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Giornalisti che non fanno il loro mestiere

Non mi stupisco se persone comuni aprono il web o i giornali, leggono le prime cose che trovano, ci credono e le rilanciano.
Mi stupisco che lo facciano giornalisti, magari anche affermati, che dopo anni di lavoro e riconoscimenti, dimenticano le regole base del giornalismo (come ad esempio quella di avere delle fonti certe e di andarle poi a verificare) e scrivano dei pezzi contenenti tesi totalmente inventate e non si preoccupino di interpellare anche altre voci rispetto a quella della loro fonte per avere maggiori garanzie di veridicità su ciò che intendono pubblicare ma anche per tutelarsi da eventuali querele che possono arrivare quando si scrive il falso o si diffamano persone.
Questo modo di scrivere fa un danno all'informazione e ai cittadini che hanno il diritto di essere informati su quanto accade.
Non mi stupisco se ci sono politici o aspiranti tali che usano l'informazione e i mezzi di informazione per fare propaganda alle loro tesi e martellino su quegli argomenti ma mi stupisco che i giornalisti che vedono tali comunicazioni e devono scrivere un articolo attinente a quell'argomento non vadano poi a verificare se quella comunicazione è vera o falsa o se manca di altri dati, magari volutamente omessi da chi l'ha mandata.
Non mi stupisco troppo se incidenti di questo tipo capitano a giovani giornalisti, spesso neanche pagati, che lavorano in condizioni impossibili e magari hanno fretta di chiudere un pezzo con un certo numero di battute che è stato commissionato loro all'ultimo momento e cercano di arrabattarsi come possono ma mi incavolo quando lo fanno signori del giornalismo profumatamente pagati e coccolati da grandi gruppi editoriali che hanno, invece, tutte le possibilità di lavorare come si deve e mi incavolo ancora di più perché l'Ordine dei Giornalisti - che è nato per garantire ai lettori che coloro che scrivono sono persone con le competenze adatte a farlo (perché questo è ciò che ti spiegano) - poi non si preoccupi minimamente di dire qualcosa ai tanti "colleghi" che fanno tutto tranne che un'informazione corretta, verificata nelle fonti e nelle tesi.

Il ruolo del giornalista

Sull'opportunità o meno della presenza dei Casamonica in tv si può discutere.
Non so dire se le loro comparsate mediatiche siano state opportune. Credo, però, che il punto vero sia il riuscire a fare informazione mostrando un pezzo di realtà (che pure da tempo stava sotto gli occhi di tutti e nessuno sembrava essersi accorto prima del funerale show) senza offrire un palcoscenico ai delinquenti.
In questo credo Bruno Vespa abbia fallito.
Il giornalismo nasce come "mediazione" tra realtà accaduta e pubblico e, nell'esercizio di quella mediazione, si svolge il racconto della realtà che consente al pubblico di formarsi un'opinione.
Probabilmente a casa saremmo stati benissimo anche senza guardare lo show trash della figlia del defunto Casamonica, senza vederla alzare i toni (sempre in dialetto) e le mani con fare minaccioso. Probabilmente saremmo stati benissimo senza sentire il nipote che, di fronte allo snocciolamento delle accuse pesanti rivolte al defunto zio, con fare sorridente replicava "eh vabbé ma è successo una volta sola!", allo stesso modo di come si cerca di giustificare i ragazzini che hanno combinato qualche guaio di poco conto.
Eppure, a volte, è importante mostrare anche le persone negative, far vedere cosa sono, come si comportano, come si esprimono. Perché vederli, ascoltarli aiuta a capire. Anche a capire quali sono le facce e le ragioni del male e dove il male si nasconde (magari proprio sotto ai nostri occhi senza che ce ne accorgiamo, fino a che non finisce alla ribalta della cronaca per un funerale show).
Però, qui entra in gioco la mediazione e il ruolo del giornalista.
Sta al giornalista condurre il gioco, cercare di far emergere ciò che deve emergere (e cioè la realtà) e non quello che altri avrebbero interesse a mostrare.
Nella puntata di "Porta a Porta", purtroppo, Vespa non è riuscito nel suo ruolo di giornalista: ha ceduto subito. Difficile dire se abbia dismesso il ruolo di giornalista per farsi parte di uno spettacolo diverso perché intimidito dai soggetti che aveva di fronte (la figlia di Casamonica si alterava con frequenza di fronte ad ogni cosa e l'avvocato, che pure era lì per accertarsi che i curriculum penale del suo assistito venisse esposto senza errori, non era una presenza tranquillizzante in quanto un uomo di legge fa presto a minacciare querele) o se invece il cedimento allo show fosse stato pienamente consapevole e voluto. Il punto è che, però, voluto o incidente professionale, la trasmissione si è trasformata in uno show e si è creato un palcoscenico per dare voce a soggetti che non sono esattamente un esempio positivo.
Sui giornali e nelle agenzie di stampa di oggi è stato scritto qualunque cosa sulla puntata di "Porta a Porta" di ieri. Personalmente, quello che ho visto è stata semplicemente un'intervista sfuggita di mano, mal gestita perché difficilmente gestibile che ha dato luogo ad uno spettacolo trash con protagonisti dei buzzurri (per i modi di fare) ridicoli (per come cercavano di giustificare l'ingiustificabile) che neanche sanno esprimersi in italiano.
Non hanno suscitato simpatia alcuna. Non sono gli eroi di qualche fiction trash che sta andando in scena a Roma in questi mesi.
ho preso atto del fatto che alcuni malavitosi finiti sui giornali in queste settimane hanno quelle facce, quel modo di esprimersi, quelle brutte parole grette in italiano stentato.Così come ho visto che un professionista, quale dovrebbe essere Vespa, dopo anni di televisione e di interviste più o meno preparate (anche quando inutili) non è stato in grado di fare il suo mestiere (cioè il giornalista e non lo show man o la spalla che regge il microfono) e da qui l'intervista si è trasformata in uno spettacolo che non è certamente ciò che un servizio pubblico deve fare.
Così come è stato terribilmente sbagliata la nota che si sono affrettati a diffondere questa mattina da "Porta a Porta" in cui si giustificava la presenza dei Casamonica con i dati degli ascolti elevatissimi. Non è pensabile che tutto sia piegato agli indici di ascolto quando si sta lavorando con un mezzo di comunicazione-informazione-formazione come la tv. Chi lavora in televisione e chi fa il giornalista deve avere una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e delle potenzialità dello strumento e interrogarsi prima di prendere decisioni sul cosa mandare in onda e sul come mandarlo.
Vespa, con la puntata di ieri sera, gestita (o non-gestita) in quel modo, ha fatto un cattivo lavoro.

Il giornalismo e il marketing

Mi pare che urga una riflessione seria sul giornalismo e su cosa vuol dire fare informazione.
Oggi, troppo spesso, non si fa informazione ma propaganda (perché anche seguire il senso comune quando non è veritiero o pompare un argomento inutile o sbagliato è fare propaganda e non informare).
Non si segue la deontologia e neanche il buon senso (o il buon gusto) ma solo il marketing e, di conseguenza, il metro di giudizio diventa il quantitativo delle vendite o dei likes ottenuti e non importa più con quale contenuto e se quel contenuto è vero o è giusto.
Raccontare i fatti diventa secondario, prevale il fare lo scoop anche quando questo non c'è.
Il web e i social media, con la possibilità di condividere, amplificano il problema e, spesso, più che l'informazione, aiutano la disinformazione, la propaganda e molte volte anche la diffamazione.
Uno dei problemi è che chi scrive - giornalista o meno - non segue più alcuna regola ma solo il sensazionalismo o i toni aggressivi che una volta venivano confinati nei peggiori bar e oggi sono sulla bocca di tutti.
L'Ordine dei Giornalisti, per legge, è obbligato a fare corsi di formazione per i suoi aderenti, peccato che il più delle volte si tratti di conferenze generiche sui temi più vari e che di formativo non hanno nulla o quasi. Se si usassero quei momenti (che sono obbligatori per tutti) per insegnare almeno le regole base a chi evidentemente o le ha dimenticate o non le conosce proprio, forse sarebbe già un passo avanti.
Da appassionata di giornalismo, vedere un simile scenario è desolante e, a volte, anche irritante. 
Se si va avanti così, il giornalismo muore e muore anche l'informazione. Soprattutto quella sul web che non è più il luogo della libertà e della democrazia ma il luogo della cialtronaggine diffusa, dello sfogo e dell'insulto collettivo che si fa forte della distanza del virtuale per dire qualunque cosa, anche la più becera, confidando nell'impunità o addirittura nel fatto che più lo si fa più si diventata "famosi".
Negli anni passati a scrivere e a bussare a ogni giornale per arrivare a ottenere il tesserino non era questo il giornalismo che sognavo, che seguivo e a cui volevo arrivare.
Chi fa informazione oggi ha il dovere di seguire i fatti e la verità, anche stando dentro a i meccanismi del marketing, altrimenti apra un'edicola o si metta a vendere quel che gli pare ma non scriva perché non è il suo mestiere e fa del male al giornalismo, all'informazione e alla libertà di informazione.

La forma conta come la sostanza

Sarà che vengo dalle "Lettere", sarà che a scuola mi hanno insegnato che la lingua scritta è diversa da quella parlata - anche se oggi, soprattutto nella comunicazione giornalistica (e ancora di più in quella online), si tende sempre di più a scrivere come si parla - ma quando vedo i documenti ufficiali presentati in forme ben poco consone a ciò che dovrebbero essere mi viene l'orticaria. 
Questo non vuol dire scrivere i documenti in forme arcaiche, paludate o incomprensibili (tanto più se necessitano di una divulgazione ampia) ma vuol dire che quando si scrive lo si deve fare tenendo conto delle caratteristiche che deve rispettare il linguaggio scritto, mentre le altre forme possono trovare spazio nella dialettica da utilizzare nella presentazione dei documenti e nella loro enunciazione all'esterno.
Mi vengono i brividi a leggere dei documenti ufficiali scritti con gli hashtag all'interno: gli hashstag si mettono sui social network nelle brevi frasi di lancio del documento, non dentro al testo del documento.
Mi vengono brividi anche quando vedo frasi da bar o da conversazione sbattute in mezzo al documento insieme alle note di carattere ufficiale: le frasi da conversazione, il linguaggio diretto lo si usa quando si racconta il documento non nel testo scritto.
Così come sarebbe opportuno che i documenti ufficiali fossero fatti circolare anche dai canali ufficiali (oggi con l'immediatezza dei social network e l'esigenza di tempestività è più complicato): ad esempio la newsletter deve partire dall'indirizzo ufficiale di riferimento e non da altri personalizzati ed esclusivamente alla propria cerchia ristretta di simpatizzanti
Sarà poco cool ma è italiano corretto ed è forma consona e appropriata al valore ufficiale che ha il documento e la forma è importante quanto la sostanza. 

 
Caro Matteo Renzi, oltre che a parlare bene, impara anche a scrivere e inviare le comunicazioni nelle modalità appropriate

 

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permalink | inviato da dianacomari il 9/1/2014 alle 23:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

E' tutta colpa del PD?

A girare sui social network ma anche a leggere i quotidiani, ultimamente, qualsiasi cosa accada sembra essere colpa del PD. E' il PD che non fa o che fa male o che non fa abbastanza o che si sveglia tardi ecc.

 
Se Calderoli paragona un Ministro di origine congolese ad un orango e non si vuol dimettere da vicepresidente del Senato non è colpa di Calderoli che ha perso un'altra buona occasione per tacere e mostrare un po' di buon senso istituzionale se non personale ma è colpa del PD che gli avrebbe consentito di diventare vicepresidente del Senato in quota all'opposizione invece di eleggere qualcun altro. Nessuno ricorda che, nei giorni dell'elezione dell'ufficio di Presidenza del Senato, ci furono polemiche roventi con il Movimento Cinque Stelle che rifiutava di votare qualsiasi esponente eccetto i loro e chiudeva ad ogni tentativo di mediazione ma da soli, con i loro voti e senza mediare con le altre forze politiche, non potevano eleggere nessuno.

 
Se il PD non chiede le dimissioni di Calderoli da vicepresidente del Senato (che comunque non serve perché si può solamente dimettere da solo) è inetto, se invece le chiede monta la polemica perché le chiede per un episodio di razzismo e non le chiede per chi offende gli omosessuali (dimenticando le polemiche sulla nomina di Michela Biancofiore come sottosegretario alle Pari Opportunità e poi spostata proprio a causa delle pressioni del PD per le sue affermazioni sui gay) o non le chiede per Alfano per la brutta vicenda con il Kazakistan. Come se tutto fosse uguale, come se gli episodi fossero paragonabili e sostituibili l’uno con l’altro e non fossero, invece, ciascuno una vicenda a sé e tutte gravi ma ciascuna nel suo contesto.

 
Se il PD non chiede le dimissioni di Alfano per l’affare del Kazakistan - vicenda gravissima sul piano della diplomazia interna, internazionale e dei diritti umani (per cui sarebbe davvero opportuno che il Ministro dell’Interno si dimettesse, unitamente a quello degli Esteri che fino ad ora non ha aperto bocca sul caso) - è complice di un atto gravissimo che getta ombre sul nostro Paese ma se ne chiede le dimissioni è colpevole di far cadere il governo.
Il risultato sarà che, come sta avvenendo, verranno dimissionati un po’ di funzionari dei Ministeri coinvolti.
Basta? No, non basta ma non si può fare diversamente.
Nel caso vi fossero governi con dentro partiti e persone serie e responsabili, chi ha commesso simili pasticci ne trarrebbe le dovute conseguenze e lascerebbe l’incarico (come ha fatto Josefa Idem del PD che ha lasciato il Ministero delle Pari Opportunità per presunte irregolarità con il pagamento dell’ICI che stava cercando di sanare), mentre invece gli esponenti del PDL si mostrano ben incollati alle loro poltrone e assolutamente non disponibili a cederle neanche di fronte all’evidenza di situazioni palesemente fuori luogo.
E’ giusto? No, non lo è ma non è che è colpa del PD se quelli del PDL si comportano in questo modo sconsiderato.

 
Se il PDL minaccia di far cadere il governo a causa della sentenza della Corte di Cassazione per i processi di Berlusconi fissata per il 30 luglio e chiede la chiusura del Parlamento per tre giorni in segno di protesta e gli viene concesso solo mezza giornata (in cui per altro i lavori non erano esattamente fermi) per fare un’assemblea la colpa è del PD che ha votato per fare un regalo a Berlusconi. Pazienza se per prassi è già capitato tante volte che un gruppo chiedesse di fermare i lavori per fare un’assemblea, pazienza se la vicenda era delicata per le sorti del governo: il PD non doveva cedere. Cosa doveva fare? Doveva far cadere il governo perché i falchi del PDL avevano deciso che le sorti di Berlusconi erano prioritarie rispetto ai problemi del Paese?
Il PDL propone una stupidata colossale minacciando che se non sarà accontentato farà crollare tutto, il PD cerca di mediare e portare a casa una soluzione il più possibile ragionevole (difficile dire se si sarebbe potuto ottenere di più) e la colpa è del PD e non del PDL che ha chiesto una cosa assurda e con toni fuori luogo?

 
Sulla vicenda del finanziamento pubblico e dei rimborsi elettorali è colpa del PD che non vuole abrogarli. E pazienza se nel luglio scorso il PD rinunciò alla sua tranche di rimborsi e destinò le risorse alle popolazioni colpite dal terremoto, perché conta solo la pagliacciata inscenata da M5S con il mega-assegno gigante con scritto la cifra che si impegnavano a restituire ma non si sa dove perché tecnicamente non è possibile restituire nulla.
Con questo si vuol dire che il dibattito è chiuso? No, tutt’altro ma un conto è fare un ragionamento sereno per cercare di contenere la spesa pubblica e correggere le distorsioni che ci sono, anche con iniziative simboliche e un altro conto è inscenare pagliacciate diffondendo informazioni false realizzate ad arte per fare propaganda.

 
Se il PD, dopo anni di accuse di inezia e discussioni a sinistra, finalmente presenta un disegno di legge sul conflitto di interessi viene accusato di voler salvare Berlusconi dall’ineleggibilità, il tutto senza che alcuno di coloro che muovono tali accuse abbia mai letto una riga di tale disegno di legge e conosca il pensiero dei suoi firmatari. Oltretutto viene mischiata la questione di un disegno di legge che vale per tutti e non è costruito esclusivamente su Berlusconi e le sue vicende (ma che se fosse approvato gli imporrebbe di scegliere se restare in Parlamento e vendere le sue quote di giornali e tv a persone che non siano membri della sua famiglia, responsabili delle sue aziende o suoi dipendenti o membri del CDA oppure tenersi il tutto ma lasciare il Parlamento nel giro di un mese) – che una volta presentato ha un iter da seguire: prima deve essere assegnato ad una Commissione, poi calendarizzato, poi discusso ed emendato e infine portato alle Camere dove deve essere nuovamente discusso insieme agli emendamenti apportati e votato - con la questione dell’ineleggibilità di Berlusconi che dovrà essere votata a breve in una Commissione e che è stata posta da alcuni parlamentari.
Nessuno si chiede perché mai Berlusconi dovrebbe essere dichiarato ineleggibile oggi dopo vent’anni che viene votato ed eletto dai cittadini italiani.
Ovviamente tutte le critiche arrivano da persone (di destra o di sinistra) che quando ci sono state le battaglie contro Berlusconi, per chiedere di vigilare sulla normativa del conflitto di interessi, in difesa del pluralismo e della libertà di informazione e contro la Legge Gasparri non si sono mai viste nelle piazze e non hanno mai speso una parola in favore della libertà di informazione o contro Berlusconi (anzi, alcuni lo hanno pure votato o sostenevano che lui non era un problema e adesso, improvvisamente, lo è ed è colpa del PD che non se ne occupa).

 
Se si acquistano gli F35 è colpa del PD, che è filo-militarista e butta risorse pubbliche in aerei da guerra tecnologicamente superati invece che di spenderle per ripianare il debito pubblico, rifinanziare gli ammortizzatori sociali ecc.
Sugli F35 si è detto veramente di tutto tranne che non è così semplice smontare accordi già presi in precedenza (il programma è concepito insieme agli Stati Uniti) e spostare risorse da un contesto ad un altro e che la mozione approvata oggi in Senato con i voti del PD è una sorta di “compromesso” in cui si chiede sostanzialmente di ripensare il programma della Difesa italiana in un’ottica europea e di meditare meglio sull’eventuale necessità dell’acquisto dei velivoli, già comunque ridimensionati nel numero (il che, implicitamente, vuol dire di inserirsi in altri programmi militari, con altri aerei dalla tecnologia più avanzata verso la costruzione di un sistema di difesa europeo).
Non basta? No. Non basta, si voleva lo stop totale e definitivo. Per farlo, però, ci sarebbe voluto un governo con una maggioranza diversa: vale a dire che o i cittadini alle elezioni votavano il PD e gli conferivano una quantità tale di voti da potersela giocare meglio in Parlamento, oppure al momento delle consultazioni il Movimento Cinque Stelle avrebbe dovuto dire di sì alle proposte del PD, perché con una maggioranza di governo formata da PD-PDL-Scelta Civica la linea politica non può essere la stessa che se ci fosse stata una maggioranza formata da PD-SEL-M5S.

 
Quello che fa impressione, comunque, restano le accuse mosse al PD dall’interno e dall’esterno per ogni scelta: alcuni pretenderebbero che il PD (che è al governo insieme a PDL e Scelta Civica) votasse insieme ai partiti che stanno all’opposizione seguendo una linea politica che è quella dell’opposizione. E’ un ragionamento che realisticamente non sta in piedi: quando un partito di governo vota insieme alle opposizioni cade il governo.
Poi c’è anche chi davvero pensa che il PD sia all’opposizione: un signore me lo ha scritto oggi in un’email: “Non siete neanche capaci di fare opposizione! Non fate niente per i compagni”… Già, peccato che dovremmo fare una politica di governo non di opposizione e non per i “compagni” ma per tutti i cittadini.
“La vita è sempre un compromesso tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che è possibile fare” e la politica è più che mai luogo di mediazione tra le forze e gli interessi di cui sono portatrici e questo bisognerebbe ricordarselo più spesso.
A qualcuno (sia a destra che a sinistra) è chiaro che non dispiacerebbe se cadesse il governo attuale ma non si capisce poi quale prospettiva penserebbe di avere date le pesanti condizioni di crisi economica in cui versa l’Italia.
Qualcuno dice anche che far cadere questo governo non implicherebbe il tornare alle urne ma “semplicemente” sostituire la maggioranza attuale di PD-PDL-Scelta Civica con una formata da PD-SEL e fuoriusciti da M5S. A parte la totale inaffidabilità dei soggetti eletti in M5S, ma per arrivare ad un simile governo sarebbe stato sufficiente che al momento delle consultazioni i grillini avessero accettato la proposta di Bersani. Adesso, dopo tutto il casino che è successo, dopo che è stato rimesso in ballo Napolitano, dopo la difficoltà di formare questo governo, qualcuno vorrebbe dire “Scusate, ci siamo sbagliati, rifacciamo da capo”? E’ da matti!

 
In tutto questo, però, si dimentica che il PD non è da solo: non è il PD che fa e disfa tutto, il governo è formato da PD-PDL-Scelta Civica ed è con i voti di queste tre forze che si fanno la maggior parte delle cose.
Gli elettori del PDL non hanno nulla da dire sull’acquisto degli aerei da guerra? Non hanno nulla da dire sugli esponenti del loro partito che minacciano di bloccare il Paese per i problemi del loro capo? Non hanno nulla da dire su Alfano che si presenta al Parlamento per relazionare sul caso Kazakistan dicendo “Né io né gli altri sapevamo nulla, non siamo stati informati di ciò che è accaduto” o di Gasparri che, per sostenerlo, ha affermato in Senato che lui “le persone del Kazakistan coinvolte non le conosce e non è in grado di distinguere se stanno tra i buoni o i cattivi perché non sa chi siano”? Sono risposte queste che possono dare esponenti istituzionali su una vicenda grave che ha coinvolto il nostro Paese?
Il PD potrà anche fare la voce grossa ma non è che urlando cambino le cose, caso mai avrebbe il vantaggio di farsi sentire un po’ di più (e sarebbe utile) ma se il PDL fa stupidaggini dovrebbe essere quel partito a risponderne davanti ai cittadini e agli elettori e non gli altri.

 
L’unica colpa del PD è quella di dilaniarsi in continuazione al suo interno: più per posizionamenti personali (anche in vista del Congresso) che per questioni serie ma con il risultato deleterio di alimentare in modo enorme la confusione che già aleggia in merito a ciò che fa o decide il partito.

 
La conseguenza di ciò è che il vero problema del PD è quello di riuscire a caratterizzare poco le scelte del governo e di non fare per niente la propaganda (cosa, quest’ultima, invece, che al PDL riesce fin troppo bene, facendo sembrare di riuscire a “mettere il cappello su ogni cosa”).

 
Oltretutto le tematiche su cui in queste settimane si è scatenata l’offensiva contro il PD sono tutti argomenti di interessante filosofia politica ma che all’atto pratico cambiano poco o nulla nella vita quotidiana delle persone. Mentre nessuno è venuto a ringraziare il PD, con la stessa enfasi con cui fa volare le accuse, per aver permesso – grazie al Governo Letta – di rifinanziare la Cassa integrazione in deroga, di aver approvato le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie finalizzate al risparmio e all’efficienza energetica, all’acquisto di mobili ed elettrodomestici sempre più efficienti energeticamente, di aver sospeso la rata di giugno dell’IMU (che per tante famiglie in difficoltà è una boccata d’ossigeno) con l’impegno a rimodulare quell’imposta o la riforma per rendere reato lo scambio elettorale politico-mafioso.

 
In tutto questo scenario, fa impressione vedere come acquistino simpatia soggetti strampalati che ogni volta che prendono la parola nelle aule parlamentari fanno restare allibiti (e per questo invito a seguire le dirette web di Camera e Senato) per come sappiano solo urlare di scontrini, spionaggi, denunce mal fatte ma molto teatralizzate, invece che chi passa le giornate a lavorare sui testi che arrivano nelle Commissioni per fare in modo che una volta approvati diventino realmente utili per la vita dei cittadini.

 
Forse il PD urlerà poco ma molti dei suoi eletti nelle istituzioni lavorano e si occupano di cose concrete e magari sarebbe utile rilevarlo un po’ di più.

Il PD non si è spiegato

Da quando è nato il Governo Letta tutti si sono concentrati sulle dinamiche del PDL. Tutti non hanno fatto altro che domandarsi come e quando Berlusconi avrebbe staccato la spina al Governo, a seconda di ciò che gli conviene.
La verità, però, è che a Berlusconi (a maggior ragione se si avvicinano le condanne giudiziarie) non conviene affatto staccare la spina al Governo perché difficilmente potrebbe poi tornare in Parlamento.
Quello che invece potrebbe preoccupare il Governo Letta, anche in relazione alle problematiche giudiziarie di Berlusconi, sono le dinamiche interne al PD: “Lo stato maggiore democratico riuscirebbe a reggere le pressioni della base che chiedesse di rompere con il partito di Berlusconi? Quanto a lungo il Pd potrebbe resistere all'offensiva dei social network, ai girotondi su internet e nelle piazze?”, si domanda Francesco Verderami sul Corriere della Sera. Ed è questa la domanda azzeccata perché è il PD che al suo interno non ha mai voluto questo Governo di “larghe intese” e che continua a non riuscire a farlo digerire ai propri militanti e ogni volta che qualche esponente deve parlarne si trova in imbarazzo, ci mette davanti mille giustificazioni e zero entusiasmo, nonostante il Presidente del Consiglio sia del partito e i buoni propositi che egli mette nelle azioni del governo.
Ed è il PD che, anziché, cercare di uscire dallo stagno e mettere il cappello su un Governo di cui ha il premier e diversi ministri o quanto meno di caratterizzarne l’azione focalizzando i propri obiettivi da portare a casa (o, detto brutalmente, di “piantare qualche bandierina”), continua a disperdersi in una litigiosità interna frutto del posizionamento precongressuale e a lasciare il pallino dell’azione dell’esecutivo totalmente in mano al PDL.
Basterebbe poco per invertire la rotta, basterebbe guardare ai provvedimenti approvati, segnalare cosa si è cercato di fare per i cittadini italiani, per rifinanziare la cassa integrazione o sugli ecobonus ad esempio e, invece, nulla: anziché guardare a ciò che si porta a casa si guarda altrove (agli F35 ad esempio, altra grana che sta per esplodere nel PD).
Il tutto sotto gli occhi di iscritti e militanti sempre più spazientiti e confusi che non si riconoscono più nelle scelte del partito e dei suoi rappresentanti nelle istituzioni e sotto il martellamento pesante dei media che hanno trovato nel PD un facile bersaglio per ogni cosa che avviene o non avviene.
Di fatto, però, se Berlusconi venisse definitivamente condannato, per il PD diventerebbe molto più che imbarazzante essere al governo con i suoi uomini e ciò che si è visto oggi - con il PDL che evoca l’Aventino e vuol bloccare il Parlamento e il Partito Democratico così terribilmente lacerato in mille posizioni - potrebbe essere solo un triste preludio di ciò che ci aspetta.

 
Nel PDL sono più attenti alla comunicazione: mandano messaggi chiari, forti, assolutamente riconoscibili. Poco importa se si tratta di cose giuste o no: ad esempio fin da subito la posizione del PDL sull’IMU è stata netta e certa (il PD che pure poteva giocare di mediazione perché ha delle proposte di riforma, ci ha messo un paio di mesi per riuscire a dire qualcosa sul tema e ancora non si sa se è la “sua risposta definitiva”). Oggi il tutto si è ripetuto sul problema dei processi di Berlusconi: il PDL ha detto forte e chiaro “blocchiamo tutto o facciamo cadere il Governo”, il PD ha detto “no” ma poi dovendo necessariamente mediare (perché il Governo sta in piedi con il sostegno di entrambe le forze politiche) avrà cercato di avviare una trattativa e si è arrivati ad uno stop di mezza giornata circa (con alcune attività parlamentari che comunque procedevano) ma che la stampa ha rivenduto all’esterno come un “sì”. Il tutto contornato di comunicati stampa dei capigruppo che confermavano il “no”, deputati di area renziana e civatiana che si smarcavano e confermavamo che si era trattato di un “sì” ma che loro si erano dissociati in un papocchio comunicativo che ha innescato il solito cortocircuito per cui a fare una pessima figura è di nuovo il PD nel suo complesso, scatenando le ire di iscritti e militanti e anche ex alleati e grillini (che non vedevano l’ora di vedere il Partito Democratico cadere nel trappolone del PDL).

 
Premesso che non si poteva fare altrimenti dal momento che il Governo Letta per stare in piedi necessita del sostegno sia del PD che del PDL, che la politica è sempre luogo di mediazione e i risultati raggiunti sono sempre frutto di un compromesso tra le parti e gli obiettivi che queste si pongono, che una sospensione dei lavori per concedere ad un gruppo parlamentare di riunirsi in assemblea in alcuni momenti è la prassi e non un fatto clamoroso, l’immagine che è uscita del PD dalla giornata di oggi è disastrosa.

 
Personalmente, rimango stupita della noncuranza con cui il Pd agisce nei confronti del sistema della comunicazione.
La linea politica può piacere o meno, ma quando si è al Governo con il PDL non si può agire fingendo che una delle due forze sia all’opposizione, bisogna adeguarsi alla realtà, però poi bisogna cercare di saper comunicare bene le scelte che si intraprendono.
Sembra che gli esponenti del Partito Democratico non abbiano la minima idea di cosa arriva ai cittadini di ciò che avviene nelle istituzioni e di, conseguenza, di ciò pensano poi della politica e del loro partito.
Controllare la comunicazione ai tempi della rete è molto complicato perché vengono meno una serie di filtri e mediazioni a livello spaziale e temporale (oggi basta un tweet sbagliato per “scatenare l’inferno” e i comunicati stampa sono qualcosa di superato e spesso rischiano di risultare anche ridicoli in alcuni frangenti perché arrivano quando i fatti hanno già smentito il testo scritto), inoltre, c'è un sistema giornalistico malato che il più delle volte non fa informazione ma altro, tuttavia non si capisce in che mondo vivano gli esponenti del PD.
Pochi minuti fa mi è arrivata una newsletter del Gruppo del Partito Democratico al Senato in cui il capogruppo afferma nel titolo “Il PD non si è piegato”. Purtroppo, la verità, invece, è che come sempre il PD non si “spiegato”: ha comunicato malissimo una scelta necessaria ma ostica e, come sempre, ci ha fatto una pessima figura a livello di immagine. Davvero non avevano previsto che si sarebbe detto che stavano facendo un favore al PDL? La verità è che il PD ha un gruppo dirigente che è convinto di fare politica oggi con le stesse modalità di vent'anni fa e non si rende conto di come, invece, nel frattempo, sia cambiato tutto: la politica, la comunicazione, il giornalismo, gli atteggiamenti dei politici. Se prosegue a comunicare in questo modo, il PD e i suoi esponenti si affosseranno da soli e a salvarli non basterà il fatto che la maggioranza degli italiani non ha accesso al web.
Il prossimo pasticcio comunicativo lo si prevede sugli F35.

L'organizzazione e la politica

Il Pd milanese ha invitato gli iscritti ad essere partecipi del processo di costruzione del partito, attraverso una serie di forum e assemblee che ci guideranno verso la Conferenza sul Partito, individuando alcuni punti di discussione in merito alle questioni organizzative. Oggi il mio circolo ha svolto una bella e partecipata assemblea (in cui, però, ovviamente si è parlato di politica perché è questo il tema che a tutti interessa ora e non certo l'organizzazione) e una parte di ciò che segue è la riflessione che ho portato.

 

Ammetto che ho appreso con un certo stupore la decisione di affrontare ora la Conferenza sul Partito. È da quando abbiamo chiuso il congresso che in qualche modo il tema del partito serpeggia nelle nostre discussioni senza che ci sia mai stata voglia di affrontarlo davvero, forse per paura del gruppo dirigente di sfasciarsi e sempre con la scusa che il governo Berlusconi poteva cadere da un giorno all’altro. È stato un peccato perdere tutto questo tempo a nascondere la polvere sotto al tappeto, perché di tempo allora ce n’era parecchio, mentre ora sembriamo essere davvero sull’orlo del crollo del governo Berlusconi e, mentre gli italiani aspettano di capire cosa sarà del futuro del loro Paese (con la crisi che incombe, le manovre pesanti che si trovano sulle spalle e le promesse deluse da una classe di affaristi prestati alla politica per farsi gli affari propri), noi ci mettiamo a discutere di come vogliamo fare il partito.
Siamo un po’ surreali. Certo meglio farlo adesso che non farlo del tutto, però ci si poteva pensare prima.

Ci si poteva pensare prima anche a tante cose che abbiamo visto fare in modo un po’ frettoloso dai dirigenti nazionali del Pd negli ultimi tempi, come se aspettassero sempre l’imbeccata dai giornali, come se aspettassero sempre di capire se la gente si era accorta che qualcosa non andava e quindi occorreva agire oppure si poteva temporeggiare ancora un po’ (è accaduto con la questione del voto sulle province, con la storia dei tagli ai costi della politica, con la presentazione di proposte alternative alla manovra sbagliata di questo governo).

In questi giorni osservavo il malumore che c’è in partiti come Lega e Pdl, anche per motivi piuttosto gravi e, quindi, tutto sommato viene da pensare che noi stiamo molto meglio e abbiamo molti motivi per essere contenti. Eppure, nonostante questo è come se ci mancasse quello scatto che ci consente di fare il balzo in avanti che ci serve.
Sembra sempre che il Pd sia ad inseguire, anche quando magari ha delle sue proposte tenute nei cassetti da tempo o presentate quando tutta l’attenzione mediatica è concentrata su altro (si veda ad esempio la presentazione della proposta di riforma fiscale in coincidenza con l’esplosione dell’inchiesta sul caso Ruby).
E questo non è una questione da poco perché il rapporto con gli elettori passa da lì, passa da quello che comunichiamo e da come lo comunichiamo. Purtroppo, troppe volte, noi sembriamo asincroni rispetto agli accadimenti della società.
C’è bisogno di una maggiore reattività del partito di fronte agli accadimenti, una maggiore tempestività e anche una maggiore agilità decisionale nel partito.

Spesso si vedono i dirigenti nazionali ancora un po’ spaesati rispetto a questo clima pesante di antipolitica, dai tratti anche molto brutali e violenti verso la classe politica tutta indistintamente, per cui “tutti sono uguali”. L’impressione è che i nostri dirigenti nazionali siano rimasti prigionieri del “Palazzo” e non si siano bene resi conto di cosa stia accadendo nelle piazze, nonostante abbiano manifestazioni tutti i giorni fuori dalla porta del Palazzo in cui si trovano e questo li porta a dare risposte che, a volte, sembrano un po’ sfasate rispetto alla realtà e ciò aggrava la distanza che c’è tra i cittadini e i politici.
I politici, non la politica. Sembra, infatti, che i politici non riescano a capire perché tutto continui a sfociare nell’anti-politica e faticano a difendersi, anche quando magari hanno ragione. Le nostre idee, le nostre proposte diverse sono emerse poco.

Quello che la classe politica non comprende è che perché tutto non degeneri occorre che ci sia la politica, che la politica sia all’altezza delle situazioni che deve fronteggiare, che sia meno timida nell’affrontare i nodi (come ad esempio quello dei costi delle istituzioni, ma anche delle regole).

L’ultima tornata elettorale delle amministrative ha dimostrato chiaramente che le persone volevano dare una spallata al governo in carica (un’altra legnata l’hanno data con i referendum di giugno e un altro bel segnale hanno voluto mandarlo accorrendo in massa a firmare per il referendum per cambiare la legge elettorale, magari senza ben capire cosa firmavano). Ma l’ultima tornata elettorale ha anche dimostrato che c’è una grande voglia di cambiamento e di novità.
Noi dobbiamo farci interpreti di questa voglia di cambiamento e di novità che attraversa il Paese, perché altrimenti questo vento di rinnovamento finirà per travolgerci insieme al resto. Tutti i sondaggi ci danno in vantaggio probabilmente perché i cittadini hanno percepito che il Pd è l’unico partito grande e, quindi, in grado di poter mettere alla porta Berlusconi e, in qualche modo, garantire una certa stabilità di governo che gli altri non riescono a dare. Ma noi dobbiamo essere pronti a questo, non possiamo rischiare di deludere di nuovo gli elettori che vorranno darci fiducia e, soprattutto, dobbiamo saper far breccia in un elettorato nuovo rispetto ai soliti nostri affezionati perché dobbiamo garantirci un voto che non sia solo per l’oggi ma anche per il futuro.
E allora dobbiamo fare attenzione a come ci rapportiamo agli elettori e a quali messaggi mandiamo loro.

I dirigenti politici comunicano tutti i giorni con i loro elettori attraverso i giornali, le tv, la rete ma anche attraverso i loro atti in Parlamento. Il rapporto con i cittadini sta qui.
Io sento spesso i dirigenti del Pd parlare di “ricostruzione” e di scenari apocalittici che, purtroppo, certamente sono reali ma le parole sono importanti e noi dobbiamo fare attenzione a quelle che utilizziamo per comunicare.
Siamo sicuri che i cittadini italiani vogliano sentir parlare di “ricostruzione”? Siamo sicuri che vogliano “ricostruire” ciò che c’era?
A me pare che vogliano “cambiare”, “innovare”, “rinnovare”, seppure in un quadro di regole, etica, valori che il governo Berlusconi ha calpestato, ma non vogliono affatto a tornare a prima. Questo lo dico anche pensando alle generazioni più giovani, cresciute negli anni del berlusconismo e dei “disvalori” portati avanti da quel modello fatti di egoismo, furbizia, velinismo, ricchezza e successo come chiavi per aprire tutte le porte. Queste generazioni non sanno cosa c’era prima e non possono volerlo ma si può proporre loro qualcosa di diverso da questo.

Il nostro “ricostruire”, invece, a volte ci fa apparire un po’ “pesanti”: sembra che quello che offriamo per il futuro sia una sorta di “restaurazione” con qualche correzione.
Questo non va bene.
C’è voglia di novità e noi siamo percepiti come il “vecchio” anche nel linguaggio che utilizziamo.

Il Pd era nato per “innovare” e allora dobbiamo farci percepire come innovativi, che non vuol dire assolutamente buttare via tutto il patrimonio di regole e di valori (che anzi dobbiamo difendere con maggior forza e chiarezza di quanto non abbiamo fatto) e non vuol dire neanche spingersi verso destra o verso derive liberiste che sono quelle hanno causato la crisi in cui ci troviamo (senza contare che se siamo la copia sbiadita della destra gli elettori non ci votano, scelgono l’originale). Questo vuol dire, però, che dobbiamo essere in grado di metterci in sintonia con le richieste dei cittadini, ascoltare la domanda di cambiamento e presentare proposte in grado di soddisfarli ma che, allo stesso tempo, rimettano al centro delle nostre politiche i valori tipicamente del centrosinistra, quali la solidarietà, l’accoglienza, la tutela del bene pubblico in quanto bene comune, la tutela dei diritti, l’etica nell’amministrazione della cosa pubblica e anche nei comportamenti degli uomini pubblici (che dovrebbero essere i nostri rappresentanti nelle istituzioni e non “uomini di potere”), la libertà dei mezzi di informazione, la tutela dei ceti più deboli senza che a pagarne le spese sia solo il ceto medio, la cultura, l’istruzione…

Questo lo dobbiamo fare in fretta perché solo così gli elettori potranno percepirci in modo chiaro e scegliere se stare dalla nostra parte o no.

Pd: da dove ripartire

Siamo stati tutti molto contenti del fatto che alle elezioni primarie sono venuti a votare 3 milioni di persone, ma se si va a guardare chi sono questi elettori del Pd, abbiamo poco da rallegrarci. Come hanno evidenziato diverse analisi pubblicate dal Corriere della Sera, ma anche da altri quotidiani, si evince che l’età media degli elettori delle primarie del Pd va dai 65 anni in su.
È bello scoprire che le persone anziane credano ancora nella politica e abbiano voglia di partecipare, ma se non si riesce a parlare anche ad altre fasce di persone c’è un problema.
E oggi, nonostante i 3 milioni di elettori delle primarie, il Pd ha ancora un forte problema di comunicazione esterna.
Il Pd dovrebbe riuscire a parlare a tutti gli italiani, non soltanto agli anziani o agli ex elettori del Pci: il Pd deve saper coinvolgere tutte le persone e, per fare questo, credo che ci si debba sempre muovere su due binari: quello della comunicazione mediatica e quello del territorio. Oggi, viviamo in una società fortemente mediatica e non possiamo non tenerne conto: gli strumenti di comunicazione vanno saputi utilizzare bene facendo attenzione a cosa si fa passare da lì, perché la maggioranza dei cittadini percepisce il Pd come quello che descrivono i media e non come quello che si discute dentro i circoli.
Quindi un primo binario di azione riguarda il coinvolgimento dei mass media.
La sola battaglia mediatica, in ogni caso, al Partito Democratico non può bastare, perché conta moltissimo il radicamento sul territorio, la presenza fisica nei mercati e nelle piazze, l’incontrare le persone, il rapporto diretto con la gente.
Entrambe le cose (rapporto diretto sul territorio e presenza sui mass media) devono andare di pari passo.
Il coinvolgimento dei mass media, ovviamente, non è un fatto semplice e non può riguardare solamente i vertici del partito, ma deve essere tentato a tutti i livelli, creandosi delle mailing di nominativi all’interno degli organi di informazione da poter contattare, invitando i giornalisti ai propri eventi, inviando loro i comunicati stampa o piccole news sulle iniziative che si intendono realizzare (e quando non si ha nulla, preoccuparsi di mettere in piedi qualcosa).
La maggior parte delle cose che verrà inviata, probabilmente, non sarà presa in considerazione, però non per questo bisogna rinunciarci perché è comunque un modo importante per far sapere che si è presenti e che si stanno organizzando delle cose e per far conoscere la realtà territoriale di alcune zone della città e sollevare l’attenzione sui problemi che vi possono essere.
Il Pd, sul territorio ha necessità di esserci: occorre tornare tra la gente, recuperare il contatto diretto con le persone per conoscere le loro esigenze e, di conseguenza, saper dare risposte adeguate.
Ecco che allora diventa importante la presenza nei mercati e nelle piazze e in tutti quei luoghi dove si possono incontrare le persone. Luogo privilegiato di incontro devono essere i circoli.
Ai circoli, oggi, è richiesto un po’ di più dell’essere un laboratorio politico: devono saper essere anche centri di aggregazione, che sappiano accogliere le persone e coinvolgerle. Ecco l’importanza di tenerli aperti, di creare iniziative: i circoli devono far venire alle persone la voglia di entrarci!
Nelle realtà dove questo è più difficile e quando si organizzano iniziative, è utile “fare rete”.
Fare rete tra i circoli, ma anche tra i circoli e il mondo dell’associazionismo e con tutte quelle realtà capaci di coinvolgere i cittadini. È necessario che il partito sia aperto verso i cittadini, nel senso che deve andarli a cercare, deve trovare il modo di raggiungerli, non può pensare di stare ad aspettarli perché i cittadini arrivano se sono chiamati. E per chiamarli occorre usare tutti i mezzi: e-mail informative periodiche sulle attività del circolo o sulle novità principali a livello cittadino e nazionale; organizzazione di iniziative politiche, organizzazione di incontri dove loro possano portare al circolo le proprie richieste per il Pd e avanzare delle proposte su temi che vorrebbero fossero affrontati; organizzazione di semplici incontri di “festa” per conoscersi e avvicinarsi.
Da non trascurare, nella società di oggi, è l’apporto di internet: la rete va utilizzata il più possibile, soprattutto per avvicinare le giovani generazioni. Occorre essere presenti con un sito web aggiornato che segnali le iniziative in programma o altre notizie rilevanti per il partito, blog, video e foto delle iniziative svolte, gruppi sui social network… in modo da creare un’aggregazione forte anche virtuale per tutti coloro che non hanno sempre la possibilità di essere presenti fisicamente alle iniziative che si fanno ma che comunque desiderano esserne informati e averne resoconti puntuali e tempestivi.
Internet consente, inoltre, di far saper ovunque, anche a persone e circoli di altre città, che cosa si sta organizzando, permettendo così di scambiarsi le informazioni sulle iniziative, fornire spunti a chi deve organizzare altrove eventi simili.
Tutto ciò fa fatto tendo conto di alcuni principi:
- Essere interessanti per interessare: tutto ciò che viene realizzato deve poter essere di interesse per tutti.
- Avere una comunicazione positiva e propositiva: è indispensabile far sapere ai cittadini le cose positive che si stanno facendo e che si intendono realizzare, presentare dei progetti, provare a dare delle risposte concrete ai bisogni della gente e non limitarsi a far sapere che si è contrari a ciò che altri propongono. Tenendo presente che le risposte che il Partito Democratico deve cominciare a dare ai cittadini devono essere elaborate internamente, con logiche proprie e non di altri, che siano riconoscibili per gli elettori.
- Attenzione al linguaggio che si utilizza: è utile usare linguaggi concreti e facilmente comprensibili da tutti i cittadini, non solo dagli “addetti ai lavori” (es.: durante questa campagna congressuale, molti ci hanno chiesto il significato di alcune parole che all’interno erano ben note, ma fuori sembravano astruse).
Concludo queste riflessioni con una nota sui cosiddetti “tesserati dell’ultima ora”, ovvero quelli che si erano iscritti al Pd con il preciso scopo di poter votare un candidato alla segreteria del partito durante il congresso. Il Pd non deve “buttarli via”, ma anzi deve aprire le porte a queste persone a cui, evidentemente, sta a cuore la sorte del partito e hanno cominciato a vederlo come una possibile alternativa al governo della destra.
Il Pd riuscirà a tenere dentro di sé anche gli ultimi tesserati solo se riuscirà a mostrarsi un partito aperto, con delle regole ma non arroccato in difesa di logiche morte; in grado di saper ascoltare e di accogliere le idee e le proposte di chi arriva anche da ultimo, senza pretendere di inglobarlo in schemi che probabilmente non gli sono propri, perché chi viene porta se stesso, le sue esperienze, le sue idee.


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permalink | inviato da nuvolasenzainverno il 22/11/2009 alle 14:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Appunti per il futuro del Pd

Attenzione alla comunicazione esterna, soprattutto con i media
Oggi, viviamo in una società fortemente mediatica e non possiamo non tenerne conto: gli strumenti di comunicazione vanno saputi utilizzare bene facendo attenzione a cosa si fa passare da lì, perché la maggioranza dei cittadini percepisce il Pd come quello che descrivono i media e non come quello che si discute dentro i circoli.
Il Partito Democratico, dimostrando di saper aggiornare i propri linguaggi, su internet sembra sapersi muovere piuttosto bene, ma su giornali e televisioni dà di sé un’immagine pessima e con questo occorre fare i conti.
Due le proposte per questo tema:
È indispensabile che il Pd impari a parlare con una voce sola (meglio se quella del Segretario o del portavoce). Il “pollaio” che si legge spesso sui giornali non giova al partito: un partito che litiga al suo interno non è percepito che adatto a governare.
Occorre avere una strategia comunicativa positiva e propositiva. È indispensabile far sapere ai cittadini le cose positive che si stanno facendo e che si intendono realizzare, presentare dei progetti, provare a dare delle risposte concrete ai bisogni della gente e non limitarsi a far sapere che si è contrari a ciò che altri propongono. Finché resterà l’immagine di un centro-sinistra del “no”, difficilmente si potrà migliorare.
Avere un gruppo dirigente che lavori per il partito e non per il proprio tornaconto personale. Chi parla all’esterno dovrebbe parlare di contenuti, di progetti per l’Italia e per il Pd e non preoccuparsi solo di presentarsi come migliore rispetto ad altri esponenti dello stesso partito. È importante che tutti imparino a confrontarsi serenamente, dialogando anche quando si dissente e non prendersi a insulti dalle pagine dei giornali: siamo tutti dentro lo stesso partito e i punti in comune dovrebbero essere maggiori delle differenze.
Esserci: tornare tra la gente, recuperare il contatto con il Paese reale per capirne le esigenze, per saper dare risposte adeguate. La sola battaglia mediatica, al Partito Democratico, non può bastare per vincere le elezioni: conta molto anche il radicamento sul territorio, la presenza fisica nei mercati e nelle piazze, l’incontrare le persone. Tra la gente, tuttavia, non ci devono essere solo i militanti con i loro volantini, ma ci devono essere anche gli esponenti politici, i dirigenti, i big: sono loro che le persone vogliono incontrare ed è da loro che si aspettano risposte.
Le personalità di spicco del Partito Democratico non devono aver paura di farsi vedere tra le persone, ma devono andare ad incontrarle e ad ascoltarle; altrimenti come possono essere in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini se non vanno a parlarci? Non è certo stando chiusi nei salotti a ragionare di massimi sistemi che troveranno le soluzioni ai problemi reali. Il centro-sinistra dei salotti ha perso il contatto con il Paese reale e, in questo varco che si è creato, si sono inserite altre forze politiche.

Lasciare da parte lo snobismo
Il Partito Democratico, facendo spallucce agli avversari, non si accorge che questi fanno incetta di voti. Non è più il tempo di sentirsi superiori a tutti, non è più possibile continuare a limitarsi a considerare populismo e girare la testa dall’altra parte nei confronti di chi dice ai cittadini ciò che essi vogliono sentirsi dire, anche quando questo viene fatto in modo piuttosto rozzo o vengono date risposte sbagliate.
Agli avversari politici – ma soprattutto alle richieste delle persone - bisogna saper rispondere, perché le risposte mancate diventano voti mancanti sulle schede elettorali.

Non copiare la destra: le risposte che il Partito Democratico deve cominciare a dare ai cittadini devono essere elaborate internamente, con logiche proprie e non di altri, che siano riconoscibili per gli elettori.
Parlare in modo chiaro, senza lasciare spazio ai dubbi, per essere riconoscibili e credibili. La logica del “ma-anche” e dei programmi fotocopiati male non funziona perché gli elettori esigono sincerità dai partiti che dovranno votare e devono scegliere il PD proprio perché è differente dagli altri partiti.
Ripensare il ruolo dei circoli: questi non devono essere solo un laboratorio politico, ma anche un centro di aggregazione, che sappia accogliere le persone e coinvolgerle. I circoli devono far venire voglia di entrarci e non di scappar via! Le riunioni tra pochi attivisti non bastano, c’è bisogno di un maggior coinvolgimento di tutti i cittadini, di suscitare passione politica nelle persone. Ecco perché occorre “fare rete” tra i circoli e tra i circoli e il mondo dell’associazionismo per creare eventi e iniziative che coinvolgano i cittadini. È necessario che il partito sia aperto verso i cittadini, che vada da loro. Il progetto del Partito Democratico deve parlare al Paese insieme al Paese e non può essere calato dall’alto.
Una proposta su questo tema:
- Progetto Erasmus Pd: “fare rete”, scambiarsi le idee e le esperienze tra i circoli, tra i siti web dei simpatizzanti del Pd, tra i circoli e il mondo dell’associazionismo, tra le città.
Scambiarsi le informazioni sulle iniziative che si stanno organizzando, partecipare a quelle degli altri gruppi o di altre città e far partecipare gli altri a quelle del proprio gruppo; raccontare le iniziative a cui si è partecipato a chi non ha potuto esserci (attraverso il web, i video, le foto, i blog), così da permettere una “partecipazione” anche virtuale o “in differita”. Ospitare sui siti web della propria città anche le iniziative organizzate in altri luoghi che hanno funzionato e prendere spunto per organizzarne di simili, magari coinvolgendo le persone che hanno realizzato l’evento precedente.
Creare una relazione tra i gruppi del Pd delle varie città, tenere una finestra aperta sulle iniziative più interessanti, raccontare le feste democratiche altrui e fare in modo che poi loro raccontino le nostre, oppure dare la parola a loro stessi per raccontarle da noi e viceversa, in modo da avviare una collaborazione proficua e una reciproca conoscenza che ci porti a trovare sempre idee nuove per coinvolgere le persone. Prendere spunti gli uni dagli altri e “passarci” le iniziative che funzionano per replicarle.

Essere interessanti per interessare: creare eventi (anche non strettamente legati al partito, ma che abbraccino una realtà politica o sociale più ampia) che possano essere di interesse per tutti, come incontri su temi specifici che coinvolgano la società civile: la scuola, il lavoro, argomenti di stretta attualità…
Due proposte concrete:
Dare la parola ai cittadini comuni: organizziamo serate nei circoli in cui a parlare non siano i portavoce, ma le persone comuni, i simpatizzanti; lasciamo che siano loro a esprimersi, a raccontare perché scelgono il Pd e cosa si aspettano dal Pd, come vorrebbero che fosse questo partito e cosa vorrebbero che facesse. Partiamo dal basso: per rappresentare i cittadini è necessario ripartire dai loro bisogni e dalle loro speranze.
Tra i militanti del Pd ci sono molti insegnanti, usiamoli: facciamoli tenere lezioni di educazione civica, storia, cultura… Si dice spesso che la destra, in questi anni, ha generato l’egoismo sociale, l’imbarbarimento della società e che occorre andare a riordinare la gerarchia dei valori che è stata sovvertita e allora organizziamo delle iniziative in cui cerchiamo di diffondere un’idea diversa di società. Facciamo parlare gli insegnanti, permettiamo loro di tenere lezioni ai cittadini dei nostri quartieri. Mandiamo persone preparate e autorevoli, in grado di tenere attenta una platea, ma non dei personaggi (magari sarebbe interessante se questi ultimi andassero a fare da “spalla”).
Diamo valore alle persone che transitano dai circoli, a quello che sanno fare, alle loro idee e alle loro iniziative e non pretendiamo che siano loro ad adeguarsi a degli schemi preconfezionati che non interessano più nessuno.

Apertura alle nuove generazioni

La classe dirigente che ha già avuto occasioni di governo e le ha fallite deve sapersi fare da parte, perché i cittadini non vogliono più votarli, c’è bisogno di un ricambio. Per questo è necessario avviare un percorso di formazione per costruire una nuova classe dirigente seria, competente e preparata, anche promuovendo le tante scuole di formazione politica che stanno sorgendo.
In molti circoli del Pd e in molte realtà il ricambio generazionale è già avvenuto, ma troppo spesso i giovani dirigenti restano nell’ombra. Diamo spazio ai giovani, facciamoli parlare accanto ai big nelle iniziative organizzate.
Una proposta:
- Nelle Feste Democratiche, affianchiamo ogni big da due giovani. Non riempiamo il palco di tante persone più o meno note che dicono cose altrettanto note, ma lasciamo un solo “personaggio” con accanto due giovani (in modo che tutti, sia il politico affermato, che chi si sta affermando) possano avere lo spazio sufficiente per esprimersi ed esporre le proprie idee.

Non buttare via ciò che sta accadendo con le ultime iscrizioni
Molti “tesserati dell’ultima ora” si sono iscritti al Pd con il preciso scopo di poter votare un candidato alla segreteria del partito durante il congresso, annunciando l’intenzione di lasciare l’impegno subito dopo. In ogni caso, quello che sta accadendo è un dato importantissimo che dice che questo partito interessa ancora a molti, i quali si iscrivono per eleggerne un segretario e quindi una persona da cui, presumibilmente, si sentono rappresentati. Il Pd non deve buttare via tutto questo, ma anzi deve aprire le porte a queste persone a cui, evidentemente, sta a cuore la sorte del partito e cominciano a vederlo come una possibile alternativa al governo della destra. Se l’avvicinamento al partito resta tuttavia una scelta individuale, dettata da varie ragioni, il Pd però ha la responsabilità di far restare questi ultimi arrivati e deve fare di tutto per non perderli per strada. Il Pd riuscirà a tenere dentro di sé anche gli ultimi tesserati solo se riuscirà a mostrarsi un partito aperto, con delle regole ma non arroccato in difesa di logiche morte, in grado di saper ascoltare e di accogliere le idee e le proposte di chi arriva anche da ultimo, senza pretendere di inglobarlo in schemi che probabilmente non gli sono propri, perché chi viene porta se stesso, le sue esperienze, le sue idee, i suoi sogni, i suoi progetti. Nessuno arriverà con lo spirito di un soldatino esecutore di cose dettate da altri.


Concludo queste mie riflessioni, con una citazione dalla rivista D La Repubblica delle Donne (18 luglio 2009):
Riscopriamo il potere della comunità. Che non è appartenenza, ma condivisione. Curiosità, differenze, non identità immutabili. Impariamo a costruire una società dell’inclusione. Sul territorio come nel linguaggio. Perché le parole generano conflitti. È la filosofia del dono: offrirsi all’altro per migliorare il mondo e se stessi.


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permalink | inviato da nuvolasenzainverno il 29/7/2009 alle 1:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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