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Azzollini e i dirigenti paraculi del PD

Sulla vicenda del voto in Senato sul caso di Azzollini, a me, più che l'esito dl voto fa incazzare il gruppo dirigente del PD.
Premesso che conosco poco la vicenda di Azzollini nel merito (a prescindere dalla frase che avrebbe detto alle suore, perché il problema non è la frase ma il resto delle accuse).
Premesso che sono contraria a questa modalità di procedere perché auspico che i parlamentari vengano equiparati a tutti gli altri cittadini sottoposti a indagine e non debbano discutere tra loro se procedere o meno ad una richiesta della magistratura (inoltre trovo che discussioni del genere siano controproducenti anche per gli accusati perché, colpevoli o innocenti che siano, si prolunga la loro gogna mediatica).
Premesso anche che leggere derive forcaiole è sempre sgradevole perché nella maggior parte dei casi di questo tipo si tratta di mandare in galera delle persone (in questo caso no, si trattava solo di mandarlo agli arresti domiciliari) e motivarle come "scelte politiche" (io direi più propriamente "opportunismo elettorale" o "marketing") fa un po' schifo, a prescindere dai capi di accusa.
Vorrei, però, sottolineare alcune questioni di metodo, perché le polemiche di oggi stanno su quello.
I problemi sulla linea del PD sul caso Azzollini si sono palesati ieri sera quando è stato diffuso il comunicato di Luigi Zanda, capogruppo del PD al Senato, in cui invitava a leggere le carte e votare secondo coscienza.
Già qui si doveva capire come sarebbe finita, ne era un chiarissimo preludio.
Difficile dire con certezza se il problema era che realmente c'erano dei dubbi sulla vicenda di Azzollini o se era un problema di numeri per la maggioranza del Governo. Sta di fatto che il problema si è palesato con quell'invito al voto di coscienza e, siccome quel comunicato lo avranno visto anche gli altri dirigenti nazionali del PD (e magari qualcuno era anche stato chiamato al telefono per discutere che linea tenere), forse se c'era qualche dubbio su quella linea nelle ore intercorse tra la diffusione del comunicato stampa e il voto di stamattina qualche telefonata in più per correggere il tiro si poteva fare. Se non si è fatto nulla, o erano tutti in altre faccende affaccendati e nessuno si è accorto di niente oppure, cosa più probabile, a tutti stava bene così, ben consapevoli anche del possibile esito (elettoralmente non favorevole).
A questo punto, però, non capisco perché a linea dubbia tracciata e decisione presa con più o meno tutti concordi (o sicuramente tutti silenti), ora che è scoppiato il casino, alcuni simpatici dirigenti si arrabattano in salti mortali con dichiarazioni paraculissime di presa di distanza da ciò che è avvenuto.
A mio avviso, quando si è scelto di avere una linea, poi la si difende e si va a spiegare perché la si è scelta e non si scarica in modo becero tutto quanto sugli sfigati di turno che ci si sono trovati in mezzo.
Questo non è un comportamento da gruppo dirigente serio. Questo non è il modo di stare in un partito. Questo è lo stesso identico modo che nel 2013 portò a impallinare possibili Presidenti della Repubblica perché lo chiedevano i followers su twitter!
Usare il cervello invece del web, no? 
Pensarci prima alle conseguenze delle azioni che si sceglie di fare invece di buttare tutto in vacca dopo, no? 
Questa cosa la trovo intollerabile, molto più dell'esito del voto di oggi su cui i giornali ricamano molto ma di cui oggettivamente da casa sappiamo poco (a parte la frase brutta detta alle suore) e, in fondo, neanche tocca a noi giudicare (e non toccherebbe neanche ai politici).

Gli avvoltoi

Il non porre veti e il discorso di Renzi di oggi in Assemblea (molto bello e molto chiaro) al pari dell'assenza di Debora Serracchiani lasciano presagire che lo scontro al congresso potrebbe essere duro. E' una scelta tattica la loro un po' bieca perché anziché assumersi la responsabilità di metterci la faccia anche per dire no o proporre altro, si sceglie di attendere e vedere cosa accadrà dopo. Il loro posizionamento è una presa di distanza più o meno silenziosa da quanto sta avvenendo, un modo per dire "tutto questo lo fate voi da soli" e, al congresso - se nei mesi di reggenza le cose per il Pd non dovessero mettersi bene - potrebbero rivendicare con molta forza questa distanza contro chi ha optato per la soluzione che si sta mettendo in campo. Avrei preferito un maggior coraggio e una presa di responsabilità davvero collettiva nelle scelte: è un po' comodo stare alla finestra mentre gli altri agiscono e poi azzannarli quando emergono gli errori.

Debora Serracchiani a Cinisello

Ieri pomeriggio alla Festa del PD di Cinisello Balsamo (Milano) si è parlato di Europa con Debora Serracchiani, la quale ha tracciato un quadro dei principali avvenimenti che stiamo vivendo in questo periodo di “continua evoluzione”, come lo ha definito la stessa europarlamentare.
Un’Europa che si muove a rilento ha sottolineato la Serracchiani in apertura del suo intervento, ricordando che “Al Consiglio Europeo, che si è riunito numerose volte negli ultimi mesi, si sarebbero dovute prendere molte decisioni per dare risposte contro la crisi che, invece, non sono mai state prese”.
La domanda da porci, secondo la parlamentare europea del Pd è se crediamo ancora nell’Europa, perché se così fosse “Bisogna fare subito le cose non fatte fino ad ora”, ha affermato Debora Serracchiani, precisando che “Negli ultimi 30 anni avremmo dovuto fare l’Europa e non l’abbiamo fatto, così ci tocca farla adesso e in fretta. Non abbiamo costruito il percorso che l’entrata in vigore della moneta unica richiedeva. Non c’è un’unione politica dell’Europa. Non c’è neanche un’unione fiscale perché ogni Stato ha una tassazione diversa. Non ci sono politiche economiche comunitarie, in quanto ogni Stato ha la sua e non sempre coordinata con quelle degli altri Paesi”.
Questo scenario frammentato dell’Unione Europea, secondo la Serracchiani, ha penalizzato il funzionamento e la messa in pratica delle decisioni assunte.

Parlando delle tematiche più dibattute al Parlamento Europeo negli ultimi tempi, Debora Serracchiani ha ricordato la tassa sulle transazioni finanziarie che, a suo avviso, “ha un valore etico. L’Europa deve cominciare ad introdurla poi convincere anche il resto del mondo a seguirla su questa strada” e poi la questione degli Eurobond. “Gli Eurobond da soli non bastano, occorre che dietro abbiano un sistema su cui reggersi”, ha evidenziato la parlamentare europea, spiegando che “Con gli Eurobond, il debito dei singoli Stati non esisterà più perché si trasformerebbe in un unico debito europeo, ma questo implica che tutti si comportino bene. La collettivizzazione del debito, inoltre, equivale all’andare verso gli Stati Uniti d’Europa e questo comporta cedere pezzi di sovranità nazionale ma anche una stabilizzazione del sistema ed è un passeggio culturale importante che bisogna essere preparati per affrontarlo”.
In merito alle resistenze tedesche sulla questione, Serracchiani ha chiarito che occorre spiegare alla Germania che anche a lei conviene l’Europa, ricordando che oltretutto il principale mercato per l’esportazione dell’industria tedesca è proprio quello europeo, ma è ovvio che bisogna dare anche delle garanzie.
L’alternativa alla costruzione dell’Europa, secondo la parlamentare europea del Pd è la disgregazione dell’Unione Europea e questa metterebbe a rischio la pace sociale, come dimostra il riemergere dei nazionalismi molto forti e delle destre estreme e xenofobe in molti Stati europei. “Nel Parlamento Europeo sono stati eletti 119 deputati di estrema destra, per ora sono divisi tra loro”, ha segnalato Debora Serracchiani.

In merito al ruolo dell’Italia, Debora Serracchiani ha segnalato che negli ultimi mesi, con Monti, il nostro Paese ha recuperato molto in credibilità rispetto a quando c’era Berlusconi e oggi l’Italia torna ad essere un interlocutore importante.
Un’Italia in cui, ha ricordato la Serracchiani, è cambiato il governo ma il Parlamento su cui si regge è ancora quello di prima e ci sono veti incrociati tra le forze politiche che rendono difficile l’approvazione delle norme.
“In Italia le riforme vere non state fatte negli ultimi 20 anni, non solo negli ultimi 5. Adesso, però, è a rischio la tenuta sociale del Paese. Non si possono chiedere alle persone sacrifici oggi senza spiegare a cosa serviranno domani. Occorre dare una prospettiva”, ha sottolineato Debora Serracchiani.

Parlando delle ultime elezioni amministrative, poi, la parlamentare europea ha chiarito che “In politica non esistono spazi vuoti perhé c’è sempre qualcuno che li riempie. Grillo esiste da tempo e non è antipolitica: chi si impegna dentro la cosa pubblica fa politica, il terreno di confronto è politico. Oltretutto, adesso, Grillo adesso sta fermo, stiamo facendo tutto noi”. L’allusione era sulla vicenda delle nomine per l’Authority che, poi Serracchiani ha commentato dicendo che “Bisogna smettere di pensare che alcune cose fatte in passato si possano continuare a fare: erano sbagliate già prima e non andavano fatte neanche allora e non si possono più fare adesso”.
 

Alla richiesta di un commento sulle decisioni assunte nella Direzione Nazionale, svoltasi il giorno prima, Debora Serracchiani ha risposto che “Ci troviamo in una situazione davvero molto problematica, ci troveremo presto a discutere del caso Grecia e del rischio che esca dall’euro, c’è stato il terremoto in Emilia che ha provocato un grave danno anche economico, c’è la crisi che non si riesce a superare e il Pd, invece di aprirci, rischia di chiudersi a parlare di se stesso quando al Paese di noi non importa nulla”.
L’invito della Serracchiani è quello di “Non rinchiudersi in schemi non più attuali perché è necessario cambiare il modo di fare politica. Il rinnovamento delle idee passa anche per il rinnovamento delle persone. Da noi, non c’è stato il passaggio tra chi c’era prima e i nuovi, non si è fatta la formazione: sono stati scelti sempre i mediocri perché davano meno fastidio. Il PSE in Europa guarda al Pd con interesse per il modo in cui è riuscito a mescolare le culture e dobbiamo continuare su questa strada”.
 


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permalink | inviato da dianacomari il 10/6/2012 alle 17:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Debora Serracchiani a Milano

Domenica mattina alla Casa di Alex di Milano si è tenuto un bellissimo incontro con la parlamentare europea Debora Serracchiani, a cui hanno partecipato anche Franco Mirabelli (Consigliere Regionale), Onorio Rosati (Segretario Generale della Camera del Lavoro di Milano), Emanuele Lazzarini (Consigliere Comunale), Enrico Borg (Consigliere Provinciale), Mariangela Rustico (Segreteria Pd Milano).

Tanti i temi trattati nel corso degli interventi per mettere a fuoco gli scenari che ci attendono nei prossimi mesi, a partire dal nuovo governo guidato da Mario Monti alle problematiche del lavoro (precarietà, giovani, diritti), dalla crisi economica al ruolo dell'Europa, dalle macerie che ci lasciano in eredità Berlusconi e il suo governo, compresa tutta la gerarchia rovesciata dei valori portata dal berlusconismo che probabilmente resisterà anche senza Berlusconi, dal ruolo ambiguo e pericoloso giocato dalla Lega ai meri fini elettorali, fino alle scelte di cui dovrà farsi carico il Partito Democratico.

Qui il video completo dell'iniziativa>>

 

Qui di seguito i video dei singoli interventi:
Franco Mirabelli>>
Onorio Rosati>>
Enrico Borg>>
Emanuele Lazzarini>>
Debora Serracchiani>>
Franco Mirabelli sui costi della politica>>
Chiusura dell'incontro da parte di Debora Serracchiani>>

Incontro con Debora Serracchiani - Milano, 27 novembre 2011

Il partito nuovo non c'è

Rinnovamento è una parola che ogni tanto torna fuori nel dibattito interno al Partito Democratico. Prende forme diverse a seconda del personaggio che, di volta in volta, sembra ergersi ad incarnazione di quel concetto. Un’espressione del rinnovamento è stata la “giovane” Debora Serracchiani, diventata famosa per le sue sparate contro l’apparato ma che poi ha cambiato metodo perché deve aver capito che, al di là della simpatia della gente e di qualche buon titolo sui giornali, non le avrebbero reso vita facile dentro al Pd. Espressione del rinnovamento o della “rottamazione” è stato di recente anche Matteo Renzi, il quale se ad un certo punto sembrava aver ammorbidito i toni, poi ha scelto di rialzarli perché ha capito che tutto sommato gli fa ancora comodo così. In entrambi i casi si tratta di persone mediamente giovani di età, almeno rispetto al resto dei rappresentanti del Pd.
È curioso, invece, che in questi ultimi giorni, si voglia far portavoce del rinnovamento anche un soggetto che giovane non è (né per politica né per età) quale Giuseppe Fioroni.
Fioroni, nella rivista Il Domani d’Italia, appena lanciata in rete, scrive un articolo intero dedicato al rinnovamento, ponendo una domanda di fondo: “E la prima domanda che onestamente dobbiamo farci è: possiamo pensare che il domani, dopo Berlusconi, sia rappresentato da un centrosinistra che invece ha le stesse facce di ieri? O non è forse arrivata l'ora anche per noi di avere coraggio? Sappiamo che entro un congruo numero di mesi avremo davanti a noi la sfida più importante: archiviare Berlusconi senza esserne archiviati anche noi”.
La domanda non è sbagliata, ma lascia emergere due elementi di fondo: 1) Berlusconi, 2) la classe dirigente del Pd.
Fioroni cita Berlusconi in ogni passaggio del suo articolo, quasi come se vero il tema di fondo non fosse il rinnovamento del Pd, ma la scelta di una linea politica improntata sul cosiddetto antiberlusconismo. Opinione legittima, che oltretutto Fioroni non ha mai nascosto, ma che poco ha a che vedere con il rinnovamento del partito (come fa notare anche Debora Serracchiani, in un altro articolo), dove in realtà, i giovani sono molto più antiberlusconiani dei non giovani (Renzi a parte, guarda caso ben visto da Fioroni, vista la sua visita ad Arcore).
La classe dirigente del Pd (di cui oltretutto Fioroni fa parte e non da oggi), invece, rappresenta solo una parte del problema del rinnovamento.

Il problema del rinnovamento, infatti, non riguarda solo i vertici, anzi molto più spesso riguarda la base, intendendo per tale sia i militanti, gli iscritti, coloro che si occupano di veicolare le idee del partito sul territorio o che lo rappresentano nelle istituzioni locali (anche di basso livello), sia il bacino elettorale del Pd (la cui composizione emerge in modo piuttosto netto al momento delle primarie ma anche alle iniziative locali del partito).

Tuttavia, questo problema sembra che il Pd faccia fatica ad affrontarlo: ogni volta c’è qualcosa di più urgente, sia l’emergenza democratica in cui ci fa precipitare Berlusconi, sia la crisi economica, sia la possibilità di far cedere il governo e quindi la necessità di mostrarsi uniti di fronte agli elettori… Senza contare che il segretario Bersani è abilissimo nello svicolare i problemi, preferendo non dare risposte e lasciare passare il tempo, in modo che prima o poi svaniscano da soli e vengano messi da parte da questioni più importanti (che certamente ci sono e sono tutte più che legittime, ma non risolvono i disagi di tutt’altra natura). “Dovremmo saperlo che, quando non ci si occupa di un problema, di solito, prima o poi è il problema che si occupa di te. E occuparsene non significa soltanto mettere in segreteria un certo numero di quarantenni, o assicurare che i “giovani” saranno mandati in tv”, scrive infatti Debora Serracchiani.

Il problema è che non basta correggere la rotta e aggiustare un po’ le cose ma bisogna cambiare il sistema.
La si vede in continuazione la riproposizione del vecchio sistema, soprattutto nei momenti vicini alle elezioni, in cui c’è la necessità di formare liste elettorali. Non è colpa di nessuno, la “vecchia guardia” che porta avanti il partito è abituata a fare politica così e cerca di farlo bene, ma mantenendo la vecchia impostazione.
Debora Serracchiani, giustamente, segnala che “Innanzitutto, l’interrogativo sul rinnovamento del Pd è di fondo e di merito, e riguarda la transizione talvolta incompiuta dai partiti d’origine a quello democratico, la riproposizione all’interno del Pd di logiche proprie dei vecchi partiti, fino all’affiorare degli aspetti più preoccupanti dell’elettoralismo o del raggrumarsi di bozzoli di partito nel partito”.
Non è un problema di persone, è un problema di metodo. Le persone che ci sono cercano di agire per il meglio, secondo le loro idee e le loro abitudini. Non possono cambiare loro e non possono cambiare da soli: c'è bisogno di gente nuova che, evidentemente, non c'è e quando c’è si trova a disagio e o tace o se ne va.

Quello che manca, oggi, è la mediazione tra il vecchio e il nuovo. Troppo spesso le persone nuove (giovani o meno che siano) si trovano davanti ad una serie di imposizioni di metodo già consolidate e che nessuno intende mettere in discussione, contro le quali sembra impossibile tentare anche la più piccola modifica. Di fronte a ciò, spesso accade che o i nuovi si arrabbiano e cercano di imporre la loro voce (spesso con i toni sgraziati alla Renzi, soprattutto se sono giovani perché abituati a questo tipo di linguaggio tipico della società moderna, sempre molto urlata e poco incline alla vecchia maniera della diplomazia) oppure desistono e se ne vanno perché non si sentono più a casa (cosa che capita di frequente sia tra i giovani che i meno giovani). Dall’altra parte, sul versante della “vecchia guardia”, c’è una difficoltà enorme nel comprendere le ragioni di questo disagio e anche dei linguaggi con cui viene mostrato, classificando spesso le persone che ne sono portatori come irrispettosi, ambiziosi, indisponenti, arroganti, e finendo così per arroccarsi in una difesa a spada tratta dell’esistente, giustificata dal sentirsi minacciati e aggrediti dal nuovo che non riescono a comprendere. Così è facile che tra le parti si crei un muro e, per solito, dove c’è già una realtà consolidata, a soccombere è il nuovo arrivato e non il vecchio sistema. E questo è un peccato perché il Pd ha bisogno di risorse nuove e le perde se continua a chiudere loro la porta in faccia. Oggi c'è troppa chiusura dentro a schemi vecchi. C'è troppa paura di aprirsi. I nuovi non riescono ad esprimere compiutamente un parere diverso perché non vengono accettati, vengono zittiti e tacciati di irrealismo o di inesperienza o, semplicemente perché il ragionamento di cui sono portatori non rientra nello schema mentale della “vecchia guardia”.

La realtà, però, è che non tutti i nuovi che utilizzano i linguaggi coloriti di Matteo Renzi sono come lui, anzi molto spesso sono diversissimi e nemmeno apprezzano troppo il sindaco di Firenze, solo che in un contesto così piatto soffocante non riescono a trovare forme espressive migliori per dar voce al proprio disagio e finiscono per prendere in prestito quelle del furbetto toscano che, in realtà, non pensa affatto al rinnovamento ma a se stesso.
Di questa modalità, le maggiori espressioni si hanno tra i giovani perché il loro mondo è fatto così. La società di oggi non è più la stessa di cinque o dieci anni fa: il mondo cambia velocemente, il tempo trasforma le cose in fretta e anche solo quello che era valido un anno prima può già non esserlo più e allora ecco spiegata la loro impazienza, la loro fretta di arrivare, di non perdere il treno perché quello successivo potrebbe passare troppo tardi o non passare affatto. Le regole del mondo dei giovani sono queste: è cambiato il mondo, cosa devono aspettare? Di finire rottamati prima ancora di aver provato ad esprimersi? È l’impostazione della società che spinge a pensieri di questo tipo, non è solo un problema di regole e di conformazione del Partito Democratico. In una società dove il merito non esiste, dove ad andare avanti sono i più furbi e i più raccomandati (poco importa se sanno far qualcosa o meno), chi si sente di essere almeno un po’ preparato quale aspettativa deve avere?

Quello che sarebbe utile è trovare un punto di equilibrio tra vecchio e nuovo; una mediazione, un reciproco venirsi incontro per cercare una convergenza, anziché evidenziare le differenze e finire a scontrarsi su quelle. Ma per trovare un punto di equilibrio è indispensabile che entrambe le parti facciano dei passi indietro e delle rinunce rispetto all’irrigidimento sulle proprie posizioni.

Tutto questo è necessario che parta dalla base prima ancora che ai vertici. Il vertice riproduce lo stesso identico meccanismo problematico.
Non serve mettere un leader che incarni il nuovo se ha dietro di sé una base vecchia perché finirebbe per essere travolto (è accaduto a Veltroni, mai compreso dall’establishment del vecchio PCI, è accaduto a Franceschini, addirittura mai considerato solo perché ex democristiano e accadrebbe anche ai prossimi). Questo vale per i vertici nazionali ma vale anche per i vertici locali.
Dove ci sono vertici nuovi, troppo spesso, si trovano ad agire arroccati in se stessi, completamente isolati dal resto del partito, da cui sono mal visti e da cui necessitano di difendersi perché, anziché trovare disponibilità di aiuto per i momenti di difficoltà, sostegno e supporto, si trovano attorniati da un branco di squali che non aspetta altro che vederli inciampare per sbranarseli. Il risultato è che l’inesperienza dei nuovi li porta a fare errori piuttosto grossolani e con conseguenze gravi ma che chi si offre di dar loro aiuto, in realtà, il più delle volte, sono persone cercano di sfrattarli dalla poltrona conquistata.
Dove ci sono vertici espressione del vecchio establishment si verifica lo stesso meccanismo, con il perpetrarsi di sistemi consolidati ma non sempre vincenti e intorno un coro di voci nuove insofferenti che reclamano spazi che non vengono concessi.
Anche in questo caso è più che mai necessaria la mediazione: occorre un passaggio, attraverso la formazione politica, ai nuovi arrivati che oggi manca ma che non può nemmeno essere fatta con i metodi vecchi di secoli fa perché il mondo è profondamente cambiato. Occorre che le “vecchie guardie” cerchino di andare incontro ai nuovi arrivati, ascoltandoli, aprendo loro la porta e cercando di fare loro quel lavoro di diplomazia necessaria per trovare una convergenza e ottenere un risultato che sia gradito ad entrambi. I nuovi arrivati, spesso dimostrano poca pazienza, sono poco inclini alle vecchie liturgie e, giusto o sbagliato che sia, dal loro punto di vista hanno ragione e non gli si può chiedere di adeguarsi a qualcosa che non appartiene al loro mondo ed è ormai profondamente disancorato dalla realtà attuale. È impensabile che siano i nuovi a cercare la sintesi: non ne hanno la formazione e l’esperienza necessaria; questi possono solo metterci la pazienza di capire che non tutto si ottiene subito e come lo si vuole, la costanza nell’impegno anche nei momenti non propriamente felici, la capacità di imparare ad esprimersi adeguatamente e nel rispetto di tutti; ma poi occorre che anche i “vecchi” assumano un atteggiamento corretto, smettendo di fingere di voler aiutare i nuovi mentre, in realtà li usano semplicemente come bandiere di facciata dietro alle quali nascondersi per continuare a perpetrare i loro metodi e il loro potere (dove c’è).

Occorre “fare un partito nuovo in un tempo nuovo”, lo ha detto Dario Franceschini più volte nei suoi interventi ma, al di là delle parole, questa operazione non è mai stata messa in pratica e, anche là dove era stata cominciata, si è fermata perché i nuovi da soli non vanno da nessuna parte e i vecchi, in realtà, alla necessità di rinnovamento non sembrano mai averci creduto. Al di là delle frasi di circostanza che si dicono sempre sul caso, la realtà dei fatti è sotto agli occhi di tutti: il partito è ancora fortemente legato alle vecchie logiche di Ds e Margherita e gli scontri attuali, più che sulle idee, continuano ad avvenire per ragioni di poltrone e leadership.

Articolo di Giuseppe Fioroni>>>

Articolo di Debora Serracchiani>>>

 

Torino: ultimo giorno di Festa Democratica

palloncino PdAl di là dei discorsi, dei contenuti, delle sfumature che si potevano scegliere e delle frecciate inutili, delle divisioni sulla linea politica, ci sono tante cose che mi resteranno dentro da questa splendida giornata torinese: il sorriso di Franceschini, le belle parole con cui ha raccontato il libro della Colombo, gli occhi stanchi e l’espressione stravolta di Sassoli, l’allegria di Francesca Puglisi, Ucchielli capo-gita, la signora del Pd di Torino che mi chiede le impressioni sulla loro festa, la commozione di Rosy Bindi, l’intensità e la forza della piccola Pezzopane, lo sguardo commosso della Serracchiani che lancia un bacio alla piazza e quella piazza colma di persone piene di entusiasmo e di voglia di esserci.

Il racconto completo della mia giornata torinese (pdf)>>>

(nel mio racconto, questa volta, non aspettatevi molta politica...)

Foto della giornata:

Chiusura Festa Democratica Torino 2010
"Meglio dirselo" - Daria Colombo e Dario Franceschini

Vendola, le larghe intese e il programma del Pd

Proprio quando finalmente il Pd sembrava aver ritrovato vigore, grazie alla capacità comunicativa di Franceschini che ogni giorno faceva rilanciare dalle agenzie di stampa tutto l’importante lavoro che l’opposizione sta facendo in Parlamento, c’è un nuovo problema: la candidatura di Nichi Vendola a delle ipotetiche primarie (fino ad ora mai ipotizzate) per la ricerca di un leader per la coalizione di centrosinistra che dovrà battere Berlusconi.

Ormai è chiaro a tutti che il Pdl, con esponenti travolti da una miriade di pesanti inchieste giudiziarie e devastato al suo interno tra berlusconiani e finiani, portatori di visioni diverse della politica, è al tracollo. Ogni giorno i due gruppi del partito di maggioranza si scambiano minacce e rassicurazioni reciproche, ma questo gioco non può reggere a lungo.
Il Partito Democratico, guidato da Franceschini alla Camera, le sta tentando tutte per far emergere ancora di più le contraddizioni e le tensioni latenti che serpeggiano tra gli esponenti del Pdl, pungolando i finiani sulle questioni della legalità, della moralità politica e sul ddl intercettazioni e costringendo così la maggioranza a rendere palesi le proprie divergenze sotto lo sguardo impietoso dei media.

Il governo potrebbe andare crisi, le condizioni ci sono tutte, sebbene la maggioranza tenti con ogni mezzo di negarle e gli scenari che si sono aperti sono tra i più curiosi.

Dopo un dibattito vivace all’interno del Pd sulla possibilità o meno di larghe intese, poi accantonato o nascosto sotto il tappeto, a riportare in auge la questione è stato il leader Udc Casini di ritorno da una cena a casa di Bruno Vespa, alla presenza di Berlusconi…
E poi ci si stupisce se si pensa che l’Udc sia a caccia di poltrone.

L’apertura di Casini ad un governo tecnico guidato da Berlusconi ha trovato l’appoggio dell’Api di Rutelli (scomparso dalla scena dopo l’uscita dal Pd) ma il no netto del Pd, per risposta di Franceschini (Bersani era appena partito per l’America).
Un no così netto che non ha fatto in tempo a finire la giornata che si è trasformato in un quasi sì, quando Casini ha affermato che al posto di Berlusconi avrebbe potuto esserci Tremonti.
La proposta era uno specchietto per allodole, Casini lo ha detto anche ieri che non è ipotizzabile di fare un nuovo governo senza Berlusconi per via del consenso largo che questi ha ottenuto presso gli italiani, ma il Pd ha abboccato immediatamente.

Sui giornali per diversi giorni si è ragionato di larghe intese, stavolta il primo a parlarne è stato D’Alema (che non ha mai smesso di ipotizzarle), supportato da Follini e Letta a cui si sono accodati anche Bersani (sempre dall’America e con riserva) e Franceschini (probabilmente perché consapevole che la maggioranza del partito la pensa in quel modo ed è inutile andarci contro, dando nuovi segnali di divisioni o perché conscio che, di fatto, se si andasse ad elezioni subito, il Pd non è pronto e perderebbe).

La vicenda potrebbe anche essere divertente perché il Pd non è in grado di trovare un’intesa neanche al suo interno (anche su questioni non banali come le riforme istituzionali, a partire dalla legge elettorale a cui si è arrivati ad un compromesso dopo mesi di polemica sui giornali e nel partito), figuriamoci cosa può succedere se cerca di allargarla alle forze del centrodestra che hanno tutt’altri interessi.

I veltroniani sono i più critici verso questa posizione ma l’unico a parlare è stato Tonini.

E allora, a “sparigliare le carte nel centrosinistra”, come hanno scritto i giornali, ci ha pensato Nichi Vendola che, in un’intervista, si è proclamato candidato alle primarie e pronto a sfidare Berlusconi.

E proprio nel centrosinistra è scoppiato il caos (il centrodestra è troppo preso dai suoi guai per pensare anche a Vendola).
La candidatura di Vendola ha suscitato, indistintamente, le critiche di tutti: Di Pietro si è preoccupato di ricordargli che è appena stato eletto governatore della Puglia e gli conviene svolgere bene quel compito, Diliberto ha dato una risposta al veleno (forse gli rode che Sel, grazie a Vendola, può aspirare a contare ancora a qualcosa, mentre il suo partito è ormai defunto); nel Pd, la maggioranza bersaniana non aspettava altro che un’occasione per vendicarsi delle elezioni regionali. Marco Follini ha ironizzato sul fatto che l’Italia sia più grande della regione amministrata da Vendola e lui ha molti limiti, Enrico Letta non perde occasione per ribadire che il candidato del Pd è Bersani (al momento sempre in America), Area Democratica non ha aperto bocca; solo Debora Serracchiani ha augurato a Vendola di stare attento a “non bruciarsi”… consiglio giusto perché da questa parte siamo abituati a mandare al rogo tutti, ma allora che facciamo? Lo teniamo nel congelatore ancora un po’? Il problema di Vendola non è “il non bruciarsi”, il quale da questa improvvisa nuova popolarità ha solo da guadagnare (in termini di visibilità e consenso e, sicuramente ne è ben stato consapevole quando ha scelto di fare questa “sparata”), ma “il non bruciarlo (noi, Pd)”!

I più cattivi verso Vendola, infatti, sono stati i giornali del Partito Democratico che hanno dipinto il governatore pugliese con i peggiori aggettivi possibili, incuranti del fatto che, anche se non sarà il nostro candidato premier, probabilmente sarà comunque un nostro alleato (ma anche la guerra tra alleati va di moda e Sel e Idv fanno lo stesso con il Pd).

Il punto è che c’è molto di vero in quanto si dice: Nichi Vendola usa schemi politici vecchi, si dichiara comunista, usa un linguaggio dai connotati fortemente ideologici, è tanto fumo e poco arrosto, ma è altrettanto vero che questo suo stile comunicativo è appassionante, accattivante, capace di farsi ascoltare e suscitare emozioni in chi lo ascolta (capacità che a Bersani manca completamente). E tutto questo è troppo prezioso perché possa essere accantonato in tutta fretta o arginato prima che straripi. Tutto questo deve essere una ricchezza su cui il Pd può contare, magari andando ad aiutare a costruire dei contenuti là dove mancano.
Invece, no, il Pd si inalbera per ragioni di lesa maestà, del “si è proposto da solo e non lo abbiamo chiamato noi” e in nome di una rivendicazione della leadership di Bersani che Bersani continua a non essere in grado di esercitare (per timidezza? Paura di rompere gli equilibri?).
E allora sarebbe meglio che il Pd, per ora, lasciasse lì il suo leader indiscutibile e almeno cominciasse a lavorare sui programmi da proporre agli alleati.

Se il governo dovesse cadere e si dovesse andare a elezioni anticipate, sarebbe meglio che il Partito Democratico, che è il più grande partito attualmente nel campo dell’opposizione, si facesse trovare pronto e non è così surreale ragionare anche di candidati e di programmi (magari non sempre sulle pagine dei giornali).

E non è vero che il programma del Pd non c’è: il programma è quello che il Partito Democratico porta avanti tutti i giorni in Parlamento, con le sue proposte di legge, esprimendo voti, emendamenti e opinioni sulle proposte portate in aula dalla maggioranza e poi ci sono i documenti (discutibili e migliorabili) elaborati dai forum del partito istituiti nell’assemblea nazionale. Questo è il nostro programma o almeno una buona base per costruirlo, questo va valorizzato e non altro. Il programma nasce dalla linea politica che si adotta tutti i giorni, non arriva da Marte.

Le proposte di Area Democratica, il Pd e la base

Dopo varie riflessioni sulla tre giorni di Area Democratica a Cortona, provo a sintetizzare le posizioni emerse e con cui si è arrivati a chiedere il «cambio di passo» alla maggioranza che è alla guida del Pd.

Per quanto riguarda la sfera organizzativa, è stata avanzata la richiesta di una maggior apertura della maggioranza ai contributi della minoranza. Proprio sulla base del fatto che il Pd è un partito plurale (cioè con all’interno una pluralità di opinioni) è stata espressa la necessità di una maggior collegialità nelle decisioni e di un maggior coinvolgimento anche della minoranza nelle scelte e nella rappresentanza sui territori.

Questa pluralità, rivolta all’esterno, secondo Area Democratica, deve tradursi nell’apertura ai cittadini, alla società («non è possibile che il partito sia ridotto ad una somma di ex mentre i nuovi se ne vanno», ha detto Dario Franceschini).
In questo senso, anche le Primarie (su cui si è accesa la discussione con Grassi e Vassallo, per sospetti colpi di mano della maggioranza intenta a ridimensionarle) diventano un passaggio fondamentale, perché spesso sono l’unico punto di contatto tra i circoli e gli elettori e servono a coinvolgere le persone, ad avvicinarle.

Apertura che è, poi, complementare alla cosiddetta vocazione maggioritaria, da intendersi come nel fatto che il Pd, al suo interno, deve avere tutti quei mondi che intende rappresentare e non appaltarli ad altri (cattolici, imprenditori ecc.).

Da questo punto di vista, è stata bocciata un po’ da tutti l’alleanza con l’Udc.
Mentre il tema della rappresentanza è stato ben ricollegato da Debora Serracchiani a quello del Nord e della Lega: «non possiamo rappresentare solamente le classi sociali più povere», ha evidenziato la Serracchiani, ma «occorre andare ad intercettare anche i ceti produttivi» (che nel Settentrione hanno trovato risposte nella Lega).
Se il Nord è stato dimenticato dal Pd e dato per perduto, un discorso analogo può valere per il Sud, abbandonato al proprio destino, visto solo come un problema e in cui i gruppi dirigenti non hanno funzionato.

Gruppi dirigenti per cui, in parte, è stata avanzata una richiesta di rinnovamento e, forse, qualcosa ha cominciato a muoversi a partire da un gruppo di giovani di Roma (prevalentemente legati alla lista Semplicemente Democratici del congresso, che prima avevano preso parte al lavoro per il Comitato di Franceschini e prima ancora in quello per Sassoli). Giovani che hanno preso la parola nel corso dell’assemblea (non è chiaro se l’idea sia maturata spontaneamente nel gruppo o sulla spinta di qualche dirigente desideroso di valutarli) e che hanno cominciato a cercare la via per emergere, a cui si sono aggiunti altri giovani amministratori locali che hanno posto problematiche più legate ai singoli territori.
Al di là della spontaneità o meno e dei singoli tentativi di guadagnarsi qualche minuto di popolarità, è sicuramente un’operazione importante quel tentativo - nato con Veltroni e Franceschini e portato avanti con Area Democratica - di dare spazio alle nuove generazioni all’interno di un partito che dovrebbe esser nuovo ma che, invece, appare sempre come troppo legato a vecchi schemi.

Il «cambio di passo» è, poi naturalmente, stato richiesto in modo netto anche sulla linea politica. Su questo fronte, la richiesta unanime è stata quella di riscoprire la missione del Partito Democratico che è quella di cambiare il Paese: il Pd non può essere solo sinonimo della parola difendere, è stato detto negli interventi di vari esponenti, ma deve essere abbinato a parole come innovazione e riformismo.

Da qui l’idea di alzare il tiro e puntare a fare battaglie scomode, tra cui quelle culturali dell’accoglienza ai nuovi italiani, il referendum per l’acqua pubblica, l’europeismo, l’unità d’Italia (suggerite da Dario Franceschini).

Ma anche battaglie per le riforme istituzionali, per cui Franceschini ha proposto: una sola camera che faccia le leggi, maggiori poteri al Presidente del Consiglio unitamente ad una legge severa sul conflitto di interessi, senato federale, tagli dei parlamentari, collegi uninominali e difesa del bipolarismo.

Novità anche sul campo del lavoro, per cui è emersa la necessità di non limitarsi ad offrire tutele perché la società si è evoluta e, oggi, ci sono altre necessità a cui rispondere. Su questo tema le posizioni espresse sono state tre:
• Contratto unico (sostenuto da Veltroni e Marino)
• Maggior stabilizzazione della flessibilità (Damiano, Giacomelli)
• Liberare le opportunità (Treu, Franceschini).

Al tema del lavoro, Dario Franceschini, ha unito il discorso sui giovani e sulla necessità di una maggior mobilità sociale e territoriale per cui si dovrebbe adoperare il Pd (con la proposta di un anno di Erasmus all’estero obbligatorio e di scambi di studenti tra Nord e Sud del Paese).

C’è una riflessione che emerge un po’ da tutto questo e su cui forse il Pd dovrebbe riflettere ed è quello della sua base e di chi vuol rappresentare.

La base del Pd è fondamentalmente di ex (ex Ds, ex Margherita, ex comunisti in prevalenza, ex popolari e qualche sporadico ex altro): molte novità (nuove generazioni, ma anche semplicemente persone con idee diverse dagli stereotipi tipici del centrosinistra) si erano interessate al progetto di Veltroni, in parte sono rimaste al seguito di Franceschini e sono poi scomparse dopo l’elezione alla segreteria di Bersani.

Il tema che si è susseguito in tutti questi anni su come doveva essere l’identità del Pd (più a sinistra o più di centro) che aveva un peso consistente nella base formata dagli ex in cerca di un orientamento rassicurante rispetto alle loro provenienze, probabilmente non è stata per nulla accolta dai nuovi arrivati che, dentro a questo partito, cercavano «buone idee, non importa se di destra o di sinistra» (come ha detto Dario Franceschini).
Così come tutte quelle aperture ai mondi imprenditoriali e industriali, poco comprensibili in una logica strettamente di sinistra, probabilmente erano meglio recepiti da persone meno legate a vecchi schemi della politica.

La Serraccchiani ha posto un nodo importante quando ha detto che il Pd non può limitarsi a essere il rappresentante delle classi sociali più povere ma, se vuole essere il rappresentante anche del resto, forse bisognerebbe cominciare ad allargarne la base e, in alcuni casi, a cambiarla perché difficilmente persone legate a vecchi schemi e vecchie idee saranno così disponibili a queste aperture (il crollo di Veltroni e lo scollamento tra le sue visioni e quelle di chi doveva sostenerlo dovrebbero aver insegnato qualcosa).
Franceschini ha detto bene, quando ha sostenuto che «le vecchie provenienze si superano se ci si sente parte di un progetto comune», ma il progetto dei dirigenti è davvero quello che ha in mente una base così composta come è quella attuale?
Non è che la base del Pd (che ha votato in massa Bersani) voleva davvero fare una marcia indietro (più rassicurante) rispetto all’innovazione proposta?
E se così fosse, come si può superare il problema?
Sarà sufficiente l’introduzione di persone nuove, con le loro visioni più moderne, nei gruppi dirigenti?

Le voci del popolo del Pd

Vasta la platea Pd per le Buone Regioni: giornalisti, fotografi e simpatizzanti sono accorsi numerosi alla presentazione dei candidati alle elezioni regionali allo spazio Roma eventi, lunedì pomeriggio. E, in sala, nell’attesa che l’evento cominciasse, il commento che andava per la maggiore riguardava la partecipazione di Bersani al Festival di Sanremo e unanime e impietoso era il giudizio dei presenti: “Così non va, non sa parlare, ha perso un’occasione e l’ha regalata a Scajola. Ha fatto una figuraccia”.
Ma anche la Serracchiani (tutta sola) ha avuto la sua parte: “Ma che lavoro fa quella?” - dicevano - “Ma non l’abbiamo eletta a Strasburgo e segretaria del Friuli, perché è sempre a Roma?”. La politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce.
Splendida Marianna Madia, invece, accasciata per terra a prendere appunti e guardata con curiosità da molti.

Sconcerto ovunque per l’assenza di Emma Bonino: “Ma non c’è?!” - si dicevano increduli molti presenti - “Perché non è venuta? Volevamo tanto conoscerla”.
È sì, i simpatizzanti Pd ci sono rimasti male: Emma Bonino è del Partito Radicale, ma il Pd le sta dando un enorme appoggio per la campagna elettorale, come se fosse una candidata propria. Gli elettori generici non hanno bisogno di particolari occasioni per incontrarla, sanno perfettamente chi è, ma i simpatizzanti del Pd, gli iscritti, i militanti, quelli che per lei ci stanno mettendo l’impegno pur conoscendola poco o male, l’aspettavano curiosi e pieni di aspettative per quello che avrebbe potuto dire.
E invece niente, neanche un messaggio di saluto e di spiegazione sul perché della sua assenza (l’abbiamo appresa dai telegiornali della sera e nessuno l’avrebbe contestata, anche quando non fosse stata condivisa, se la signora avesse avuto la gentilezza di mandare almeno due righe), neanche una di quelle frasi fatte che si raccontano in queste circostanze: solo silenzio e domande che restavano senza risposta. Un’occasione sprecata dalla Bonino per farsi apprezzare da questo popolo che a lei vuole credere e che la sta sostenendo con così tanta forza e uno scarso rispetto per loro oltre che per il partito.

Il Partito Democratico, indubbiamente, ha sbagliato qualcosa in questa presentazione ufficiale dei candidati dove erano assenti proprio tre grandi Regioni: Lombardia, Emilia Romagna e Lazio. Non si è mai visto che il giorno della presentazione dei candidati, i candidati (anche non espressioni del partito, ma comunque sostenuti da esso) siano assenti, forse non era chiaro che l’unico impegno che si dovevano prendere per quel giorno era quell’appuntamento e spostare il resto ad altre giornate o altri orari.
Anche noi due milanesi siamo rimasti un po’ spiazzati dalla mancanza di Penati, ma a Roma non ci hanno fatto molto caso, non “giocando in casa”.

Man mano che le persone arrivavano si riconoscevano amici, conoscenti e ci si scambiavano saluti e chiacchiere: “Questo spazio di attesa protratta così a lungo, potrebbe essere un buon momento per fare pubbliche relazioni”, mi spiegava un giovane dirigente milanese. Peccato che lui non sia riuscito a farne neanche una, ma neanche a scambiare un banale “ciao” con qualcuno: “Non vedo le persone che conosco, forse non sono venute”, si giustificava.
A me è andata meglio e di gente da salutare ne ho trovata parecchio, ma non sono una campionessa di pubbliche relazioni (maledetta timidezza!).

Poi, finalmente la presentazione ha avuto inizio.
Saranno state anche “Buone Regioni” ma per la gente in sala sono sembrate per lo più noiose regioni.
Tempi troppo lunghi per i primi candidati che hanno preso la parola e poche cose che continuavano a ripetere all’infinito; poche le persone capaci di usare toni in grado di mantenere viva l’attenzione, ma nessuno in sala si è azzardato ad abbandonare la propria sedia, perché i posti erano esauriti (buon segno, perché vuol dire che il Pd ancora sta a cuore a molti) e chi si alzava non aveva alcuna possibilità di conservare il proprio.
Alla fine, ho ceduto alla noia anch’io e ho finito per concentrarmi sul grazioso terzetto Franceschini-Sassoli-Bersani che stava seduto sul palco, tutto chiacchiere, commenti, telefonini, finché non prendeva la parola qualche esponente dalla parlantina più fluida e comprensibile.
Poi Sassoli è fuggito e mi sono concentrata su Franceschini, arrivato con la divisa d’ordinanza (maglione blu e pantaloni sportivi)… Va bene che il Pd è in emergenza permanente e che Franceschini sta decisamente meglio vestito così che con quei completi larghissimi, che sembra che insieme ai vestiti indossi anche l’appendino, ma forse non è il periodo più adatto per fare il Bertolaso della situazione e poi almeno negli appuntamenti ufficiali un po’ di eleganza non guasta… Gli mancavano le pantofole ai piedi e sarebbe stato un perfetto uomo di casa!
Elegantissima e impeccabile Anna Finocchiaro, buffo Bersani con le gambe accavallate, il calzino che scendeva e il pantalone che saliva.

Noi siamo così, partecipiamo e diciamo la nostra su tutto, soprattutto sulle cose contano poco o che non ci riguardano. La politica per noi è anche gioco.

Contenuti da cui partire con Area Democratica

Qualche giorno fa, nella mia zona si è tenuta una riunione relativa alla possibile formazione di Area Democratica, la componente Pd che fa capo a Dario Franceschini. Dalla riunione sono emerse alcune ipotesi su quali forme adottare e come connotare l'eventuale area per fare in modo che possa uscire un po' dalla dinamica strettamente legata alla mozione congressuale di Franceschini (ormai archiviata insieme a tutto quel percorso del partito) e permettere ad altri simpatizzanti di potersi avvicinare ad essa e poi anche al Pd. Il tutto ovviamente resterà in stand-by fino a dopo le elezioni regionali, nelle quali andranno concentrate le energie di tutti.

Personalmente mi pare di capire che ci sia un po' di confusione in merito: ogni territorio ha inteso Area Democraica a suo modo e ha cercato di gestirla o di non gestirla a seconda delle esigenze del caso, mentre nel gruppo dirigente del Pd scoppiava la bufera intorno ad alcune scelte politiche e ad alcune candidature alle elezioni incombenti. Però c'è un punto fermo che tutti dovrebbero tenere presente e sono i contenuti, come aveva ben evidenziato Debora Serracchiani nel suo intervento a Cortona, alla prima riunione del gruppo.

Di contenuti su cui riflettere e da portare avanti (non necessariamente contro qualcuno, come appare dai media, ma semplicemente per discuterne tra noi e vedere se anche altrove ci può essere corrispondenza) mi pare che ce ne siano molti, alcuni di stretta contingenza e altri di più ampio respiro. Ci sono le problematiche legate all'attualità politica che vanno dal sapersi rinnovare della classe dirigente al giocare al rialzo, provando ad azzardare scelte coraggiose, dall'aver ben chiare le regole nostre e altrui (niente leggi ad personam, niente immunità per i potenti, ma solo leggi per i cittadini) fino al cercare l'alternativa alle politiche e alla visione della società imposta dal centrodestra (l'alternativa va costruita, non basta pronunciarne la parola per averla).

Proprio sulla concezione dell'alternativa mi soffermerei a riflettere perché, ad oggi, non è chiara la proposta del Pd su che società vuole costruire, su quali regole vuole che vi siano alla base, su quali risposte si muova rispetto alle domande dei cittadini.

Personalmente ripartirei da questo testo (pdf)>>> (scritto da Dario Franceschini parecchio tempo fa, ma preciso che se lo avesse scritto un'altra persona lo approverei comunque, perché ne sposo in pieno il contenuto e, in parte, durante la campagna congressuale abbiamo cercato di evidenziarlo), dove sono contenuti moltissimi spunti di riflessione sul mondo attuale e su cosa dovremmo fare noi del centrosinistra. Non c'è bisogno di andare a cercare argomenti chissà dove o di andare a proporre chissà cosa, abbiamo già ampiamente posto tutte le basi necessarie per incominciare a riflettere e ad avanzare proposte. Non perdiamo altro tempo, che già ne abbiamo perso troppo.

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