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La buona educazione su Facebook

Lo scrivo, pur sapendo che risulterò anticipatissima.
Non amo facebook e in generale non amo la troppa interazione con troppi soggetti, però riconosco al mezzo una grande potenzialità di diffusione di informazioni (che sarebbe opportuno fossero vere e non "bufale"), di promozione di se stessi e delle proprie attività e anche di contatto con persone e realtà che altrimenti sarebbe più complicato raggiungere.
Facebook, come altri social network e forum, per molti è anche un semplice luogo di svago e di sfogo e va benissimo che lo sia.
Detto questo, però, ci sarebbero anche delle regole elementari di buon comportamento che forse a molti sfuggono quando interagiscono con altri.
Lo traduco esplicitamente: ciascuno ha la propria bacheca per scriverci sopra quello che vuole, perché deve andare a rompere le scatole sulle bacheche altrui?
Questa è una cosa che proprio non tollero soprattutto quando viene fatta a sproposito: mi infastidisce quando viene fatta sulla mia bacheca e mi infastidisce quando viene fatta su altri con cui magari mi trovo a interagire e, anziché leggere il loro pensiero, mi ritrovo a dover leggere quello di altri di cui sinceramente non me ne frega niente.
A me pare semplice buon senso che se ho una questione da porre ad un soggetto, gli scrivo in privato e non gli lascio un post in bacheca dove leggono anche mille altri (a prescindere dal fatto che la questione che gli vado porre possa avere valenza pubblica o personale), così come mi pare di buon senso che se ho qualcosa da dire lo scrivo nel mio spazio e non vado a invadere gli spazi altrui (che non sono tenuti a far pubblicità ai miei pensieri, a prescindere dal fatto che siano importanti o meno). Mi pare semplice buon senso e buona educazione che, purtroppo, vedo che spesso in rete manca a tante persone.
Vi dico di più: per ragioni di lavoro, mi ritrovo spesso a guardare sulle bacheche (pubbliche o personali) di personaggi politici, di cui mi servono comunicati stampa, dichiarazioni o altro e non c'è cosa più fastidiosa che andare sulle loro pagine e trovarle piene zeppe di stupidaggini postate da altri che nulla hanno a che vedere con quel politico e con la sua attività.
A me, quella roba lì fa perdere un sacco di tempo perché devo scorrere tutta la pagina e districarmi tra un'inutilità e l'altra per recuperare ciò che mi serve. A normali cittadini, invece, quella roba lì crea solo un'inutile confusione che non giova né al politico che deve far sapere cosa sta facendo e come sta espletando il suo mandato né a loro che vogliono informazioni perché spesso in quel caos non le si trovano.
Imparate l'educazione e il buon senso quando usate facebook.

Internet: regole e tutela dei diritti fondamentali

Convegno di esperti delle tematiche della rete e del diritto venerdì alla Bocconi di Milano, a cui sono intervenute anche importanti personalità delle istituzioni su un tema attualissimo oltre che delicato come quello del rapporto tra internet e privacy e tra nuove tecnologie e diritto d’autore.
Di particolare rilievo è stato, nella mattinata, l’intervento di Giovanni Busia (Segretario Generale Autorità Garante Per La Protezione Dei Dati Personali) sul tema di Internet, regole e data-protection. “Oggi il web influenza sempre di più la vita reale, non c’è più la separazione tra reale e virtuale. Usiamo sempre di più la tecnologia Cloud (o le email) e questo vuol dire immettere dati personali in rete e i dati hanno un valore”, ha segnalato Busia, specificando che “Facebook, ad esempio, vale in borsa esattamente quanti profili di utenti ha e, quindi, quanti dati personali contiene”. Secondo Busia, è molto importante l’idea di creare una “nuvola europea alternativa al monopolio USA di Cloud”, in quanto andrebbe a legarsi all’idea europea della tutela dei dati che è diversa da quella statunitense. C’è da considerare, infatti, il valore strategico dei dati e di chi li può controllare. Oggi, ha ricordato Busia, tutti sono interessati al possesso dei dati: anche le organizzazioni criminali oppure chi fa ricerche di mercato e analizza i comportamenti dei consumatori è interessata ai dati (si fa questo anche attraverso l’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza, ad esempio i centri commerciali che controllano quanto tempo i clienti si fermano davanti ad una vetrina). “Chi controlla i dati, controlla la pubblicità. Chi controlla la pubblicità può controllare gli acquisti e chi controlla gli acquisti, di fatto, controlla la produzione”, ha evidenziato Busia.
Ma non è solo il marketing commerciale ad essere interessato all’analisi dei dati: Busia ha, infatti, ricordato anche il legame tra dati e i diritti politici: in Italia qualcuno sperava nel voto online ma non ha ottenuto molto; in USA i dati raccolti via web sono stati usati da Obama per fare una campagna elettorale mirata, quindi, il consumatore era considerato da influenzare con il voto.
Un problema da affrontare è quello della trans nazionalità della materia: Busia ha spiegato che Facebook, ad esempio, ha sede in Irlanda per comodità fiscali e deve rispettare alle leggi irlandesi in materia di privacy. Esiste, tuttavia, una rete di garanti dei vari Stati che discutono tra loro sui problemi relativi ai trattamenti dei dati. Oggi, però, secondo Busia, tutto questo non è più sufficiente: “Serve un regolamento comunitario valido per tutti, perché non sempre le regole dei singoli Stati concordano tra loro. Un’altra ipotesi è di far valere la legge del Paese dell’utente da tutelare, indipendentemente dalla sede del gestore dei dati, ma non è semplice da fare accettare”.
“La via della concorrenza al ribasso non è utile in questo settore, sul terreno dei diritti. – ha concluso Busia - La partita che si gioca su internet e sulla tutela dei diritti è molto concreta ed è per la libertà dei singoli e collettiva. I dati riversati nella rete sono un valore e non vanno regalati”.

Franco Pizzetti (Università di Torino) ha esordito accennando alla conferenza in corso a Dubai proprio su questo tema, in cui si sta dimostrando che gli Stati tornano ad essere protagonisti, in quanto sono coloro che possono decidere le regole senza lasciarle in balia dei soggetti economici (i quali evidentemente non sono stati in grado di regolarsi da soli). “Gli operatori economici ricorrono agli Stati, pur nella consapevolezza che rischiano, perché da soli non sono in grado di giungere ad accordi”, ha sentenziato Pizzetti.
Guardando la situazione italiana, Pizzetti ha sottolineato che il nostro Paese troppo spesso ha leggi complicate e il rischio che poi restino inapplicate. L’Agenda Digitale, ad esempio, impone - secondo Pizzetti - un salto enorme in avanti all’Italia ma noi siamo talmente indietro che è difficile riuscire a realizzarla. “Inoltre, non presenta norme su sicurezza, cyber security e formazione professionale (quindi probabilmente, chi l’ha votata non sa neanche cosa vuol dire ciò che hanno scritto). Si è approvata una norma di open-data sulla Pubblica Amministrazione come se questa detenesse il copyright dei dati che gestisce… questo dimostra incompetenza di chi ha scritto le norme”, ha accusato Pizzetti.
Addentrandosi nelle questioni, Pizzetti ha ricordato che con il web 2.0 ci sono sempre più operatori di rete e gestori di servizi che tendono ad offrire le stesse cose e, quindi, entrano in concorrenza tra loro. “I gestori di servizi hanno il vantaggio di non avere costi di gestione di rete e, quindi, hanno maggiori profitti da reinvestire. I gestori di rete hanno su di sé tutti i costi infrastrutturali.
Questa è una situazione che va ridefinita anche perché i costi della banda larga sono sempre più alti (in più si dice che non tocca ai soggetti pubblici costruire la banda larga). In Italia la banda larga è caricata sulla Cassa Depositi e Prestiti ed è un soggetto controllato dal Ministero del Tesoro. Questo da un lato ci consente di provare a mettere in piedi l’Agenda Digitale, però è denaro pubblico quello che viene usato per risistemare il sistema e, quindi, è denaro che si sottrae ad altri servizi. In altri Paesi non è così, anche chi gestisce servizi paga le infrastrutture. Nei Paesi in via di sviluppo tutto questo è più complicato ancora”, ha spiegato Pizzetti. In materia di privacy, Pizzetti ha affermato che “su questo terreno, l’Europa cede totalmente di fronte alla giustizia e di fronte alla sicurezza pubblica, secondo le norme stabilite dagli Stati. C’è un problema sul tempo che i dati devono essere tenuti a disposizione per eventuali necessità di controllo. Il garante europeo ha competenze limitate (ha ruolo consultivo e propositivo: può dare pareri, ma non ha ruolo regolatorio e ha scarso potere di controllo) e solo sui dati inerenti all’UE. Il mondo inglese, americano e asiatico ha linee molto diverse rispetto a quelle europee e difficilmente arriverà sulla nostra linea: occorre trovare un punto di incontro tra visioni completamente diverse. Così come complicato e più delicato è il tema del diritto all’oblio, che riguarda anche immagini storiche, non solo la reputazione degli utenti”.

Di governance di internet ha parlato Pasquale Costanzo (Università di Genova), il quale ha spiegato che la materia riguarda lo sviluppo di programmi condivisi che determinano l’evoluzione e l’uso della rete da parte dei governi. Ma anche altri soggetti interessati svolgono un ruolo nell’ambito della governance di internet, ad esempio chi ha accesso ai nomi di dominio, indirizzi IP, e poi riguarda anche proprietà intellettuali, libertà civili, libertà di espressione. Governance di internet riguarda anche la sicurezza e la protezione dei dati. I gestori dei siti hanno regole da rispettare, bisogna comunicare eventuali attacchi informatici, dimostrare di avere sistemi di protezione adeguata. Il profilo di identità digitale è ciò che è più a rischio. Ad oggi, secondo Costanzo, essa è controllata unilateralmente dagli Stati Uniti in opposizione ai governi degli altri Paesi e anche degli utenti. La natura globale della rete, tuttavia, rende difficile controllare i fenomeni nazionali.
“I problemi giuridici in materia di governance sono molti e non tutti superati. Dovrebbe occuparsene il Parlamento dato che poi vanno ad impegnare tutti ma non è detto che, ad oggi, ci sia una sufficiente base legale. Dal punto di vista economico, invece, bisogna preoccuparsi di raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Agenda Digitale e poi c’è il problema della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione”, ha affermato Costanzo.
Costanzo ha spiegato poi che “Internet ha rivoluzionato il modo di concepire il mercato: piccole imprese possono competere con il mercato globale. Serve, però, una ristrutturazione informatica, strategie di impresa (piano quinquennale) e, quindi, firma digitale, fatturazione elettronica, open data, i-cloud, smart communities, banda larga… Serve una governance organica della rete nazionale anche per i settori della scuola, della giustizia. Senza contare che ci sono ancora troppi cittadini rimasti senza rete, mancano competenze digitali (pochi sanno creare una pagina web), anche se aumentano i servizi di base offerti dai portali sono pochi ad utilizzarli, la banda larga non è arrivata a tutti”.
Un ulteriore problema, segnalato da Costanzo, riguarda l’accesso alla rete da parte dei disabili: “La rete potrebbe agevolare il loro ingresso al lavoro ma ad oggi, di fatto, la rete, è preclusa ai non vedenti”, ha spiegato il professore.
Prima di fare la crescita, insomma, secondo Costanzo, l’Italia deve ripianare i divari che ha al suo interno (competenze digitali, infrastrutture, disabilità).
In materia di politica, la rete difetta di dibattito plurale: secondo Costanzo essa è utile per l’offerta informativa ma è il regno dei sondaggi, dei referendum, il gioco è condotto da opinion leader e da chi fa le domande e il rischio è che tutto si traduca in petizioni continue e messaggi copia-incolla. Oggi c’è stata una sperimentazione scadente della resa politica della rete in Italia (anche per il voto online), secondo Costanzo.

Governance di Internet nell’Unione Europea e dimensione internazionale è stato il tema affrontato da Filippo Donati (Università di Firenze), il quale ha esordito affermando che vi sono due aspetti importanti sulla governance: 1) La gestione della rete (rapporti tra operatori di rete fissa o mobile e gestori di servizi). Il tema è quello della neutralità della rete: alcuni pensano che i gestori possano assumere comportamenti discriminatori verso i fornitori dei servizi. Lo sviluppo tecnologico della rete, l’arrivo di reti di nuove generazione consente agli operatori di valutare i dati trasmessi e trattare i pacchetti in modo differente (magari possono voler penalizzare loro concorrenti diretti in alcuni campi, oppure trattare meglio chi paga di più)… questo diventa un rischio rispetto all’idea di rete aperta e globale conosciuta fino ad oggi. Serve bilanciare interessi contrapposti (gli operatori di rete voglio massimizzare profitti, gli utenti vogliono la massima qualità, i fornitori di servizi vogliono raggiungere il massimo numero di utenti). 2) Il ruolo dei provider, cioè dei mediatori. È un ruolo fondamentale per la società dell’informazione, basta pensare al video su youtube contro Maometto che ha scatenato le rivolte e provocato dei morti, gli USA hanno chiesto il ritiro del video ma youtube (consapevole dei contatti in aumento portati dal video) non voleva ritirarlo (poi alla fine lo ha bloccato solo in alcuni Paesi). “Se uno Stato può intervenire per far ritirare contenuti, diventa una limitazione della libertà: non avremmo avuto le primavere arabe se gli Stati avessero bloccato i portali che diffondevano i contenuti”, ha ricordato Donati.
Secondo Donati, c’è l’esigenza di tutelare la libertà di espressione e c’è anche la necessità di tutelare la privacy degli utenti.
Approfondendo il primo tema, cioè quello della neutralità della rete, Donati ha ricordato che va a collocarsi in un quadro normativo del 2009, secondo cui il cittadino deve poter accedere liberamente ai servizi che desidera. Poi c’è il principio di trasparenza: gli operatori possono scegliere ciò che vogliono ma essere trasparenti nelle scelte che fanno e devono comunicarlo (chi usa skype e lo rallenta, ad esempio, perché ha suoi servizi di voce, lo deve comunicare ai suoi utenti). La gestione del traffico delle informazioni può richiedere trattamenti di diverso tipo: alcune tecniche entrano nel corpo dell’informazione da trasmettere (ad esempio per combattere lo spam) e ci sono tecniche di controllo che incidono, quindi, sulla privacy. Il dubbio è quando un controllo viene fatto non solo per ragioni di antispam ma per veicolare poi pubblicità mirate. L’UE dice che si può fare ma a patto che gli utenti lo sappiano. Il problema è che sta scritto in quelle clausole di contratto piccolissime che nessuno legge e che, comunque, spesso sono complessivamente legate al servizio (non si può scegliere il servizio e solo un pezzo delle clausole). C’è, poi, un problema degli interventi dello Stato per verificare la sicurezza e la criminalità.
Oggi si attende ancora una risposta in materia, ha segnato Donati.
Sul secondo tema, quello del ruolo dei provider, invece, Donati ha affermato che se c’è una vendita di prodotti falsi o un problema di diffamazione, si tende ad attaccare gli intermediari (provider) perché hanno più soldi e più possibilità dei singoli utenti. Il rischio è che poi i provider vogliano avere il controllo totale delle informazioni sugli utenti e su ciò che trasmettono e questo può portare alla fine ad una censura o a una limitazione delle libertà. Oggi una normativa europea dice che il provider non può più essere l’unico responsabile, a meno che non sia a conoscenza che c’è un problema su alcuni contenuti che ha diffuso. È difficile, però, stabilire se un prodotto è contraffatto o meno. Anche gli strumenti di interventi dei provider sono dubbi: Facebook, ad esempio, cancella ciò che ritiene non valido ma magari per gli utenti lo è.
In materia di norme, Donati ha segnalato che ci sono principi codificati dall’UE, poco arriva dalle altre organizzazioni internazionali. “Gli Stati sono restii a cedere sovranità su questa materia perché incide su diritti e libertà. La conferenza di Dubai ha trovato l’UE con una posizione nettissima: l’UE ha un diritto codificato e qualsiasi decisione presa a Dubai non andrà ad incidere”, ha affermato il professore.
“Internet è uno strumento fondamentale per i diritti fondamentali ma può anche ledere i diritti fondamentali. Serve una governance per gestire il tutto. Il diritto UE si basa sul principio di neutralità della rete e di trasparenza e sulla responsabilità degli intermediari salvo che non fossero a conoscenza delle violazioni. In realtà ciascuno Stato membro ha delle normative sue e non sempre sono in accordo con questo. È necessaria un’armonizzazione”, ha concluso Donati.

Tommaso Edoardo Frosini (Università di Napoli) ha raccontato che ancora ci sono dubbi sul fatto che il diritto di accesso alla rete sia un diritto fondamentale. Le tecnologie contribuiscono ad accrescere le libertà. “La libertà informatica è stata elaborata nel 1981 come legata ad un nuovo liberalismo, nel senso di fede nella libertà e in ciò che è in grado di aumentarla. Internet fa parte delle nostre vite quotidiane”, secondo il professore.

Nel corso del pomeriggio, invece, i lavori si sono concentrati sul tema della proprietà intellettuale e del diritto d’autore. Pierangelo Marchetti (Università Bocconi) ha ricordato che da tempo si dibatte del tema del diritto d’autore e della proprietà intellettuale e su questo tema si sono sempre cercate dimensioni sovranazionali. Lo si è visto anche nella vicenda del brevetto europeo. “Una volta nell’innovazione si dava la priorità ai Paesi in via di sviluppo, oggi quei Paesi sono diventati i BRIC. Ogni volta si ripropone il tema della sovranazionalità e dell’internazionalità quando ci sono di mezzo innovazioni tecnologiche”, ha affermato Marchetti.

Il tema è stato ripreso, dal punto di vista economico, da Alfonso Gambardella (Università Bocconi), il quale si è maggiormente concentrato sul problema dei brevetti. “In altri Paesi il tema della proprietà intellettuale è centrale per lo sviluppo economico e ciò che vi sta intorno. Spesso il tema è trattato in modo ideologico, c’è uno scontro tra chi vuole privatizzare la conoscenza e chi no. Una proprietà intellettuale gestita bene può servire allo sviluppo economico. È un tema sovranazionale, i giochi si fanno in un ambito sovranazionale, non siamo su un’isola”, ha esordito Gambardella, segnalando che da alcune indagini risulta che la proprietà intellettuale, per chi la detiene, ha un valore asimmetrico (non tutti hanno la stessa percezione delle cose).
La funzione classica del brevetto – ha ricordato Gambardella - era quella della protezione. Oggi ci si chiede se la proprietà intellettuale serve ancora a protezione o no e ci si chiede se senza brevetti le aziende sarebbero incentivate lo stesso a fare innovazione o no. Nel manifatturiero, secondo i dati illustrati da Gambardella, sembra meno importante avere una protezione legale perché comunque possono impedire ad altri di usare i propri sistemi (le imprese hanno risorse diverse tra loro). Nel caso delle nuove imprese, invece, sembra che il brevetto abbia un ruolo importante. “In molti settori – meno per software e internet che hanno problemi diversi – come biotecnologie, nanotecnologie, meccanica ecc. le nuove imprese entrano più facilmente se hanno in mano qualcosa che sancisca legalmente la loro proprietà, anche perché non hanno grandi strutture o capitali ma si basano quasi solo sull’attestazione delle loro competenze. Quando chiedono finanziamenti, inoltre, il brevetto aumenta il loro punteggio per avere accesso al credito, quindi non è solo un fatto di protezione. Se queste imprese non hanno protezione, sembra che tendano a cercare di trasformarsi in manifatturiere ma poi i risultati non sempre sono buoni (chi è bravo ad avere idee non sempre riesce poi a svilupparle con mezzi adeguati). C’è chi fa solo i brevetti e poi li rivende. Il brevetto è utile alle imprese giovani, alle altre meno perché sono già rodate e hanno più record per essere valutate”, ha affermato Gambardella.
Secondo Gambardella , inoltre, ci sono elevati costi sociali legati alla produzione intellettuale: oggi c’è un’eccessiva frammentazione della proprietà intellettuale, è difficile sapere cosa fanno gli altri e si rischia di ricercare le stesse cose di altri senza saperlo. Le aziende si tutelano scambiandosi i brevetti a vicenda ma questo diventa oneroso: si pagano altre aziende per evitare di essere citate in giudizio. Oppure c’è chi compie innovazioni a brevetti vecchi per non farli scadere (questa pratica si sta diffondendo in Europa).
“Negli Stati Uniti, a risolvere le controversie sui brevetti, c’è il giudice – ha ricordato Gambardella – mentre in Europa ci sono uffici dei brevetti che decidono se le cose sono brevettabili, se si possono condividere o no, se le innovazioni sono legate davvero ai brevetti vecchi o si fa finta per proteggerli ancora. Chi attribuisce il brevetto lo fa perché ritiene che si tratti di un’innovazione nuova, di valore e non ha la priorità economica in mente”.
Oggi c’è l’idea di creare un brevetto unico europeo, 25 Stati lo vogliono (mancano Italia e Spagna per ragioni linguistiche). Oggi il brevetto europeo è presentabile in lingua inglese, francese e tedesca. La questione linguistica pone, però, anche dei costi elevati perché servono traduzioni. Qui, secondo Gambardella, c’è una decisione sovranazionale che ci influenzerà e la posizione italiana - al momento - è quella di restare fermi.

La giurista Maria Lillà Montagnani (Università Bocconi) ha spostato la discussione sul diritto d’autore. “L’incontro tra tecnologia e rete ha portato a violazioni del diritto d’autore. L’opera dell’ingegno prima era riversata su contenuti materiali e quindi più facili da controllare, con internet si parla di byte e quindi la circolazione è immateriale e difficile da controllare. Il diritto d’autore non è un monolite, ma un insieme di tanti diritti e tante facoltà. La natura già frammentata del diritto d’autore acquista maggior complessità quando l’opera esce dall’autore e arriva al pubblico attraverso il mercato. Se l’obiettivo dell’autore è di portare l’opera al pubblico, ci sono già dei problemi: il diritto d’autore non è un monopolio ma ci sono dei limiti. I diritti che compongono il diritto d’autore hanno dei confini, ci sono poi singole eccezioni ma molti usi sono consentiti. Quando l’opera dell’ingegno è diventata digitale ai fini della fruizione online l’equilibrio è saltato e il diritto d’autore è venuto meno. Ci sono state delle pressioni per avere delle norme e ne sono state fatte di frettolose (ad esempio il Digital Millenium Copyright) Internet, inoltre, modifica delle dimensioni di come il contenuto viene creato, non è solo un problema di distribuzione ma anche di percezione”, ha esordito la giurista.
“Le licenze libere sono nate per il software libero e riguardano alcuni contenuti. L’idea di fondo di una licenza libera è che, pur mantenendo la titolarità dell’opera, se ne lascia libero l’utilizzo (senza che ne venga fatto uso commerciale o ne vengano fatte modificazioni), è un copyright flessibile adeguato alla rete”, ha spiegato Montagnani, ricordando, però, che alcuni contenuti generati dagli utenti sono in palese violazione del diritto d’autore (ad esempio, pezzi di film messi in rete), altri sono propri e amatoriali mentre altri ancora sono a metà e non è certo identificare cosa siano. Quest’area grigia mostra uno scollamento tra norma giuridica e norma sociale: non c’è la percezione che alcune cose non si possono fare oppure si ritiene che anche se la legge lo vieta sia giusto farlo e allora bisogna trovare delle nuove formule più adeguate. Il diritto d’autore è obsoleto, servono nuove norme adeguate al nuovo mercato. Il quadro attuale non soddisfa nessuno: gli autori non guadagnano, i distributori nemmeno perché pensano che il problema sia la pirateria, i provider contestano limitazioni alla loro libertà, gli utenti non sono contenti perché si sentono limitati. Si impone una riforma. A livello comunitario si sta cercando di farlo, un po’ con l’Agenda Digitale e l’idea di un mercato interno unico. Se ne parla molto dal 2011. L’idea era di ampliare l’offerta legale per evitare che la gente si rivolgesse alla pirateria ma i dati di AGCOM, però, mostrano che, in realtà, nonostante gli ampliamenti dell’offerta legale, il livello di pirateria resterebbe uguale”.
La parola chiave comunque, secondo la Montagnani, è “modernizzare” in materia di diritto d’autore: “Va superata la territorialità del diritto d’autore, però. Senza questa difficoltà all’interno dell’Europa, i problemi resteranno aperti. Il mercato intanto va avanti e si arriva a un accesso ai contenuti di entertainment anche attraverso i servizi i-cloud e questo è anche oltre le licenze flessibili. Va ripensato, quindi, il concetto di autorizzazione e il concetto di privativa. Il diritto d’autore va temperato con la libera concorrenza e con altro”.

Incattiviti dai privilegi della casta

Michele Brambilla - La Stampa (pdf)

Due fatti curiosi hanno dominato - in mancanza di meglio - il dibattito politico domenicale.

Il primo è, anzi sono, le rivelazioni che un anonimo ex dipendente di Montecitorio ha pubblicato su Facebook. Per vendicarsi del licenziamento dopo quindici anni di contratti da precario, ha messo in piazza, ossia in rete, le furbate, gli imbroglietti, i trucchi meschini con cui i parlamentari si arrotondano lo stipendio, aggirano le code, gratificano gli amici e le amiche e così via.

Il secondo è l’eco dell’intervista che il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha concesso al Tg3 sabato sera, quando ha parlato di sacrifici e di necessità - da parte della politica - di dare «un segnale forte». Parole sacrosante, ma rese un po’ meno sacrosante dall’essere state pronunciate in diretta da Porto Cervo, dove l’abbronzatissimo governatore si mostrava agli italiani (freschi della legnata della manovra) attorniato da una piccola flotta di yacht. Vedendolo così, la giornalista che l’intervistava non ha potuto trattenersi dal salutarlo con un «buone vacanze».

Chiariamo subito che la demagogia non ci piace. Un politico ha il diritto di andare in vacanza. Quanto alle rivelazioni su Facebook, si potrebbe dire che la parola di un anonimo vale quello che vale, cioè zero (e infatti c’è già chi ipotizza che si tratti di una bufala); e che in quei piccoli espedienti - dall’uso della raccomandazione ad altre furbizie siamo maestri noi tutti, e non solo i politici.

Ma la vera notizia non sta né nelle vacanze di Formigoni né nello scempio denunciato dal precario licenziato. La vera notizia sta nella reazione che i due episodi hanno scatenato. L’anonimo di Facebook ha raggiunto in poche ore più di centomila «fan»; e, sempre sulla rete, s’è scaricato subito un diluvio di critiche, quando non di insulti, nei confronti del governatore che da Porto Cervo chiede sobrietà ai politici.

E’ il segno di un’insofferenza, quando non di un rancore, crescente. Gli italiani percepiscono sempre più i politici come - per usare la solita logora parola - una «casta» che si fa gli affari suoi, e che se li fa con impunità e senza vergogna. Ci sono certamente esagerazioni, in tanta rabbia che monta; così come ce ne sono sempre quando si generalizza. Tuttavia è impressionante vedere come i politici non sappiano comunicare altra immagine di sé. La discussione di questi giorni sull’autorizzazione all’arresto di Papa ne è un esempio, con Bossi che fiuta l’aria e dice sì all’arresto, salvo poi innescare la solita retromarcia. E ancora: il mancato taglio ai propri compensi e privilegi durante la manovra - denunciato anche dai giornali filogovernativi - è un altro pessimo segnale di distacco da quel che cova nel Paese.

Sono storie vecchie, già lette e sentite da anni. Non a caso, ogni volta che dobbiamo citare qualche esempio di politico specchiato e gentiluomo, ci tocca aprire i libri di storia: Einaudi, Nenni, De Gasperi. Il più vicino ai nostri giorni è Pertini, che era nato non uno ma due secoli fa.

Però questa volta fa specie un particolare. Questa classe politica che oggi la gente percepisce come una «casta» da mandare a casa al più presto, non è altro che l’espressione di quella «antipolitica» che al tempo di Mani Pulite aveva spazzato via un’altra casta: quella dei partiti. Si disse che finalmente nel Palazzo sarebbero entrati uomini e donne che venivano non da intrallazzi di corrente, ma da aziende, uffici, insomma dal mondo del lavoro. Gente concreta, che conosceva i problemi di tutti i giorni. Di uomini e donne di questo tipo era formata la prima leva di partiti come Forza Italia e la Lega, vale a dire l’ossatura dell’attuale governo.

Ora ci tocca rivedere contro questa nuova classe politica la stessa furia che abbatté la vecchia. Rispetto ad allora, non volano più le monetine solo perché nel frattempo hanno inventato il web. Ma c’è poco da stare tranquilli perché, sempre rispetto ad allora, c’è anche una crisi economica che ha aumentato, e non di poco, la disparità tra i vertici e la base. Siamo a un nuovo redde rationem? Chissà. Certo è che sono passati vent’anni da quando i politici di oggi sostituirono, quasi per acclamazione, quelli della Prima Repubblica. E vent’anni sono più o meno il periodo che di solito occorre agli italiani per cambiare idea e passare da piazza Venezia a piazzale Loreto.

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