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Report

Personalmente non amo Report in generale, indipendentemente dall'argomento di cui si parla perché trovo che spesso non siano i fatti a parlare ma i giornalisti a presentarli in modo troppo tendenzioso. Di questa sera non mi è piaciuta l'impostazione. Sul sistema di Formigoni c'era molto da dire ma si è detto ben poco e, per lo più, fatti già ampiamente noti. Non è stato evidenziato per niente come alcune vicende abbiano ricadute sulla Lombardia e quante implicazioni ne derivino da quel sistema di potere e, nella seconda parte, si è posto troppo l'accento sulle scelte personali (discutibili) di Formigoni senza farne capire le eventuali valenze pubbliche. Un'occasione di fare informazione persa. L'unica notizia interessante della puntata sono le dichiarazioni finali di Valentini (ex capogruppo Pdl in Consiglio Regionale) sul fatto che una parte del Pdl stesso non sopporti più Berlusconi e considerano quel partito come morto.

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permalink | inviato da dianacomari il 4/11/2012 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Il Presidente che cinguetta

C'è qualcosa di assurdo in quello che sta avvenendo in Regione Lombardia. Formigoni, con tutti gli scandali che lo hanno riguardato in questi mesi, non si dimette ma invita i consiglieri (che hanno fatto il loro lavoro) a rassegnare le dimissioni per far sciogliere il Consiglio e tornare al voto. E' un mondo alla rovescia quello in cui chi ha fatto il proprio dovere si deve dimettere e chi ha sbagliato no. Come se non bastasse, mentre è in corso il Consiglio, Formigoni sta su twitter a ironizzare sul fatto che i consiglieri, parlando in aula, "perdono tempo" mentre invece dovrebbero far presto ad andare a dimettersi! La verità è che l'unico che davvero dovrebbe dimettersi per tutto ciò che è successo è proprio Formigoni e, se non vuole perdere altro tempo, anziché stare su twitter a giocare, dovrebbe farlo subito.


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permalink | inviato da dianacomari il 26/10/2012 alle 12:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Gli accordi di Formigoni

Roberto Formigoni rilancia su twitter le dichiarazioni rilasciate da Saint Vincent: ‏"Mandare in crisi la Lombardia in questo difficile momento economico e' del tutto sbagliato" e "Come riconosce lo stesso Maroni giovedì non abbiamo mai parlato di fine della legislatura. Parlarne oggi e' tentare di cambiare l'accordo".
Parole che suonano come surreali dopo aver letto ciò che avvenuto negli ultimi mesi in Regione Lombardia che si sono conclusi con l'inquietante episodio di un assessore arrestato per voto di scambio con la 'ndrangheta. Cosa vuol dire che è sbagliato mandare in crisi la Lombardia in questo difficile momento economico? E lasciare il sospetto che il governo della Regione sia stato oggetto di infiltrazioni mafiose non lo è? Cosa può garantire Formigoni di fronte a questo scenario di assessori o ex assessori indagati o arrestati per reati gravissimi? Dalla dichiarazione successiva viene da chiedersi se Formigoni ci sia o ci faccia: come si fa, con quadro simile, ad andare dai giornalisti a parlare di un accordo tra capi di partito. In Lombardia c'era un assessore eletto con voti della 'ndrangheta, altri arrestati e indagati per casi di corruzione e il Presidente della Regione pensa all'accordo con i partiti della sua maggioranza per mantenere la poltrona! L'accordo Formigoni lo doveva fare con i cittadini lombardi per garantire una Regione pulita, trasparente e invece ha favorito l'illegalità. Se ne deve andare subito!

 

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permalink | inviato da dianacomari il 13/10/2012 alle 21:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Gli elicotteri di Formigoni

Articolo pubblicato su Il Nord.

Fine del sogno di Formigoni di trasformare la superficie di Palazzo Lombardia in un centro di servizio pubblico di mobilità in elicottero commerciale e turistica? I residenti del quartiere ci hanno sperato e a fine a luglio sembrava che tutto ciò fosse davvero possibile, almeno per un po’.
A fermare i voli, infatti, è arrivata una sentenza del Tar della Lombardia che ha stabilito che la piattaforma di decollo e atterraggio realizzata all'undicesimo piano del Pirellone bis non è utilizzabile, in quanto il rumore prodotto dagli elicotteri viola i limiti di 50 decibel notturni e 60 diurni previsti dalla legge nazionale per le emissioni sonore. Un elicottero produrrebbe ben 85 decibel, secondo i dati presentati dal comitato “Quartiere Modello”, composto da circa 300 famiglie esasperate dagli effetti dei voli e residenti in via Alessandro Paoli (una traversa di via Melchiorre Gioia) che, dal maggio 2011, hanno intrapreso una battaglia legale per fermare il progetto formigoniano.
Chi in Regione si è sempre occupato della questione, sostenendo le battaglie dei cittadini e presentando anche diverse interrogazioni all’assessore che si occupa di mobilità e trasporti, è il consigliere regionale del Partito Democratico Franco Mirabelli, il quale ha così commentato la sentenza: “Era assolutamente evidente che un eliporto costruito in pieno centro abitato violasse i limiti previsti dalla legge per le emissioni sonore. Lo avevamo denunciato più volte ma c’è voluta la giustizia amministrativa per sancire ciò che era chiaro dal principio. Adesso, però, Formigoni deve spiegare ai lombardi quanti soldi pubblici sono stati spesi inutilmente per accontentare le sue dispendiose pretese. Solo la solita arroganza formigoniana ha fatto sì che si portasse fino in fondo questo progetto. Inoltre resta da capire come abbia fatto l'Arpa a rilevare una rumorosità nei livelli consentiti come aveva spiegato l'assessore alle Infrastrutture e Mobilità, Cattaneo”.
Sui dati contestati, Raffaele Cattaneo ha chiarito che i limiti di rumore misurati da Arpa risultano inferiori e rispettosi del piano di zonizzazione acustica adottato dal Comune di Milano che, però, al momento non è ancora stato approvato. Proprio questa mancanza ha permesso al Tribunale amministrativo di accogliere il ricorso presentato dai cittadini, annullando l’autorizzazione rilasciata dall’Enac alla Regione, in quanto la piattaforma sopra al Pirellone bis da utilizzare come base di partenza e arrivo degli elicotteri risulta incompatibile con la classificazione acustica del quartiere attuale.
Una battaglia vinta per ora, dunque, dai residenti che più volte si sono fatti sentire per protestare contro quell’idea di far partire e atterrare gli elicotteri in mezzo alle case. Ma non è finita perché la Regione, infatti, ha già detto che intende presentare ricorso al Consiglio di Stato.
Raffaele Cattaneo ha annunciato anche che “dal 1 giugno 2012 Enac ha rilasciato alla piazzola di Palazzo Lombardia anche la certificazione di eliporto, che consente agli elicotteri di atterrare e decollare indipendentemente dall’autorizzazione come elisuperficie” e, quindi, non ci sarà alcuno stop dei voli, i quali comunque, fino ad oggi, sono stati in numero limitato e hanno utilizzato una rotta meno impattante per il quartiere. Nel frattempo “la Regione ha già messo in campo ulteriori interventi di mitigazione dell’impatto degli impianti tecnologici posti sulle coperture di Palazzo Lombardia, riducendo in modo significativo i rumori”, ha precisato l’assessore ai trasporti. Per fortuna, perché oltre ai rumori assordanti, gli inquilini hanno denunciato anche vibrazioni fortissime, odore di carburante e vortici d'aria. Insomma, se il progetto della giunta formigoniana di realizzare un servizio di elitaxi per collegare gli aeroporti milanesi con i centri nevralgici della città, che prevede come una delle stazioni proprio la superficie di Palazzo Lombardia, andasse in porto per i residenti sarebbe un vero e proprio incubo.
In attesa degli sviluppi della vicenda, resta da capire come mai a nessuno sia venuto in mente che costruire una piattaforma per elicotteri nel cuore della città avrebbe prodotto simili risultati sul fronte dell’inquinamento acustico e come mai non siano emerse prima queste criticità, senza contare la pericolosità che potrebbe derivare da eventuali incidenti dato che il Palazzo Lombardia da cui dovrebbero andare e venire gli elicotteri si trova circondato da abitazioni. Domanda che pone anche il consigliere regionale Mirabelli che sottolinea: “Quello che non si capisce è perché l’assessore Cattaneo pensa che gli elicotteri debbano per forza atterrare nei parchi o sui balconi di cittadini incolpevoli. Se Cattaneo vuole il nostro consenso, basta che costruisca eliporti, come in ogni parte del mondo, in modo che non disturbino la quiete pubblica”.
Intanto, in attesa di nuove sentenze, la mobilitazione dei residenti prosegue.  

Expo 2015: la partita si complica

Mio articolo pubblicato su Il Nord.com

La sfida di mettere in piedi Expo 2015 a Milano non è mai stata semplice, ma negli ultimi mesi la situazione è sembrata davvero precipitare. Dopo una fase, legata alla giunta Moratti, di liti, immobilismo, discussioni sui terreni, ricerca di finanziamenti mai arrivati, le cose sembravano essersi rimesse in carreggiata almeno in parte e molti lavori erano partiti, seppur con grande ritardo.
L’annuncio di lunedì di dimissioni da Commissario all’Expo da parte di Giuliano Pisapia all’Assemblea di Assolombarda, però, hanno creato non poco scompiglio.
Decisione inattesa quella del sindaco di Milano, presa a sua detta in polemica con il governo Monti che non aveva mostrato la dovuta considerazione all’evento e non era venuto incontro alle richieste del Comune di una deroga al patto di stabilità oltre che di aiuti per le risorse necessarie a finanziare la manifestazione.
Decisione che aveva scatenato diverse reazioni nelle parti politiche, prima fra tutti quella del Presidente della Regione Lombardia, altro Commissario all’Expo, che inizialmente si era mostrato solidale verso il sindaco di Milano ma subito dopo ne aveva preso le distanze e aveva criticato la sua decisione di lasciare l’incarico.
Anche la risposta di Mario Monti non si è fatta attendere, il quale ha invitato Pisapia a ripensarci, con il suo consueto stile asettico.
Tuttavia, in questa vicenda, oltre ad esserci in gioco Expo e la credibilità internazionale dell’Italia, si sta giocando anche una partita politica tutta interna.
Non a caso, infatti, gli esponenti del Partito Democratico, appena arrivata la notizia delle dimissioni di Pisapia da Commissario all’Expo, non hanno perso occasione per invitare Formigoni a fare altrettanto. Il tema, oltretutto, era già stato sollevato qualche giorno prima con la richiesta da parte di Matteo Salvini, della Lega, a Formigoni di lasciare l’incarico in Expo per occuparsi della Lombardia.
La Lega, come si evince, è sempre più insofferente all’alleanza con il Presidente della Regione Lombardia, ma che non ha altre possibili alternative da giocarsi dati gli esiti delle ultime amministrative e, quindi, non potendo liberarsi di Formigoni al Pirellone prova almeno a smarcarsene su Expo.
In questo dissidio, il Partito Democratico ha pensato di infilarsi per vedere di capitalizzare un risultato politico: “Salvini non si preoccupi: presenteremo noi una mozione per impegnare il Presidente ad abbandonare il suo ruolo in Expo visto che non è in grado di svolgerlo. Sappiamo, così, di poter contare sul voto dei leghisti”, aveva dichiarato il consigliere regionale del Pd Franco Mirabelli.
Detto fatto, la mozione per sollecitare un’uscita di scena di Formigoni da Expo è stata presentata, a prima firma proprio del consigliere Mirabelli.
“EXPO 2015 può essere uno strumento per una strategia di crescita che il Governo, la Regione, l’Amministrazione di Milano hanno il dovere di condurre a termine con successo per contrastare un declino altrimenti inevitabile che ci porterebbe a soccombere rispetto ad aree ed economie ben più dinamiche delle nostre. L’esposizione universale insieme alla possibilità di lanciare i temi di nuova cultura ossia la sicurezza alimentare, il diritto al cibo, l’agricoltura di prossimità e lo sviluppo sostenibile e rappresenta inoltre per la Lombardia l’opportunità dare un impulso per completamento di un sistema di infrastrutture per l’accessibilità ai siti dell’esposizione ma anche per una mobilità sostenibile nell’intera area regionale. Cogliere le opportunità di EXPO 2015 deve significare concorrere a costruire una Regione Smart che ambisce a coniugare crescita e sostenibilità come opportunità per tornare autorevolmente a giocare un ruolo di player internazionale”, si legge nel testo della mozione, in cui, tuttavia, si sottolinea anche che “il 4 di agosto mancheranno 1.000 giorni all’inaugurazione dell’evento e in quadro infrastrutturale presenta ancora numerose incognite; il grado di preparazione delle comunità regionali nella programmazione di eventi da collegare alle attività espositive risulta frammentata”.
E, poi ancora, “Preso atto che da ripetute dichiarazioni rilasciate alla stampa il Presidente della Regione ha perso la fiducia dei suoi alleati come Commissario generale di Expo, che auspicandone le dimissioni indeboliscono l’autorevolezza della sua funzione rispetto agli interlocutori esterni”, con un chiaro riferimento alla Lega e alle parole di Salvini. Fino a “In questi mesi il Commissario generale dell’EXPO è stato sempre più impegnato nell’attività di autodifesa dai rilievi mossi dalla stampa circa il suo operato e sempre più distratto dalle sue funzioni di Commissario generale” e per questo si “Invita il Presidente Formigoni a rassegnare le dimissioni da Commissario generale dell’EXPO Milano 2015 e che il Governo, come sua espressione diretta, individui una figura autorevole capace di dedicare il suo tempo e le competenze per la risuscita dell’Esposizione”.
Ma questa del Pd non è l’unica mozione che invita Formigoni a lasciare l’incarico in Expo, anche la Lega, infatti, ne ha annunciata una sua (per evitare di convogliare i suoi voti sulla mozione dell’opposizione).
Tuttavia, l’iniziativa non deve essere caduta nel vuoto se, nel pomeriggio di martedì, dopo vari rivolgimenti, lo stesso Formigoni ad un certo punto ha paventato l’idea, poi subito archiviata, di seguire l’esempio di sindaco di Milano e lasciare la poltrona di Commissario all’Expo. "Il compito di Commissario all’Expo mi è stato assegnato dal governo nazionale e non dal consiglio regionale: con il consiglio intendo confrontarmi e ascoltarne le ragioni, ma questa è la situazione", ha chiuso, infine, Formigoni.
Di fatto, al momento la vicenda resta aperta perché anche Giuliano Pisapia, che prima si era detto irremovibile sulla sua decisione, poi ha ammorbidito i toni e ha dichiarato di voler attendere un incontro con Monti prima di prendere una decisione definitiva.
In tutto questo pasticcio politico nazionale e lombardo, l’unico dato certo è che con Expo si è drammaticamente in ritardo, i fondi scarseggiano e quindi le opere necessarie rallentano e la data dell’evento si avvicina.
 

Incontro delle opposizioni per discutere della crisi del modello Formigoni

Un incontro importante quello che si è tenuto lunedì a Milano, con l’organizzazione di Libertà Eguale, sulla crisi del modello Formigoni in Lombardia a cui hanno partecipato esponenti politici di tutte le forze dell’opposizione (che, però, si sono subito affrettati tutti a puntualizzare che non si trattativa di un preludio per una futura alleanza ma di un semplice incontro per discutere dei temi).
L’incontro è stato presieduto da Roberto Vitali di Libertà Eguale, il quale ha subito ricordato che nella Regione si è instaurato un sistema di potere e culturale parallelo a quello istituzionale.
A mettere sul tavolo tutti i punti della discussione ci ha pensato Erminio Quartiani (parlamentare del Pd) che, nella sua introduzione, ha evidenziato che quello che emerge in questa fase è una crisi di un modello, ancora prima che una crisi politica e morale di Formigoni e del suo governo e che è resa ancora più esplicita dal riassetto della Giunta regionale.
Secondo Quartiani, si è arrivati alla fine di un ventennio di potere che ha segnato questa Regione ma che condizionerà la realtà lombarda ancora per molto e, per questo, è bene cominciare a ragionare su un progetto per una Lombardia diversa, ricostruire i fondamentali di un modello lombardo che giochi un ruolo anche per il resto d’Italia.
La crisi del modello di Formigoni, infatti, è destinata a ripercuotersi su tutto il sistema lombardo, dal welfare all’assistenza fino alle industrie (che oggi sono in enorme difficoltà, in particolare nel rapporto con le banche, per ragioni di accesso al credito ma senza la disponibilità di fondi di investire nell’innovazione è impensabile di reggere alla crisi economica attuale).
Quartiani ha poi segnalato la necessità di collegare ciò che avviene in ambito nazionale con ciò che si può fare in Lombardia (ad esempio in materia di liberalizzazioni e delle ex municipalizzate).
Per impostare un modello lombardo nuovo, secondo Quartiani, è necessario avviare un confronto con le rappresentanze dei corpi intermedi della società (che oggi sono dentro al modello di Formigoni che sta andando in crisi) e, ovviamente, servirà trovare dei contenuti su cui discutere e non cominciare da ipotesi di alleanze.

Un po’ sganciato da tutto il contesto della discussione e anche molto più cupo è stato l’intervento di Savino Pezzotta (Udc). “C’è ancora spazio per il ruolo dei partiti o no? Non sappiamo ancora cosa accadrà ai partiti da qui al 2013”; ha esordito Pezzotta, segnalando che c’è un “oltre” che viene avanti e occorre capire come collocarsi: “Siamo tutti preoccupati di ciò che siamo e non di cosa potremmo essere. Non abbiamo neanche elaborato il come eravamo prima. Saremo ancora in una democrazia bipolare o no? In questi 15 anni ci siamo fatti del male, ma il contesto di prima non c’è più. Formigonismo e berlusconismo sono già cose del passato”.

Analisi un po’ povera, per non dire che manca del tutto e, data l’intelligenza di Pezzotta, viene il sospetto che non sia casuale il suo tentativo di passare a parlare d’altro, superando il discorso di Formigoni (che, però, non è affatto archiviato, intanto perché il Presidente della Lombardia è ancora in carica e poi per tutto ciò che con i suoi molteplici mandati ha messo in piedi e che – come ha anticipato Quartiani e come gli ha risposto poi anche Maurizio Martina – continuerà a condizionare la realtà regionale se non si capisce cos’è e come costruire l’alternativa).

Restando sullo scenario nazionale, Pezzotta ha poi ricordato che la fiducia nelle forze politiche è in continuo calo da parte dei cittadini: “non credono più ai partiti e noi come possiamo proporli come modelli? I partiti attuali non arriveranno al 2013 così come sono. C’è un partito maggioritario che è costituito da quelli che non vanno a votare e questo dimostra che l’antipolitica ha lavorato”.
Secondo Pezzotta si pone il problema di come governare dopo il 2013 se non si vuole che vadano persi i sacrifici pagati dagli italiani ora e, quindi, serve un’azione riformatrice che vada avanti.
Altro dato da non trascurare, per Pezzotta, è quanto sta avvenendo dentro la Lega, dove non sarà ininfluente se a prevalere nello scontro politico forte che è in atto tra l’ala movimentista di Bossi e quella più stabile di Maroni fosse quella dei maroniani.

In un ragionamento un po’ contraddittorio – ma supportato dalle analisi e dai sondaggi pubblicati sui giornali di questi giorni – Pezzotta ha evidenziato che siamo anche di fronte ad un crollo della personalizzazione della politica, anche se noi continuiamo a mettere i nomi dentro i simboli (resta da spiegare come mai, però, a godere della fiducia dei cittadini sono proprio i singoli presidente della Repubblica Napolitano, presidente del Consiglio Monti e non il governo interamente).

Anche allargando l’orizzonte all’Europa, secondo Pezzotta, il quadro non è roseo: “I partiti europei sono vecchi. L’Italia deve capire come collocarsi: si ritiene solo un Paese europeo o anche un Paese euro-mediterraneo? Siamo ad una svolta profonda e molte cose utilizzate fino ad ora non vanno più bene: lo stesso schema “destra-sinistra-centro” è vecchio e non funziona più”.

In conclusione del suo intervento e venendo finalmente a rispondere al tema dell’incontro, Pezzotta ha ribadito il dovere delle opposizioni di incalzare Formigoni (che, però, sembra logicamente intenzionato a resistere nonostante gli scandali) ma ha segnalato anche come queste fino ad ora non sembrino aver trovato l’alternativa e occorre che si discuta ancora sul merito dei temi e si insista sul governo della Lombardia.
Una discussione questa che, tuttavia, secondo Pezzotta, non può prescindere da un’interlocuzione con il centrodestra, segnalando che anche il centrodestra va sfidato sul tema dei cambiamenti e molti paradigmi vanno ripensati.
E da qui si capisce lo schema che ha in mente Pezzotta e, probabilmente, tutta l’Udc.

A Savino Pezzotta ha ben risposto Maurizio Martina (segretario regionale Pd Lombardia), ricordando che la Lombardia è una regione che ha sempre cercato di tracciare la traiettoria anche per il resto d’Italia e non è possibile archiviare il discorso sulle questioni lombarde ma bisogna fare una discussione aperta sul modello di Formigoni per capirne i punti di forza, i limiti e qual è la prospettiva.
Venendo al tema delle analisi e dei sondaggi, secondo Martina, nelle recenti esperienze elettorali ci sono dei tratti di novità e di radicalità che vanno approfonditi, così come occorre discutere per verificare se si è davvero alla fine di una vicenda iperpersonalistica (come quella di Formigoni) e la questione della partecipazione che, però, non è sempre stabile: “C’è chi dice che, nel mondo, l’evoluzione dei partiti è quella di trasformarsi in comitati elettorali e avere una partecipazione fluttuante. Noi abbiamo un’idea diversa anche per garantire una migliore qualità della democrazia”. Esempio positivo di questo, secondo il segretario del Pd, è l’esperienza di Milano e l’idea di una ricostruzione dal basso.
In Lombardia, secondo Martina, siamo giunti alla fine di un ciclo politico: “Oggi siamo ad una crisi drammatica e questa allarga il solco tra società e politica. La riorganizzazione della giunta regionale è una ridefinizione degli equilibri interni ma questo è il problema e non la soluzione: è un tentativo di resistenza. La legge sul Fattore Famiglia serviva per un equilibrio tra Pdl e Lega ma rischia di creare problemi seri alle famiglie”. Di fronte a tutte queste manifestazioni di debolezza, secondo Martina, occorre costruire l’alternativa e i partiti, pur potendo non essere più sufficienti, hanno il dovere di farlo.
In merito ai tentativi di resistenza di Formigoni, Martina ha evidenziato che la Lombardia ha bisogno di un punto di svolta ed è auspicabile che il governatore si dimetta il prima possibile, anche perché questo potrebbe accelerare una discussione anche da parte del Pd e delle opposizioni. Senza contare che, per Martina, una leadership si misura anche per la capacità di fare scelte decisive e resistere sulle poltrone senza considerare le ripercussioni negative sul governo dei cittadini che questo ha, non è certo una manifestazione della forza di un leader.

All’incontro hanno partecipato anche Magni (Sel), il quale ha ammesso che se, in tutti questi anni, Formigoni è riuscito a vincere nonostante i tanti scandali è perché evidentemente è mancata l’alternativa da parte delle opposizioni, oltre che per il potere della rete di CL.
Magni ha tenuto a valorizzare l’esperienza di Milano e di Pisapia che ha messo in luce un rapporto tra società civile e partiti che ha saputo costruire un modello di partecipazione; così come il Referendum è stato un altro grande momento di partecipazione, anche se il messaggio che ha portato oggi viene politicamente calpestato. “La gente partecipa quando capisce che il suo partecipare può contribuire a qualcosa”, ha segnalato Magni, ricordando che “Il problema è che siamo vecchi come partiti e ci saranno sicuramente delle scomposizioni rispetto a ciò che c’è ora”.
Più aderente alle tematiche concrete è stato l’intervento di Valditara (Fli), che ha focalizzato la sua relazione su alcuni temi su cui Fli ha dato battaglia come sanità, scuola, smart cities, ricerca e università.
Stando in un quadro più generale, Valditara ha ricordato che “Dopo una stagione di contrapposizione isterica è corretto auspicare un dialogo (sui temi concreti della vita quotidiana dei cittadini) dei moderati. Serviranno sicuramente nuove regole per ristabilire il ruolo della politica e dei partiti. La società dei tecnici, tuttavia, va bene in situazioni particolari ma non può essere il futuro della politica. Monti ci lascerà in eredità la capacità di occuparsi degli interessi generali della gente, un nuovo decoro e una nuova dignità della politica. Servirà ridare dignità alla nostra Regione come è stata ridata dignità al Paese”.
Un intervento di denuncia delle molte problematiche della gestione Formigoni è stato quello di Piffari (Idv), il quale, però, ha anche difeso con forza il bipolarismo, definendolo necessario per far emergere l’alternativa. Adesso, secondo Piffari, i partiti che ci sono devono fare la loro parte e trovare la strada per tornare a vincere in Lombardia.

L’incontro – molto partecipato ma esclusivamente da esponenti politici e addetti ai lavori (anche a causa della collocazione oraria in cui era stato programmato) - è stato molto interessante e, sicuramente, utile per cominciare a comprendere le posizioni delle diverse parti politiche in merito a quanto sta avvenendo in Regione. Il tema è, tuttavia, ancora da approfondire di molto perché la maggior parte delle questioni sono solo state presentate.
Di particolare rilevanza sono i temi evidenziati dagli interventi di Quartiani e Martina (che poi erano già stati anticipati da un articolo di Franco Mirabelli di un po’ di tempo fa) e che dovrebbero trovare nuove sedi per essere sviluppati e affrontati addentrandosi un po’ più nel merito e non lasciati cadere nel vuoto data la rilevanza che hanno in questo particolare momento in cui sembra essere davvero giunti alla fine del ciclo formigoniano in Lombardia e occorre più che mai chiarirsi le idee su quale strada imboccare.

Regione Lombardia in Consiglio, Formigoni in Radio

Il Presidente della Lombardia Formigoni è a Roma, in diretta su Radiodue a "Un giorno da pecora", proprio oggi che a Milano si sta svolgendo il Consiglio Regionale della Lombardia... I cittadini che lo hanno votato possono essere contenti di sapere come svolge i suoi impegni istituzionali.
E' ovvio che la presenza di Formigoni in Consiglio non è determinante per lo svolgimento dei lavori ma resta che poteva avere almeno quella sensibilità istituzionale per evitare di scegliere come data per andare a fare il simpatico alla radio proprio quella in cui il suo ruolo richiederebbe altro.

Non è una novità l'assenza di Roberto Formigoni in Consiglio Regionale e, del resto non è che sempre serva la sua presenza, ma in un momento come questo la politica deve mostrare la massima responsabilità e il Presidente della Lombardia poteva scegliere un'altra data per andare alla radio ad un programma ironico che non proprio quella del Consiglio. Un briciolo di attenzione e sensibilità istituzionale non guasta.

p.s.: Oggi in Consiglio Regionale della Lombardia si discute anche del Bilancio 2012...


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permalink | inviato da dianacomari il 20/12/2011 alle 14:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

I bambini senza mensa nella ricca Lombardia

Un imprenditore ha saldato il conto della mensa scolastica dei bambini lasciati a pane e acqua>>>. In un documento (pdf)>>> questo signore ha spiegato le ragioni del suo gesto.

E' un gesto molto bello, il suo, ma siamo nella ricca Lombardia: possibile che il comune o la Regione non avessero i mezzi per fare indagini sul reale stato di quelle famiglie e i soldi per aiutare chi davvero non ce la fa? E' questo il welfare formigoniano? Perché il Pd non ha mai detto una parola in merito?


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permalink | inviato da dianacomari il 13/4/2010 alle 23:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Gli elettori, la Lombardia, il Pd e l'alternativa

In questi due giorni passati a seguire lo svolgersi delle votazioni, oltre che a litigare con il presidente del seggio in cui ero rappresentante di lista per il Pd, mi è capitato di incontrare molti elettori. Il nostro gruppo di rappresentanti era ben visibile all’interno della scuola sede dei seggi e piuttosto compatto e la maggior parte degli elettori del Pd - anche quelli che non ci conoscevamo personalmente - si fermavano a parlare con noi.
Era evidente la loro voglia di farsi riconoscere, di scambiare qualche parola con chi la pensa come loro, di raccontare le loro impressioni a persone che in qualche modo vengono identificate come espressione del partito.
Molti si limitavano a salutarci e sorriderci.
Tanti venivano solo a chiedere informazioni su come votare correttamente (anche per voti disgiunti), ma sceglievano noi, il nostro distintivo e non quello di Pdl e Lega.
Altri si fermavano per chiederci se avevamo previsioni.
Una signora anziana, arrivata dalla Messa domenicale, ci ha anche regalato un rametto d’ulivo.
Qualcuno più timido restava per un po’ a guardarci, prima di decidersi ad avvicinarsi e dirci qualcosa.
Un signore molto anziano che ci guardava è stato attirato da una nostra battuta: credevamo ci guardasse male, invece era solo discreto e stava meditando se dirci qualcosa o no. Alla fine è rimasto parecchio a parlare e a raccontarci che votava per noi, ma voleva che il Pd facesse di più per mandare a casa Berlusconi.
Sì, Berlusconi: l’oggetto della maggior parte dei discorsi di chi si è avvicinato al nostro gruppo era proprio lui e non il governatore della Regione per cui eravamo chiamati alle urne.
Forse questo è accaduto perché nessuno credeva realmente alle possibilità di Penati di spuntarla (certo non immaginavano neanche che potesse andare così male, però).
Una coppia si è fermata a dirci che aveva votato Pd, come aveva sempre fatto, ma che si aspettava molto di più da questo partito: “Non è possibile che abbiamo sempre le stesse facce, che non ci sia mai niente di nuovo da proporre”, affermavano.
Ed era vero: la percezione generale (anche guardando i voti disgiunti scrutinati) era che molti elettori avessero voglia di proposte e persone nuove.
Mi è capitato di vedere molte schede che avevano votato Lega come lista e Penati presidente, ma anche lista Pd e Pezzotta presidente o lista Pd e presidente Crimi del Movimento Cinque Stelle; qualcuno ha addirittura azzardato lista Idv e Formigoni presidente…
Il voto disgiunto è poco adatto per fare analisi perché spesso accade che si voti la lista di un partito magari solo perché al suo interno c’è un candidato che si conosce e a cui si vuol dare la preferenza, ma poi si scelga tutt’altro.
Alcuni hanno giocato sul voto parzialmente “utile”, scegliendo la lista del Movimento Cinque Stelle ma Penati come presidente.
L’impressione generale, però, era che la figura di Penati, per quanto autorevole, non fosse più spendibile (soprattutto dopo la recente sconfitta alle elezioni provinciali) e addirittura non fosse credibile come presidente della Regione, mentre Formigoni, per quanto usurato, una certa immagine l’abbia saputa mantenere.
Penati è stato votato per lo più dagli affezionati elettori del centrosinistra e da chi ha pensato che votarlo fosse l’unica maniera possibile di mandare a casa Formigoni: nessuno si è preoccupato del programma del candidato del Pd, nessuno è stato particolarmente entusiasta di questa candidatura (anche quelli che apprezzavano Penati come politico e come persona e lo hanno sostenuto con convinzione pensando che, in quel momento, per il partito fosse la scelta più ragionevole).
Le proposte del Partito Democratico, per quanto interessanti, sono emerse poco davanti agli spot formigoniani dei grattacieli imponenti e di una Regione moderna ed è un peccato perché, con la scelta di un candidato forte e non riciclato, probabilmente qualcosa di più lo si sarebbe potuto ottenere: le persone erano abbastanza stanche anche dell’eterno Formigoni, ma continuano a preferirlo al nulla dell’alternativa (anche c’è da riflettere su come, ovunque, i dati relativi ai voti delle grandi città siano diversi da quelli delle altre province).
Sulla scheda elettorale della Lombardia c’era un forte senso di inutile: tutto sembrava uguale a tutto e nessun candidato presidente faceva venir voglia di votarlo.
Gli unici voti utili potevano andare a Formigoni e Penati, ma il primo si ripresentava per il quarto mandato, dopo 15 anni di governo della Regione; mentre il secondo, il Pd lo ha candidato a qualsiasi tornata elettorale e pensa di riproporlo come sindaco di Milano.
Le alternative erano Savino Pezzotta, che ha sempre contato poco come sindacalista e lasciato solo con l’Udc aveva ben poche speranze; i rivoltosi grillini e gli ideologizzatissimi di Rifondazione Comunista (che creano tanto casino, ma di proposte realmente utili e concretizzabili ne hanno sempre presentate poche); Forza Nuova…
Insomma, nulla di nuovo possibile e soprattutto nulla di particolarmente eccellente.
Tanto che l’astensionismo ha colpito molto anche la nostra parte politica: gli elettori cominciano ad essere stanchi di votare per appartenenza, soprattutto se non si sente di appartenere più a nulla. Gli elettori probabilmente si aspettano di più dai partiti per dare loro il voto: vogliono proposte concrete, linguaggi chiari e comprensibili, scelte importanti e anche candidati credibili (e magari non troppo usurati).
L’impressione è che il Partito Democratico, soprattutto in Lombardia, non brilli e voglia mantenere un profilo molto basso (tanto che molti cittadini non vedono nelle nostre proposte attuabili una grande differenza rispetto a quelle del centrodestra) con il risultato che gli elettori più di sinistra si sono spostati su Italia dei Valori e Movimento Cinque Stelle (votati anche da persone di destra anti-berlusconiane), quelli che amano “il fare” sono andati alla Lega, mentre al centrodestra non è stato portato via assolutamente nulla.
Chi alza i toni nel Pd è mal visto, ma la realtà è che spesso alza i toni solo per ragioni di potere personale e non per proporre qualcosa di valido. E allora il nuovo e l’eccezionale lo si è cercato altrove, per lo più nell’Italia dei Valori e nel Movimento Cinque Stelle.
A votare per Italia dei Valori e Movimento Cinque Stelle sono state prevalentemente persone giovani, il popolo viola, il pubblico di Santoro e non si tratta di un voto di “protesta”, in realtà, ma di un voto di “opposizione”: a livello nazionale, il Partito Democratico ha perso credibilità nel fare opposizione a Berlusconi e il suo naturale bacino di elettori non si è neanche preoccupato di guardarne le proposte alternative ma ha scelto ciò che a livello mediatico è risuonato come opposizione più netta e riconoscibile.
Si è fatta largo l’idea che nella “sporcizia” generale non ci si salva scegliendo chi è meno “sporco” di unaltro, ma facendo pulizia, rasando tutto al suolo e ripartendo da zero.
È una logica un po’ estrema, per questo è scelta per lo più da elettori giovani che, per loro natura sono più netti ed estremi nei modi di fare, nelle decisioni, nel linguaggio con cui si esprimono.
Italia dei Valori e Movimento Cinque Stelle, nei giovani, hanno riesumato il ruolo che per anni è stato dei partiti comunisti, ma hanno sostituito ideali e ideologie assolutamente anacronistici con argomentazioni più pragmatiche e legate all’attualità quotidiana così che i problemi che pongono non sono più le lotte operaie, ma la libertà di informazione e il rigore della classe dirigente.
La conferma è arrivata anche da qualche nostro amico rappresentante di lista che ha chiesto volutamente ai giovani cosa votavano e quali erano le tendenze del loro mondo.
Nel resto d’Italia non è andata molto diversamente: il Pd ha tenuto le regioni “rosse” ma ha perso tutto il resto. Un 7 a 6 che non consola e non dovrebbe far gioire.
Spiace leggere su La Repubblica l’affermazione di Bersani che dice: “Torniamo a vincere. Abbiamo invertito la tendenza. Era un partito morto”.
Spiace perché non c’è stata proprio alcuna inversione di tendenza e, con il caos delle liste del Pdl, le aspettative erano diventate molto più alte per il Partito Democratico e, al di là della necessità di rassicurare tutti gli elettori a mezzo stampa, non si può accettare una simile mistificazione della realtà: se gli elettori del Pdl accettano qualsiasi bugia dai loro leader perché non hanno mai chiesto loro particolari doti di serietà e moralità, quelli del centrosinistra vogliono onestà, verità anche nei momenti difficili e la frase di Bersani ne è ben lontana.
Bersani, all’inizio del suo mandato da segretario, ha avuto qualche mese di sbandamento, in cui non si capiva bene cosa stesse facendo, poi pian piano la situazione si è delineata.
Non è facile trovarsi un partito piuttosto agitato (quale è il Pd) da gestire e contemporaneamente scegliere i candidati migliori e organizzare subito una campagna elettorale che porti poi a buoni risultati.
Lo sa bene Franceschini che si era ritrovato nella stessa situazione e aveva faticato tanto per salvare il Pd dalla disfatta che tutti prevedevano alle elezioni europee di giugno.
La differenza è che Franceschini aveva trovato davvero un partito prossimo alla morte e gli ha permesso di resistere, ha cercato di dargli un progetto, un indirizzo e alla fine lo ha lasciato molto vivace.
Bersani non ha trovato affatto un partito morto, ha trovato un partito sveglio, vivace, che aveva voglia di rimettersi in moto, ha piazzato i suoi uomini a coordinarlo ed è stato sostenuto in modo compatto anche da tutti gli altri quando è partita la campagna elettorale e quella frase è assolutamente ingiustificabile, oltre che sbagliata e offensiva. Si capisce che Bersani - dopo la disfatta di Veltroni e Franceschini per mano di D’Alema - ora teme che la leadership in discussione possa essere la sua e si sia affrettato a mettere le mani avanti con frasi un po’ azzardate sul risultato elettorale e presentando statistiche (che ha trovato solo lui) in cui si è affrettato a sottolineare che il Pd è avanzato rispetto alle elezioni europee, ma non è una mossa molto elegante (anche se non è una novità, dato che è dall’inizio della sua segreteria che è tutto un susseguirsi di queste frasette poco eleganti che vengono diramate a mezzo stampa).
Ma la verità è che nessuno nel Pd ormai pensa più a fare ribaltoni e certi toni potrebbero anche essere messi da parte: è paradossale che il congresso permanente e i malumori siano creati dagli stessi deterrenti delle posizioni di comando e non dalla minoranza.

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