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Sala, Expo, Milano, il PD, Pisapia e i suoi amici

Chiunque abbia potuto ascoltare Giuseppe Sala ospite in TV a “Di Martedì” non può non aver notato quanto il Commissario Straordinario di Expo 2015 abbia ampiamente dimostrato di essere presente e chiaro su tutte le questioni che gli sono state poste.
In merito alle domande/provocazioni del giornalista Barbacetto che contestava le cifre numeriche del successo di Expo (soldi spesi, biglietti venduti, sconti, bilancio), Sala ha risposto per le rime in modo preciso perché dell’evento che ha curato sa tutto e non ha mancato di dare anche una lezione di stile affermando che “Ora si dovranno chiudere i bilanci e si vedranno le cifre ma dovrei comunicarle prima al CDA che ai giornali, quando avremo finito anche Barbacetto le potrà avere come tutti” e di far notare l’inutilità e la stucchevolezza delle argomentazioni del giornalista del Fatto Quotidiano in quanto "Expo è andato bene ma Barbacetto non l'accetta".
E qui sta anche una delle questioni che aleggiano intorno ad Expo, ad opera di grillini, disfattisti, personaggi della sinistra radicale, amici di Pisapia e no-Expo vari che cercano costantemente di sminuire il successo di Expo basandosi su dati numerici veri o inventati, come se il successo della manifestazione dipendesse solo da quello. Si tratta di soggetti rimasti contro Expo a prescindere e che si appellano a dati presunti senza capire che Expo sarebbe comunque un successo, anche se non ci fossero i numeri che, comunque, ci sono.
A dimostrare il successo di Expo è il grande afflusso dei visitatori accorsi negli ultimi mesi di manifestazione e non solo perché il prezzo dei biglietti è sceso - che, come ha fatto notare Sala, è stata una scelta che ha consentito anche a persone non economicamente facoltose di poter vedere l’Esposizione Universale - ma perché tutti volevano andarci per vederla, per partecipare a questo grande evento con dentro il mondo.
Expo, per i visitatori e i turisti è stato questo: un grande evento con dentro delle bellissime attrazioni realizzate con sistemi tecnologici avanzati per proporre contenuti interessanti in forme spettacolari; esserci voleva dire essere al centro di un evento mondiale con la possibilità di incontrare persone provenienti da ogni parte del mondo ma anche partecipare ad una festa collettiva per la riuscita dell’Italia e degli italiani ad aver realizzato tutto ciò, nonostante le moltissime difficoltà iniziali e nonostante i problemi ormai strutturali che si registrano nel nostro Paese nel fare qualunque cosa.
Expo, poi, per imprenditori, studenti, ricercatori, istituzioni è stato un luogo di incontro e confronto con i referenti degli altri Paesi, un’occasione importante per stringere relazioni e partnership, per creare business e approfondire scelte economiche, politiche di cooperazione e sviluppo e tecniche relative al tema oggetto della manifestazione. Per molti altri, Expo è stata anche una buona occasione di lavoro e di fare un’esperienza all’interno di un contesto internazionale.
Complessivamente, quindi, al di là dei singoli numeri, è evidente che Expo già di per sé è stato un successo.

In questo si inserisce anche un pezzo della discussione politica. Qualche giorno fa Mariastella Gelmini ha accusato il PD di volersi intestare Expo e il suo successo. In realtà, il dato di fatto è che il PD (o almeno la “maggioranza” del partito) alla manifestazione ci ha creduto e l’ha sostenuta mentre gli altri partiti si sono letteralmente dileguati. Non è pervenuta alcuna dichiarazione di sostegno ad Expo dal centrodestra durante i sei mesi dell’evento e lo stesso Maroni, che in conclusione della manifestazione era sul palco a gongolarsi per l’esito riuscito, in realtà durante tutto il percorso che ha portato alla realizzazione dell’Esposizione Universale e anche mentre questa era in corso ha sempre rilasciato dichiarazioni altalenanti e più spesso portatrici di richieste al Governo per sopperire ad alcuni suoi dubbi che non di sostegno a quanto si stava svolgendo. 
Così come sul tema di Expo c’è un problema politico a sinistra: la sinistra radicale è rimasta in prevalenza no-Expo: gli “amici” e i supporter di Pisapia a partire da Paolo Limonta sono rimasti di quell’idea a prescindere da tutto ciò che è avvenuto in questi mesi, come se non avessero visto le code dei visitatori, i loro sorrisi, la loro voglia di esserci e i cambiamenti positivi che sono derivati anche alla città dalla manifestazione e dall’afflusso di visitatori. È il “pezzo” dei no-Expo, no-canal (e su questo qualche ragione l’avevano), no-metro perché ci sono gli alberi, no-global, no-infrastrutture e no tutto. È un pezzo minoritario ma molto rumoroso e che, evidentemente, qualche copertura altolocata ce l’ha e lo si è visto nel giorno di “Nessuno tocchi Milano”. Quando il PD ha indetto la manifestazione per consentire ai milanesi di riappropriarsi della città devastata dai black blok presenti nel corteo no-Expo del 1 maggio, regalando poi di fatto tutta la scena a Pisapia, purtroppo, il palco improvvisato alla Darsena è stato letteralmente monopolizzato dai no-Expo (a partire da Limonta, Cirri e Bisio) che non hanno avuto neanche una parola di scusa per quanto avvenuto il giorno prima come se nessuno avesse idea che in quel corteo avrebbero potuto accadere dei disordini e che hanno serenamente continuato a ribadire il loro no-Expo anche in quel contesto, di fronte al quasi silente Pisapia.
Pisapia in questo qualche responsabilità ce l’ha e anche consistente.
È evidente che Pisapia si trova imbrigliato dai suoi sostenitori così connotati e per mantenere il suo personale sostegno gioca un ruolo silente e non esposto, incurante del danno che sta provocando al PD e a tutta la partita per le elezioni 2016.
I giornalisti ci provano a sondare il terreno, a vedere se Pisapia si sbilancia a favore di qualche candidatura alle primarie o se ha qualche linea da esprimere e il sindaco, come un mantra, si limita a ripetere soltanto “primarie”. Come se non capisse che queste rischiano di aggravare i problemi invece che risolverli.
Ma cosa potrebbe mai dire di altro Pisapia?
È evidente che un personaggio così fortemente ancorato al mondo no-Expo non può certo sbilanciarsi per un sostegno alla candidatura a sindaco dell’uomo simbolo di Expo: sarebbe come scaricare tutto il suo mondo di riferimento e delegittimarlo.
Così come gli fa comodo non assumere alcuna altra posizione perché il problema ce l’ha in casa lui e ce l’ha perché un pezzo dei suoi sostenitori (SEL) è già schierato con l’assessore Majorino, in corsa per le primarie, un pezzo (Rifondazione ma anche Civati) non vuol più saperne di allearsi con il PD, un pezzo (Arancioni o ex tali, civici) vorrebbero piazzare un loro candidato per piantare una bandierina e far vedere che contano qualcosa. Ecco quindi, che il sindaco in carica, in mezzo a questo marasma, non ha il coraggio di metterci la faccia per rompere questo teatrino stucchevole e dettare una linea perché farlo gli provocherebbe la perdita di consenso personale, così gioca a fare l’equilibrista scaricando al PD i problemi che sono prevalentemente in casa sua.
Così come responsabilità sua è stato lo scatenarsi di questa dinamiche perché, quando ha avuto la geniale idea di annunciare la sua non ricandidatura ad un anno di distanza dalle elezioni, intanto ha fatto passare il messaggio che la città fosse già senza guida e poi gli assessori hanno rotto le righe andando ognuno per conto suo.

A proposito delle primarie, però, tornando a Giuseppe Sala e alla sua partecipazione a “Di Martedì”, ha risposto in modo secco e preciso anche su questo: "Dipende quali. Partiamo dalle idee. E poi primarie cosa vuol dire? Con quali regole? Qual è la platea elettorale di riferimento i milanesi, la città metropolitana o altro?".
Tradotto, quello di Sala non è un no a sottoporsi alle primarie ma è una richiesta – giusta – a chi continua a nominarle di fare chiarezza sulle regole di partecipazione, anche al fine di valutare se, in quel conteso, una sua candidatura ha un senso.
E proprio sull’ipotesi di candidatura a Sindaco, Sala ha chiarito immediatamente che è stato il PD a cercarlo e che sulla base di questo ha avviato delle riflessioni: “Il Pd è il mio partito di riferimento. Personalmente ho sempre pensato che certi ruoli dovessero giocarseli innanzitutto i politici, se loro ritengono di avere un politico adatto al ruolo e alla situazione e che possa vincere, va bene e siamo contenti. Non cerco una poltrona”. Tradotto: Sala ha esplicitato che se la sua candidatura serve, lui sarebbe disponibile, ovviamente chiarendo le condizioni dette sopra in relazione alle primarie e anche al fatto che “io resto me stesso, non mi voglio snaturare”, come ha affermato subito dopo per chiarire meglio.
Insomma, niente di strano o di scandaloso – come invece vorrebbero far apparire le tifoserie degli altri candidati in campo – ma sono solo le normali verifiche che farebbe chiunque prima di accettare di mettersi in gioco in una sfida del genere.

A proposito delle tifoserie, già da tempo si sono scatenate contro Sala: dentro al PD le acrimonie maggiori arrivano da Majorino e i suoi supporters, ma anche gli altri non scherzano.

La consigliera comunale Elena Buscemi – che di recente si è messa a inviare newsletter agli iscritti PD milanesi (e non si è mai capito dove e da chi abbia avuto gli indirizzi, visto che la gestione attuale Federazione nega di averglieli forniti e lei è di Sinistra Dem) – nell’ultima comunicazione ha addirittura costruito un sondaggio con domande in cui descriveva Sala come uomo insito alla destra e ne ricordava il suo passato di direttore generale del Comune di Milano sotto la giunta Moratti per poi chiedere al pubblico che l’ha ricevuta di esprimere un parere sull’eventuale candidatura. E cosa mai sarà potuto uscire da un sondaggio così costruito?

Più in generale, i supporters di Majorino non accettano la candidatura di Sala in quanto “uomo voluto da Renzi”, “catapultato da Roma”, “non espressione dei territori”. E qui ci sono un po’ di punti da precisare: innanzitutto questa idea che serpeggia di fondo sul nome di Renzi usato come se fosse un estraneo che non ha diritto di metter becco sulle questioni politiche del PD di cui è Segretario nazionale è oggettivamente fuori luogo. Renzi è il Segretario e come tale ha diritto/dovere di occuparsi del suo partito e, soprattutto, di dirigerlo, anche perché, come si è visto in seguito ai risultati delle elezioni regionali, quando poi le cose non vanno bene, le prime accuse vengono dirette a lui e non ai dirigenti locali. Non ci sarebbe, quindi, nulla di strano se Renzi volesse occuparsi anche di alcune situazioni locali, a maggior ragione se sono ritenute strategiche come lo sono le elezioni milanesi. Caso mai, il punto è quanto Renzi conosca i territori (quelli veri non quelli immaginari nelle menti dei militanti del PD) e quanto abbia dirigenti locali validi su cui appoggiarsi per affinché gestiscano le cose in modo da ottenere risultati senza che debba occuparsi lui direttamente di questioni che, oggettivamente, faticherebbe a seguire.
Secondariamente, dire che “Sala è l’uomo voluto da Renzi” è un po’ impreciso: il punto non è che a Renzi piace Sala e si è fissato che vuole quel candidato per forza, o meglio, magari a Renzi piace anche Sala in quanto tale, ma pensa a lui e vorrebbe candidarlo in quanto pensa che il suo nome sia quello giusto su cui puntare per vincere le elezioni a Milano, forte del successo di Expo e dell’immagine innovativa e moderna che si porta dietro, in linea con le trasformazioni positive che la città ha avuto negli ultimi anni e che devono essere maggiormente valorizzate. Se all’inizio di Expo su tutto ciò potevano esserci dei dubbi, dopo il successo della manifestazione, con la gente che accorreva da ogni parte e si metteva pazientemente in coda pur di poter vedere un po’di quel mondo, con il manager fermato dalla folla in cerca di autografi e foto, con il suo nome ormai popolare sui media e tra la gente è difficile pensare che non sia così. Questo non significa che il resto non esiste: c’è una gran parte di Milano che non è Expo, che non lo ha visto e non si è neanche interessata a cosa fosse e che magari vive anche problemi che vanno affrontati ma non c’è dubbio che è meglio affrontare la situazione partendo dall’accentuazione di un punto di forza e di valore per poi costruire il resto che non partire da zero.

Non la pensa così qualcuno dell’entourage di Stefano Boeri che, invece, su facebook rilancia sui contenuti concreti: “Mi pare di capire che Sala sarà il candidato a Milano, in caso di conferma va detto che non avrà vita facile prendere voti in periferia non è come organizzare mega eventi. La città richiede attenzione e ampiezza...”. Commento corretto, peccato che si dimentichi un particolare: Stefano Boeri cadde per lo stesso errore. Quando si presentò alle primarie contro Pisapia, Boeri venne portato in giro dal PD un po’ ovunque ma il suo discorso era standard, sia che si trovasse di fronte ad una platea di salotti, che di uomini d’affari del centro, che dei poveri derelitti abitanti di case popolari che letteralmente crollavano e crollano tutt’ora a pezzi. Boeri ogni volta parlava di grattacieli, di Expo (la sua, diversa da quella poi realizzata da Sala), di progetti moderni e importanti e di un mondo bellissimo che da certe periferie allora era lontano anni luce. Fa piacere sapere che adesso Boeri sta girando quelle stesse periferie, accompagnato dai suoi supporters, chissà che magari si accorga della necessità di cambiare taglio di alcuni discorsi in alcuni luoghi.

I supporters di Fiano, invece, sono nel pallone, spaesati, non capiscono o non vogliono capire e non si danno pace perché hanno buttato il loro candidato in mezzo alla corrida e adesso che si è capito che l’uomo su cui puntare potrebbe essere un altro, che oltretutto a Renzi piace (non perché gli piaccia in sé ma perché è convinto che, anche rispetto ad altre ipotesi, possa essere davvero quello vincente per le elezioni), sono in crisi mistica e non sanno più a cosa arrampicarsi e invocano comunque “primarie” perché un po’ ci credono nel valore dello strumento (in quanto dovrebbe essere garanzia di “partito aperto”), un po’ perché qualcuno ambisce ad usarle per piazzare se stesso e un po’ perché ormai sono state talmente tanto annunciate che non si possono disattendere.
L’argomentazione principale dei “fianisti” è che “Sala è l’uomo dei poteri forti” (non vedendo che caso mai è il PD che, purtroppo, ha uomini deboli), mischiando ciò ad un improvviso orgoglio di partito che in quanto tale deve esprimere un candidato proprio.
La candidatura di Fiano, infatti, è maturata dopo il trionfo del PD alle elezioni europee con il 40% e, da qui, l’idea che si potesse puntare sulla propria forza interna, magari vivendo del riflesso del successo di Renzi, ovviamente candidando un renziano. Purtroppo, qualche tempo dopo i numeri delle elezioni regionali hanno mostrato che il quadro era già ampiamente cambiato ma, evidentemente, chi ha voluto lanciare Fiano nell’arena non se n’era accorto o non ha dato importanza alla cosa.
Emanuele Fiano, invece, un po’ deve aver capito che aria tirava attorno all’ipotesi della sua candidatura e ha sempre messo le “mani avanti”, dicendo in ogni occasione che lui sarebbe stato in campo ma che se si fossero profilate altre ipotesi su cui tutti avrebbero potuto convergere (compreso il ritorno di Pisapia), sarebbe stato disposto a farsi da parte. Nei giorni scorsi, quando questa ipotesi è diventata più concreta per l’avvento di Sala, però, Fiano deve averci ripensato e si è affrettato a dire: "Io sono sempre stato e sono un uomo di squadra. Se ci sarà una strategia comune io ci sarò ma non vedo ad oggi una strategia comune. Una strategia condivisa ci deve essere e deve essere spiegata". La domanda che sorge spontanea sarebbe: ma cosa devono spiegare, ancora? Non è già abbastanza chiaro chi è l’uomo che aggrega tutti e qual è la strategia vincente? In realtà, Fiano ha capito benissimo perché non è certo stupido e, traducendo la dichiarazione si capisce che sta solo alzando il prezzo del suo ritiro perché non è certo scemo da ritirarsi dalla corsa in cui ha messo la faccia (e in cui ha lavorato, costruendo un gruppo attorno a sé, aggregando soggetti di estrazione diversa, cercando di allargare consenso) senza avere nulla in cambio.
In realtà verrebbe da rispondergli chi mai gli ha chiesto di candidarsi quando l’ordine della Federazione Milanese era di stare tutti fermi in attesa di regole e programma ma quell’ordine è stato comunque disatteso da tutti.

Più simpatico su Sala, ultimamente, è stato Pierfrancesco Majorino che, da mesi, va avanti a ripetere tutti i giorni “primarie” senza mai aggiungere un contenuto che sia uno alla sua candidatura (ma in parte si trova imbrigliato perché è ancora assessore in carica e deve occuparsi di svolgere il suo ruolo più che della campagna elettorale. Majorino ha ironizzato su facebook “Nessuno salti la fila. Se va bene per il padiglione del Giappone, varrà pure per le Primarie del centrosinistra, no?”. Un modo spiritoso per chiedere, appunto, “primarie” e evitare che il candidato Sala si mangi tutti e le faccia saltare, non accorgendosi però che – anche solo con quanto affermato a “Di Martedì – Sala è già più avanti di tutti da un pezzo su ogni fronte e sono loro a doverlo rincorrere se non vogliono sfigurare e, magari, se oltre a “primarie” dicessero anche per quali progetti per la città e per i cittadini potrebbero anche risultare più interessanti e meno autoreferenziali per chi li legge.
Sì, perché Giuseppe Sala, in quei pochi minuti di trasmissione a “Di Martedì” ha parlato anche di Milano e delle sue trasformazioni, rese possibili dal tessuto sociale della città, delle intelligenze, le università, l'imprenditoria... Insomma, Sala è sembrato molto più "sul pezzo" di tanti altri ed è stato anche molto più incisivo pur essendo intervenuto su queste questioni da poco e meno di altri ma, decisamente, in modo azzeccato.

Le settimane che ci separano dall’appuntamento elettorale, comunque, sono ancora tante e ne vedremo delle belle.

Il doppio turno

A leggere i giornali si capisce che le primarie del Pd sembrano essersi trasformate in una gran pagliacciata (merito sia dei dirigenti del Partito Democratico che di tanti giornalisti e commentatori). 
Della gestione pessima della questione delle regole, ne ho già accennato, ma oggi sembra esplodere il problema del doppio turno e vale la pena di approfondirlo.
Il doppio turno di coalizione è una assurdità colossale. Di doppio turno si era parlato per scremare le candidature interne al Pd ed evitare il ripetersi di nuovi casi Milano e Genova, dove i voti Pd si sono cannibalizzati a vicenda e ha vinto un candidato esterno. E' chiaro che con uno scontro interno Renzi-Bersani così acceso è pericoloso una votazione per scegliere prima il candidato di partito che poi dovrà confrontarsi con gli altri della coalizione, perché tutte le tifoserie finirebbero per esasperare la competizione. Ma andare a due turni sulla coalizione è totalmente privo di senso. E poco importa se una legittimazione popolare del 30% al primo turno si trasforma in 50-60% al secondo perché il numero dei votanti complessivo potrebbe restare uguale, semplicemente ci sarebbe chi si sposta su un candidato piuttosto che su un altro. Caso mail rischio è che a votare vengano meno persone, perché sempre meno interessate da votazioni continue. E se i due candidati che arrivano al secondo turno fossero due del Pd, a un elettore SEL o di centro cosa mai potrà interessare di venire a votare per una sfida che, nuovamente, sembrerebbe interna (perché nuovamente le tifoserie finirebbero per riaccendersi)?

Le regole delle primarie

In questi giorni si fa un gran parlare di Primarie (del Pd o del centrosinistra) e di regole sulla partecipazione. Una discussione importante perché va a toccare alcuni nervi ancora scoperti delle consultazioni organizzate dal Pd ma che sembra essere terribilmente autoreferenziale, soprattutto di fronte alle tante problematiche che la crisi sta facendo emergere in Italia.
Non è una bella immagine da offrire all’opinione pubblica quella che vede il maggior partito politico del panorama italiano (che fino ad ora sembra avere retto abbastanza in quadro di degrado assoluto della politica e di una buona parte della classe dirigente operante nelle istituzioni) impelagato in una lite continua tutta interna su questioni che nulla hanno a che vedere con il come il Pd si candida a cercare di risollevare il Paese dalla crisi e a cercare di risolvere i problemi che questa ha comportato per gli italiani. Gli italiani hanno altri problemi, un po’ più consistenti delle regole sulle primarie e dello scontro – seppur divertente e appassionante – tra le tifoserie di Renzi e Bersani.

Tuttavia, il problema della gestione delle primarie e delle regole di partecipazione esiste da tempo anche se, fino ad ora, è stato ben scarso l’impegno dei dirigenti per mettervi mano.
Personalmente, ritengo che delle regole siano necessarie, in particolare per stabilire chi debbano essere i candidati alla competizione: non esiste che chiunque arrivi e si candidi come gli pare. A Milano, per la scelta del sindaco, si sono fatte primarie di coalizione senza che neanche fosse stata stabilita prima la coazione. Sempre a Milano si è candidato un soggetto (Sacerdoti) che non apparteneva ad alcun partito della presunta coalizione e che non ha nemmeno ricevuto il sostegno (ufficiale o ufficioso) di alcuno di essi. È chiaro che così facendo, chiunque si può presentare alle primarie del centrosinistra, anche solo come “guastatore”. Il recinto entro cui ci si muove andrebbe stabilito prima della presentazione delle candidature (con la coalizione, nel caso di primarie di coalizione o con regolamenti interni, nel caso di primarie di partito).
Diverso è il discorso per le regole che riguardano la partecipazione degli elettori. Personalmente, sugli elettori ci andrei più piano: le primarie non fanno parte della cultura politica italiana ma solo del centrosinistra (a destra non le hanno mai avute). Ai nostri gazebo si sono presentati sempre e solo i militanti, gli iscritti e le persone “di sinistra”. Non ci sono mai stati “infiltrati di destra” che tentavano di inquinare il voto. Caso mai ci sono dei casi di corruzione o altro (si vedano i cinesi in coda a Napoli pagati da qualcuno per votare, gli stranieri in coda a Roma ai tempi di Veltroni).
Fare registri preventivi di elettori è sintomo di chiusura e, come scrive Ivan Scalfarotto (per cui non ho mai avuto simpatie ma che qui condivido) in un articolo su L’Unità, "se lo scopo delle primarie è allargare quanto più possibile la nostra base di consenso in questo particolare momento storico e vincere, come io credo, bisogna allora favorire la più ampia partecipazione". Oggi, infatti, c'è un elettorato mobile, è difficile ipotizzare la fedeltà di un elettore ad uno schieramento: i “delusi dal centrodestra” non sanno ancora se rivoteranno di là, se guarderanno a Grillo, se non voteranno o se si rivolgeranno al Pd. Personalmente ritengo che siano elettori come gli altri e non “infiltrati”: sono persone in cerca di una risposta alla loro domanda politica. “Infiltrati” sono esponenti del centrodestra, persone che hanno incarichi istituzionali o di partito, persone che si sa perfettamente che stanno nell’altra metà del campo. “Infiltrati” sono anche i corrotti, pagati per “infiltrarsi”, ma per bloccare questo fenomeno ci vuole qualcosa di un po’ più consistente di un registro (pubblico o riservato che sia).
I dati dicono che le primarie del centrosinistra hanno anche avuto partecipazione decrescente negli ultimi anni (si è votato in quelle per i sindaci). Il rischio è che, paventando ulteriori chiusure e complicazioni, i cittadini siano ancora meno interessati a partecipare. Insomma, se dobbiamo chiudere, finiamola lì con le primarie: decidiamo che gli iscritti al Pd si scelgano il proprio candidato e con quello si vada dagli elettori. Perché, comunque, a forza di chiudere, a votare si ritroveranno solo gli iscritti ai partiti di riferimento. Ma siamo sicuri che il parere degli iscritti (in questo caso tutti schiacciati, anche giustamente, su Bersani) coincida con quello degli elettori? La domanda di fondo dello Statuto del Pd di Veltroni e della logica delle primarie era questa. La domanda è sicuramente rimasta inevasa comunque, perché a votare alle primarie sono stati sempre e solo gli iscritti al Pd (o ai partiti precedenti) e la parte più “a sinistra” dell'elettorato. Milano, Cagliari, Genova sono primarie che il Pd ha perso perché si presentato con due o più candidati e gli elettori “di sinistra” (anche tra quelli del Pd) hanno scelto un candidato non sostenuto dal partito (di solito il più “a sinistra”), e non perché ci fossero “infiltrati di destra” ad inquinare l’esito della consultazione.

Siccome, però, il problema delle regole, al di là della consultazione attuale, permane; ben vengano le regole ma si stia attenti a farlo adesso perché potrebbero essere strumentalizzate da chi dice che “il Pd non vuol far vincere Renzi” o che “il Pd si chiude”. Le regole vanno fatte in tempi non sospetti: quando il gioco è cominciato non si possono cambiare le regole a piacimento dei giocatori. In questo senso, l'assemblea del 6 ottobre è tardiva e rischia di mettere una pezza peggiore del buco sulla questione delle primarie. Si cerchino, quindi, soluzioni il più possibile condivise, non ci si arrocchi, non ci si blindi e si pensi a qualcosa di utile anche per le consultazioni future perché non si può aspettare di essere a ridosso della competizione, con candidati già in corsa e sondaggi già diffusi sui tipi di elettorato che raccolgono per stabilire come partecipare ai giochi. E, soprattutto, ci si ricordi qual è il vero scopo delle primarie concepite dal Pd: favorire la partecipazione, coinvolgere i potenziali elettori e farli partecipare alla scelta del candidato che dovrà rappresentarli. Se non servono a questo e se si inibisce la partecipazione, le primarie diventano uno strumento inutile, in quanto esse, troppo spesso, non sono affatto buone nel selezionare una valida classe dirigente (chi vince difficilmente è il più bravo ma è sicuramente chi comunica meglio e si impone di più all’opinione pubblica o chi ha una netta connotazione politica) e, allora, tanto vale cambiare strumento o ripensarlo adeguatamente per altri scopi.

Pd: la guerra interna continua

Da un po’ di tempo a questa parte, le pagine dei grandi quotidiani sono piene di articoli riguardanti il dibattito interno al Partito Democratico.
Dibattito, spesso dai toni piuttosto accesi, che è innescato in prevalenza per questioni generazionali (di “rinnovamento” o “rottamazione”).
L’ufficializzazione della candidatura di Matteo Renzi alle primarie (quali? Al momento non risulta alcuna data stabilita) ha ridato fiato alle mai sopite polemiche tra la vecchia guardia del partito e il nuovo che vorrebbe avanzare ma, non riuscendoci, urla.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, se non che, questa mattina, ad aprire i giornali e a leggere le pagine riguardanti il Partito Democratico, c’era da mettersi le mani nei capelli. Su tutte le testate campeggiano le battute al veleno che si rimbalzano Renzi e i suoi avversari di partito dai vari dibattiti alle Feste Democratiche: se prima lo scontro era Renzi-Bersani, negli ultimi giorni è diventato Renzi-Orfini, Renzi-D’Alema (il quale ha definito il sindaco di Firenze “inadatto” a governare, con il rischio di fargli un grande favore in termini di accaparramento del consenso), Renzi-Bindi (quest’ultima ha invocato l’intervento del segretario per ripristinare il rispetto… cosa seria ma che al giorno d’oggi, detta così poi, fa scappare da ridere).
La litania di Renzi è sempre la stessa: tutti i big del Pd, considerato che hanno già oltrepassato i 15 anni in Parlamento e alcuni sono anche stati membri dei due governi Prodi finiti male, devono andare a casa, farsi da parte perché hanno già fatto abbastanza.
Una litania che, però, non è ripetuta solo dal sindaco rottamatore: al congresso del 2009 era l’area di Franceschini a invocare con più forza il rinnovamento, poi quella richiesta si è sopita, è stata portata avanti prevalentemente da Debora Serracchiani (per lo più perché le pongono domande sul tema, come è accaduto di recente a Sky, in cui avrebbe dichiarato “D'Alema? Se non sbaglio ha perso. All'estero, di solito, chi perde si ritira o fa un passo indietro”) e ultimamente si sono aggiunti i “Giovani turchi” (che, però, intendono rimuovere i vecchi nella speranza di andare poi a ricoprirne gli incarichi).
Il quadro della situazione, decisamente degenerata, lo ha dato questa mattina un articolo di Repubblica, in cui si lascia intendere una battaglia generazionale di tutti contro tutti. Difficile negare la situazione perché, al di là delle buone intenzioni di Bersani lanciate prima delle vacanze con la Carta degli Intenti e il tentativo di dialogare anche all’interno delle Feste Democratiche con i vari attori e le varie forze in campo per “rifare l’Italia”, troppo spesso ciò che finisce all’esterno dei dibattiti svolti sono le battute e le stoccate dei vari esponenti democratici rivolte all’interno. Tuttavia, colpisce che ci sia stato bisogno di vedere una rappresentazione del Pd così brutta come quella apparsa oggi su tutti i giornali perché i vari esponenti prendessero atto di quale immagine del partito stavano trasmettendo all’esterno (sempre che tutti ne abbiano davvero preso atto). E così il segretario è stato costretto a intervenire per porre fine alla querelle (in particolare sulla questione della presunta spartizione di posti in caso di vittoria elettorale) ma a parlare è stata anche Marina Sereni che ha segnalato: “Vedo rappresentato sui media un dibattito che ruota tutto sui destini personali di questo o quel dirigente. Tutte le aspirazioni personali sono legittime, c’è una domanda giusta di rinnovamento della politica e delle classi dirigenti che il Pd deve saper raccogliere ma non possiamo trasformare le primarie nel centrosinistra in una lotta senza regole e senza contenuti. Non possiamo prestare il fianco e favorire il disegno di quanti forse vorrebbero impedire al Pd e alle forze progressiste di guidare una stagione di innovazione e di crescita”; che tradotto significa: datevi una regolata quando parlate all’esterno.
Staremo a vedere nei prossimi giorni se il messaggio intelligente della Sereni sarà colto o se i vari esponenti democratici continueranno a farsi guerra tra loro.
Resta, però, il problema vero del rinnovamento che, in questa lotta di posizionamenti, rischia di finire schiacciato e accantonato come se il nome di qualcuno che sostituisce qualcun altro di per sé fosse sufficiente a risolvere la questione.
Il discorso del rinnovamento era, appunto, stato affrontato inizialmente con la campagna congressuale del 2009, poi il tutto si è un po’ ridimensionato e adesso è tornato a esplodere con prepotenza.
Non che la segreteria Bersani si sia dimenticata dei giovani, anzi, li ha inseriti nei gruppi dirigenti, li ha portati avanti, molti sono anche stati eletti nelle istituzioni, solo che poi questi giovani non li vede nessuno perché puntualmente l’immagine e la rappresentanza del Partito Democratico rimangono saldamente ancorate a Bindi, D’Alema, Finocchiaro, Veltroni… e allora c’è un problema perché il rinnovamento invisibile non serve a nessuno.
Gli unici nuovi che si vedono sono i giovani che urlano, quelli in perenne contrasto con il gruppo dirigente. Solo di recente hanno cominciato a fare la voce grossa e, quindi, ad assumere visibilità anche i giovani della segreteria di Bersani (i Giovani turchi, che poi ad ascoltarli bene si capisce che sono tutto tranne che nuovi). Perciò bisogna essere chiari, il rinnovamento non è solo una questione generazionale: ci sono soggetti percepiti come nuovi che giovani non sono (si veda i membri del governo Monti e l’impatto che hanno avuto sull’opinione pubblica rispetto agli eletti in Parlamento dei vari partiti), così come ci sono giovani che sono più vecchi dei vecchi perché cresciuti e formati secondo gli schemi che c’erano una volta. E allora il rinnovamento non è solo una questione di giovani contro anziani, ma è il cercare persone nuove (anche l’immagine conta, difficile spacciare come nuovo qualcuno che si vede in giro da vent’anni e che gli si è visto assumere tutte le posizioni politiche possibili), nel senso che abbiano idee nuove adatte ai tempi nuovi, capaci di presentare progetti e prospettive in linea con le aspettative attuali.
Su questo terreno si gioca la questione del rinnovamento. Questione che è esplosa perché la si è lasciata inaffrontata per troppo tempo e adesso non ci crede più nessuno all’idea che si voglia cambiare davvero e sentir parlare di possibili posti garantiti (che in altri contesti avrebbero una ragione seria e sensata dietro), oggi, fa orrore e diventa un ulteriore elemento di diffidenza dei cittadini e un’arma in più nelle mani di chi dice “rottamiamo tutti perché tanto questi non se ne vanno”.
Legata alla questione del rinnovamento, ve ne sono poi altre due: la prima è quella del presunto fallimento di chi c’era prima e la seconda è quella che riguarda il concetto del nuovo.
Il discorso fatto da Debora Serracchiani a Sky su D'Alema, secondo cui “Se non sbaglio ha perso. All'estero, di solito, chi perde si ritira o fa un passo indietro” è lo stesso identico discorso che ci si poneva al congresso del 2009 nell’allora mozione Franceschini.
Qualcuno obietta che D’Alema, così come gli altri esponenti dei precedenti governi di centrosinistra, non hanno perso nulla, hanno svolto il loro compito egregiamente, poi altri hanno fatto cadere i governi. Discorso opinabile ma poco importa perché il punto è un altro: nella testa degli italiani i due governi Prodi del centrosinistra sono rimasti come due governi caduti e quindi falliti, così come deluse sono state le speranze che vi erano appese, con il risultato che, per la proprietà transitiva, anche chi era un esponente di quei governi ha fallito o comunque ha delle responsabilità in quel fallimento e, la conseguenza, è che chi perde deve andare via (soprattutto nel caso che si sia perso non una volta sola ma ben due, tre e in alcuni casi anche quattro volte). Insomma, i mali della sinistra italiana, per gli italiani, stanno in quella classe dirigente e adesso non la vogliono più rivedere a dirigere nulla.
Se non entra questo nella testa di chi deve rinnovare, non si va molto lontano.
Ovviamente questa è una percezione che i cittadini hanno e non significa che tale percezione corrisponda alla realtà ma o si è talmente bravi da riuscire a ribaltare questa percezione (cosa che fino ad ora non è riuscita per niente) oppure si procede con il rinnovamento e si fa in modo che questo sia visibile, così da mettere a tacere una volta per tutte le voci insistenti su garantismi e simili.
Rinnovare non significa buttare via una storia, non significa cancellare delle persone (anche se qualcuno probabilmente lo meriterebbe), ma significa guadare avanti, fare un bilancio di dove si è arrivati fin qui e delle risorse a disposizione, guardarsi intorno per capire che aria tira e come si può mettere a frutto il patrimonio (di esperienze maturate e di idee) per cercare di elaborare un progetto adeguato alla situazione attuale, collocando le caselle che si hanno nel modo più adatto. Questo è ciò che deve fare il Pd al suo interno. Altrimenti non c’è rinnovamento, c’è solo una sostituzione di una persona con un’altra, la quale probabilmente finirà per volersi attaccare alla poltrona come chi l’ha preceduta e di innovazione se ne vedrà ben poca.
L’altra questione poi riguarda proprio la direzione che il “nuovo dovrebbe prendere, che poi è la vera questione che serpeggia e divide il Pd: per una parte del Pd il nuovo coincide con l’andare verso destra mentre il vecchio è tutto ciò che guarda a sinistra. Questo, ovviamente, genera l’astio profondo da chi la pensa all’opposto. Il vero problema del Pd non è generazionale, ma la questione irrisolta su quale profilo deve assumere il partito, la mancata sintesi tra parte più liberale e quella più di sinistra, che è una divisione molto più profonda di quella tra ex Ds ed ex Margherita perché le due posizioni si sono spinte molto più all’estremo e ad oggi la sintesi continua non vedersi o a vedersi per qualche fugace momento, per poi frantumarsi di nuovo e palesarsi in ogni scontro interno tra i vari esponenti (come dimostrano anche le ultime battute Boccia-Orfini). È questo il primo nodo da risolvere e il segretario la sintesi l’aveva fatta con la Carta degli intenti ma nessuno nel partito ha pensato di mantenerla.
Intanto la guerra interna continua e ogni pretesto è buono per scatenarla.

Pisapia e Vecchioni in una piazza Duomo da sogno

Un sogno era questo piazza Duomo a Milano ieri sera, in cui una folla immensa di persone è rimasta incantata dalla musica e dalle parole di Roberto Vecchioni (metà cantante e metà professore) e dalle speranze di una campagna elettorale che si è conclusa con l’augurio di Giuliano Pisapia di riuscire a “liberare Milano per poi liberare anche l’Italia”.
Un sogno che, personalmente, aspettavo da tempo: erano anni che desideravo andare ad un concerto di Vecchioni ma puntualmente, quando se ne presentava l’occasione, capitava sempre qualcosa che mi costringeva a rinunciare. Ci volevano la festa della campagna elettorale e Giuliano Pisapia per realizzarlo!
Sono arrivata in piazza Duomo intorno alle 20.30, in ritardo e di corsa come sempre di questi giorni. Come sono uscita dalla metropolitana sono stata investita dai colori di una piazza bellissima e piena di bandiere e palloncini e accolta dai militanti dei Verdi e dei Radicali che cercavano di dare gli ultimi volantini. Sul lato sinistro uscendo dalle scale della metropolitana c’era il gazebo dei radicali e subito accanto quello di Sinistra Ecologia e Libertà (tutto rosso di bandiere e striscioni), mentre sul lato destro c’era il gazebo dei Verdi e più spostato verso il palco quello tutto arancione di Pisapia. Accanto al palco dall’altra parte c’era un altro gazebo arancione di Milly Moratti (che puntualmente si presenta alle elezioni con una sua lista civica a sostegno di Pisapia). Più spostati gli altri partiti.
Come sono uscita dalla metropolitana mi sono diretta verso il palco, ancora abbastanza avvicinabile, per cercare di trovare qualcuno che conoscevo ma c’erano solo facce nuove. Dopo un po’ che mi guardavo in giro ho cominciato a chiedermi, in mezzo a tutti quei gazebo, dov’era il Pd e come mai non si vedeva. Ho fatto il giro della piazza ma non l’ho visto e allora ho alzato gli occhi al cielo per cercare tra le bandiere: il Pd stava imboscato dietro le scale della metropolitana, dietro il gazebo di Pisapia, dietro i Verdi, oscurati dai radicali (sempre tra i piedi e sempre alla ricerca di telecamere) e persino dietro a un lampione… Quando li ho raggiunti, li avrei fulminati e a un ragazzo dell’organizzazione l’ho detto che potevano mettersi ancora più nascosti già che c’erano. Dentro al gazebo (una struttura bianca con sopra una bandiera Pd che sventolava e nient’altro) c’erano i ragazzi dell’organizzazione che regalavano le ultime bandiere e invitavano chi le prendeva ad andare in piazza. Accanto al gazebo c’era anche Barbara Pollastrini, bellissima come sempre.
Non ho capito perché alla signora Milly Moratti (da sempre vicina al Pd) si consente di fare una lista per i fatti suoi e di piazzarsi con gazebo, bandiere e palloncini in un punto strategico della piazza e il Pd (che è il partito più grande della coalizione) debba starsene nascosto ma, quando l’ho chiesto, la risposta è stata: “Quando siamo arrivati, il gazebo della Moratti era già montato, è arrivata prima”…
Spiace che il Pd sia così poco sveglio dal punto di vista comunicativo e sprechi importanti occasioni di visibilità.
Ho abbandonato in fretta la postazione irrilevante del Pd per tornare verso il palco, ma ormai la piazza del Duomo era già ampiamente riempita ed ho atteso l’inizio della manifestazione.
Ad aprire la festa sono stati i clown di PIC che hanno cercato di far ridere una piazza Duomo ormai strapiena di persone in ogni angolo, fino alla Galleria e poi arrampicate sulle statue e sulle ringhiere delle scale della metro.
Benedetta Tobagi ha poi raccontando alcuni aneddoti della campagna elettorale e ha ricordato alcuni buoni motivi per votare Giuliano Pisapia.
Vecchioni ha introdotto il candidato sindaco (definendolo “l’uomo dei sogni”) sulle note di “Sogna ragazzo sogna” e accolto dagli applausi e dai palloncini della piazza. [video dell'apertura di Roberto Vecchioni>>>]
Pisapia, nel suo discorso, ha toccato un po’ tutti i temi affrontati nel corso della sua lunga campagna elettorale e ha rilanciato la speranza di farcela. Una speranza a cui quella piena di gente vuole credere davvero.
Su Giuliano Pisapia si è detto molto, qualcuno lo voleva diverso (alcuni gli chiedevano più moderazione, più attenzione a discutere di certi temi, altri – al contrario – lo volevano più aggressivo e più incisivo), gli avversari gli hanno attribuito giudizi a dir poco ingenerosi, ma la verità è che ciascuno deve essere se stesso per essere credibile e convincente. Tanti hanno chiesto a Pisapia, in questi mesi, di essere un po’ più uguale a quello che poteva essere il loro candidato ideale ed è una follia perché nessun uomo è uguale a un altro, neanche dentro lo stesso partito la pensiamo uguale e allora perché mai si deve chiedere a qualcun altro di essere uguale a ciò che noi stessi non siamo? Giuliano Pisapia è quello che è: una persona per bene, che si è speso totalmente in questa campagna elettorale, che ha girato la città in ogni angolo, che ha ascoltato le periferie, che si è fermato a parlare con i cittadini comuni senza filtri né barriere e che ha anche un bel progetto per Milano (per una politica condivisa, partecipata, che tenga conto dei bisogni di tutti, attento ai deboli, ai giovani, che restituisca alla cultura e all’istruzione pubblica il suo valore) ed è per questo che deve piacere e deve essere votato. Giuliano Pisapia forse non avrà una grande verve comunicativa, ma nessuno ce l’ha (a parte Berlusconi e Vendola) neanche la Moratti è una gran comunicatrice: lei ha solo molti più soldi da spendere in comunicazione (vale a dire in fotografie che ha fatto mettere in quel libretto di sogni mai realizzati che ha spedito nelle case degli italiani e in improbabili manifesti da pin up).
Giuliano Pisapia, però, ha un grande merito – al di là di come andranno a finire queste elezioni – che è quello di aver fatto sognare: ha ridato la speranza ad una sinistra che non aveva più trovato degni rappresentanti e si affidava al caso di volta in volta oppure non voleva più andare a votare. Giuliano Pisapia, come ha detto Benedetta Tobagi dal palco di Piazza Duomo ieri sera, è riuscito a riunire la sinistra. L’unico problema reale può esser quello di aver trascinato con sé anche partiti molto piccoli che qualche problema nella gestione della politica possono darlo e allora la speranza è che gli elettori concentrino i loro voti sui partiti più grandi della coalizione in modo da dar loro la forza di governare, lasciando ai margini il resto, con la certezza che Pisapia sarà comunque una garanzia per tutti.
Al termine del discorso di Pisapia, è cominciato il bellissimo concerto di Roberto Vecchioni e la magia ha avuto inizio.
Il concerto di Vecchioni è proseguito con “Canzoni e cicogne”, “Le mie ragazze” e “Mi porterò”… Sentire uno dei tuoi cantanti preferiti che apre il concerto con le tue canzoni preferite è una gioia infinita! [Video dell'inizio del concerto>>]
Non so cosa possano aver pensato i miei vicini ma ho cominciato a piangere subito e ho pianto per quasi tutto il concerto: è stata un’emozione immensa e bellissima, un sogno, una magia per la musica e le parole sempre azzeccate e appassionate del professore!
Sì perché Vecchioni non ha solo cantato ma anche letto, recitato e parlato, prima con il Discorso di Pericle agli ateniesi, poi con i versi di Neruda e poi con un messaggio appassionato in favore della cultura. [Video della lettura di Vecchioni del discorso di Pericle>>]
Piazza Duomo – sempre più piena – ballava sulle note di “Milady” e di “Bandolero stanco” e si commuoveva per “La casa delle farfalle”, “Celia De La Cerna” (dedicata alla mamma di Che Guevara) e “Figlia”.
L’immagine più bella è quella di una piazza Duomo piena di gente che gioca con i palloncini arancioni di Pisapia sulle note di “Viola d’inverno” di Vecchioni. Sembrava di stare dentro a un sogno.


Vecchioni ha poi mandato il suo saluto a Napoli, facendo cantare alla piazza “O surdato nnammurato e ha coinvolto tutti con “Samarcanda”, l’attesissima “Chiamami ancora amore” (dove si sono scatenati gli applausi sul passaggio “per quel bastardo che sta sempre al sole”) e il gran finale con “Luci a San Siro” chiusa da Pisapia, che ha detto che “Le luci su Milano le riaccenderemo noi”.
Alla fine del concerto, la festa è continuata con la corsa a bordo palco di tutti quelli che prima non erano riusciti ad avvicinarsi e gli ultimi balli sulle note della musica diffusa dalle casse, mentre i militanti dei partiti distribuivano gli ultimi volantini.


Video del concerto di Vecchioni:
Prima parte - seconda parte - terza parte - quarta parte - quinta parte - sesta parte - settima parte - ottava parteMilano chiama Napoli - finale

Sarà la piazza del Pd?

La manifestazione di sabato si avvicina e nel Partito Democratico si moltiplicano i distinguo.
È strano questo Partito Democratico: di solito non ne azzecca una, ma questa volta sembrava aver colto al volo il messaggio che il “popolo” del suo bacino elettorale gli mandava e, con un perfetto tempismo, lo scorso sabato è sceso in piazza (insieme al popolo viola) per manifestare contro il decreto salva-liste e aveva annunciato immediatamente una grande manifestazione per sabato 13, sempre per la legalità.
Un tempismo stranamente perfetto.

Ma la perfezione armoniosa tra base e dirigenti (e soprattutto all’interno del gruppo dirigente) è durata pochissimo.
Già perché l’idea della manifestazione lanciata dal Pd ha trovato una grandissima adesione da parte di tutte le forze del centrosinistra (dalle forze politiche extra parlamentari al popolo viola, all’immancabile Italia dei valori) e qui sono cominciati i distinguo sui toni da far assumere alla piazza, o meglio alle piazze. Sì, perché all’improvviso l’idea di una grande manifestazione a Roma si è frantumata in tante manifestazioni più o meno grandi in tutte le piazze delle maggiori città italiane, questo perché c’è una campagna elettorale in corso, ormai quasi in dirittura d’arrivo e non si poteva pensare di buttar via il sabato, che è il giorno migliore per realizzare iniziative di quel tipo.
Insomma, Roma resterà il cuore dell’iniziativa, ma niente folle oceaniche e big dei partiti sparpagliati ovunque (a seconda dell’agenda elettorale).

Ma i big dei partiti che cosa possono fare? Sul palco ci devono andare o no? E, se ci vanno, cosa devono dire?
E qui è cominciato il solito dramma del Pd che proprio non riesce a mettersi d’accordo.
La paura della piazza, la paura che qualche contestazione possa uscire dagli schemi, la paura di parole poco generose verso Napolitano (colpevole di aver firmato un decreto sbagliato), la paura che tutto possa sfuggire dal controllo e trasformare un evento che può dare una grande spinta alle elezioni regionali per il Pd in un boomerang a causa di qualche estremismo o di qualcosa di non consono ai toni fermi ma civili e di rispetto per le istituzioni che il Partito Democratico sta faticosamente cercando di mantenere, ha mandato tutto all’aria.

Ed ecco che allora, via via che passano i giorni, assistiamo ad un maggiore sfilarsi proprio del Partito Democratico che la manifestazione per la legalità l’aveva indetta per primo.
Un grande partito che da promotore dell’iniziativa si sta trasformando giorno dopo giorno in organizzatore-ombra per lasciare sempre più spazio ad un’altra piazza (più viola, più dipietrista, più estrema), che è proprio ciò di cui il Pd ha maggiormente paura.
Un paradosso che si fa più consistente con i troppi distinguo che gli esponenti democratici mettono nel dibattito.
Dirigenti che lasciano intendere che proprio non hanno voglia di andare in piazza sabato (compresi quelli che il 5 dicembre, giorno del No B-Day, polemizzavano con Bersani perché aveva rinunciato ad una piazza dove la gente del Pd era presente e voleva avere i suoi leader), a partire da Veltroni (con il suo “non vorrei che…” e “le piazze non risolvono…”, dimenticando di quando aveva organizzato lui una mega-manifestazione al Circo Massimo) o dai popolari (che disertano a prescindere) o da chi dice che sul palco ci devono salire solo esponenti della società civile, ufficialmente per avere la sicurezza che possano essere ascoltati da tutti i presenti e non dai simpatizzanti di un solo schieramento politico, in realtà anche per evitare che Di Pietro possa prendere la parola e tradire le promesse di sobrietà fatte, ma proprio Di Pietro ci tiene a far sapere che lui parlerà eccome e allora anche altri vogliono parlare. Meno i partiti contano e più vogliono aver voce.

E, sempre per paura di qualche intervento sconsiderato, ma anche con un occhio alla campagna elettorale, il Pd prova a reinventarsi l’agenda della manifestazione: va bene la legalità, ma è meglio aggiungerci altri temi che riguardano il Paese (la crisi, la scuola, il lavoro)… Insomma, si cerca di sfruttare la manifestazione - nata quasi spontaneamente contro il decreto salva-liste - per mandare anche un messaggio agli italiani.
Altro stupido errore: la gente è pronta a scendere in piazza, ci crede al tema della legalità, è per quello che si è mobilitata spontaneamente lo scorso week end ed è di quello che vuol parlare. Poi nessuno si offende se, mentre si fa notare che il governo vara leggi e decreti solo per salvare il Premier e la sua truppa, c’è un’Italia in crisi che ha bisogno di una classe politica che se ne occupi, ma è ben diverso dallo spostare l’attenzione dal tema delle regole e della legalità ad altro (solo nel timore che qualcuno più arrabbiato di altri, possa travolgere anche Napolitano nella sua foga).
La vera spinta alla campagna elettorale - più che i contenuti (che, a dire il vero, non sempre ci sono stati) - l’hanno data gli errori grossolani del centrodestra, incapace, arrogante, sovversivo e allora tanto valeva sottolinearli questi loro difetti.
Le elezioni regionali avrebbero dovuto giocarsi nei territori, sulle politiche locali, sulle capacità delle amministrazioni locali, ma è evidente che quello che è accaduto in seguito ai pasticci delle liste del centrodestra qualche cambio di argomenti poteva anche generarlo e non era di per sé una cosa negativa.

Qualcuno, sui giornali di oggi, ha parlato di una rinascita dell’Unione in piazza sabato (unita solo dall’antiberlusconismo) e la fine dell’idea del Pd da solo e a vocazione maggioritaria. Personalmente non credo che una sola piazza e un solo argomento di condivisione possano essere la base di una nuova alleanza elettorale, ma è altrettanto sbagliato pensare che allora non si possa mai far niente insieme agli altri. Costruire insieme una manifestazione, accordarsi sugli argomenti e sulle personalità da far intervenire, non implica necessariamente la costruzione di un intero programma elettorale insieme e della rinuncia al proprio progetto.
Il vero problema è vedere cosa accadrà in quella piazza: sarà la piazza del Pd o sarà la piazza di un altro partito. Se sarà la piazza del Pd, della sua agenda di contenuti, dei suoi dirigenti e dei suoi elettori, sarà una vittoria del Partito Democratico; se, invece, il Pd lascerà il campo alle altre forze politiche e cercherà di parlare d’altro per paura dei toni in cui si potrebbe scivolare nell’affrontare i problemi per cui quella piazza è stata convocata, sarà un’inutile passerella sgangherata che - per quanto vivace e giusta nell’intenzione - finirà per diventare un elemento di indifferenza.

Il Pd deve avere il coraggio di non farsi scippare quella piazza e quell’occasione. Ha tutti gli argomenti e i toni validi per saperla affrontare e gestire, non si nasconda sotto la foglia di fico, non la regali ad altri.

Consigli non richiesti a Gianfranco Fini

Per Natale, qualcuno ha avuto l’idea di regalarmi il libro di Gianfranco Fini Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989”.
Un libro di cui avevo sentito parlare e dopo aver sentito le ultime sparate di Fini contro il governo avevo detto: “non lo compro perché non vorrei scoprire che la penso come lui”. Non è stato così: sto leggendo il libro (brutto) e non la penso come Fini.

Gianfranco Fini, con il suo ultimo libro rivolto ai ragazzi nati nel 1989, gioca a fare il furbo.
Chi, in questi mesi, abbia provato ad appioppare a Fini l’appellativo di “compagno” e ad affidargli il ruolo di leader della sinistra avrà modo di ricredersi, leggendo quelle pagine.
Fini è un uomo di destra ed esprime pensieri che sono profondamente di destra.
A dire il vero, in quelle pagine, non è che Fini si sforzi di mettere in campo molti concetti: fa una sintesi storica che non è degna neanche del peggior bigino che si possa trovare sulla piazza (è un po’ dura voler sintetizzare cinquant’anni di storia in 20 pagine), il tutto sforzandosi di usare un linguaggio il più possibile vicino a quello delle giovani generazioni.

I giovani che Fini chiama Generazione F (come Futuro, non come Fini, anche se gli piacerebbe).
Dal libro emerge un Fini che vorrebbe porsi come una guida per quei giovani 20enni in balia del vento e di chi scalda loro la testa e si sforza di dir loro cosa è bene seguire (il rischio), cosa è bene apprezzare (la libertà), cosa si deve combattere (il comunismo, l’ideologia) e in quali trappole non cadere (la sindrome di Peter Pan e la droga). Un mix di cose che non c’entrano nulla tra loro e a cui Fini si sforza di trovare un nesso che le tenga insieme: la sintesi è che sbagliano tutti quelli che pensano di uscire dalla crisi economica attuale condannando il capitalismo e il libero mercato perché la libertà è un bene prezioso, che oggi appartiene a tutti ma non è sempre stato così; quando c’era il muro di Berlino, infatti, i comunisti russi (Stalin e i suoi) si comportavano con i dissidenti al pari dei nazisti con gli ebrei e oggi sbaglia chi li difende, come sbagliava chi li difendeva allora (così come sbagliava chi stava con i vietcong anziché con gli americani).
Alla sintesi un po’ troppo sintetica della storia, Fini appiccica il discorso secondo il quale è bene che i giovani imparino ad aver fiducia verso il futuro ma sappiano anche che libertà e rischio non significano cadere nell’illusione-trappola di una vita spericolata come quella offerta dalla droga o dal dolce-far-niente perché nella vita è bene impegnarsi in qualcosa (non come la generazione né né, cioè di quelli che non studiano e non lavorano perché non credono che possa servire a qualcosa e che ci si possa realizzare seguendo dei percorsi lunghi).

Poche idee quelle messe in campo da Gianfranco Fini - che personalmente non condivido - espresse piuttosto male ma che si collocano nel quadro di un’operazione furba: Fini ha capito che ci sono dei ragazzi giovani che oggi sono completamente disinteressati alla politica, che rischiano di finire in balia delle effimere illusioni offerte dalla televisione e dall’euforia pericolosa della droga (sempre più diffusa a tutti i livelli sociali) e ha capito che c’è una crescente insofferenza verso Berlusconi e il berlusconismo da parte delle nuove generazioni e così deve aver pensato bene di inserirsi in questa serie di vuoti lasciati dalla politica e dagli ideali (che sono ben diversi dall’ideologia, ma che oggi latitano) per offrire una sua interpretazione delle cose e magari racimolare qualche voto in più in futuro.
Fini non è stupido e - pur avendo fatto un libro brutto e che dice poco o niente - ha capito che è ai giovani che bisogna rivolgersi, è al loro consenso che si deve puntare se si vuole restare a galla (non come il PD che conta una serie infinita di nonni tra i suoi elettori e scomparsi loro, probabilmente non resterà più nulla).
Fini ha anche capito che Berlusconi non è più un mito e la sua stagione volge al termine e non vuol regalare ad altri i voti di chi non apprezza l’antipolitica del Cavaliere, così come esprime dure critiche alla politica razzista e ottusa della Lega, ecco perché è il più autorevole leader dell’opposizione (intesa come opposizione a Berlusconi e non come “di sinistra”).

I consigli non richiesti che Fini lascia ai giovani nati nel 1989 non sono altro che una serie di visioni (del tutto discutibili) e di interpretazione dei fatti secondo il suo punto di vista che mirano a spiegare ai ragazzi qualcosa di un po’ più ampio e complesso, al solo scopo di accattivarsi le loro simpatie in termini politici.
È un’operazione un po’ subdola quella messa in atto da Gianfranco Fini, che gioca a fare il padre di una generazione di 20enni.

Caro Gianfranco, sono nata un po’ prima del 1989, quando il Muro di Berlino è caduto avevo 9 anni e ricordo che i miei genitori mi spiegavano che si trattava di un grande avvenimento e cercavano di raccontarmi l’importanza di ciò che insieme a quel Muro cadeva.
Per ragioni più personali che ideologiche, mi sono trovata a seguire la politica del centrosinistra senza essere mai stata né comunista né democristiana e ti assicuro che tutto quello che ho pensato riguardo alla globalizzazione, al capitalismo senza regole e all’America non sono stati i “comunisti” (che ho conosciuto solo di recente e per altro sono già ampiamente “ex comunisti”) a mettermelo in testa, ma ci sono arrivata da sola, seguendo le mie idee, leggendo, informandomi e scegliendo di volta in volta quello che più sentivo simile al mio modo di pensare.

Adesso, Gianfranco, mi permetto di dartelo io un consiglio non richiesto: lascia stare i giovani, non strumentalizzarli! Sarebbe bello il tuo intento di rivolgerti a una generazione che non prende in considerazione nessuno, se non fosse per un puro tornaconto elettorale e per arrivare a raccontare loro una serie di cose che non hanno né capo né coda.
La prossima volta che vuoi rivolgerti ai giovani, prova ad ascoltarli prima e sii te stesso, perché se piaci come sei ti seguiranno, senza bisogno che ti inventi espedienti beceri come questo libro.

Negli ultimi mesi ho preso parte alla campagna per le Primarie del PD a sostegno di Dario Franceschini e c’erano tanti altri giovani, anche più di me che si sono impegnati in questa bellissima avventura. Siamo arrivati noi, da soli, senza che Franceschini facesse chissà quale sforzo per cercarci. Lo abbiamo seguito e sostenuto perché ci è piaciuto per com’era, senza che avesse bisogno di inventarsi un modo diverso per parlarci, perché noi siamo persone come le altre. Ma soprattutto, Franceschini ci è piaciuto perché ci ha presi per quello che siamo, senza cercare di cambiarci, senza dirci cosa dovevamo diventare: ci ha detto quali erano le sue idee e a noi sono piaciute e le abbiamo portate avanti. A volte non ho più capito se fossimo noi a seguire lui o lui a seguire noi, ma il bello è stato proprio questo del nostro percorso: uno scambio continuo reciproco e alla pari.

Gianfranco sei molto lontano da tutto questo con il tuo libro, fai di meglio con le esternazioni politiche.

Adesso però una cosa ce l’ho chiara, Gianfranco: io sono di sinistra e tu sei di destra e mai sarai il leader del mio partito, anche quando sei più incisivo di noi a fare l’opposizione a questo governo.

Lettera agli sconfitti delle primarie e a Bersani

Negli ultimi mesi sono successe molte cose dentro e attorno al Partito Democratico.
Il percorso congressuale ha saputo suscitare movimento e interesse nelle persone e abbiamo visto avvicinarsi al partito anche gente di altra provenienza politica o il mettersi in gioco di chi in precedenza è sempre rimasto a guardare.
Questo grande apporto di novità è stato introdotto dai sostenitori di Ignazio Marino e Dario Franceschini: appartengono a queste aree i “tesserati dell’ultima ora”, entrati nel Pd con una forte voglia di esserci e di portare cambiamenti anche consistenti nella politica di questo partito.

Siamo noi che, mettendoci in gioco, abbiamo affidato alla passione e all’impegno verso un candidato alla segreteria la possibilità di credere a questo partito e di sceglierlo per adesso e per il futuro.
Un futuro che, il giorno delle primarie, per molti di noi si è fatto più lontano.
Siamo noi i delusi dalla conclusione di questa sfida che, per troppi, sembrava avere da subito un esito pressoché scontato.
Siamo noi che, impazienti, attendiamo di sapere cosa deciderà di dire o di fare il nuovo segretario e non sembriamo disposti ad accettare troppe ambiguità (che già ne abbiamo viste tante nel centrosinistra in questi anni).
Ogni giorno di silenzio, ogni decisione rimandata, ogni parola non chiara diventa un facile pretesto per muovere contestazioni.
È un errore questa impazienza, perché la politica è mediazione, diplomazia, compromesso… ma queste sono tutte cose che si era scelto di rimuovere appoggiando le posizioni congressuali di Marino e Franceschini. E allora c’è fretta di capire che cosa accadrà, se questo partito - in cui alcuni si sono avvicinati molto velocemente - potrà essere ancora casa nostra e come lo sarà.
A tutti noi, voglio dire di restare, di non andare via perché il Pd ha bisogno di noi e delle nostre idee.

Siamo arrivati nel partito per sostenere un’idea, spesso con grande forza e grande convinzione, e allora portiamola avanti, anche se le forme dovranno necessariamente essere diverse.
Non lasciamo che tutto quello che abbiamo costruito fino a qui venga spazzato via.
Dobbiamo esserci adesso come ci siamo stati in questi mesi: dobbiamo continuare a partecipare, a frequentare gli incontri con le altre persone dei nostri circoli, a prendere parte alle iniziative messe in piedi e, soprattutto, dobbiamo cominciare a guardarci come appartenenti tutti allo stesso partito e parlarci, conoscerci per lavorare insieme, anche quando avremo idee diverse.
Non dobbiamo avere paura di proporre le nostre idee e la nostra visione delle cose, ma anzi dovremo proprio fare questo, confrontandoci serenamente con tutti gli altri, perché solo noi possiamo portare avanti il nostro pensiero: non ci sarà nessun altro che lo farà al nostro posto e che potrà rappresentarlo se andiamo via.
Questo Pd è casa nostra adesso esattamente come la era qualche settimana fa. E se pensiamo che il Pd sia casa nostra, anche quando sbanda, anche quando non va nella direzione che noi avremmo voluto, vuol dire che il nostro posto è qui e non altrove ma che, anzi, dobbiamo impegnarci ancora di più perché possa diventare più simile al partito che vogliamo.

A tutti quelli che negli ultimi giorni mi hanno chiesto perché restavo in questo partito che ha dimostrato di essere vecchio sia nella classe dirigente, che nelle modalità dell’organizzazione, che nei suoi elettori, rispondo che resto perché questa è casa mia, perché qui ci sono persone che hanno fatto parte della mia formazione e della mia passione politica (con qualcuno ci siamo allontanati, con altri ci siamo avvicinati, ma tutti fanno parte della mia storia e hanno portato avanti idee a cui ho creduto ieri o oggi e a cui voglio contribuire domani).
Non c’è un altro partito dove voglio andare, non c’è un’altra idea che posso condividere: il mio posto è qui e lo è stato anche quando non sono stata convinta della linea politica intrapresa, anche quando ho avuto voglia di non votare Pd, sapendo che comunque non avrei potuto votare altrove.
Mi spiace per quelli con cui ho fatto un pezzo del percorso che hanno scelto di andarsene (anche per quelli di cui non ho condiviso il pensiero politico), è come se perdessi comunque una parte di me, del mio vissuto. Vederli andare via è un po’ come tornare indietro, come rifare il percorso da capo, da quando non ci conoscevano e ci guardavamo con sospetto a distanza, ma ognuno fa le sue scelte: forse in futuro saremo di nuovo vicini, forse ci allontaneremo ancora di più.
Il mio posto è nel Pd ed è qui che voglio condividere le mie idee, con le persone con cui ho lavorato e discusso in questi mesi e con tutte le novità che hanno contribuito ad arricchire di pensiero questo partito.


Per quanto riguarda Bersani, personalmente vengo dall’area DS e non credo che farò molta fatica ad accettare un pensiero di sinistra (ammesso che esista ancora, perché in questi giorni non ne ho visto neanche uno da parte del nuovo segretario), ma mi era sembrato che nei mesi della gestione del Pd da parte di Dario Franceschini avessimo fatto dei passi in più e ora l’impressione è davvero un po’ quella di tornare indietro. Indietro ad una stagione di confusione, in cui si annunciano delle cose ma i fatti ne dimostrano altre, in cui si parla di sinistra ma si inciucia con la destra, in cui i padroni di casa sono quelli della nomenklatura dei salotti mentre gli operai e i precari stanno sui tetti sperando che qualcuno si accorga di loro, in cui, anziché decidere cosa siamo e dove andare, si guarda a con chi andare e come adeguarci (come se essere se stessi fosse una colpa, alla faccia del valore delle radici!).

A Bersani voglio dire solo una cosa: non avrai la nostra fiducia a priori, devi meritartela esattamente come è accaduto (o non è accaduto) a chi c’era prima di te. Noi ci siamo, vogliamo continuare a lavorare per questo Pd, ma devi dirci subito che direzione prendere, perché di tempo a parlare di aria ne stai perdendo anche troppo. Gli elettori e gli iscritti non ti aspetteranno in eterno e, anche se molte cose si delineeranno nel corso del tempo, devi pur cominciare a dire qualcosa di concreto (che non è solo il discorso fatto all’Assemblea Nazionale, ma sono le parole che rilasci tutti i giorni sui giornali e nelle tv, le scelte che prendi di fronte alle posizioni della destra, il voto in Parlamento, i documenti che gireranno nei circoli…).
Bersani, comincia ad agire, comincia a dire dove vuoi andare: solo così non perderai pezzi per strada e per ogni pezzo perduto ne troverai dei nuovi.

Il nuovo Che Guevara

(ASCA) - Roma, 19 ago - Per il Pd "é ora di mostrare i muscoli". Perchè "con questa maggioranza il dialogo é impossibile". E con la Lega Nord "cominciamo a rispondere duramente all'aggressività del suo linguaggio". Lo dice Matteo Colaninno (Pd) in un'intervista a Repubblica.
"Quando ti mettono due dita negli occhi, come fa la maggioranza - spiega Colaninno -, devi rispondere a tono, se vuoi farti rispettare. Altrimenti non si recupera consenso e non si crea un'alternativa. E' tempo che il Pd mostri carattere e torni a mobilitare gli italiani".

Sembra incredibile che a dover fare un discorso di dura opposizione sia un imprenditore-industriale, che avrebbe più interesse a fare il contrario... non ci resta che sperare in Colaninno...



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