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Le primarie e i cinesi

Prosegue in queste ore la polemica sui cittadini di nazionalità cinese e residenti a Milano che hanno votato alla primarie del PD.
Un polemica prevedibile visti i casi precedenti discutibili avvenuti in altre città italiane in altre occasioni ma che indubbiamente avvelena il clima di festa che, invece, si voleva creare per incentivare la partecipazione dei cittadini alla scelta del candidato sindaco per Milano.
Una polemica fatta in prevalenza da esponenti dei partiti e dei giornali della destra (Lega, Forza Italia, Il Giornale, Libero), oltre che dai perenni contestatori di tutto del Movimento 5 Stelle e Il Fatto Quotidiano ma che coinvolge anche esponenti della sinistra e in particolare di SEL (partito che pure fa parte della coalizione che concorre alle primarie).
Polemica strumentale, secondo alcuni, che serve a gettare un po’ di fango in casa di chi, con le primarie, si sforza di avvicinare i cittadini alla politica, mettendo in campo un collaudato strumento di partecipazione.
Eppure lo strumento delle primarie non è la prima volta che dà problemi, così come già se ne erano verificati per la partecipazione (in alcuni casi indotta) degli stranieri al voto.
Polemiche strumentali, soprattutto a Milano da parte di SEL che poco gradisce la partecipazione di Beppe Sala alla corsa per diventare candidato sindaco e continua a minacciare di uscire dalla coalizione nel caso fosse proprio lui il vincitore delle primarie e che ora potrebbe utilizzare la storia dei cinesi (che pare in prevalenza sostengano Mister Expo) per sganciarsi dalla partita a urne chiuse se il risultato non li soddisfacesse.

Se i partiti della destra e delle varie opposizioni fanno il loro gioco, su SEL, invece, vale la pena di qualcosa in più. SEL, infatti, che ora cerca vie di fuga, ha ampiamente partecipato ai tavoli per la preparazione e la gestione delle primarie, compresa la stesura delle regole e ha anche ampiamente rotto le scatole sull’individuazione della data utile al voto.
Le regole delle primarie, come sempre, prevedono che a votare possano essere i cittadini che abbiano compiuto i 16 anni di età e anche gli stranieri purché residenti a Milano, visto che in questo caso si tratta di votazioni per scegliere il candidato sindaco, e con permesso di soggiorno.
Regole note e collaudate da tempo, che SEL conosceva bene e su cui avrebbe potuto intervenire prima se avesse ritenuto che non erano adeguate al tipo di competizione in campo e all’attuale situazione.
È un po’ opportunistico intervenire a gamba tesa a partita in corso per dire che le regole non vanno più bene e che un pezzo di elettorato non dovrebbe votare semplicemente perché si suppone che voti un candidato che non è il proprio.

Al di là della satira molto divertente che si legge su twitter in merito alla partecipazione dei cinesi al voto per le primarie, non si capisce perché non si dica nulla su persone di altre nazionalità che pure partecipano al voto.
Perché se il problema è il voto agli stranieri, lo deve essere per tutti. Non si può sostenere che i cinesi non possono votare ma gli africani o i sudamericani sì.

Le accuse che girano intorno al voto della comunità cinese sono anche piuttosto pesanti, vanno dal “cammellaggio” al “voto di scambio” che sarebbe documentato dai selfie che tutti si fanno in prossimità dei luoghi di voto o accanto ai manifesti elettorali da parte di soggetti che neanche sanno parlare in italiano.
Sono parole un po’ grosse che bisognerebbe utilizzare con maggiore attenzione.
Premesso che i selfie nei luoghi di voto li abbiamo fatti tutti e anche postati in rete e oggi i selfie si fanno in ogni occasione e prevalentemente per mostrare se stessi e cosa si sta facendo, per inseguire la moda dei social network o per ansia personale di esibizionismo, quindi da qui a parlare di “voto di scambio” ce ne corre.
Inoltre, sul “cammellaggio” la situazione è un po’ più sottile.
Innanzitutto, va subito sgombrato il campo dai paragoni con ciò che è avvenuto in altre città in occasione delle primarie con il voto agli stranieri: a Roma, nel napoletano e in Liguria erano stati denunciati casi di soggetti pagati per andare a votare dei candidati, mentre a Milano gli stranieri (cinesi e non) che si sono presentati ai seggi lo hanno fatto liberamente e non dietro a compenso.
Per quanto riguarda la comunità cinese, Beppe Sala nei giorni scorsi ne aveva pubblicamente incontrato il rappresentante – al pari di come altri candidati hanno incontrato rappresentanti di altre comunità straniere di Milano – e da qui deriva l’appoggio prevalente. Fermo restando che la comunità cinese aveva organizzato un proprio gazebo per sensibilizzare i cittadini sulle primarie e in cui erano presenti volantini di tutti i candidati e tra loro ci sono comunque anche sostenitori di altri candidati che lo hanno pubblicamente mostrato.
Non è un segreto nemmeno che la comunità dei Latinos appoggia in prevalenza Majorino.
Così come altri dati sugli appoggi degli stranieri erano stati pubblicati sui giornali nei giorni scorsi.
Insomma, nulla di strano: i candidati hanno puntato su soggetti con cui avevano dei rapporti (per vicende lavorative, professionali o personali) e ne hanno attivato le reti per raccogliere voti.
Il discorso non si applica solo agli elettori stranieri ma anche ai mondi italiani: i membri della Comunità di Sant'Egidio, ad esempio, in prevalenza sostengono Majorino perché ci hanno lavorato in questi anni in cui lui è stato assessore, probabilmente si è costruito un rapporto e hanno anche lavorato bene e ambiscono a proseguire questa esperienza per il futuro, non è un segreto.
E’ un reato? E’ pericoloso? E’ lobby? E’ clientelismo? E’ voto di scambio?
E’ semplicemente che ciascun candidato ha attivato le proprie reti e chiesto loro appoggio e questi lo hanno concesso. Non c'è molta differenza rispetto all'America in questo. Il meccanismo delle preferenze comporta anche questo rischio, soprattutto quando ci si muove in un terreno aperto ma non troppo come è quello delle primarie. Le preferenze o si prendono perché si è molto famosi e facendo campagna a tappeto ovunque (ma questo ha un senso per competizioni elettorali vere, in cui tutti votano, mentre sulle primarie dove notoriamente viene a votare solo una parte di elettorato è più complicato e probabilmente anche inutilmente dispendioso) o si prendono attivando le reti che normalmente si frequenta. In questa tornata, si è scelta in prevalenza questa seconda strada ed è ciò che anche la polemica di queste ore mette in luce. Quando poi arriveranno i risultati finali e si potrà andare a vedere davvero da cosa era composta la platea elettorale, allora si potranno anche fare valutazioni diverse.
In ogni caso, nulla di strano.

In merito al fatto che alcuni siano arrivati a votare in gruppo è anche abbastanza normale.
Capita di arrivare “in gruppo”: di solito le famiglie all’uscita dalla Messa arrivano insieme, oppure marito e moglie, oppure un figlio che accompagna il genitore anziano, o coppie di fidanzati, o ragazzi che arrivano con gli amici… Non si capisce perché se lo fanno gli italiani va bene e se lo fanno i cinesi no.
Oltretutto per molti di loro era la prima volta che potevano votare in Italia e magari avevano anche un po’ di insicurezza.
Più sgradevole il fatto che alcuni neanche sapevano l’italiano e si sono presentati con un foglietto in mano con il nome del candidato da votare.
Non è così strano: anche in anni passati capitavano stranieri che volevano votare e si esprimevano in un italiano pessimo ma cercavano di esprimere il loro desiderio di poter partecipare e chiedevano impegno ai partiti presenti affinché a breve potessero votare anche alle elezioni vere.
Del resto, nei partiti come nei sindacati, vengono tesserati anche cittadini stranieri per cui è normale che poi siano incentivati a partecipare o far partecipare anche loro connazionali.
Nello specifico caso dei cinesi, purtroppo la maggior parte di loro non parla italiano neanche all’interno dei loro negozi radicatissimi nei nostri quartieri e frequentatissimi anche dagli italiani. Questo, però, non significa che siano del tutto inconsapevoli o che non seguano ciò che accade loro intorno, anzi, spesso lo sanno molto bene.
Sul fatto che arrivassero con il nome del candidato da votare scritto su un foglietto, lo fanno da sempre anche gli elettori di nazionalità italiana, soprattutto quelli più anziani.
Francamente, si fatica a capire perché se l’elettore cinese arriva con il foglietto con scritto il nome del candidato che gli hanno indicato di votare susciti sdegno e, invece, se arriva allo stesso modo la vecchietta che cammina a stento e che ragiona ancora meno sia considerato segno di attenzione e ammirazione.
Personalmente, mi suscita molto più sdegno vedere chi va a “cammellare” soggetti deboli, non sempre capaci di intendere e volere o anziani quasi in punto di morte che non i giovani stranieri che sono in grado di pensare con la propria testa e valutare da soli se vale la pena di partecipare o no e votare il candidato che qualcuno ha loro consigliato.

Pretestuosità a parte, resta il senso generale di una situazione pasticciata e il fatto che era prevedibile che accadesse e si poteva evitare.
I motivi per evitare il pasticcio erano molti: innanzitutto, dopo tante primarie uscite zoppe nelle ultime tornate in varie Regioni, vi era la necessità di restituire lustro e dignità allo strumento; secondariamente gli occhi di tutti erano puntati su Milano data l’importanza della competizione e anche dei candidati in campo e uno scivolone così – seppure caricato – si poteva evitare.
I dati elettorali finali, molto probabilmente, ridimensioneranno il fenomeno e mostreranno come gli stranieri partecipanti al voto siano poi un’esigua minoranza e magari neanche influente ma il pasticcio d’immagine sui media è già fatto ed è difficile che si smonti.

Il nodo della questione riguarda le regole delle primarie.
Ha senso che a scegliere il candidato sindaco siano cittadini che poi alle elezioni vere non possono votare?
Le primarie del PD sono nate con la regola del voto ai 16enni e agli stranieri ma spesso si è trattato di primarie congressuali, in cui si andava a scegliere il Segretario/leader del Partito Democratico e ai partiti ci si può iscrivere anche a 16 anni e se si è cittadini stranieri, altra cosa dovrebbero essere le primarie per cariche elettive monocratiche.
Sicuramente è meritevole il tentativo di inclusione delle comunità straniere attraverso la sensibilizzazione volta al coinvolgimento e alla partecipazione al voto ma resta da capire quanto poi sia realmente efficace al fine di una migliore integrazione. Probabilmente questa risposta dovrebbero darla le stesse comunità straniere e in parte lo hanno fatto in positivo con il comunicato di Francesco Wu. Probabilmente, risultati del coinvolgimento, della partecipazione e dell’integrazione anche attraverso questi strumenti si vedranno nel tempo se il percorso troverà un seguito, perché si tratta di processi lenti e che richiedono costanza nell’applicazione e non basta un voto a spot in una sola occasione per attivarli.
Tuttavia, personalmente, resto molto dubbiosa della strada scelta: in questa fase di forte antipolitica, di partiti che mostrano un’immagine di sé tutt’altro che limpida e di primarie importanti su cui vi erano tutti i riflettori puntati, forse sarebbe stato più opportuno fare scelte più oculate, che non esponessero i partiti promotori (e in particolare il PD) a polemiche di cui in questa fase già difficile non vi era bisogno e consentire la partecipazione al voto solo dei soggetti che realmente votano alle elezioni, cercando invece altre strade per coinvolgere e promuovere la partecipazione delle comunità straniere alla vita civica.
Così come sarebbe stato più intelligente da parte dei candidati e dei loro staff andare a fare campagna elettorale tra i soggetti che, oltre alle primarie, possono votare poi alle elezioni vere, onde evitare di strumentalizzare comunità importanti e presenti sui nostri territori che rischiano con queste polemiche di subire un becero linciaggio, invece, che dell’incoraggiamento a proseguire sulla via della partecipazione.
Molto più corretto e concreto da parte dei partiti sarebbe impegnarsi al fine di ottenere il voto anche dei cittadini stranieri residenti in Italia almeno alle elezioni amministrative.

Le ragioni della nascita del governo Renzi spiegate ai circoli

Tre giorni in giro per i circoli del PD ad ascoltare il senatore Franco Mirabelli, tra assemblee di iscritti agitati per quanto avvenuto tra Renzi e Letta con l’avvicendamento al governo e bisognosi di capire come sia potuto accadere che ancora una volta i leader del centrosinistra finiscano per mangiare se stessi.
Tre giorni di incontri molto partecipati, in cui tanti hanno voluto intervenire per esprimere la propria opinione sulla fase che è in corso e per porre domande al senatore Mirabelli che, come tanti altri suoi colleghi, si è trovato nella difficile situazione di provare a far comprendere le ragioni di una scelta non semplice da digerire per una base del partito forse ancora troppo legata a schemi di un passato che non c’è più e che fatica ad orientarsi nel brusco cambiamento di stile e di velocità decisionale impresso dal nuovo Segretario del PD. «Siamo dentro ad un passaggio politico molto complicato – ha esordito Mirabelli ad ogni incontro – e aspettiamo di vedere i risultati prima di esprimere giudizi troppo netti. È sbagliato ridurre tutta la vicenda di questi giorni all’aver “fatto fuori Letta”: indubbiamente Letta è stato trattato male ma ci sono delle ragioni politiche dietro al nuovo scenario che si è creato».
Secondo Mirabelli, ci trovavamo oramai in una situazione in cui si rischiava l’immobilismo: «Dobbiamo riconoscenza a Letta per gli 8 mesi di governo e gli dobbiamo anche qualche scusa ma non solo per l’ultima fase. Avremmo dovuto lavorare per valorizzare un po’ di più i risultati positivi che comunque almeno fino a dicembre il Governo Letta ha ottenuto e che oggi si trasferiscono sui numeri, come ad esempio il fatto che l’economia è tornata ad aumentare dopo 9 trimestri in cui scendeva, lo spread è stabile sotto i 200 punti; c’è un merito se ci sono 20 miliardi di giro d’affari prodotti dal decreto legge sul bonus ambientale, se è stato approvato un decreto che da qui al 2017 abolisce il finanziamento pubblico ai partiti. Questi sono risultati dell’azione del Governo Letta e vanno riconosciuti, mentre noi, invece, siamo stati un po’ timidi su queste cose». «Tuttavia, - ha spiegato Mirabelli - da un po’ di tempo la spinta propulsiva del governo si era fermata: dopo l’approvazione della Legge di Stabilità si è registrato un calo di consensi molto forte, lo dicevano i sondaggi ma anche le parti politiche e sociali. Una parte della maggioranza e anche una parte della società italiana aveva smesso di investire sul governo (si ricordino le critiche arrivate dai sindacati e da Confindustria)».
L’azione di governo nel rispondere alle esigenze dei cittadini italiani, dunque, era ritenuta troppo lenta e poco incisiva, per questo, secondo Mirabelli, tutti hanno ritenuto opportuno che si avviasse una nuova fase e tutti hanno chiesto l’impegno diretto del Segretario del PD, a cominciare dalla minoranza interna (che ha spinto affinché la Direzione Nazionale del partito anticipasse la discussione sul rapporto tra partito e governo e si arrivasse ad un chiarimento e ha votato il documento proposto dal Segretario) e sulla stessa linea si sono registrate le dichiarazioni di Alfano e di Scelta Civica.
Mirabelli ha ricordato, quindi, le ragioni per cui all’inizio della legislatura, in seguito al risultato elettorale con cui si è registrato che il 30% circa dei cittadini italiani non è andato a votare e il 25% dei cittadini italiani ha scelto di votare un partito antisistema, si era stati costretti a dare vita ad un governo di larghe intese presieduto da Letta: «C’è un problema democratico in questo Paese e, se noi non siamo capaci di fare le riforme in questa legislatura, il prossimo passaggio potrebbe essere molto pericoloso per la democrazia italiana. Oggi c’è un problema di credibilità della politica e di credibilità delle istituzioni. – ha sottolineato il senatore – e se tornassimo a votare anche con una legge elettorale diversa ma per lo stesso numero di parlamentari e ancora con il bicameralismo, la politica non avrebbe la credibilità che deve invece recuperare. Il problema non è il PD o Renzi, il problema è il Paese, la democrazia e le istituzioni di questo Paese. Se vogliamo ridare credibilità alla politica, abbiamo bisogno di fare delle riforme. Anche Letta, come Renzi oggi, non ha avuto l’investitura popolare, però siamo ancora in un Paese in cui il Presidente del Consiglio lo elegge il Parlamento. Sarebbe meglio avere elezioni in cui i cittadini scelgono chiaramente chi vogliono fare leader, però, sappiamo tutti che se si andasse a votare - in particolare adesso, dopo che c’è stata la sentenza della Corte Costituzionale - avremmo un sistema proporzionale che ci riconsegnerebbe un quadro di ingovernabilità e costringerebbe nuovamente alle larghe intese e, quindi, tutt’altro rispetto alla scelta di chi deve governare il Paese. Per questo, trovo assurda questa idea di andare a votare e di dire che in Italia non si vota mai: abbiamo votato un anno fa e i cittadini, se li si porta a votare una volta all’anno, si disaffezionano alla democrazia».
Questo è il quadro del percorso in cui si inserisce anche quest’ultimo passaggio: il governo Letta rischiava di rimanere imbrigliato e immobile e, quindi, di non riuscire più a portare a casa le riforme per le quali si era deciso di formarlo. Tornare al voto senza aver fatto le riforme promesse avrebbe significato la perdita di credibilità definitiva per la politica e, di fatto, si sarebbe consegnato il Paese alle forze antisistema e populiste. Per evitare tutto questo, per ridare forza alla spinta riformatrice di cui l’Italia ha bisogno, il PD ha compiuto la scelta più difficile e più rischiosa, che è quella di giocare tutto se stesso e il suo Segretario per dare vita ad un nuovo governo che avesse anche la capacità di cambiare i ritmi, di fare delle cose anche sulle questioni politiche e sociali per dare risposte ai cittadini e allo stesso tempo lanciare un messaggio di innovazione e cambiamento.
Questo è il senso dell’operazione che è stata fatta e ora, afferma il senatore Mirabelli, va sostenuto convintamente dal Partito Democratico: «Abbiamo bisogno di un partito che investa consapevolmente su questa fase, perché questa è l’ultima spiaggia non per noi del PD, ma per costruire un processo di riforme in grado di ridare credibilità alle istituzioni e senza le quali la democrazia italiana va in crisi. Matteo Renzi lo ha detto il giorno dopo essere stato eletto che questa è l’ultima occasione ma ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. Se ce lo dice il nostro popolo, se ce lo dicono quelli che vengono ancora a votare alle primarie, immaginiamoci che cosa pensano quelli che non vanno neanche più a votare alle elezioni! E, se questa è l’ultima spiaggia, allora, dobbiamo sapere che dobbiamo discutere del Paese, non di noi. Mi preoccupa il fatto che qualcuno, mentre aspettavamo la lista dei Ministri, ha cominciato a mettere in discussione il Segretario del partito, quasi che il partito fosse una cosa autoreferenziale che non c’entra. Il partito adesso si deve assumere a pieno questa responsabilità del governo: non dobbiamo discutere di noi ma dobbiamo discutere del Paese e di quello che possiamo fare per il Paese, anche confrontandoci tra idee diverse».

 
Tra i dubbi espressi dagli iscritti al PD presenti alle varie assemblee molti riguardavano la giovane età e la presunta inesperienza dei membri del nuovo governo (in particolare delle donne Ministro), altri contestavano il fatto che Renzi nominato premier potesse mantenere anche l’incarico di Segretario o peggio affidare il partito ad un reggente.
Nel rispondere Mirabelli ha sottolineato come «Renzi, per lo stile, risponde a una domanda di cambiamento e di rinnovamento della politica che c’è nel nostro Paese. Per anni abbiamo invocato il rinnovamento e le facce nuove e adesso abbiamo il governo più giovane della storia della Repubblica e va valorizzato, poi li si giudicherà dai risultati. Il fatto che ci siano 8 donne e 8 uomini è un dato importante: anche su questo, non possiamo fare per anni la battaglia perché siano riconosciute le pari opportunità e il valore che possono portare le donne dentro la politica e dentro al governo e poi, quando lo mettiamo in pratica, restiamo subalterni a ragionamenti inaccettabili che si sentono in giro sul fatto che le donne sono solo ornamentali. Ci sono le elezioni europee alle porte e, già in vista di quell’orizzonte, questo Governo dovrà fare delle cose perché bisogna dare dei messaggi forti di capacità di cambiare passo e di capacità di fare delle cose».

 
Contrario alla riapertura del dibattito sul Segretario, Mirabelli ha segnalato che «Stiamo ancora discutendo del PD. Non possiamo stare in un partito che vive in un congresso permanente: facciamo vedere agli italiani che discutiamo del Paese e non di noi. Il punto non è il PD ma che funzione abbiamo per il Paese. Oggi dobbiamo recuperare credibilità: i cittadini pensano che la politica sia distratta e non si occupi di loro; c’è poi un 25% che ha votato Grillo e che ritiene che tutto il sistema non vada bene e il sistema istituzionale e democratico del Paese è molto debole. Non possiamo fingere di trovarci in una fase di ordinaria amministrazione ma dobbiamo prendere coscienza del quadro il cui ci troviamo e il risultato elettorale avrebbe dovuto farci riflettere e farci cambiare il nostro modo di ragionare: siamo il terzo partito tra gli operai e i giovani non ci votano; in questo contesto una discussione tutta autoreferenziale non ha senso. Così come non ha senso proseguire la lotta tra ex democristiani ed ex comunisti: l’elezione di Renzi a Segretario del PD chiude definitivamente quella discussione, oggi serve confrontarsi sui contenuti indipendentemente dalla cultura di provenienza».

 
Mirabelli, infine ha evidenziato la necessità di fare lo sforzo di guardare a questa nuova situazione come un’opportunità per il Paese e di impegnare tutto il PD a sostenere l’azione di questo governo affinché si riescano a realizzare le tanto auspicate riforme e non di vivere il tutto come una cosa da sopportare. «Nei partiti si costruiscono i gruppi dirigenti e questi poi sono delegati a dirigere e si assumono le responsabilità delle decisioni prese, il documento proposto da Renzi alla Direzione Nazionale è stato votato da 136 persone e la discussione era stata sollecitata dalla minoranza, non si può far finta di non saperlo», ha replicato Mirabelli alla contestazione quasi unanime che è giunta sulla modalità in cui tutto si è velocemente discusso e deciso «senza consultare la base».

 
Un’opportunità, secondo Mirabelli, è anche l’ingresso del PD nel PSE: «E’ un fatto importante, che costruiamo da anni e che servirà a far diventare quel luogo la casa di tutti i progressisti europei. Con questa mossa il PD si colloca all’interno di un gruppo importante al Parlamento Europeo e ci presentiamo alle elezioni per la guida dell’Europa con un unico candidato che è Martin Schulz.
Oggi i partiti europei sono cambiati rispetto ad anni fa: il PPE è la casa dei conservatori e i progressisti stanno in prevalenza nel PSE, che non è più solo il partito dei socialisti ma al suo interno vi sono molte forze con culture diverse come è il PD».

Video degli interventi di Franco Mirabelli: Bicocca 22.02.2014, Gratosoglio 23.02.2014 - 1° parte, Gratosoglio 23.02.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 1° parte, Bovisa 03.03.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 3° parte.

Expo: il progetto, le trasformazioni urbane, il lascito alla città e la legalità negli appalti

Manca poco più di un anno all’avvio ufficiale di Expo 2015 che vedrà Milano e la Lombardia protagoniste e le porterà a confrontarsi con gli altri Paesi su tematiche importanti per il futuro del Pianeta.
Expo sta portando alla città di Milano e al territorio circostante delle grandi trasformazioni che lasceranno il segno anche dopo l’evento.
Di questo, del progetto Expo, delle trasformazioni che sta apportando nel territorio milanese e di cosa resterà a manifestazione conclusa, ma anche di come prevenire e contrastare il rischio di infiltrazioni mafiose negli appalti si è parlato domenica 2 febbraio, presso l’Auditorium Ca’ Granda a Milano in un incontro organizzato dal circolo PD Prato-Bicocca in collaborazione con il PD della Zona 9 di Milano sul tema “Expo 2015: ieri, oggi e domani”. Qui il video dell'incontro>>
L’incontro coordinato da Gianandrea Abbascià (Circolo PD Prato-Bicocca), è stato aperto da Mariangela Rustico (Coordinatrice PD della Zona 9), la quale ha segnalato come anche il territorio della Zona 9 e i suoi siti siano interessati dalle trasformazioni e dai progetti di riqualificazione in vista del grande evento del 2015. Del progetto di Expo, dell’importanza dei temi che verranno sviluppati ha parlato invece Maurizio Martina (Sottosegretario al Ministero delle Politiche Agricole con Delega ad Expo), il quale ha ribadito che la manifestazione può essere una grande occasione per il rilancio di Milano nel mondo, data l’ampia partecipazione di tutti i Paesi all’interno dei padiglioni. Expo – secondo Martina – può fungere da motore del cambiamento tanto auspicato per il nostro Paese, ridare una prospettiva e spingere per l’innovazione necessaria oltre che per mettere in risalto le qualità italiane e far parlare del nostro Paese in modo positivo, uscendo dalle polemiche spicciole del quotidiano. Di grande occasione che parte da Milano ma che è utile a tutta l’Italia ha parlato anche Ada Lucia De Cesaris (vicesindaco di Milano), definendo Expo come un possibile modello da utilizzare e valorizzare. “Con Expo siamo partiti in ritardo – ha affermato il vicesindaco – ma è importantissimo perché può mettere in moto dei principi di riqualificazione profonda per il nostro territorio” e, per quanto riguarda più specificatamente la Zona 9 di Milano e per il progetto del Gasometro in Bovisa l’idea è che possa diventare un polo importante per la ricerca e per collegare quel mondo al mondo del lavoro, mentre altre realtà come ad esempio l’Isola e Porta Nuova stanno cominciando a vedersi già più definite. “Occorre immaginare uno sviluppo del territorio per tappe - ha chiarito il vicesindaco - e le strutture utili verranno mantenute anche dopo la manifestazione”.
Per Lucia De Cesaris, tuttavia, serve “vision” e capacità di aprire agli investimenti stranieri: “Gli altri Paesi guardano a Milano con grande attenzione e questo può essere sfruttato per il rilancio della città. Senza dimenticare che una grande partita è giocata sull’area metropolitana e sul recupero delle aree agricole del territorio che possono trovare nuova forza e nuovi mercati in cui esportare, per questo sarà necessario un grande lavoro con il distretto agricolo milanese per puntare alla valorizzazione dei prodotti”.
Per quanto riguarda il dopo-evento, il vicesindaco ha precisato che esistono già delle regole da rispettare riguardanti le volumetrie per l’edificazione e il fatto che il 51% dell’area occupata da Expo dovrà diventare un parco; tuttavia ci sarà una discussione su quali progetti e quali funzioni dovranno essere contemplate in questo.
Franco Mirabelli (Senatore e Capogruppo PD Commissione Politiche Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle Mafie), ha segnalato come all’inizio ci sia stata una sottovalutazione dell’evento e di come non si sia compreso che il tema dell’alimentazione sarà decisivo per il mondo ed è più che mai necessario che si apra una riflessione sui modelli di produzione e di consumo. Expo, dunque, può far diventare Milano un punto di riferimento per la discussione sull’alimentazione e il confronto tra le tecniche di produzione e il mondo della ricerca.
Per quanto riguarda la Zona 9, Mirabelli ha ricordato che la Metro 5 esiste grazie ai finanziamenti stanziati per Expo in quanto è un’opera ad esso correlata e ha ribadito l’importanza del coinvolgimento anche del Parco Nord che da anni è sede del Festival della Biodiversità.
Parlando del lavoro svolto in Commissione Antimafia, Mirabelli ha evidenziato come Expo rischi di diventare un’occasione ghiotta anche per organizzazioni criminali e per evitare questo sono state messe in campo misure importanti e innovative: “Il fatto che ci siano già state 41 aziende interdette ai lavori significa che le norme adottate funzionano. È importante che le certificazioni antimafia arrivino presto in modo da escludere dagli appalti possibili soggetti pericolosi. Oggi si sta costruendo anche una banca dati informatica in grado di vagliare tutti i dati, sono riaperti i concorsi per l’ampliamento degli organici delle forze dell’ordine, sono stati siglati tre protocolli per la sicurezza e la messa in atto di un sistema di controllo per impedire l’inquinamento degli appalti che coinvolge tutte le istituzioni, tanto che i magistrati chiedono che venga esteso anche ad altri grandi eventi e all’ortomercato. L’esperienza di Expo, quindi, può fare da modello per la gestione degli appalti”.
Sul tema delle infiltrazioni mafiose, dunque, per Mirabelli, le istituzioni si sono attrezzate per tempo: al momento si è chiusa la fase di verifica di appalti e subappalti pubblici e ora serve avere la stessa attenzione verso ciò che faranno i Paesi ospiti nella costruzione dei padiglioni e nelle aziende che ci lavoreranno e anche su questi cantieri andranno fatte delle verifiche.
Expo, secondo il senatore del PD, può migliorare la vita di Milano, può aprire la città e può dare una mano a riagganciare la ripresa economica nel Paese.
A chiudere gli interventi è stata Arianna Censi (Coordinatrice Segreteria PD Milano e Città Metropolitana), la quale ha segnalato l’importanza del coinvolgere i cittadini su questi temi e sugli obiettivi che si sono fissati, aprendosi alle varie realtà e dialogando con le associazioni presenti, anche utilizzando il PD per aiutare a rafforzare l’azione comunicativa del lavoro svolto dal Comune. “Expo rappresenta la possibilità di raccontare le potenzialità del nostro territorio, la qualità dei nostri prodotti ma anche di rigenerare la pubblica amministrazione e questa occasione va colta”, ha ribadito Arianna Censi.

 

Expo: ieri, oggi e domani - 02 febbraio 2014
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