.
Annunci online

Renzi e la Festa Pd di Bologna

Renzi la smetta di piantare discussioni sul niente. Quella di Bologna e' una festa Pd locale come tante altre e, tendenzialmente, alle feste locali si invitano esponenti politici locali e parlamentari con ruoli nazionali di rilievo e il sindaco di Firenze non rientra in queste categorie. Probabilmente gli organizzatori non ci avranno neanche pensato e non certo per fargli uno sgarbo. Inoltre, ufficialmente Renzi non si e' ancora candidato alle primarie per la premiership e non c'è un congresso in corso, quindi non si capisce perché dovrebbe essere invitato a tutte le feste d'Italia. Renzi, data la visibilità mediatica ottenuta e date le agitazioni piu' volte sollevate ha giustamente ottenuto un invito alla festa Pd nazionale, che e' quella conta davvero. Per il resto farebbe meglio a preoccuparsi della festa Pd di Firenze invece che inventare polemiche sul niente.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. renzi bologna festademocratica pd

permalink | inviato da dianacomari il 23/8/2012 alle 11:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Siamo esplosi

Siamo esplosi...
A leggere i giornali delle ultime settimane, ma anche a frequentare un po’ di riunioni e assemblee, l’impressione è che il Pd sia esploso in mille frammenti, che difficilmente insieme riescono a formare un puzzle di senso compiuto.
Ma questa è solo un’impressione, la realtà è più complessa.
La rottura ufficiale è arrivata ieri con lo scambio di battute infelici tra il segretario Bersani - che, dall’incontro dedicato ai giovani organizzato a Napoli, ha detto che «Bisogna mettersi a disposizione, non si può dare l’idea che un giovane per andare avanti deve scalciare, deve insultare. […] Guai a un ricambio secondo la logica del “vai via tu che vengo io perché sono più giovane”» - e Renzi (che gli ha risposto di non essere un asino che scalcia).
 
Querelle che poteva terminare lì e che, invece, è degenerata con un «non scambiare per nuove delle idee che sono un usato degli anni '80, perché con certe ricette facili e idee troppo semplici siamo finiti nei guai» da parte di Bersani riferito a Renzi e un «il modello di Pd per cui ci sono i dirigenti che danno la linea agli eletti, i quali sono chiamati ad andare dagli elettori a fare volantinaggio per spiegare, andava bene nel '900» da parte di Renzi riferito a Bersani.

Lo scontro c’è ed è anche molto acceso, inutile minimizzare o nascondere la testa sotto la sabbia fingendo di non vedere ciò che è evidente (come purtroppo ha fatto L’Unità, con buona pace dell’onestà intellettuale che i giornalisti dovrebbero cercare di avere quando scrivono un pezzo), solo che il problema che c’è non si chiama Renzi ma di chiama Bersani.

Al di là dello scambio di battute velenosette (e Renzi un po’ se l’è andata cercare perché, è vero che un segretario dovrebbe cercare di essere inclusivo, ma è anche comprensibile che dopo tutte le bordate di contestazioni ricevute, Bersani si offenda pure), infatti, i problemi che in queste settimane sono emersi all’interno del Pd vanno ben oltre al “caso Renzi”.
Prima di Renzi sono arrivati i “giovani turchi”(Fassina, Orfini, Orlando... tutti della segreteria Bersani, oltretutto) che hanno recentemente dato vita ad un incontro a L’Aquila che doveva essere aperto ma di fatto ne è emersa una piattaforma molto "di sinistra", soprattutto in materia economica; a questi hanno risposto i “giovani curdi” (Gianluca Lioni, di area Franceschini) con un documento di intenti "liberal" dal punto di vista economico; sempre di area “liberal” c'è MoDem (Veltroni, Fioroni, Gentiloni, i quali sono anche un po' “rottamatori” ma più nei confronti di Bersani e dei suoi per ragioni che vanno anche oltre la linea politica); poi sono arrivati Civati & Serracchiani (molto easy, sicuramente abbastanza liberal, nati come “giovani” ma poi allargatisi al resto del Pd ma soprattutto di maggior impatto mediatico rispetto alle altre aree) e alla fine si è aggiunto il Big Bang di Renzi (molto più duro nella critica alla linea del segretario, “di destra” per le scelte economiche e di welfare e decisamente più sveglio a comunicare). Ci sarebbe anche AreaDem di Franceschini, fino ad ora la componente più vicina alla segreteria Bersani (addirittura troppo in certi momenti) ma che in queste settimane è rimasta in silenzio o ha mostrato varie aperture qua e là, senza prendere posizioni troppo nette.

In questo quadro così composito, è chiaro che il problema di Bersani è serio: come mai ha lasciato lo spazio perché nascessero tutte queste aree di pensiero così divergenti dalla sua linea?
Da Bersani e dal suo giro si percepisce il vuoto (soprattutto a livello comunicativo) perché se c'era qualcosa di solido e di condiviso, tutte queste aree non sarebbero nate. Nel vuoto, infatti, è più facile inserirsi ed è più facile che ad imporsi sia chi urla di più (come Renzi) o chi è più giovane e quindi interpreta meglio il desiderio di rinnovamento che è emerso con chiarezza dalle ultime tornate elettorali, perché ha un’immagine meno “usurata” e, soprattutto, ha una maggior padronanza del linguaggio dei mezzi di comunicazione moderni (Civati, ad esempio, senza il web non sarebbe mai esistito e adesso rischia di essere uno dei soggetti candidabili al Parlamento esclusivamente in virtù del suo seguito virtuale, indipendentemente dalla consistenza del suo operato politico nel mondo reale e va bene che ci sia perché porta molti voti ma poi una volta eletto che contributo reale potrà dare all’Italia?!).
Al problema dell’incapacità di stare sui media di Bersani (anche la spinta di Crozza si sta ormai esaurendo) e dei componenti dell’attuale gruppo dirigente, con ovvie ripercussioni negative su tutto il fronte della comunicazione del Pd, in queste settimane, però è emerso che c’è anche un problema serio di idee: che linea politica vogliamo dare al Pd? Le linee dei giovani turchi, dei giovani curdi, di Civati-Serracchiani, di MoDem e di Renzi sono profondamente divergenti. Tutte hanno in comune che divergono dalla linea Bersani, ma ciascuno a modo suo. E allora com'è che Bersani ha vinto le primarie per la segreteria del Pd con tutti quei voti se poi la sua idea politica non piace a nessuno neanche nel partito? Ed è evidente che non piace a nessuno dato il proliferare di tutte queste iniziative di giovani e meno giovani, alcune di successo (magari un po’ caricato dai media) e altre meno.

Oggi siamo tutti impegnati a sprecare tempo a dissertare sul dualismo Renzi/Bersani e a schierarci da una parte o dall’altra ma il punto è che questo dualismo non ci porta da nessuna parte perché quello che occorre è sapere fare la sintesi delle posizioni (ad oggi troppo divergenti) e anche cercare di comunicarla bene sui media in modo da non lasciare spazio a dubbi che fanno sorgere iniziative dai toni più o meno accesi che poi ci fanno apparire come lacerati all'interno.
Evidentemente Bersani non è percepito come una figura di sintesi (nonostante lui abbia cercato più volte di conciliare istanze diverse e qualche apertura rispetto ai suoi inizi da segretario l’abbia anche fatta), oppure semplicemente non è in grado di comunicarla con sufficiente forza oppure ancora le aperture fatte fin qui non sono bastate.
Tuttavia, il problema resta.
Dal punto di vista comunicativo Bersani sui media non esiste e, quando parla, spesso sbaglia anche quando esprime concetti giustissimi e condivisibili e, questo, certamente non lo aiuta.
Eppure qui non è solo il solito gioco di indebolire il leader di turno (anche perché il “leader” non c'è, c’è appunto un segretario) ma è che proprio con il segretario non sembra essere più d'accordo nessuno e allora cosa sta lì a fare? Chi rappresenta?

Tutte le divergenze che si sono aperte nelle ultime settimane sembrano tanto posizionamenti precongressuali ma al momento non c’è alcun congresso aperto nel Pd e sarebbe sciocco aprirlo dato che ci potrebbero essere elezioni politiche a breve se il governo in carica non regge.
Però quello che viene messo in discussione da tutte le parti è la linea politica oltre che le persone del gruppo dirigente e questo va un po’ oltre il cercare di far venir fuori delle proposte per l’Italia.
Può essere anche che tutte le divergenze di queste settimane siano semplicemente posizionamenti elettorali per i più “vecchi” del partito, quelli che Renzi vorrebbe rottamare e che, invece, stanno facendo di tutto per alzare la voce e mettersi in luce in modo da guadagnarsi posti di privilegio ma a partecipare alle schermaglie sono anche i giovani (non solo quelli noti come Civati e Serracchiani ma anche quelli veri, della base, dai nomi sconosciuti per le platee mediatiche) che non giocano sui posizionamenti perché non hanno posti da prendere ma vogliono le idee e la politica e allora vuol dire che c'è un problema vero.
Un problema che non si può risolvere con la candidatura di Renzi a premier (che oltretutto si è tirato contro tante antipatie che difficilmente potrebbe ottenere buoni risultati) al posto di Bersani, perché le divergenze di vedute interne resterebbero.
Lo scontro Renzi/Bersani potrebbe aprire la strada ad un’altra figura in grado di mediare tra le due posizioni (e quindi tra i due grandi blocchi del Pd, quello più “a sinistra” e quello più “liberal”), non a caso si è fatto avanti Chiamparino (che smania dalla voglia di rimettersi in pista, alla faccia dei “dinosauri” da mandare in pensione).
Tuttavia, al di là delle candidature a premier o alla prossima segreteria, sarebbe il caso che, nel frattempo, il fronte interno si ricomponesse, anche perché simili schermaglie rappresentate sui giornali non fanno bene al Pd. Male ha fatto Bersani a non partecipare a nessuno degli eventi organizzati da questi gruppi in disaccordo con la sua linea: se la logica era quella di presentare delle idee, lui sarebbe dovuto andare ad ascoltarle (nel caso del Big Bang era sicuramente più difficile dati i toni volutamente contro utilizzati da Renzi); allo stesso modo spiace che tutta questa vivacità che c’è continui a restare lontana dai luoghi ufficiali della vita del partito, quelli in cui si prendono o si dovrebbero prendere le decisioni che contano, come ad esempio le Assemblee nazionali, le direzioni ecc. perché da lì di tutte queste proposte innovative e di queste modalità più friendly non se n’è mai vista neanche l’ombra e la colpa non è certamente solo di Bersani.
 

Non facciamone una questione generazionale

Sui giornali si vede spesso il dibattito interno al Pd ridotto ad una questione di nomi, di leadership e di candidature. Lo scontro sembra sempre infiammarsi tra occupatori di poltrone da una vita e per la vita e rottamatori in cerca di visibilità, con schiacciati nel mezzo altri soggetti che non stanno né da una parte né dall’altra e che faticano farsi spazio perché schiacciati da entrambi.
È un po’ triste che la politica si riduca a questo. È un po’ triste che anziché discutere di idee, di proposte (che pure ci sono, non sempre convergenti ma esistono come ha dimostrato anche l’ultimo evento di Bologna), si finisca sempre e solo a discutere di nomi e di posti.
I posti dovrebbero servire a delle persone per portare avanti delle idee e dei progetti che non devono essere solo quelli di chi li propone ma devono essere condivisi da una parte più larga possibile.
Sulle candidature, alla fine, ci sarà la guerra, come è sempre stato e come sempre sarà.
Personalmente, non mi interessa sapere se qualcuno ha fatto della politica la sua professione o se, invece, fa altro e alla politica si sente solo momentaneamente prestato.
Personalmente, mi interessa che chi fa politica la faccia bene e si occupi seriamente delle problematiche da affrontare nell’interesse dei cittadini.
Mi interessa che vengano candidate persone serie, competenti, capaci e possibilmente per bene. Non credo che il dato anagrafico debba essere determinante; sicuramente serve un certo ricambio ma non credo che sia corretta una “rottamazione” complessiva: le persone vanno giudicate singolarmente per ciò che hanno fatto, per il loro grado di competenza, per l’apporto di valore che sono state in grado di portare e per quello che possono offrire ancora.
E credo, inoltre, che le persone nuove debbano sapere convivere e confrontarsi con chi ha maggiore esperienza e chi ha maggiore esperienza debba essere in grado di accogliere le nuove leve invece di tirare su dei muri: si cresce insieme e nascono buone idee quando ci si confronta giovani con meno giovani e non quando ci si mette aprioristicamente uno contro l'altro. Alle giovani generazioni servono i consigli di chi ha maggiore esperienza; alle generazioni più adulte servono le idee nuove che possono arrivare solo chi è nato dopo. Il confronto è necessario perché è insieme che si possono trovare soluzioni per affrontare le sfide che abbiamo di fronte nel Paese, perché da soli si rischia molto spesso di non vedere i propri limiti e di andare a sbattere contro al muro senza neanche comprenderne il motivo.
È insieme che si costruisce e per tutti, non separati (poi magari certi soggetti potrebbero anche farsi da parte ma non credo si debba fare una questione puramente generazionale).
 

Analisi del voto

I giornali di questi giorni sono pieni di pagine di analisi elettorali, più o meno tutte simili tra loro perché ciò che è accaduto con la tornata di elezioni amministrative appena trascorsa è ben evidente agli occhi di tutti.
Semplificando, come ha detto il segretario Pd Pier Luigi Bersani, il centrosinistra ha vinto e il centrodestra ha perso: il dato è abbastanza omogeneo su tutta l’Italia e ha valenza politica nazionale per come è stata condotta la campagna elettorale ma anche perché a metà legislatura del governo è ovvio che gli italiani abbiamo cominciato a fare un bilancio dell’azione della maggioranza in carica.
Quel che emerge chiarissimamente da tutti i risultati è che il centrodestra ha perso consensi: gli elettori delusi o hanno votato altrove o non hanno votato affatto.
Tutti gli analisti, infatti, si sono affrettati a segnalare che questa volta, a differenza del passato, non c'è stato scambio di voti tra Lega e Pdl. «Ci sono state, invece, perdite nette dell'uno e dell'altro. - scrive Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore - Contrariamente alle aspettative i delusi di Berlusconi non hanno votato Bossi. E così tutto il centrodestra arretra. Il problema non si presenta solo a Milano. Se così fosse la spiegazione potrebbe essere cercata in fattori locali. Rispetto alle ultime regionali Pdl e Lega perdono sistematicamente in tutto il Nord sia nei comuni che nelle province».

Milano è, tuttavia, il caso più eclatante di quanto avvenuto oltre che una città simbolo del potere del centrodestra che, questa volta, sembra essere giunto al termine.
Innanzitutto, tutte le nove zone della città sono passate al centrosinistra (prima soltanto la Zona 9 era governata dal centrosinistra, mentre le altre otto erano del centrodestra).
Andando ad analizzare i dati elettorali, inoltre, emerge un fatto importante: le preferenze, di solito abbastanza complicate da raccogliere, sono state utilizzate dagli elettori del centrosinistra molto più che da quelli del centrodestra. I partiti maggiori e i candidati più noti, ovviamente, sono quelli che ne hanno raccolte di più. Per il centrosinistra, 49.153 preferenze sono state espresse per i candidati del Partito Democratico (con un trionfo di Stefano Boeri) e 10.956 da Sinistra Ecologia e Libertà, poche quelle per gli altri partiti (per lo più attribuite al candidato di punta della lista). Spicca la scarsità di preferenze raccolte dall’Italia dei Valori: nessun numero eclatante sulla lista e questo è un dato curioso perché notoriamente gli elettori di quel partito sono persone molto attente e tendono ad informarsi bene sui candidati.
Complessivamente, l’Italia dei Valori ha perso molto in queste elezioni in tutta Italia a vantaggio delle liste del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (ad eccezione di Napoli, dove la popolarità di Luigi De Magistris hanno concesso al partito di Di Pietro di arrivare al ballottaggio) e viene da pensare che il tutto sia ricollocabile in chiave di politica nazionale: la compravendita dei deputati da parte di Berlusconi che ha visto come protagonisti principali proprio tre dipietristi deve aver lasciato il segno.
Le liste del centrodestra a Milano hanno raccolto ben poche preferenze: il partito che ne ha ottenute di più è il Pdl (grazie a nomi noti messi in lista), scarsissime quelle della Lega con l’eccezione di Matteo Salvini e questo è un dato che dovrebbe far riflettere sul presunto radicamento nel territorio dei candidati leghisti, perché la preferenza è un segno chiaro che gli elettori hanno scelto consapevolmente quel candidato.
Perplessità emergono poi sul cosiddetto Terzo Polo: su scala nazionale si è mostrato irrilevante, segno che la politica dei “mille forni” di Casini non paga. Del resto è un po’ difficile sparare contro Berlusconi in una città e presentarsi suo alleato in un'altra...
Inoltre, a questo si aggiunge l’idea del voto utile, ben spiegata da Massimo D’Alema, in un’intervista a La Stampa: «Queste elezioni dimostrano che se la richiesta di cambiamento è così diffusa, allora i cittadini utilizzano il voto che ritengono utile per ottenere il cambiamento. Voglio dire che se a Milano si pensa che occorra chiudere con la Moratti, allora i cittadini - con tutto il rispetto per il Terzo polo - votano per Pisapia, che è il candidato che può batterla. L’idea bipolare è ormai radicata nella testa degli elettori, e a volte la “terzietà”, se è fine a se stessa, si paga. Ripeto: ho grande rispetto per la discussione in corso nel Terzo polo, ma chiedo loro in che prospettiva strategica si pongono. Se si vuole superare il berlusconismo, bisogna assumersi delle responsabilità. E non mi riferisco certo a questi ballottaggi».
Le cose, infatti, cambiano notevolmente adesso con i ballottaggi perché il Terzo Polo potrebbe diventare un pericoloso ago della bilancia.
Nel caso specifico di Milano, è stato anche merito di Casini (oltre che delle intemperanze di Berlusconi, Lassini e Santanché) se la Moratti ha perso 80.000 voti: il venerdì di chiusura della campagna elettorale è stato lui ad andare su tutte le televisioni a dichiarare che gli estremisti stavano nel centrodestra. Monito importante per quello che potrebbe essere il suo bacino elettorale che, indipendentemente dal fatto che possa aver votato per Manfredi Palmeri o no, sicuramente, dopo quelle affermazioni, non ha votato per il sindaco uscente.
Anche questo dei toni utilizzati nella campagna elettorale è stato un tratto che – come tutti hanno rilevato – ha inciso enormemente nella scelta da fare alle urne.
La comparsata televisiva ad Anno Zero di Daniela Santanché ha regalato una marea di voti di indecisi a Pisapia: non ci voleva molto a capirlo, bastava andare per strada il giorno dopo per sentire cosa dicevano le persone.
Michele Brambilla, su La Stampa, commenta: «Milano è troppo sobria per quella gente là, abbiamo sentito dire da una signora, che per “quella gente là” intendeva i pasdaran della politica urlata, i titolisti dal pugno nello stomaco, i professionisti del dossieraggio: gente che non è neanche di Milano e non sa che quello stile lì a Milano può funzionare sul breve ma non alla distanza. Perché “il troppo stroppia” è un altro proverbio che fa parte del patrimonio di saggezza di questa città. Perché che Pisapia sia un estremista, o il capo di un’eventuale giunta di estremisti, a Milano non la beve nessuno».
E ancora «Occupata com’era a dimostrare (o a far dimostrare) con ogni argomento – tutti sistematicamente sbugiardati – che Giuliano Pisapia non è una “forza gentile” espressione della buona borghesia milanese ancorché di sinistra, ma più o meno un mascherato fiancheggiatore di terroristi di varia natura, non si è accorta che i milanesi in effetti si sono presi paura. Non già di Pisapia, ma dell’estremismo che lei, eccessiva nel Dna, incarna», scrive di Daniela Santanché, Fabrizia Bagozzi su Europa.
Ed è tutto vero perché Giuliano Pisapia non è quello che la destra ha cercato di far credere e le persone, che in questi mesi lo hanno cercato, incontrato, ascoltato, lo sanno benissimo.

Lo stupore per il risultato elettorale (tanto per l’arrivo al ballottaggio, quanto per le percentuali con cui si è arrivati) che ha colto tanti commentatori e anche tanti dirigenti di partito, in realtà lascia intendere come questi siano stati molto distratti nei mesi di campagna elettorale perché bastava girare un po’ per le iniziative a cui era prevista la partecipazione di Giuliano Pisapia per accorgersi che qualcosa si stava muovendo, che c’era tanta attenzione attorno a lui (anche da parte di persone che normalmente non si vedono alle iniziative politiche) e tanta voglia di conoscerlo, di sentire cosa aveva da raccontare e, al di là del commento sulle doti comunicative del candidato sindaco del centrosinistra, quello che colpiva di lui era proprio la sua naturalezza, il suo essere in mezzo agli altri, il suo parlare di cose normali (che interessano a tutti i cittadini, come l’abitare, le case, il verde, il traffico, l’inquinamento, l’acqua pubblica, l’occupazione, la trasparenza nella politica) come una persona normale. Qualità rare queste in un tempo di politici urlanti e venditori di sogni impossibili.

Lasciando Milano per guardare alle tendenze nazionali, emergono complessivamente due dati:
1) Il centrosinistra ovunque vince se è unito. In questa tornata elettorale, a parte Napoli, fondamentalmente la coalizione di centrosinistra si è mostrata unita, mentre il centrodestra ha perso pezzi da tutte le parti (il Terzo Polo è andato da solo, la Lega in alcuni comuni ha scelto di andare da sola e anche dove era insieme al Pdl ha mostrato forti segni di insofferenza). E qui, inevitabilmente, si apre la questione delle alleanze e tutte le problematiche che queste comportano. Alla luce dei risultati elettorali, da una parte Romano Prodi è intervenuto gioioso per dire che l’Ulivo era rinato, e dall’altra parte Dario Franceschini ha riproposto la teoria dell’alleanza larga comprendente il Terzo Polo. Tutte ipotesi percorribili e tutte corrette perché, se la matematica non è un’opinione, i numeri usciti da questa tornata elettorale parlano chiaro: divisi non si va da nessuna parte. Ma allora, assoldato il fatto che le alleanze sono indispensabili, occorre necessariamente valutare con attenzione con chi allearsi e quale ruolo ritagliarsi all’interno dell’alleanza e questo è il punto che il Partito Democratico deve chiarire (soprattutto con se stesso perché, anche in questo caso i numeri parlano chiaro, molti problemi sono di natura interna e non si ripercuotono sulle scelte degli elettori).
Franceschini, in una recente intervista a Repubblica Tv, ha affermato che il ruolo del Pd – in quanto partito più grande – deve essere quello che tiene insieme la coalizione e che, quindi, sta in mezzo tra la sinistra (rappresentata da Vendola in prevalenza) e il Terzo Polo. Posizione questa che, per quanto abbastanza naturale, è un po’ riduttiva dal punto di vista politico: forse Franceschini si è espresso male ma, al maggior partito della coalizione dovrebbero spettare proposte (che per altro ci sono) e, con queste, la guida nella linea politica. Se il Pd deve essere solo un collante tra due forze (una di sinistra e una di centro), serve a poco.
2) Al di là della tendenza complessiva, secondo cui gli italiani con il voto volevano esprimere la loro sfiducia al governo in carica, vincono meglio i candidati noti, forti e dal profilo politico riconoscibile, gli altri fanno più fatica. Lo dimostrano l’enorme successo avuto da Piero Fassino (il sindaco più votato) nonostante le candidature fossero 37, lo dimostra De Megistris (a scapito di Morcone, il quale oltre a non essere conosciuto si trovava a dover scontare i pasticci del Partito Democratico di Napoli sulle primarie e la propaganda pressante sul dramma dei rifiuti che continua ad attanagliare la città), lo dimostra anche Giuliano Pisapia (persona molto conosciuta e dal profilo politico chiarissimo e netto) e lo dimostra anche la difficoltà di Virginio Merola a Bologna, in bilico fino all'ultimo (pagava l’affaire Del Bono che ha portato all'exploit i grillini, alcuni svarioni che ha preso durante la campagna elettorale ma anche il fatto di essere sostanzialmente un personaggio non noto).

Un dato che tutti i giornali hanno voluto mettere in risalto (erroneamente) il giorno successivo alle elezioni è stato quello del cosiddetto trionfo della «sinistra estrema» (scritto proprio così), in quanto Pisapia (Milano), Zedda (Cagliari) e De Magristris (Napoli) sarebbero esponenti di quelle tendenze.
A parte il fatto che, caso mai si tratta di “sinistra più radicale” o semplicemente “sinistra”, questo dato però è vero solo parzialmente: è vero che la candidatura di Pisapia è nata nell’ambito di Rifondazione/Sinistra Ecologia e Libertà, così come a Sel appartiene Zedda e De Magistris sicuramente non è annoverabile tra i soggetti moderati, ma questi partiti, in realtà, alle elezioni hanno preso pochi voti. A Milano è stato un trionfo del Pd che, arrivando al 28%, ha raggiunto il Pdl e nelle altre città la tendenza è la stessa.
Gli elettori, pur scegliendo persone di partiti piccoli per la guida del loro comune o della loro provincia, non hanno poi dato il voto di lista a quei partiti ma si sono concentrati sui partiti maggiori, forse in quanto più conosciuti i loro esponenti e forse anche perché ritenuti una miglior garanzia di governabilità in caso di vittoria elettorale.
Il Partito Democratico, dunque, per quanto perennemente impelagato nelle discussioni interne di alcuni suoi esponenti a livello nazionale e per quanto presentasse situazioni politicamente problematiche a livello locale, da questa tornata elettorale ne è uscito benissimo. Segno, questo, che ai cittadini-elettori non interessa minimamente tutta la discussione interna sugli equilibri delle componenti e la problematica sulla consistenza o meno dei dirigenti locali: questi sono tutti fattori che all’esterno non si guardano, non interessano e anche quando si vedono si comprendono poco. Ecco allora che l’unità e la compattezza del partito diventano importanti agli occhi dell’esterno e quando si va a parlare fuori occorre che i dirigenti si assumano completamente questa responsabilità. Ciò non significa negare i problemi o non discutere, ma vuol dire farlo all’interno, negli organismi, per poi uscire uniti e più forti insieme, perché ciò che è un problema per gli equilibri interni al partito non necessariamente lo è per i comuni cittadini, anzi, il più delle volte non lo è affatto e quindi è meglio se questi fattori non vengono accentuati quando si parla fuori.

Venendo agli equilibri interni, tuttavia, guardando ai dati elettorali milanesi, qualche riflessione va fatta. Affari Italiani, per quanto riguarda il Pd, segnala che «Dalle urne è uscita una leadership riconosciuta: quella di Stefano Boeri. Nessuno a sinistra ha ottenuto mai tanti voti quanto lui. Altro "vincitore" è stato Pierfrancesco Maran, che è riuscito a costruire una rete di apparentamenti molto efficaci con i consigli di zona e che si propone come uomo di innovazione nell'ambito della politica democratica. Risultato da rimarcare anche per Carmela Rozza, che è stata non solo la donna del Pd più votata, ma la più votata in generale tra tutte le candidature femminili. Tra quelli che possono gioire ci sono anche i cattolici, che hanno fatto lavoro di squadra e che conquistano il sesto, il settimo e l'ottavo posto in consiglio con Granelli, Pantaleo e Fanzago».
Nomi e reti queste che agli elettori possono non voler dire niente ma che all’interno del partito dicono moltissimo. Anche in piccolo, come per le tendenze nazionali, chi ottiene di più è chi è più conosciuto ma anche chi ha una buona rete di sostegno perché, pure in questo caso, da soli si va poco lontano mentre con buone reti si vince. E, allora, per il futuro, è bene che le componenti riflettano sui successi o meno dei loro candidati e, soprattutto, sul funzionamento della rete che doveva servire a portare loro voti, per consolidare o rinnovare dove serve.
 

Il miracolo di Pisapia, il galantuomo - Paolo Marelli (Europa)>>>

Ipotesi di come potrebbero essere le nuove giunte (Corriere della Sera)>>>

Franceschini a Bologna rilancia la sfida sui valori

Un'intervento a tutto campo quello che ha tenuto ieri sera Dario Franceschini alla Festa Democratica di Bologna. Un intervento in cui Franceschini ha ripreso molte delle cose già dette alla Festa di Torino (video YouDem>>) e sui giornali, dalla questione delle alleanze allo scenario di emergenza democratica in cui l'Italia si trova, fino al commento alle ultime vicende di attualità (Fini, i giovani del Pd, le contestazioni in piazza). Ma, quello di ieri sera, è stato un intervento in cui Franceschini si è spinto anche oltre, mandando un messaggio politico chiaro: ribadendo l'importanza di incentrare la sfida al centrodestra sui valori, facendo vedere le differenze che ci sono tra gli ideali dei due schieramenti e sottolineando con forza la necessità del Partito Democratico di dover affrontare anche battaglie scomode quando sono giuste.

Video dell'interventi di Dario Franceschini alla Festa Pd di Bologna>>>

 

 

Sfoglia luglio        settembre
temi della settimana

lombardia bersani pd milano franceschini



ultimi commenti


links


archivio

Blog letto1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0