che fanno opinione e lì il Pd ne esce un disastro perché comunica malissimo a livello centrale!

Domani si volta pagina, domani ci si concentrerà sul “porta a porta” e poi sui preparativi della manifestazione dell’11 dicembre. Tutto giustissimo, ma non nascondiamo in continuazione la polvere sotto al tappeto, certe cose è meglio dirsele e magari risolvere una volta per tutte per poi ripartire tutti insieme più serenamente e più convinti con ciò che si deve portare avanti.

Area Democratica cambia passo

Area Democratica Roma - Foto Salvatore ContinoArea Democratica è tornata ed più viva e più decisa che mai a rimettersi in pista con idee e anche strutturandosi nel territorio.

Tantissime erano le persone arrivate da tutta Italia, ieri a Roma, per partecipare all’incontro nazionale indetto da Dario Franceschini solo pochi giorni prima: 400 secondo l’AGI, in ogni caso molto al di sopra delle aspettative, tanto che la Sala Conferenze di Palazzo Marini (dove hanno sede gli uffici della Camera dei Deputati) non bastava a contenerle tutte e hanno dovuto mettere a disposizione un altro spazio attrezzato con la diffusione della diretta video.
La composizione del “pubblico” era la più varia: si andava dai dirigenti di partito ai deputati e senatori (che però hanno dovuto fare avanti e indietro al Senato dove si stava votando la fiducia a Berlusconi), dagli amministratori locali ai semplici iscritti del Pd e, tra loro, anche tanti giovani.
Oltre ai tantissimi romani, molti sono arrivati in gruppo da Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Campania.

L’introduzione di Dario Franceschini (Video) ha messo sul tavolo tutte le questioni principali: la situazione del Paese, la probabile imminente crisi di governo, le possibili alleanze in un clima come quello attuale, la ricerca di convergenze con le altre forze dell’opposizione su possibili battaglie comuni (dentro e fuori dal Parlamento), fino alle discussioni più strettamente interne riguardanti il ruolo di Area Democratica dentro al Pd, la necessità di una maggior strutturazione, la questione del documento dei 75 e l’analisi di tre punti su cui puntare.

Come emerge anche dai tanti resoconti fatti dalle agenzie di stampa e dall’ottima sintesi di Rudy Francesco Calvo su Europa, il senso fondamentale di questo incontro è stato quello di fare il punto della situazione sia per ciò che concerne il governo italiano che Area Democratica e, da qui, decidere come ripartire, con quali forme, strutture e da quali contenuti.

Sulla necessità di strutturarsi sul territorio, Fassino ci ha giocato quasi l’intero intervento e Franceschini stesso ne ha fatto un accenno in apertura, dicendo che da ora in poi sarà necessario avere strutture snelle e referenti.
Un «cambio di passo» (per dirla alla Fassino che, nel suo intervento ha citato Bersani) dunque in Area Democratica che, al momento della sua nascita, Franceschini aveva preferito lasciare senza strutture - facendone solo un luogo di elaborazione di idee - per non dare troppo l’idea di “corrente” (per il terrore che suscita quella parola dentro al partito). Ma, a questo punto, le strutture (snelle, senza tessere o altro che possa sembrare una sostituzione del partito) diventano necessarie per contare di più, portare avanti le proprie idee (perché come ben spiegava Fassino, in molte zone si stanno per fare i congressi provinciali e se si vuole avere un peso nel momento delle decisioni del partito occorre anche mettersi in gioco ed essere presenti negli organismi dirigenti), ma anche per contarsi e per evitare che altre strutture arrivino a portare via la rete faticosamente tenuta insieme in questo anno di Area Democratica (cosa che nessuno ha detto ma che, dopo ciò che è accaduto con “la conta” dei 75, si intendeva perfettamente).
C’è tanto da costruire, insomma, e le costruzioni implicano sempre molte cose oltre alle idee.

Le idee da mettere in campo comunque non sono mancate e l’obiettivo a cui mirare, secondo Franceschini, è «distinguerci dalla destra», attraverso punti che possono accomunare le battaglie delle opposizioni (anche in Parlamento) e ne ha avanzate tre da affrontare e da portare avanti:
1) Scuola, università, ricerca, formazione
2) Welfare universale
3)
Battaglia per la legalità

Il tema della formazione, per Franceschini, è quello che maggiormente può differenziare il Pd dalla destra e non soltanto per la questione dei tagli messi in atto dal governo, ma come battaglia culturale da portare avanti per ragioni individuali ed economiche.
Secondo Franceschini, infatti, oggi non c’è più l’ascensore sociale, chi è bravo rischia di non emergere, i figli spesso finiscono per seguire le carriere dei padri e questo mortifica i destini individuali.
Inoltre, nel mondo globale, secondo Franceschini, occorre investire sulla creatività, sui cervelli per essere competitivi.

Sul welfare, Franceschini è stato altrettanto chiaro: «il mercato del lavoro del futuro non sarà più quello di prima, con il posto fisso» e un grande partito deve stare dalla parte dei più deboli ma questi non possono essere individuati con le categorie del secolo scorso.

La battaglia per la legalità, contro la criminalità organizzata, per riconquistare pezzi di territorio allo Stato (anche al Nord) per Franceschini è un altro importante «elemento di distinzione da chi dice che Mangano era un eroe».

Idee queste da portare tutte avanti nel partito, attraverso la gestione collegiale e qui Franceschini ha ricordato il ruolo di Area Democratica: aiutare il Pd a rimanere il più vicino possibile all’idea originaria ma «risolviamo i problemi in un clima di collaborazione; senza rinunciare a nessuna delle nostre idee, ma mettendole a disposizione del partito».
Idem per Piero Fassino che ha ribadito che il «compito della minoranza non è mettersi a bordo capo e fischiare i falli alla maggioranza, ma stare in campo e aiutare la squadra a vincere».
Tesi queste sostenute da Dario Franceschini anche in nome del patto fatto con i suoi elettori delle primarie, a cui aveva promesso che chiunque sarebbe stato eletto segretario, lo avrebbe sostenuto.

E qui è arrivata un’altra novità perché quella che ha preso corpo a Roma è un’Area Democratica di cui Franceschini è sembrato volersi far carico completamente, ricordando che quella componente è nata in seguito alla sua mozione congressuale e sottolineando i voti presi da lui alle primarie, espressi da un milione di elettori al quale lui si sente vincolato.
Anche questo è un «cambio di passo» rispetto alla precedente gestione di Area Dem che Franceschini ha definito una sorta di federazione in cui, agli incontri, si vedevano «gli amici Tizio, gli amici di Caio ecc.» (ed era verissimo, chi ha partecipato ai seminari di Cortona non può non aver notato gli equilibrismi della scaletta degli interventi e le frecciate che le varie componenti si tiravano tra di loro), mentre ora la rivendicava per sé ma chiedendo anche ai partecipanti di fare un passo in più e «di mescolarsi definitivamente».

Tanti gli interventi che si sono susseguiti, nonostante il tempo ristretto del giovedì pomeriggio. La maggior parte delle personalità che ha preso la parola, oltre ad esporre il proprio argomento (per chi lo aveva), ha espresso la propria criticità verso il documento dei 75: parole piuttosto ovvie e condivisibili per i presenti in sala che, però, dette da Franceschini avevano un senso perché a lui toccava fare chiarezza sulla vicenda, mentre sulla bocca degli altri, forse potevano anche essere tralasciate, innanzitutto per la presenza dei giornalisti in sala che, però, fortunatamente, hanno intuito che il fulcro della giornata era altro e non hanno alimentato possibili polemiche, ma poi anche perché oramai è chiaro che le strade sono separate.

Sulla separazione delle strade, proprio Franceschini ha fatto sapere di avere ricevuto nella mattinata una lettera dai 75, in cui si definisce - a detta sua, «con toni costruttivi» - la cosiddetta “separazione consensuale” del gruppo.
Lettera che è stata ripresa in parte dai giornali e che, a leggerla bene, suona un po’ contraddittoria e sembra una presa in giro dato quel che è accaduto in questi giorni: dopo che in una riunione notturna i 75 avevano definito Area Dem come morta e superata e avevano presentato il loro documento, a cui era però seguita la rivendicazione dell’Area di cui contestavano l’appropriazione (secondo loro indebita) da parte di Franceschini appena lui ne aveva convocato una nuova riunione senza di loro; e adesso scrivono per dire «ce ne andiamo per la nostra strada»…
Tuttavia Franceschini non ha commentato nulla e non ha voluto riaprire polemiche inutili su quella vicenda.

Un commento a parte lo merita, invece, il discorso di David Sassoli che ha suscitato grande stupore (per dire un eufemismo) in molti.
Sassoli ha praticamente demolito Veltroni, la sua lettera al Corriere (dicendo che era illusoria, vendeva un sogno che non esiste) e il documento dei 75 (criticato «per forma, per spirito e anche per la sostanza»).


Sassoli è stato durissimo nell’evidenziare tutti i limiti e le contraddizioni delle proposte veltroniane, contestando innanzitutto l’uso spregiativo del termine «difendere» e ricordando la validità delle battaglie sostenute dal Partito Democratico per la difesa della libertà di stampa, della legalità, della Costituzione (riagganciandosi anche allo scenario di emergenza democratica presentato da Franceschini in apertura di discorso). Cose queste che sicuramente Veltroni non aveva messo in discussione ma che rischiano di venire accantonate in nome di un’idea dell’innovare non troppo definita e completamente avulsa dalla realtà concreta.
Sassoli ha poi ricordato che non bisogna inseguire la destra copiandone i modelli ma averne dei propri (anche Franceschini ha sostenuto, con altre parole, che occorre distinguersi dalla destra) e anche per questo ha rivendicato con forza anche le storie di provenienza di ciascuno, dicendo che è sbagliato vagheggiare l’oblio perché il passato conta, ma occorre guardare al futuro e lavorare su quello.
Il punto è che fa uno strano effetto sentire quelle parole lì - che sembrano di un dalemiano (erano loro a sostenere che il modello veltroniano era la fotocopia del berlusconismo) - in bocca ad uno che tutti pensavano veltroniano (tanto che figura anche tra i collaboratori della rivista Pane e Acqua di Veltroni).
La verità, però, è che Sassoli ha detto esattamente ciò che diceva nella sua campagna elettorale per le elezioni europee (anche se lì non c’è mai stato alcun riferimento a Veltroni e qui ha usato toni molto più duri).
Sfidare la destra sui valori, proponendo i nostri (che da qualche parte occorre andarli a prendere e dove si li cercano se si cancella il passato? Questo non vuol dire riproporre le stesse cose di secoli fa, ma avere un fondamento delle proprie idee, sì), dare modelli culturali alternativi a quelli introdotti dal berlusconismo e non inseguirlo… Erano queste le parole del Partito Democratico di Dario Franceschini (senza tuttavia l’uso polemico verso qualcuno) ed erano queste le parole dette anche nel percorso delle primarie.
Eppure il fatto che Sassoli abbia usato tali parole come frecciate pesanti a Veltroni ha fatto un certo effetto.

Interventi più pacati e importanti sono arrivati da Franco Marini, Debora Serracchiani, Pier Paolo Baretta, Cesare Damiano, Enzo Bianco.

Prossimo incontro nazionale con Area Democratica è dal 22 al 24 ottobre a Cortona e, memore dell’esperienza del dicembre 2009, Franceschini ha promesso che, questa volta, la sala sarà riscaldata.

I video di tutti gli interventi sul sito di Radio Radicale>>

 

Area Dem

P.s.: Personalmente sono rimasta con un dubbio: l’impressione è che siamo sempre al punto di partenza. Probabilmente, in questo caso, è anche vero: Area Dem si è ritrovata dopo il terremoto prodotto dal documento dei 75 e la riunione di Roma doveva servire anche a rilanciare un po’ l’Area e a tracciare la direzione da intraprendere per il futuro.
Inizialmente, invece, il difficile equilibrismo tra le diverse anime che componevano Area Dem aveva un po’ “imbrigliato” le potenzialità che venivano espresse nei vari incontri e, forse, nel tentativo di non sbilanciarsi troppo da una parte o dall’altra (la «federazione», «gli amici di Tizio e gli amici di Caio») si rimaneva sempre un po’ “al palo”, pur riuscendo anche a discutere di contenuti validissimi.
In molti ieri eravamo contenti del fatto che al nostro interno si fosse fatta un po’ di chiarezza e che, anche se dispiace aver perso per strada molti amici con cui abbiamo condiviso tanto e con cui crediamo di poter ancora portare avanti molte cose che abbiamo in comune (e molti di loro ci mancheranno ai prossimi incontri), forse questa volta, con maggior convergenza di vedute al nostro interno sia davvero possibile portare avanti qualcosa di più concreto.
Personalmente, questa volta vorrei che si partisse davvero: non vorrei che tornassimo a Cortona a ripeterci le stesse cose di un anno fa, che poi diventano lettera morta appena usciamo dalla sala.
Dico di più: queste assemblee in cui ci incontriamo sempre tutti e ci diciamo più o meno tutti le stesse cose, sono momenti piacevoli, interessanti anche per alcune tematiche affrontate, di incontro, di ascolto di alcune realtà, tuttavia mi piacerebbe che, oltre a tutto questo, ogni tanto si uscisse anche con delle iniziative mirate su contenuti specifici (magari prendendo spunto proprio da quello che emerge in queste assemblee) da portare sui territori con titoli precisi e relatori appositi.
Penso, ad esempio, al convegno sull’economia proposto da Piero Fassino in febbraio o ai corsi di Democratica prima che arrivasse il documento dei 75.
Insomma, senza produrre conte, documenti divisori o stranezze di varia interpretabilità, credo che se abbiamo delle idee non basta che ce le raccontiamo tra di noi, bisogna che le confrontiamo con il resto del partito e che poi - verificata la possibilità di renderle un vero contributo utile - le proponiamo al di fuori in modo che possano attrarre tutti gli interessati.

Il futuro di Area Democratica

Al Pd accadono sempre cose surreali: il disagio provocato dal documento dei 75 di Veltroni-Fioroni-Gentiloni (ora diventati 76) non si è concluso con la direzione di ieri.
O meglio, ieri il segretario Bersani, chiedendo di votare la sua relazione, ha scelto di fare chiarezza (almeno dal punto di vista numerico), ma l'intento era chiaramente un altro: mettere all'angolo Veltroni e i suoi.
I numeri, ovviamente, hanno dato ragione a Bersani (che ha avuto un'ampia maggioranza, ricevendo anche i voti dell'area Fassino e Franceschini), isolando di fatto il gruppo dei tre -Oni e di Marino che, però, si sono astenuti e non gli hanno votato contro.
Quanti astenuti? 32 scrivono le agenzie di stampa, 55 sostiene Fioroni dicendo che molti erano già andati via per prendere treni o aerei, ma cambia poco su circa 200 persone presenti. Inoltre Marino ha subito distinto il suo dissenso da quello dei veltroniani.

Veltroni lo sapeva bene che stava andando incontro a qualcosa di poco piacevole, per questo, negli ultimi due giorni antecendenti la direzione aveva maldestramente cercato di fare marcia indietro, chiedendo incontri a destra e a manca e rilasciando interviste dai toni accomodanti alle agenzie di stampa (un po' ipocrite, per la verità).

Veltroni si è mosso troppo bruscamente con quel documento e probabilmente se n'è accorto tardi, quando ha visto le notevoli reazioni negative da parte della base del Partito Democratico, della stampa e quando ha sbattuto contro il muro compatto di tutti gli altri dirigenti.

La sua mossa, tuttavia, qualcosa di irreparabile lo ha prodotto ed è la spaccatura di Area Democratica.

Area Democratica è la pseudo corrente di minoranza che si è formata dopo il congresso del Pd e che raccoglieva, inizialmente, i parlamentari sostenitori della mozione di Dario Franceschini (quindi compresi i tre –Oni e Fassino). Con il passare del tempo, però, quell’area si è estesa e a farne parte sono stati anche i dirigenti locali del Partito Democratico e pezzi della base. Quell’Area è stata vissuta, partecipata e ha appassionato.
Certo i limiti erano sotto gli occhi di tutti: la partenza stentata, la lunga assenza tra il primo e il secondo incontro a Cortona e dopo il secondo incontro (forte nelle presenze e nei toni usati dal palco) qualcosa si è perduto.
Difficili da spiegare alcune posizioni assunte da Franceschini all’interno del Pd dopo l’incontro di Cortona di maggio. Errori? Appiattimento su posizioni bersaniane? O scelte fatte con consapevolezza in previsione di altri scenari? Non si sa ma oramai non importa molto.
Del resto Franceschini è stato anche molto impegnato in un duro confronto quotidiano in Parlamento, dove ha portato avanti tutte le battaglie di Area Democratica.

Poco importa oggi, certo è che si sono create condizioni sempre più facili a Veltroni e agli altri scontenti per tentare una mossa che gli scippasse l’Area dalle mani e il documento dei 76, nei fatti, è stato questo.
Franceschini lo ha lasciato intendere chiaramente nel video forum su Repubblica Tv, dicendo, senza nascondere la sua amarezza, che quando si raccolgono firme e a qualcuno non si chiedono è evidente che si vuole andare ad una conta e che lui quel documento lo ha visto sui giornali sebbene Veltroni sedesse in Parlamento non lontano dal suo posto.
I tre –Oni hanno replicato accusando Franceschini, evidenziandone i limiti nella gestione di Area Democratica e dichiarando quell’esperienza esaurita.
Insomma, il messaggio era: «così com’è l’Area non ci piace e non ci piace come la stai portando avanti, quindi ora ce la prendiamo noi e facciamo a modo nostro».

La posizione si è acuita con il voto in direzione di ieri che ha visto Fassino e Franceschini approvare il testo di Bersani, sebbene con ragioni ben motivate, come ha spiegato lo stesso Franceschini in un’intervista sul Corriere di oggi.
Nella stessa intervista, riguardo al destino di Area Democratica, Franceschini ha anche ammesso che «E' una divisione oggettiva, lo dico senza rancore. Il documento dei 75 è nato per questo, mi sembra difficile ricomporre le cose».
Parole non da poco che aprivano due possibili scenari: chiudere definitivamente Area Democratica (dopo tutto l’impegno che ci si è messo!), regalare la minoranza interna ai tre –Oni (che però sono un gruppo ridotto) e appiattirsi davvero sulle ragioni della maggioranza bersaniana; oppure continuare ma con un’Area Democratica diversa, senza un pezzo importante, ma che non accantoni di colpo tutto quanto.

Questa mattina, dopo una riunione a Montecitorio, si è scelta questa seconda via: giovedì 30 settembre a Roma è previsto un incontro nazionale di Area Democratica, con tutti quelli che hanno voglia di proseguire questa esperienza.
Ovviamente, non sono stati invitati i 76 del documento dei tre –Oni.
Perché invitarli, del resto? Non sono stati loro a dire che quell’Area Democratica non andava più bene e quindi non serviva più?
Non hanno già indetto un convegno ad Orvieto? A che scopo invitarli?

Già, però, pare che loro non l’abbiano presa bene, come denuncia una nota di Gero Grassi e, questo lascia intendere qualcosa di più: Veltroni e i suoi speravano davvero di spingere Franceschini e il suo gruppo dentro la maggioranza, in modo da raccogliere loro tutti gli scontenti che lasciava in eredità la defunta Area Democratica; anche perché loro da soli sono pochini e non hanno una rete di appoggio (più facile prendere quella già costruita da altri!).
Eredità che Franceschini, a quanto pare, non vuole regalare affatto (tanto più dopo un tentativo di demolire la sua leadership come quello che gli hanno messo in atto).
Franceschini deve aver capito, inoltre, che c’è un gruppo piuttosto consistente di persone che sostiene la linea da lui intrapresa e che pensa che esistano altri modi di portare la discussione dentro al Partito Democratico che non sia quello di raccogliere firme. Persone, queste, che difficilmente potrebbero accettare di spostarsi nel gruppo dei “movimentisti” veltroniani ma che avrebbero difficoltà anche ad appiattirsi sulle idee della segreteria Bersani e alle quali occorre dare un luogo per proseguire il cammino nel Pd facendole sentire rappresentate.
Probabilmente nasce anche da questa esigenza la nuova convocazione imminente di un incontro per Area Democratica, oltre che dalla reale necessità di contarsi, a questo punto.

Il dubbio è cosa faranno ora i “movimentisti”? Si rassegneranno e cominceranno a costruirsi una loro rete e dei loro luoghi di incontro o pretenderanno di entrare nella nuova Area Democratica con il puro scopo di trovare un palcoscenico per il loro show e per portare altro scompiglio oltre a quello che già hanno creato? La nota di Gero Grassi lascia presumere che la strada che seguiranno sarà proprio questa seconda…
Ci auguriamo vivamente di no, non ne sentiamo il bisogno di un nuovo inutile terremoto.

Franceschini alla Festa Pd di Roma

Mercoledì 14 luglio, Dario Franceschini, ospite alla Festa del Pd di Roma, ha toccato tutti i principali temi dell'attualità politica: la possibile crisi di governo, il ddl intercettazioni, l'opposizione, l'informazione, il Partito Democratico, Pomigliano...

Video dell'intervista di Bianca Berlinguer a Dario Franceschini alla Festa Pd di Roma>>>

Il racconto della serata di Manuela Campanella>>>

I passaggi principali (video)>>>

 E non si dica che il Pd non fa opposizione e non parla in modo chiaro!


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permalink | inviato da dianacomari il 16/7/2010 alle 12:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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