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Giornalisti che non fanno il loro mestiere

Non mi stupisco se persone comuni aprono il web o i giornali, leggono le prime cose che trovano, ci credono e le rilanciano.
Mi stupisco che lo facciano giornalisti, magari anche affermati, che dopo anni di lavoro e riconoscimenti, dimenticano le regole base del giornalismo (come ad esempio quella di avere delle fonti certe e di andarle poi a verificare) e scrivano dei pezzi contenenti tesi totalmente inventate e non si preoccupino di interpellare anche altre voci rispetto a quella della loro fonte per avere maggiori garanzie di veridicità su ciò che intendono pubblicare ma anche per tutelarsi da eventuali querele che possono arrivare quando si scrive il falso o si diffamano persone.
Questo modo di scrivere fa un danno all'informazione e ai cittadini che hanno il diritto di essere informati su quanto accade.
Non mi stupisco se ci sono politici o aspiranti tali che usano l'informazione e i mezzi di informazione per fare propaganda alle loro tesi e martellino su quegli argomenti ma mi stupisco che i giornalisti che vedono tali comunicazioni e devono scrivere un articolo attinente a quell'argomento non vadano poi a verificare se quella comunicazione è vera o falsa o se manca di altri dati, magari volutamente omessi da chi l'ha mandata.
Non mi stupisco troppo se incidenti di questo tipo capitano a giovani giornalisti, spesso neanche pagati, che lavorano in condizioni impossibili e magari hanno fretta di chiudere un pezzo con un certo numero di battute che è stato commissionato loro all'ultimo momento e cercano di arrabattarsi come possono ma mi incavolo quando lo fanno signori del giornalismo profumatamente pagati e coccolati da grandi gruppi editoriali che hanno, invece, tutte le possibilità di lavorare come si deve e mi incavolo ancora di più perché l'Ordine dei Giornalisti - che è nato per garantire ai lettori che coloro che scrivono sono persone con le competenze adatte a farlo (perché questo è ciò che ti spiegano) - poi non si preoccupi minimamente di dire qualcosa ai tanti "colleghi" che fanno tutto tranne che un'informazione corretta, verificata nelle fonti e nelle tesi.

Il ruolo del giornalista

Sull'opportunità o meno della presenza dei Casamonica in tv si può discutere.
Non so dire se le loro comparsate mediatiche siano state opportune. Credo, però, che il punto vero sia il riuscire a fare informazione mostrando un pezzo di realtà (che pure da tempo stava sotto gli occhi di tutti e nessuno sembrava essersi accorto prima del funerale show) senza offrire un palcoscenico ai delinquenti.
In questo credo Bruno Vespa abbia fallito.
Il giornalismo nasce come "mediazione" tra realtà accaduta e pubblico e, nell'esercizio di quella mediazione, si svolge il racconto della realtà che consente al pubblico di formarsi un'opinione.
Probabilmente a casa saremmo stati benissimo anche senza guardare lo show trash della figlia del defunto Casamonica, senza vederla alzare i toni (sempre in dialetto) e le mani con fare minaccioso. Probabilmente saremmo stati benissimo senza sentire il nipote che, di fronte allo snocciolamento delle accuse pesanti rivolte al defunto zio, con fare sorridente replicava "eh vabbé ma è successo una volta sola!", allo stesso modo di come si cerca di giustificare i ragazzini che hanno combinato qualche guaio di poco conto.
Eppure, a volte, è importante mostrare anche le persone negative, far vedere cosa sono, come si comportano, come si esprimono. Perché vederli, ascoltarli aiuta a capire. Anche a capire quali sono le facce e le ragioni del male e dove il male si nasconde (magari proprio sotto ai nostri occhi senza che ce ne accorgiamo, fino a che non finisce alla ribalta della cronaca per un funerale show).
Però, qui entra in gioco la mediazione e il ruolo del giornalista.
Sta al giornalista condurre il gioco, cercare di far emergere ciò che deve emergere (e cioè la realtà) e non quello che altri avrebbero interesse a mostrare.
Nella puntata di "Porta a Porta", purtroppo, Vespa non è riuscito nel suo ruolo di giornalista: ha ceduto subito. Difficile dire se abbia dismesso il ruolo di giornalista per farsi parte di uno spettacolo diverso perché intimidito dai soggetti che aveva di fronte (la figlia di Casamonica si alterava con frequenza di fronte ad ogni cosa e l'avvocato, che pure era lì per accertarsi che i curriculum penale del suo assistito venisse esposto senza errori, non era una presenza tranquillizzante in quanto un uomo di legge fa presto a minacciare querele) o se invece il cedimento allo show fosse stato pienamente consapevole e voluto. Il punto è che, però, voluto o incidente professionale, la trasmissione si è trasformata in uno show e si è creato un palcoscenico per dare voce a soggetti che non sono esattamente un esempio positivo.
Sui giornali e nelle agenzie di stampa di oggi è stato scritto qualunque cosa sulla puntata di "Porta a Porta" di ieri. Personalmente, quello che ho visto è stata semplicemente un'intervista sfuggita di mano, mal gestita perché difficilmente gestibile che ha dato luogo ad uno spettacolo trash con protagonisti dei buzzurri (per i modi di fare) ridicoli (per come cercavano di giustificare l'ingiustificabile) che neanche sanno esprimersi in italiano.
Non hanno suscitato simpatia alcuna. Non sono gli eroi di qualche fiction trash che sta andando in scena a Roma in questi mesi.
ho preso atto del fatto che alcuni malavitosi finiti sui giornali in queste settimane hanno quelle facce, quel modo di esprimersi, quelle brutte parole grette in italiano stentato.Così come ho visto che un professionista, quale dovrebbe essere Vespa, dopo anni di televisione e di interviste più o meno preparate (anche quando inutili) non è stato in grado di fare il suo mestiere (cioè il giornalista e non lo show man o la spalla che regge il microfono) e da qui l'intervista si è trasformata in uno spettacolo che non è certamente ciò che un servizio pubblico deve fare.
Così come è stato terribilmente sbagliata la nota che si sono affrettati a diffondere questa mattina da "Porta a Porta" in cui si giustificava la presenza dei Casamonica con i dati degli ascolti elevatissimi. Non è pensabile che tutto sia piegato agli indici di ascolto quando si sta lavorando con un mezzo di comunicazione-informazione-formazione come la tv. Chi lavora in televisione e chi fa il giornalista deve avere una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e delle potenzialità dello strumento e interrogarsi prima di prendere decisioni sul cosa mandare in onda e sul come mandarlo.
Vespa, con la puntata di ieri sera, gestita (o non-gestita) in quel modo, ha fatto un cattivo lavoro.

Il giornalismo e il marketing

Mi pare che urga una riflessione seria sul giornalismo e su cosa vuol dire fare informazione.
Oggi, troppo spesso, non si fa informazione ma propaganda (perché anche seguire il senso comune quando non è veritiero o pompare un argomento inutile o sbagliato è fare propaganda e non informare).
Non si segue la deontologia e neanche il buon senso (o il buon gusto) ma solo il marketing e, di conseguenza, il metro di giudizio diventa il quantitativo delle vendite o dei likes ottenuti e non importa più con quale contenuto e se quel contenuto è vero o è giusto.
Raccontare i fatti diventa secondario, prevale il fare lo scoop anche quando questo non c'è.
Il web e i social media, con la possibilità di condividere, amplificano il problema e, spesso, più che l'informazione, aiutano la disinformazione, la propaganda e molte volte anche la diffamazione.
Uno dei problemi è che chi scrive - giornalista o meno - non segue più alcuna regola ma solo il sensazionalismo o i toni aggressivi che una volta venivano confinati nei peggiori bar e oggi sono sulla bocca di tutti.
L'Ordine dei Giornalisti, per legge, è obbligato a fare corsi di formazione per i suoi aderenti, peccato che il più delle volte si tratti di conferenze generiche sui temi più vari e che di formativo non hanno nulla o quasi. Se si usassero quei momenti (che sono obbligatori per tutti) per insegnare almeno le regole base a chi evidentemente o le ha dimenticate o non le conosce proprio, forse sarebbe già un passo avanti.
Da appassionata di giornalismo, vedere un simile scenario è desolante e, a volte, anche irritante. 
Se si va avanti così, il giornalismo muore e muore anche l'informazione. Soprattutto quella sul web che non è più il luogo della libertà e della democrazia ma il luogo della cialtronaggine diffusa, dello sfogo e dell'insulto collettivo che si fa forte della distanza del virtuale per dire qualunque cosa, anche la più becera, confidando nell'impunità o addirittura nel fatto che più lo si fa più si diventata "famosi".
Negli anni passati a scrivere e a bussare a ogni giornale per arrivare a ottenere il tesserino non era questo il giornalismo che sognavo, che seguivo e a cui volevo arrivare.
Chi fa informazione oggi ha il dovere di seguire i fatti e la verità, anche stando dentro a i meccanismi del marketing, altrimenti apra un'edicola o si metta a vendere quel che gli pare ma non scriva perché non è il suo mestiere e fa del male al giornalismo, all'informazione e alla libertà di informazione.

La pagliacciata del giorno

Un gruppo di politici oggi ha invaso la Rai (l'azienda ha dichiarato che li hanno fatti entrare perché fuori creavano problemi di ordine pubblico) al grido di "Fuori la politica dalla Rai". Un po' curiosa come trovata: forse è che i poverini non si rendono conto di esser politici come gli altri (alcuni anche peggio degli altri) o forse hanno valutato che in fondo sono solo dei buffoni.

 
In piazza per il pluralismo e la libertà di informazione ci sono sempre stata e di solito in manifestazioni che non creavano problemi di ordine pubblico o intralcio al traffico, magari accanto ad alcune categorie che li lavorano e che non sempre possono esprimersi troppo liberamente ma vedere questi pagliacci liberticidi e intolleranti verso tutto ciò che non è conforme al pensiero del duo Grillo-Casaleggio inneggiare ad una falsa libertà di informazione è veramente troppo. Complimenti comunque per le trovate scenico-coreografiche: hanno sempre una regia interessante!

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permalink | inviato da dianacomari il 30/9/2013 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

La guerra del Tg1

Dopo la visione del Tg1 delle 13.30 di ieri, in molti ci siamo indignati per quel "Grazie Berlusconi" messo in bocca ad un ribelle libico che sventolava la bandiera americana. In molti ci siamo accorti che nelle immagini presentate in quel servizio, tra le parole pronunciate dal ribelle "Berlusconi" proprio non c'era e nessuno si è curato troppo di ipotizzare che magari le immagini erano state tagliate frettolosamente per esigenze di spazio ma nel filmato originale quell'affermazione esisteva davvero.

Questo è accaduto perché dopo tante notizie non date o date in modo tendenzioso, ormai, nessuno si fida più di quello che una volta era il primo telegiornale degli italiani.

Ma il problema delle tendenziosità dell'informazione presentata dal Tg1 delle 13.30 di ieri resta. Il punto, infatti, non è tanto se quel "Grazie Berlusconi" è stato detto o meno dal ribelle libico (certo il sapere che lo ha detto, un po' ci rasserena perché almeno abbiamo la garanzia che, per il momento, i fatti non vengono ancora inventati ma, a modo loro, cercano di raccontarli); il problema è che in quel momento era importante far vedere cosa stava accadendo in Libia e, invece, al Tg1 hanno pensato di mandare in onda un ringraziamento a Berlusconi.

Lo hanno proprio pensato. Sì, perché - se da un lato è vero che, contrariamente alle altre guerre, qui i ribelli sventolano le bandiere occidentali e ringraziano chi li ha aiutati a liberarsi dal dittatore e non vedono gli stranieri come "occupanti" e questo costituisce certamente una notizia rilevante - il punto che si voleva enfatizzare dal Tg1 era proprio quel "Grazie Berlusconi" ed emerge con chiarezza al servizio successivo, con l'intervista a Al Senussi (discendente del re deposto da Gheddafi). Intervista bellissima e importante ma, ad un certo punto, il giornalista domanda: "Se avesse 5 grazie a chi li darebbe in questo momento?". Attenzione: chiede proprio 5. Perché 5? Non è una domanda usuale. Normalemte si chiede "se dovesse fare un ringraziamento" o "se volesse ringraziare qualcuno"... Perché l'intervistato deve dire proprio 5 grazie? Alla fine l'intervistato dice: "Alle mamme, ai giovani, alle donne, all'Italia, alla Nato"... e qui il servizio si conclude con un taglio un po' netto, mentre si capisce dal tono di voce che l'intervistato probebilmente stava proseguendo. Probabilmente sarà un normale taglio dovuto alle tempistiche ma è curioso che il servizio si chiuda di nuovo con un ringraziamento all'Italia. E così, in apertura di telegiornale, in ben due servizi è arrivato un "grazie" al governo italiano.

Anche in questa articolazione della scaletta non c'è casualità, lo si è visto meglio nei giorni dei servizi dedicati all'uso delle intercettazioni o a quelli sul cosiddetto "processo breve" (che in realtà era "prescrizione breve"). Se il Tg1 di una volta, articolava la narrazione all'interno di ciascun servizio e poi tra un pezzo e l'altro c'era il conduttore a fare da raccordo ma non c'era necessariamente un legame tra il susseguirsi delle notizie, in quello diretto da Minzolini c'è una narrazione complessiva che coinvolge più servizi e così che quello che ne esce deformato non è la notizia singola ma il tutto. Spesso, infatti, capitano due o tre servizi sullo stesso argomento (anche in questo caso, il periodo in cui si parlava di intercettazioni o di "processo breve" evidenziano meglio il meccanismo), magari con i primi due servizi in cui si dichiara apertamente l'argomento e poi un terzo che sembra parlare d'altro (ad esempio un fatto di cronaca) e poi, all'improvviso, spunta una frase che richiama il concetto già espresso nei pezzi precedenti.

Sul fronte delle vicende libiche, però, la questione è complicata. Forse il Tg1 dimentica che non tutti gli italiani erano così convinti di dover partecipare alle operazioni militari per aiutare il popolo libico a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi e tra i meno convinti c'erano proprio i membri del governo Berlusconi, lui in particolare, "addolorato" per via del rapporto personale di amicizia che lo legava al leader libico, ma anche la Lega (terrorizzata dalle "ondate di profughi"), con in mezzo il ministro La Russa che non si capiva bene a che gioco stesse giocando prima annunciando trionfante l'inizio delle operazioni, poi smentendo che i nostri aerei avessero sparato e adesso andando a elencare ai giornali i meriti dell'azione italiana.

Il terreno della Libia è il più pericoloso per il centrodestra. Tante sono le figuracce che il governo italiano ha fatto in materia di politica estera e probabilmente quel che serve è una buona dose di informazione addomesticata e di immagini ammiccanti con sbandieramenti di ringraziamenti e elenco dei meriti per operazioni prima sconfessate per cercare di cancellare con un colpo di spugna gli errori goffi compiuti fino ad ora e mettere del lucido su un quadro governativo e politico che, invece, è profondamente opaco. Tutto questo è ancora più necessario ad un governo che sta per varare una manovra che, da qualsiasi lato la si guardi, continua a scontentare tutti e allora preferisce coprire il tutto, facendo vedere i propri meriti (veri o presunti o inventati).

Per questo occorre vigilare sull'informazione.

Di questo episodio di ieri ci resta un'amara certezza: la credibilità del Tg1 è perduta. Ormai alla prima svista, il pubblico e i commentatori insorgono e accusano quello che era il primo telegiornale degli italiani di mistificare la realtà e contano poco le giustificazioni fornite perché le "sviste" (vere o finte) negli ultimi tempi sono state troppe. Una volta si diceva "lo ha detto la televisione" come per segnalare qualcosa di vero, adesso quell'affermazione è spesso usata per indicare una notizia falsa diffusa.  La credibilità perduta di un telegiornale, spesso, implica la perdita di credibilità anche per giornalisti che magari cercano di svolgere bene e onestamente la loro professione (sempre di più troppo condizionata dal potere) ma nell'insieme ne escono male.

Il direttore dell'Unità

Da un paio di giorni, il popolo più attivo della sinistra sulla rete non parla d'altro ma la notizia è diventata ufficiale soltanto ieri sera: Concita De Gregorio lascerà la direzione dell'Unità, come fa sapere lei stessa da un comunicato stampa scritto con l'editore.

La decisione fa discutere molto anche perché qualcuno aveva fatto circolare l'ipotesi che la sostituzione fosse dovuta a delle divergenze tra la direttrice e Massimo D'Alema (oltretutto la De Gregorio era stata nominata dalla segreteria Veltroni).

La realtà, un po' triste a dire il vero, è che in Italia tutti i direttori di giornale cambiano per ragioni politiche e, ultimamente, ne sono cambiati parecchi, anche per testate che non sono così agganciate ai partiti come può essere L'Unità e nessuno ha battuto ciglio, mentre il vero scandalo dovrebbe essere lì e non sulla nomina di un direttore di un giornale che, comunque, per quanto si proclami libero, è notoriamente un organo di partito (lo stesso editore Soru è un uomo del Pd).

Spiace sempre quando un bravo direttore lascia un giornale, spiace quando a rimuoverlo sono le ragioni della politica e non le leggi del mercato e le regole e le carriere giornalistiche. Al di là delle opinioni e degli affezionamenti dei lettori, tuttavia, è impossibile non leggere in chiave politica l'avvicendamento tra Concita De Gregorio - che ha spinto molto L'Unità su una linea profondamente antiberlusconista, incentrando inchieste di mesi sul premier, ma che ha anche mostrato una sua autonomia di pensiero discostandosi dalle idee della segreteria del Pd, lanciando campagne come quella sulla raccolta firme in favore del mantimento delle primarie sempre oppure esponendo se stessa in prima persona nel corso di manifestazioni di piazza con toni e messaggi che andavano ben al di à del suo ruolo giornalistico - e il suo possibile successore individuato nel giornalista politico del Messaggero Claudio Sardo. 

Sardo è un ottimo giornalista, sicuramente vicino al Pd, autore del libro-intervista a Pier Luigi Bersani ma il suo stile giornalistico certamente non è concentrato sull'antiberlusconismo e lui, fino ad oggi, non è stato tipo da esporsi a livello personale e visibile in campagne e mobilitazioni di piazza. Sicuramente, quindi, le premesse sembrano dare credito all'ipotesi della volontà di far prevalere una linea-D'Alema o comunque meno "di battaglia" e più pacata all'Unità.

Tutte le linee sono legittime, poi un conto  parlarne e un conto è vedere come si tradurranno nella pratica ma certo è che sarà arduo il compito del nuovo direttore se l'obiettivo è quello di creare un giornale più sotf nei toni e quindi meno concentrato sull'antiberlusconismo perché, è inutile girarci intorno, i lettori dell'Unità si sa perfettamente che sono elettori del Pd, prevalentemente di origine ex PCI ma non solo, ma comunque di una linea politica sostanzialmente intransigente. Vero è che era intransigente pure la linea di Furio Colombo ma aveva un raggio di interesse molto più ampio rispetto alla linea editoriale attuale e, per quanto Berlusconi sia sempre stato un bersaglio, le inchieste riguardavano anche molto altro (ad esempio una importante era sulla costruzione della scuola di San Giuliano di Puglia in Molise che, crollando nel terremoto, uccise ventisei bambini).

Quello che però, personalmente, mi colpisce è la decisione di portare via dal Messaggero (che è un quotidiano nazionale importante, che ha molti lettori, soprattutto nel Lazio) un giornalista bravo, che tutto sommato è vicino al Pd, per metterlo a direttore di un giornale che comunque è e resterà di parte e potrà sempre e comunque raggiungere soltanto lettori già convinti di votare Pd.

Al Partito Democratico non serve un granché avere degli organi di informazione propri, che puntualmente finiscono per attrarre solo un pubblico che già vota per loro, ma serve avere un'informazione libera e, magari, qualche giornalista (serio e bravo, non "servi") che racconti agli italiani il Pd e le sue proposte meglio di quanto non riescano a fare alcuni dirigenti sui mezzi di comunicazione importanti che arrivano a tutti. Poi va bene che esistano anche canali di informazione propri ma la priorità non può essere parlare agli interni e far recepire una linea all'interno; la priorità deve essere fare arrivare il messaggio del Partito Democratico all'Italia e quindi nei luoghi con cui gli italiani (tutti, o almeno la maggior parte) si informano.

Piuttosto che impegnarsi nella sostituzione di Concita De Gregorio da direttore dell'Unità, sarebbe più utile che il Pd si impegnasse affinché venga rimosso Augusto Minzolini dal Tg1, per la totale mancanza di servizio pubblico ai cittadini sul loro diritto ad essere informati.
 

Un'informazione libera fa bene a tutti

L'intervento di Elisa Anzaldo (giornalista del Tg1) a Tutti in piedi! in cui denuncia le mistificazioni di Augusto Minzolini: video>>>

Una giornata nel Pd romano

Un nuovo viaggio a Roma, ieri, davvero particolarissimo.
Niente vacanza, la missione questa volta è tutta politica. Partiamo in due da Milano alle 8.00, abbiamo un appuntamento con un onorevole Pd alla Camera dei Deputati, si va e si torna in giornata.

La motivazione ufficiale è cercare di capire se c’è lo spazio per la creazione di una rete di contatti utili alla possibile realizzazione di un evento politico sul nostro territorio, magari che, in futuro, possa vedere anche la partecipazione di importanti esponenti del Pd.
A questo, però, si vanno ad aggiungere una serie di considerazioni emotive (sul fatto di andare in un luogo tanto importante, sull’ipotesi di rivedere persone incontrate tempo fa e poi perse di vista) che fanno salire non poco l’agitazione.

Per me, che in questo partito sono sempre l’ultima arrivata, è infatti un’emozione grandissima: tempo fa sono stata al Quirinale, ma da turista e non per ragioni politiche.
Superato il panico della sera prima, l’ansia del “come ci si veste per andare in un posto del genere?”, l’agitazione di una notte insonne e la sveglia all’alba con il terrore di una possibile pioggia (indotto dal fruscio della radiosveglia di mio padre a cui era saltata la stazione) e di non saper dove infilare anche l’ombrello in una borsetta già colma di qualsiasi cosa, si va in stazione.

Il treno Frecciarossa ci tradisce con un ritardo di mezz’ora e l’appuntamento fissato intorno alle 11.00 viene rimandato alle 11.45 (ora in cui, dopo una corsa in taxi, riusciamo a farci portare a Piazza del Parlamento).
Lo sfasamento orario non è cosa di poco conto quando si devono incontrare persone impegnatissime come sono gli uomini politici (che, a differenza di quanto si pensa comunemente, lavorano molto anche lontano dalle telecamere, nelle commissioni parlamentari e negli uffici di partito) e può generare qualche cambiamento di programma.

Il nostro onorevole ha una giornata intensa di convegno - intervista a YouDem - votazione di alcuni emendamenti in commissione e ci raggiunge fuori dalla Camera. Andiamo insieme nel suo ufficio a Palazzo Marini (poco distante da lì). La conversazione è piacevolissima: insieme cerchiamo di mettere sul tavolo i nodi da affrontare e le possibili soluzioni per gestire il tutto.
Una giovane segretaria arriva a ricordargli che sta facendo tardi e l’intervista su YouDem è in diretta, così ci incamminiamo insieme verso la sede del Pd di Sant’Andrea delle Fratte.
Siamo nel cuore di Roma e nel cuore della politica del nostro partito.

Le ragazze e i ragazzi di YouDem ci accolgono in sala regia, da cui seguiamo la trasmissione Finimondo, incentrata sul tema dei respingimenti degli eritrei appena avvenuto; poi il nostro gentilissimo onorevole ci guida alla scoperta della mitica sede nazionale del Partito Democratico e percorriamo lunghi corridoi di uffici, sale riunioni e una bellissima terrazza sui tetti di Roma, incontrando i vari collaboratori impegnati a lavorare.

La nostra avventura politica, per il momento termina: il nostro onorevole ci lascia poco dopo l’uscita da Sant’Andrea delle Fratte per ritornare al suo lavoro alla Camera, noi facciamo una pausa pranzo in via del Corso e decidiamo il percorso del pomeriggio.
L’obiettivo è partecipare al corso di formazione politica dedicato alla libertà di informazione organizzato dalla fondazione Democratica di Veltroni in via Tomacelli e salutare il gruppo di amici romani conosciuti nelle tante precedenti iniziative Pd.

Optiamo per un giro che comprende Via del Corso, Via Frattina, Piazza di Spagna e da lì rientrare su Via Condotti e arrivare in Tomacelli.
Roma, però, è caldissima e nostri vestiti perfetti e professionali (gonna bianca e camicia blu io e camicia fantasia azzurra e pantaloni neri l’amica) cominciano ad appiccicarcisi paurosamente addosso e la vetrina di Chopin di Via Frattina, con tutti i tubini ben in evidenza diventa una tentazione irresistibile.
Usciamo dal negozio completamente nuove: tubino bianco e blu con bolerino in cotone bianco io, tubino e bolerino nero l’amica.

La scuola di Veltroni è piena di gente: le facce che si vedono sulle foto di facebook qui diventano persone in carne e ossa; con molti ci conosciamo ed è sempre un piacere ritrovarsi, con altri non ci siamo mai visti prima ma ci leggiamo praticamente tutte le sere sulle bacheche in rete ed bellissimo incontrarsi di persona e ci viene naturale parlarci come se ci fossimo già incontrati milioni di volte.
In prevalenza il pubblico fa parte del Pd romano (tantissimi i giovani), ma ci sono anche importanti presenze da fuori (Bergamo, Milano, Moncalieri).
Ad assistere all’apertura del pomeriggio arrivano anche le figlie di Walter Veltroni; lui dà un saluto veloce perché poi altri impegni gli impongono di tornare alla Camera.
A parlare restano Ezio Mauro (che, con il suo parlare appassionato, mi ricorda perché ho sempre sognato di fare la giornalista) e Antonio Di Bella (divertentissimo).

Alla fine della lezione, non ci resta che un ultimo giro in piazza di Spagna, un gelato e il treno del ritorno (questa volta puntuale).
La stanchezza della lunga giornata si fa sentire; così l’agitazione confusa, il pericoloso mix tra piano emotivo e razionale con i progetti intrecciati a sogni, paranoie e scelte tattiche dell’andata, lasciano il posto a un bilancio sul possibile, alle parole pensate e rimaste senza voce e a una serie di pensieri inquieti sul resto.
Alla fine la realtà milanese incombe con la sua quotidiana routine e il lavoro di tutti i giorni rompe i sogni romani.

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