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Azzollini e i dirigenti paraculi del PD

Sulla vicenda del voto in Senato sul caso di Azzollini, a me, più che l'esito dl voto fa incazzare il gruppo dirigente del PD.
Premesso che conosco poco la vicenda di Azzollini nel merito (a prescindere dalla frase che avrebbe detto alle suore, perché il problema non è la frase ma il resto delle accuse).
Premesso che sono contraria a questa modalità di procedere perché auspico che i parlamentari vengano equiparati a tutti gli altri cittadini sottoposti a indagine e non debbano discutere tra loro se procedere o meno ad una richiesta della magistratura (inoltre trovo che discussioni del genere siano controproducenti anche per gli accusati perché, colpevoli o innocenti che siano, si prolunga la loro gogna mediatica).
Premesso anche che leggere derive forcaiole è sempre sgradevole perché nella maggior parte dei casi di questo tipo si tratta di mandare in galera delle persone (in questo caso no, si trattava solo di mandarlo agli arresti domiciliari) e motivarle come "scelte politiche" (io direi più propriamente "opportunismo elettorale" o "marketing") fa un po' schifo, a prescindere dai capi di accusa.
Vorrei, però, sottolineare alcune questioni di metodo, perché le polemiche di oggi stanno su quello.
I problemi sulla linea del PD sul caso Azzollini si sono palesati ieri sera quando è stato diffuso il comunicato di Luigi Zanda, capogruppo del PD al Senato, in cui invitava a leggere le carte e votare secondo coscienza.
Già qui si doveva capire come sarebbe finita, ne era un chiarissimo preludio.
Difficile dire con certezza se il problema era che realmente c'erano dei dubbi sulla vicenda di Azzollini o se era un problema di numeri per la maggioranza del Governo. Sta di fatto che il problema si è palesato con quell'invito al voto di coscienza e, siccome quel comunicato lo avranno visto anche gli altri dirigenti nazionali del PD (e magari qualcuno era anche stato chiamato al telefono per discutere che linea tenere), forse se c'era qualche dubbio su quella linea nelle ore intercorse tra la diffusione del comunicato stampa e il voto di stamattina qualche telefonata in più per correggere il tiro si poteva fare. Se non si è fatto nulla, o erano tutti in altre faccende affaccendati e nessuno si è accorto di niente oppure, cosa più probabile, a tutti stava bene così, ben consapevoli anche del possibile esito (elettoralmente non favorevole).
A questo punto, però, non capisco perché a linea dubbia tracciata e decisione presa con più o meno tutti concordi (o sicuramente tutti silenti), ora che è scoppiato il casino, alcuni simpatici dirigenti si arrabattano in salti mortali con dichiarazioni paraculissime di presa di distanza da ciò che è avvenuto.
A mio avviso, quando si è scelto di avere una linea, poi la si difende e si va a spiegare perché la si è scelta e non si scarica in modo becero tutto quanto sugli sfigati di turno che ci si sono trovati in mezzo.
Questo non è un comportamento da gruppo dirigente serio. Questo non è il modo di stare in un partito. Questo è lo stesso identico modo che nel 2013 portò a impallinare possibili Presidenti della Repubblica perché lo chiedevano i followers su twitter!
Usare il cervello invece del web, no? 
Pensarci prima alle conseguenze delle azioni che si sceglie di fare invece di buttare tutto in vacca dopo, no? 
Questa cosa la trovo intollerabile, molto più dell'esito del voto di oggi su cui i giornali ricamano molto ma di cui oggettivamente da casa sappiamo poco (a parte la frase brutta detta alle suore) e, in fondo, neanche tocca a noi giudicare (e non toccherebbe neanche ai politici).

Il Pd metta in campo la politica

Questa sera c'è stata l'assemblea del Pd della Zona 9 di Milano. C'è stata una certa confusione in merito all'interpretazione dell'ordine del giorno (per non dire che ne sono arrivati tre di natura diversa l'uno dall'altro). Ecco il mio intervento:

In un momento come questo, in cui il governo sembra sul punto di cadere e i cittadini non fanno altro che dare segni di insofferenza verso l’operato del governo, ogni giorno di più (lo hanno dimostrato con la tornata delle amministrative, con i referendum di giugno, con i risultati della raccolta di firme per la campagna referendaria per cambiare la legge elettorale e poi con manifestazioni continue); noi abbiamo il dovere di parlare di politica, di presentare le nostre proposte politiche.
Il tema del partito serpeggia al nostro interno da molto tempo e probabilmente si è fatto male a non affrontarlo prima. È giusto non nascondere la polvere sotto il tappeto, è giusto cercare di risolvere i nodi che da troppo tempo ci fanno apparire come divisi ma non è questo il momento di sprecare energie per incastrarci in una discussione che è solo nostra.
Non possiamo chiuderci adesso in una discussione organizzativa autoreferenziale che non interessa ai cittadini che ogni giorno si trovano a pagare il prezzo delle mosse sbagliate di questo governo.
Non possiamo farlo perché altrimenti non verremmo percepiti dai cittadini come l’alternativa. Magari poi ci voterebbero ugualmente pur di liquidare il centrodestra ma potrebbe non bastare.
Oggi c’è bisogno che il Pd si sintonizzi sulle richieste dei cittadini e cerchi dai dare loro delle risposte convincenti.
A mio avviso, due sono le richieste che emergono dai cittadini in questo momento: la prima è cambiare, rinnovare. C’è voglia di novità in questo Paese e il Pd ha il dovere di dare risposte politiche a questa esigenza, se non vuole essere spazzato via dal “vento” delle proteste di chi dice che “sono tutti uguali” e deve cominciare a farlo in fretta perché sembriamo sempre essere in ritardo rispetto agli accadimenti della società.
L’altra domanda che arriva dai cittadini è quella della partecipazione e allora dobbiamo fare vedere di essere aperti, di non avere paura di incontrare le domande dei cittadini, senza però rinunciare a elaborare noi delle proposte nostre.
Tutto questo c’è bisogno di farlo sul piano milanese e sul piano nazionale.
Sul piano cittadino perché, pur amando tutti moltissimo il neo sindaco Pisapia, spesso non riusciamo affatto a comprendere alcune decisioni della sua giunta (come l’aumento del costo dei biglietti del tram e la questione ecopass) e non possiamo rispondere ai cittadini semplicemente che erano previste nel programma o che non ci sono soldi perché la lista delle priorità da realizzare deve essere condivisa con la città e noi dobbiamo essere il tramite tra gli elettori e gli eletti, e non soltanto un comitato di volantinaggio di supporto nelle campagne elettorali.
Ci troviamo in una situazione molto pericolosa per il Paese, la crisi economica e la degenerazione di una parte della politica stanno producendo tensioni sociali fortissime.
Perché tutto non degeneri occorre che ci sia la politica, che la politica sia all’altezza delle situazioni che deve fronteggiare, che sia meno timida nell’affrontare i nodi. Noi, come Pd, dobbiamo inserirci in questo contesto. Il filo che si è spezzato tra cittadini e le istituzioni passa dalla politica e noi dobbiamo stare sui territori con le nostre proposte per cambiare il Paese, che vanno elaborate in fretta e presentate in modo chiaro e credibile, senza tentennamenti.
 


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permalink | inviato da dianacomari il 13/10/2011 alle 1:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

L'organizzazione e la politica

Il Pd milanese ha invitato gli iscritti ad essere partecipi del processo di costruzione del partito, attraverso una serie di forum e assemblee che ci guideranno verso la Conferenza sul Partito, individuando alcuni punti di discussione in merito alle questioni organizzative. Oggi il mio circolo ha svolto una bella e partecipata assemblea (in cui, però, ovviamente si è parlato di politica perché è questo il tema che a tutti interessa ora e non certo l'organizzazione) e una parte di ciò che segue è la riflessione che ho portato.

 

Ammetto che ho appreso con un certo stupore la decisione di affrontare ora la Conferenza sul Partito. È da quando abbiamo chiuso il congresso che in qualche modo il tema del partito serpeggia nelle nostre discussioni senza che ci sia mai stata voglia di affrontarlo davvero, forse per paura del gruppo dirigente di sfasciarsi e sempre con la scusa che il governo Berlusconi poteva cadere da un giorno all’altro. È stato un peccato perdere tutto questo tempo a nascondere la polvere sotto al tappeto, perché di tempo allora ce n’era parecchio, mentre ora sembriamo essere davvero sull’orlo del crollo del governo Berlusconi e, mentre gli italiani aspettano di capire cosa sarà del futuro del loro Paese (con la crisi che incombe, le manovre pesanti che si trovano sulle spalle e le promesse deluse da una classe di affaristi prestati alla politica per farsi gli affari propri), noi ci mettiamo a discutere di come vogliamo fare il partito.
Siamo un po’ surreali. Certo meglio farlo adesso che non farlo del tutto, però ci si poteva pensare prima.

Ci si poteva pensare prima anche a tante cose che abbiamo visto fare in modo un po’ frettoloso dai dirigenti nazionali del Pd negli ultimi tempi, come se aspettassero sempre l’imbeccata dai giornali, come se aspettassero sempre di capire se la gente si era accorta che qualcosa non andava e quindi occorreva agire oppure si poteva temporeggiare ancora un po’ (è accaduto con la questione del voto sulle province, con la storia dei tagli ai costi della politica, con la presentazione di proposte alternative alla manovra sbagliata di questo governo).

In questi giorni osservavo il malumore che c’è in partiti come Lega e Pdl, anche per motivi piuttosto gravi e, quindi, tutto sommato viene da pensare che noi stiamo molto meglio e abbiamo molti motivi per essere contenti. Eppure, nonostante questo è come se ci mancasse quello scatto che ci consente di fare il balzo in avanti che ci serve.
Sembra sempre che il Pd sia ad inseguire, anche quando magari ha delle sue proposte tenute nei cassetti da tempo o presentate quando tutta l’attenzione mediatica è concentrata su altro (si veda ad esempio la presentazione della proposta di riforma fiscale in coincidenza con l’esplosione dell’inchiesta sul caso Ruby).
E questo non è una questione da poco perché il rapporto con gli elettori passa da lì, passa da quello che comunichiamo e da come lo comunichiamo. Purtroppo, troppe volte, noi sembriamo asincroni rispetto agli accadimenti della società.
C’è bisogno di una maggiore reattività del partito di fronte agli accadimenti, una maggiore tempestività e anche una maggiore agilità decisionale nel partito.

Spesso si vedono i dirigenti nazionali ancora un po’ spaesati rispetto a questo clima pesante di antipolitica, dai tratti anche molto brutali e violenti verso la classe politica tutta indistintamente, per cui “tutti sono uguali”. L’impressione è che i nostri dirigenti nazionali siano rimasti prigionieri del “Palazzo” e non si siano bene resi conto di cosa stia accadendo nelle piazze, nonostante abbiano manifestazioni tutti i giorni fuori dalla porta del Palazzo in cui si trovano e questo li porta a dare risposte che, a volte, sembrano un po’ sfasate rispetto alla realtà e ciò aggrava la distanza che c’è tra i cittadini e i politici.
I politici, non la politica. Sembra, infatti, che i politici non riescano a capire perché tutto continui a sfociare nell’anti-politica e faticano a difendersi, anche quando magari hanno ragione. Le nostre idee, le nostre proposte diverse sono emerse poco.

Quello che la classe politica non comprende è che perché tutto non degeneri occorre che ci sia la politica, che la politica sia all’altezza delle situazioni che deve fronteggiare, che sia meno timida nell’affrontare i nodi (come ad esempio quello dei costi delle istituzioni, ma anche delle regole).

L’ultima tornata elettorale delle amministrative ha dimostrato chiaramente che le persone volevano dare una spallata al governo in carica (un’altra legnata l’hanno data con i referendum di giugno e un altro bel segnale hanno voluto mandarlo accorrendo in massa a firmare per il referendum per cambiare la legge elettorale, magari senza ben capire cosa firmavano). Ma l’ultima tornata elettorale ha anche dimostrato che c’è una grande voglia di cambiamento e di novità.
Noi dobbiamo farci interpreti di questa voglia di cambiamento e di novità che attraversa il Paese, perché altrimenti questo vento di rinnovamento finirà per travolgerci insieme al resto. Tutti i sondaggi ci danno in vantaggio probabilmente perché i cittadini hanno percepito che il Pd è l’unico partito grande e, quindi, in grado di poter mettere alla porta Berlusconi e, in qualche modo, garantire una certa stabilità di governo che gli altri non riescono a dare. Ma noi dobbiamo essere pronti a questo, non possiamo rischiare di deludere di nuovo gli elettori che vorranno darci fiducia e, soprattutto, dobbiamo saper far breccia in un elettorato nuovo rispetto ai soliti nostri affezionati perché dobbiamo garantirci un voto che non sia solo per l’oggi ma anche per il futuro.
E allora dobbiamo fare attenzione a come ci rapportiamo agli elettori e a quali messaggi mandiamo loro.

I dirigenti politici comunicano tutti i giorni con i loro elettori attraverso i giornali, le tv, la rete ma anche attraverso i loro atti in Parlamento. Il rapporto con i cittadini sta qui.
Io sento spesso i dirigenti del Pd parlare di “ricostruzione” e di scenari apocalittici che, purtroppo, certamente sono reali ma le parole sono importanti e noi dobbiamo fare attenzione a quelle che utilizziamo per comunicare.
Siamo sicuri che i cittadini italiani vogliano sentir parlare di “ricostruzione”? Siamo sicuri che vogliano “ricostruire” ciò che c’era?
A me pare che vogliano “cambiare”, “innovare”, “rinnovare”, seppure in un quadro di regole, etica, valori che il governo Berlusconi ha calpestato, ma non vogliono affatto a tornare a prima. Questo lo dico anche pensando alle generazioni più giovani, cresciute negli anni del berlusconismo e dei “disvalori” portati avanti da quel modello fatti di egoismo, furbizia, velinismo, ricchezza e successo come chiavi per aprire tutte le porte. Queste generazioni non sanno cosa c’era prima e non possono volerlo ma si può proporre loro qualcosa di diverso da questo.

Il nostro “ricostruire”, invece, a volte ci fa apparire un po’ “pesanti”: sembra che quello che offriamo per il futuro sia una sorta di “restaurazione” con qualche correzione.
Questo non va bene.
C’è voglia di novità e noi siamo percepiti come il “vecchio” anche nel linguaggio che utilizziamo.

Il Pd era nato per “innovare” e allora dobbiamo farci percepire come innovativi, che non vuol dire assolutamente buttare via tutto il patrimonio di regole e di valori (che anzi dobbiamo difendere con maggior forza e chiarezza di quanto non abbiamo fatto) e non vuol dire neanche spingersi verso destra o verso derive liberiste che sono quelle hanno causato la crisi in cui ci troviamo (senza contare che se siamo la copia sbiadita della destra gli elettori non ci votano, scelgono l’originale). Questo vuol dire, però, che dobbiamo essere in grado di metterci in sintonia con le richieste dei cittadini, ascoltare la domanda di cambiamento e presentare proposte in grado di soddisfarli ma che, allo stesso tempo, rimettano al centro delle nostre politiche i valori tipicamente del centrosinistra, quali la solidarietà, l’accoglienza, la tutela del bene pubblico in quanto bene comune, la tutela dei diritti, l’etica nell’amministrazione della cosa pubblica e anche nei comportamenti degli uomini pubblici (che dovrebbero essere i nostri rappresentanti nelle istituzioni e non “uomini di potere”), la libertà dei mezzi di informazione, la tutela dei ceti più deboli senza che a pagarne le spese sia solo il ceto medio, la cultura, l’istruzione…

Questo lo dobbiamo fare in fretta perché solo così gli elettori potranno percepirci in modo chiaro e scegliere se stare dalla nostra parte o no.

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