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Giornalisti che non fanno il loro mestiere

Non mi stupisco se persone comuni aprono il web o i giornali, leggono le prime cose che trovano, ci credono e le rilanciano.
Mi stupisco che lo facciano giornalisti, magari anche affermati, che dopo anni di lavoro e riconoscimenti, dimenticano le regole base del giornalismo (come ad esempio quella di avere delle fonti certe e di andarle poi a verificare) e scrivano dei pezzi contenenti tesi totalmente inventate e non si preoccupino di interpellare anche altre voci rispetto a quella della loro fonte per avere maggiori garanzie di veridicità su ciò che intendono pubblicare ma anche per tutelarsi da eventuali querele che possono arrivare quando si scrive il falso o si diffamano persone.
Questo modo di scrivere fa un danno all'informazione e ai cittadini che hanno il diritto di essere informati su quanto accade.
Non mi stupisco se ci sono politici o aspiranti tali che usano l'informazione e i mezzi di informazione per fare propaganda alle loro tesi e martellino su quegli argomenti ma mi stupisco che i giornalisti che vedono tali comunicazioni e devono scrivere un articolo attinente a quell'argomento non vadano poi a verificare se quella comunicazione è vera o falsa o se manca di altri dati, magari volutamente omessi da chi l'ha mandata.
Non mi stupisco troppo se incidenti di questo tipo capitano a giovani giornalisti, spesso neanche pagati, che lavorano in condizioni impossibili e magari hanno fretta di chiudere un pezzo con un certo numero di battute che è stato commissionato loro all'ultimo momento e cercano di arrabattarsi come possono ma mi incavolo quando lo fanno signori del giornalismo profumatamente pagati e coccolati da grandi gruppi editoriali che hanno, invece, tutte le possibilità di lavorare come si deve e mi incavolo ancora di più perché l'Ordine dei Giornalisti - che è nato per garantire ai lettori che coloro che scrivono sono persone con le competenze adatte a farlo (perché questo è ciò che ti spiegano) - poi non si preoccupi minimamente di dire qualcosa ai tanti "colleghi" che fanno tutto tranne che un'informazione corretta, verificata nelle fonti e nelle tesi.

Il ruolo del giornalista

Sull'opportunità o meno della presenza dei Casamonica in tv si può discutere.
Non so dire se le loro comparsate mediatiche siano state opportune. Credo, però, che il punto vero sia il riuscire a fare informazione mostrando un pezzo di realtà (che pure da tempo stava sotto gli occhi di tutti e nessuno sembrava essersi accorto prima del funerale show) senza offrire un palcoscenico ai delinquenti.
In questo credo Bruno Vespa abbia fallito.
Il giornalismo nasce come "mediazione" tra realtà accaduta e pubblico e, nell'esercizio di quella mediazione, si svolge il racconto della realtà che consente al pubblico di formarsi un'opinione.
Probabilmente a casa saremmo stati benissimo anche senza guardare lo show trash della figlia del defunto Casamonica, senza vederla alzare i toni (sempre in dialetto) e le mani con fare minaccioso. Probabilmente saremmo stati benissimo senza sentire il nipote che, di fronte allo snocciolamento delle accuse pesanti rivolte al defunto zio, con fare sorridente replicava "eh vabbé ma è successo una volta sola!", allo stesso modo di come si cerca di giustificare i ragazzini che hanno combinato qualche guaio di poco conto.
Eppure, a volte, è importante mostrare anche le persone negative, far vedere cosa sono, come si comportano, come si esprimono. Perché vederli, ascoltarli aiuta a capire. Anche a capire quali sono le facce e le ragioni del male e dove il male si nasconde (magari proprio sotto ai nostri occhi senza che ce ne accorgiamo, fino a che non finisce alla ribalta della cronaca per un funerale show).
Però, qui entra in gioco la mediazione e il ruolo del giornalista.
Sta al giornalista condurre il gioco, cercare di far emergere ciò che deve emergere (e cioè la realtà) e non quello che altri avrebbero interesse a mostrare.
Nella puntata di "Porta a Porta", purtroppo, Vespa non è riuscito nel suo ruolo di giornalista: ha ceduto subito. Difficile dire se abbia dismesso il ruolo di giornalista per farsi parte di uno spettacolo diverso perché intimidito dai soggetti che aveva di fronte (la figlia di Casamonica si alterava con frequenza di fronte ad ogni cosa e l'avvocato, che pure era lì per accertarsi che i curriculum penale del suo assistito venisse esposto senza errori, non era una presenza tranquillizzante in quanto un uomo di legge fa presto a minacciare querele) o se invece il cedimento allo show fosse stato pienamente consapevole e voluto. Il punto è che, però, voluto o incidente professionale, la trasmissione si è trasformata in uno show e si è creato un palcoscenico per dare voce a soggetti che non sono esattamente un esempio positivo.
Sui giornali e nelle agenzie di stampa di oggi è stato scritto qualunque cosa sulla puntata di "Porta a Porta" di ieri. Personalmente, quello che ho visto è stata semplicemente un'intervista sfuggita di mano, mal gestita perché difficilmente gestibile che ha dato luogo ad uno spettacolo trash con protagonisti dei buzzurri (per i modi di fare) ridicoli (per come cercavano di giustificare l'ingiustificabile) che neanche sanno esprimersi in italiano.
Non hanno suscitato simpatia alcuna. Non sono gli eroi di qualche fiction trash che sta andando in scena a Roma in questi mesi.
ho preso atto del fatto che alcuni malavitosi finiti sui giornali in queste settimane hanno quelle facce, quel modo di esprimersi, quelle brutte parole grette in italiano stentato.Così come ho visto che un professionista, quale dovrebbe essere Vespa, dopo anni di televisione e di interviste più o meno preparate (anche quando inutili) non è stato in grado di fare il suo mestiere (cioè il giornalista e non lo show man o la spalla che regge il microfono) e da qui l'intervista si è trasformata in uno spettacolo che non è certamente ciò che un servizio pubblico deve fare.
Così come è stato terribilmente sbagliata la nota che si sono affrettati a diffondere questa mattina da "Porta a Porta" in cui si giustificava la presenza dei Casamonica con i dati degli ascolti elevatissimi. Non è pensabile che tutto sia piegato agli indici di ascolto quando si sta lavorando con un mezzo di comunicazione-informazione-formazione come la tv. Chi lavora in televisione e chi fa il giornalista deve avere una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e delle potenzialità dello strumento e interrogarsi prima di prendere decisioni sul cosa mandare in onda e sul come mandarlo.
Vespa, con la puntata di ieri sera, gestita (o non-gestita) in quel modo, ha fatto un cattivo lavoro.

Il giornalismo e il marketing

Mi pare che urga una riflessione seria sul giornalismo e su cosa vuol dire fare informazione.
Oggi, troppo spesso, non si fa informazione ma propaganda (perché anche seguire il senso comune quando non è veritiero o pompare un argomento inutile o sbagliato è fare propaganda e non informare).
Non si segue la deontologia e neanche il buon senso (o il buon gusto) ma solo il marketing e, di conseguenza, il metro di giudizio diventa il quantitativo delle vendite o dei likes ottenuti e non importa più con quale contenuto e se quel contenuto è vero o è giusto.
Raccontare i fatti diventa secondario, prevale il fare lo scoop anche quando questo non c'è.
Il web e i social media, con la possibilità di condividere, amplificano il problema e, spesso, più che l'informazione, aiutano la disinformazione, la propaganda e molte volte anche la diffamazione.
Uno dei problemi è che chi scrive - giornalista o meno - non segue più alcuna regola ma solo il sensazionalismo o i toni aggressivi che una volta venivano confinati nei peggiori bar e oggi sono sulla bocca di tutti.
L'Ordine dei Giornalisti, per legge, è obbligato a fare corsi di formazione per i suoi aderenti, peccato che il più delle volte si tratti di conferenze generiche sui temi più vari e che di formativo non hanno nulla o quasi. Se si usassero quei momenti (che sono obbligatori per tutti) per insegnare almeno le regole base a chi evidentemente o le ha dimenticate o non le conosce proprio, forse sarebbe già un passo avanti.
Da appassionata di giornalismo, vedere un simile scenario è desolante e, a volte, anche irritante. 
Se si va avanti così, il giornalismo muore e muore anche l'informazione. Soprattutto quella sul web che non è più il luogo della libertà e della democrazia ma il luogo della cialtronaggine diffusa, dello sfogo e dell'insulto collettivo che si fa forte della distanza del virtuale per dire qualunque cosa, anche la più becera, confidando nell'impunità o addirittura nel fatto che più lo si fa più si diventata "famosi".
Negli anni passati a scrivere e a bussare a ogni giornale per arrivare a ottenere il tesserino non era questo il giornalismo che sognavo, che seguivo e a cui volevo arrivare.
Chi fa informazione oggi ha il dovere di seguire i fatti e la verità, anche stando dentro a i meccanismi del marketing, altrimenti apra un'edicola o si metta a vendere quel che gli pare ma non scriva perché non è il suo mestiere e fa del male al giornalismo, all'informazione e alla libertà di informazione.

Contraddizioni

Michele Santoro, secondo i giornali, starebbe preparando un suo partito e ne avrebbe addirittura già registrato il marchio. Ipotesi curiosa: vero è che oggi tutti si sono messi in testa di fare partiti propri o comunque di presentarsi alle elezioni ma Santoro, nel 2009, è stato eletto al Parlamento Europeo (con la lista dell'Ulivo) e si era dimesso poco dopo perché "rivoleva il suo microfono" e aveva chiaramente spiegato che si era candidato al solo scopo di riguadagnarsi la libertà di espressione e di informare con il suo lavoro di giornalista. Come mai questo improvviso cambio di idee?

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permalink | inviato da dianacomari il 15/4/2013 alle 10:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Titoli che fanno la differenza

La base del PD si sta infervorando alla diffusione della notizia che un gruppo di senatori "renziani" avrebbe presentato una proposta per l'abolizione del rimborso elettorale ai partiti. L'argomento di acrimonia, tuttavia, non è il contenuto della proposta avanzata da questi senatori ma il loro (o da parte della stampa) identificarsi come "renziani". Questa qualifica li porta ad essere considerati come coloro che stanno facendo una mossa tattica per distinguersi dal resto del partito e presentando qualcosa che va contro al partito stesso (che poi non sarebbe una novità). Tuttavia, questo passaggio merita una riflessione sulla comunicazione (non sta a me giudicare il contenuto della proposta in oggetto e non è neanche questo il tema di dibattimento in rete). Intanto c'è da notare la differenza di titoli con cui viene comunicata la notizia: il PD la fa passare come  "Senatori Pd: disegno di legge per abrogare finanziamento pubblico ai partiti" mentre su Europa il titolo è "I senatori di Renzi per abolire i rimborsi elettorali" (prendo ad esempio questo giornale ma pure su tutti gli altri campeggia un titolo analogo). Guardando nel merito del contenuto oggetto degli articoli si capirà che è più o meno analogo ma dai titoli ne esce un messaggio completamente diverso. Dire che un gruppo di senatori PD propone l'abolizione del rimborso elettorale ai partiti, infatti, è comunicare all'opinione pubblica un messaggio che va nella direzione del sentire comune di questi mesi e che, in qualche modo, risponde alle istanze dell'antipolitica e può aiutare a mettere il PD in buona luce (indipendentemente da ciò che si pensa nel merito della questione del finanziamento pubblico ai partiti). Dire, invece, che un gruppo di senatori "renziani" propone l'abolizione del rimborso elettorale ai partiti significa dire che c'è una parte del PD  che si mette in linea con l'opinione pubblica e si vuol distinguere dal resto del partito, se non addirittura metterglisi contro (le proposte del PD in questa materia sono ancora molto dibattute e, comunque, anche quelle ritenute definitive si sa che non suscitano gioia tra "l'apparato").
Chi ha fatto la distinzione? La stampa che è maestra nel cercare scoop e non perde occasioni per far apparire il Partito Democratico come lacerato o i senatori "renziani" che ci tenevano ad emergere e a distinguersi? Difficile dirlo, certo è che i "renziani", in generale, hanno sempre avuto la prerogativa a volersi distinguere dal resto del PD, ma qui la questione è un po' diversa. Il risultato, in ogni caso, è che il PD appare lacerato con una parte agguerrita e in linea con l'opinione pubblica e una parte silente o recalcitrante che si arrocca e si arrabbia ma resta sconfitta a livello di immagine. Un capolavoro comunicativo, insomma, come sempre e come se ne sente il bisogno in questo momento...
Nel concreto, la questione è un po' più banale: quando si presentano proposte di leggi, mozioni, interrogazioni o altro, lo si fa sempre per gruppi (difficile che tutti firmino tutto), di solito lo si fa con i colleghi di Commissione ma ad oggi non abbiamo Commissioni operative per mancanza di un governo che consenta di stabilirne gli equilibri di rappresentanza e quindi le proposte si presentano e si firmano con chi c'è, sicuramente con chi si ha maggior affinità e sicuramente è noto che gli eletti "renziani" si sono riuniti diverse volte con il loro leader, tuttavia sarebbe stato più opportuno evitare di montarne un caso per il solo gusto di distinguere o di distinguersi.

Le interviste televisive a pagamento dei politici

Il problema del grillino che ha pagato gli spazi televisivi sta nella contraddizione con i suoi messaggi elettorali. I grillini sono contro le tv, hanno sempre detto che la politica si fa a costo zero e si usa la rete. Le giustificazioni usate dal consigliere grillino per spiegare la sua presenza in tv sono tutte validissime ma sono un perfetto controsenso con quanto dichiarato in campagna elettorale. Il grillino avrebbe dovuto spiegare tutto questo in campagna elettorale ai suoi elettori non adesso che e' gia' stato eletto. Inoltre Grillo si e' sempre detto contro il finanziamento ai partiti e il consigliere grillino ha detto di aver usato soldi del gruppo regionale del Movimento 5 Cinque Stelle, quindi soldi pubblici, che quindi servono anche a loro. I grillino farebbero meglio a dire la verità in campagna elettorale e cioè che la politica e la comunicazione costano, con le cose gratis si possono fare molte cose ma non si ottengono miracoli, lo stesso Grillo - pur non avendo rilasciato interviste - se non avesse avuto tv e giornali pronti a rilanciare i suoi messaggi diffusi via web sarebbe andato ben poco lontano, quindi smetta di dire bugie agli italiani. Passando al tema delle interviste a pagamento, personalmente non mi scandalizza se un politico paga per essere ospitato in tv. Mi preoccuperei se i politici fossero pagati per fare gli ospiti. Mi interessa molto, invece, sapere se quello che sto vedendo e' un'intervista normale o uno spot (e molti spot sono fatti anche gratis come e' stato ampiamente visibile in questi anni). A me non interessa che i soldi spesi dai politici siano loro o derivati dai finanziamenti pubblici ai partiti di appartenenza: il finanziamento e' per l'attività politica da svolgere e di questa fa parte anche la comunicazione. A me preoccupa, invece, che delle tv chiedano soldi per ospitare persone. Le tv private locali ricavano introiti dalle pubblicità e spesso sono insufficienti e non consentono la realizzazione di chissà quali capolavori, ma questa questione non può essere risolta con interviste su commissione e a pagamento.


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permalink | inviato da dianacomari il 20/8/2012 alle 11:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

La guerra del Tg1

Dopo la visione del Tg1 delle 13.30 di ieri, in molti ci siamo indignati per quel "Grazie Berlusconi" messo in bocca ad un ribelle libico che sventolava la bandiera americana. In molti ci siamo accorti che nelle immagini presentate in quel servizio, tra le parole pronunciate dal ribelle "Berlusconi" proprio non c'era e nessuno si è curato troppo di ipotizzare che magari le immagini erano state tagliate frettolosamente per esigenze di spazio ma nel filmato originale quell'affermazione esisteva davvero.

Questo è accaduto perché dopo tante notizie non date o date in modo tendenzioso, ormai, nessuno si fida più di quello che una volta era il primo telegiornale degli italiani.

Ma il problema delle tendenziosità dell'informazione presentata dal Tg1 delle 13.30 di ieri resta. Il punto, infatti, non è tanto se quel "Grazie Berlusconi" è stato detto o meno dal ribelle libico (certo il sapere che lo ha detto, un po' ci rasserena perché almeno abbiamo la garanzia che, per il momento, i fatti non vengono ancora inventati ma, a modo loro, cercano di raccontarli); il problema è che in quel momento era importante far vedere cosa stava accadendo in Libia e, invece, al Tg1 hanno pensato di mandare in onda un ringraziamento a Berlusconi.

Lo hanno proprio pensato. Sì, perché - se da un lato è vero che, contrariamente alle altre guerre, qui i ribelli sventolano le bandiere occidentali e ringraziano chi li ha aiutati a liberarsi dal dittatore e non vedono gli stranieri come "occupanti" e questo costituisce certamente una notizia rilevante - il punto che si voleva enfatizzare dal Tg1 era proprio quel "Grazie Berlusconi" ed emerge con chiarezza al servizio successivo, con l'intervista a Al Senussi (discendente del re deposto da Gheddafi). Intervista bellissima e importante ma, ad un certo punto, il giornalista domanda: "Se avesse 5 grazie a chi li darebbe in questo momento?". Attenzione: chiede proprio 5. Perché 5? Non è una domanda usuale. Normalemte si chiede "se dovesse fare un ringraziamento" o "se volesse ringraziare qualcuno"... Perché l'intervistato deve dire proprio 5 grazie? Alla fine l'intervistato dice: "Alle mamme, ai giovani, alle donne, all'Italia, alla Nato"... e qui il servizio si conclude con un taglio un po' netto, mentre si capisce dal tono di voce che l'intervistato probebilmente stava proseguendo. Probabilmente sarà un normale taglio dovuto alle tempistiche ma è curioso che il servizio si chiuda di nuovo con un ringraziamento all'Italia. E così, in apertura di telegiornale, in ben due servizi è arrivato un "grazie" al governo italiano.

Anche in questa articolazione della scaletta non c'è casualità, lo si è visto meglio nei giorni dei servizi dedicati all'uso delle intercettazioni o a quelli sul cosiddetto "processo breve" (che in realtà era "prescrizione breve"). Se il Tg1 di una volta, articolava la narrazione all'interno di ciascun servizio e poi tra un pezzo e l'altro c'era il conduttore a fare da raccordo ma non c'era necessariamente un legame tra il susseguirsi delle notizie, in quello diretto da Minzolini c'è una narrazione complessiva che coinvolge più servizi e così che quello che ne esce deformato non è la notizia singola ma il tutto. Spesso, infatti, capitano due o tre servizi sullo stesso argomento (anche in questo caso, il periodo in cui si parlava di intercettazioni o di "processo breve" evidenziano meglio il meccanismo), magari con i primi due servizi in cui si dichiara apertamente l'argomento e poi un terzo che sembra parlare d'altro (ad esempio un fatto di cronaca) e poi, all'improvviso, spunta una frase che richiama il concetto già espresso nei pezzi precedenti.

Sul fronte delle vicende libiche, però, la questione è complicata. Forse il Tg1 dimentica che non tutti gli italiani erano così convinti di dover partecipare alle operazioni militari per aiutare il popolo libico a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi e tra i meno convinti c'erano proprio i membri del governo Berlusconi, lui in particolare, "addolorato" per via del rapporto personale di amicizia che lo legava al leader libico, ma anche la Lega (terrorizzata dalle "ondate di profughi"), con in mezzo il ministro La Russa che non si capiva bene a che gioco stesse giocando prima annunciando trionfante l'inizio delle operazioni, poi smentendo che i nostri aerei avessero sparato e adesso andando a elencare ai giornali i meriti dell'azione italiana.

Il terreno della Libia è il più pericoloso per il centrodestra. Tante sono le figuracce che il governo italiano ha fatto in materia di politica estera e probabilmente quel che serve è una buona dose di informazione addomesticata e di immagini ammiccanti con sbandieramenti di ringraziamenti e elenco dei meriti per operazioni prima sconfessate per cercare di cancellare con un colpo di spugna gli errori goffi compiuti fino ad ora e mettere del lucido su un quadro governativo e politico che, invece, è profondamente opaco. Tutto questo è ancora più necessario ad un governo che sta per varare una manovra che, da qualsiasi lato la si guardi, continua a scontentare tutti e allora preferisce coprire il tutto, facendo vedere i propri meriti (veri o presunti o inventati).

Per questo occorre vigilare sull'informazione.

Di questo episodio di ieri ci resta un'amara certezza: la credibilità del Tg1 è perduta. Ormai alla prima svista, il pubblico e i commentatori insorgono e accusano quello che era il primo telegiornale degli italiani di mistificare la realtà e contano poco le giustificazioni fornite perché le "sviste" (vere o finte) negli ultimi tempi sono state troppe. Una volta si diceva "lo ha detto la televisione" come per segnalare qualcosa di vero, adesso quell'affermazione è spesso usata per indicare una notizia falsa diffusa.  La credibilità perduta di un telegiornale, spesso, implica la perdita di credibilità anche per giornalisti che magari cercano di svolgere bene e onestamente la loro professione (sempre di più troppo condizionata dal potere) ma nell'insieme ne escono male.

Incattiviti dai privilegi della casta

Michele Brambilla - La Stampa (pdf)

Due fatti curiosi hanno dominato - in mancanza di meglio - il dibattito politico domenicale.

Il primo è, anzi sono, le rivelazioni che un anonimo ex dipendente di Montecitorio ha pubblicato su Facebook. Per vendicarsi del licenziamento dopo quindici anni di contratti da precario, ha messo in piazza, ossia in rete, le furbate, gli imbroglietti, i trucchi meschini con cui i parlamentari si arrotondano lo stipendio, aggirano le code, gratificano gli amici e le amiche e così via.

Il secondo è l’eco dell’intervista che il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha concesso al Tg3 sabato sera, quando ha parlato di sacrifici e di necessità - da parte della politica - di dare «un segnale forte». Parole sacrosante, ma rese un po’ meno sacrosante dall’essere state pronunciate in diretta da Porto Cervo, dove l’abbronzatissimo governatore si mostrava agli italiani (freschi della legnata della manovra) attorniato da una piccola flotta di yacht. Vedendolo così, la giornalista che l’intervistava non ha potuto trattenersi dal salutarlo con un «buone vacanze».

Chiariamo subito che la demagogia non ci piace. Un politico ha il diritto di andare in vacanza. Quanto alle rivelazioni su Facebook, si potrebbe dire che la parola di un anonimo vale quello che vale, cioè zero (e infatti c’è già chi ipotizza che si tratti di una bufala); e che in quei piccoli espedienti - dall’uso della raccomandazione ad altre furbizie siamo maestri noi tutti, e non solo i politici.

Ma la vera notizia non sta né nelle vacanze di Formigoni né nello scempio denunciato dal precario licenziato. La vera notizia sta nella reazione che i due episodi hanno scatenato. L’anonimo di Facebook ha raggiunto in poche ore più di centomila «fan»; e, sempre sulla rete, s’è scaricato subito un diluvio di critiche, quando non di insulti, nei confronti del governatore che da Porto Cervo chiede sobrietà ai politici.

E’ il segno di un’insofferenza, quando non di un rancore, crescente. Gli italiani percepiscono sempre più i politici come - per usare la solita logora parola - una «casta» che si fa gli affari suoi, e che se li fa con impunità e senza vergogna. Ci sono certamente esagerazioni, in tanta rabbia che monta; così come ce ne sono sempre quando si generalizza. Tuttavia è impressionante vedere come i politici non sappiano comunicare altra immagine di sé. La discussione di questi giorni sull’autorizzazione all’arresto di Papa ne è un esempio, con Bossi che fiuta l’aria e dice sì all’arresto, salvo poi innescare la solita retromarcia. E ancora: il mancato taglio ai propri compensi e privilegi durante la manovra - denunciato anche dai giornali filogovernativi - è un altro pessimo segnale di distacco da quel che cova nel Paese.

Sono storie vecchie, già lette e sentite da anni. Non a caso, ogni volta che dobbiamo citare qualche esempio di politico specchiato e gentiluomo, ci tocca aprire i libri di storia: Einaudi, Nenni, De Gasperi. Il più vicino ai nostri giorni è Pertini, che era nato non uno ma due secoli fa.

Però questa volta fa specie un particolare. Questa classe politica che oggi la gente percepisce come una «casta» da mandare a casa al più presto, non è altro che l’espressione di quella «antipolitica» che al tempo di Mani Pulite aveva spazzato via un’altra casta: quella dei partiti. Si disse che finalmente nel Palazzo sarebbero entrati uomini e donne che venivano non da intrallazzi di corrente, ma da aziende, uffici, insomma dal mondo del lavoro. Gente concreta, che conosceva i problemi di tutti i giorni. Di uomini e donne di questo tipo era formata la prima leva di partiti come Forza Italia e la Lega, vale a dire l’ossatura dell’attuale governo.

Ora ci tocca rivedere contro questa nuova classe politica la stessa furia che abbatté la vecchia. Rispetto ad allora, non volano più le monetine solo perché nel frattempo hanno inventato il web. Ma c’è poco da stare tranquilli perché, sempre rispetto ad allora, c’è anche una crisi economica che ha aumentato, e non di poco, la disparità tra i vertici e la base. Siamo a un nuovo redde rationem? Chissà. Certo è che sono passati vent’anni da quando i politici di oggi sostituirono, quasi per acclamazione, quelli della Prima Repubblica. E vent’anni sono più o meno il periodo che di solito occorre agli italiani per cambiare idea e passare da piazza Venezia a piazzale Loreto.

Un'informazione libera fa bene a tutti

L'intervento di Elisa Anzaldo (giornalista del Tg1) a Tutti in piedi! in cui denuncia le mistificazioni di Augusto Minzolini: video>>>

Ospitiamo i talk show Rai su You Dem

Se la Rai chiude i battenti "Il Pd andrà a esporre altrove i propri programmi, anche in canali non televisivi", ha detto Bersani alla manifestazione di ieri a Roma (La Repubblica pg. 6).

A questo punto, mi viene da lanciare una proposta: diamo spazio ai talk show censurati dalla Rai su You Dem.

You Dem ha organizzato il DopoFestival, che non è propriamente un prodotto culturale del centrosinistra, ma tuttavia è stata un'ottima operazione di marketing per far parlare della tv del Partito Democratico (anche se ha suscitato molta ilarità la gestione della faccenda). Perché non può, invece, dar spazio a temi che le sono più propri e consoni?

Perché non lanciare la proposta o la provocazione ai giornalisti dei programmi coinvolti dalla censura  di replicare gli stessi su You Dem (anche se poi verrà declinata per ragioni contrattuali e di indipendenza)?

Non sprechiamo occasioni, facciamo vedere che la libertà di informazione ci sta davvero a cuore!

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