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Il giornalismo e il marketing

Mi pare che urga una riflessione seria sul giornalismo e su cosa vuol dire fare informazione.
Oggi, troppo spesso, non si fa informazione ma propaganda (perché anche seguire il senso comune quando non è veritiero o pompare un argomento inutile o sbagliato è fare propaganda e non informare).
Non si segue la deontologia e neanche il buon senso (o il buon gusto) ma solo il marketing e, di conseguenza, il metro di giudizio diventa il quantitativo delle vendite o dei likes ottenuti e non importa più con quale contenuto e se quel contenuto è vero o è giusto.
Raccontare i fatti diventa secondario, prevale il fare lo scoop anche quando questo non c'è.
Il web e i social media, con la possibilità di condividere, amplificano il problema e, spesso, più che l'informazione, aiutano la disinformazione, la propaganda e molte volte anche la diffamazione.
Uno dei problemi è che chi scrive - giornalista o meno - non segue più alcuna regola ma solo il sensazionalismo o i toni aggressivi che una volta venivano confinati nei peggiori bar e oggi sono sulla bocca di tutti.
L'Ordine dei Giornalisti, per legge, è obbligato a fare corsi di formazione per i suoi aderenti, peccato che il più delle volte si tratti di conferenze generiche sui temi più vari e che di formativo non hanno nulla o quasi. Se si usassero quei momenti (che sono obbligatori per tutti) per insegnare almeno le regole base a chi evidentemente o le ha dimenticate o non le conosce proprio, forse sarebbe già un passo avanti.
Da appassionata di giornalismo, vedere un simile scenario è desolante e, a volte, anche irritante. 
Se si va avanti così, il giornalismo muore e muore anche l'informazione. Soprattutto quella sul web che non è più il luogo della libertà e della democrazia ma il luogo della cialtronaggine diffusa, dello sfogo e dell'insulto collettivo che si fa forte della distanza del virtuale per dire qualunque cosa, anche la più becera, confidando nell'impunità o addirittura nel fatto che più lo si fa più si diventata "famosi".
Negli anni passati a scrivere e a bussare a ogni giornale per arrivare a ottenere il tesserino non era questo il giornalismo che sognavo, che seguivo e a cui volevo arrivare.
Chi fa informazione oggi ha il dovere di seguire i fatti e la verità, anche stando dentro a i meccanismi del marketing, altrimenti apra un'edicola o si metta a vendere quel che gli pare ma non scriva perché non è il suo mestiere e fa del male al giornalismo, all'informazione e alla libertà di informazione.

"Daccapo": una bufera di emozioni

Su “Daccapo”, il nuovo romanzo di Dario Franceschini (edito dalla Bompiani), i giornali hanno scritto molto, o meglio hanno sprecato molte parole a parlare di qualcosa che, in realtà, nel libro non c’è!
Forse un po’ forviati da una nota iniziale della casa editrice, forse perché in fondo sono tutti attratti dai presunti argomenti scandalosi che contrastano con le apparenze per bene che si addicono meglio al quieto vivere, sta di fatto che i giornalisti si sono prodigati in infiniti commenti sulla scelta dell’autore di far precipitare il serissimo protagonista del racconto a confronto con 52 prostitute (in realtà solo nominate) e un ambiente di ladri, umili lavoratori e malfattori.
In realtà, però, la storia racchiusa nel romanzo di Franceschini è un’altra: è una storia intensa dal punto di vista emotivo, piena di sentimento, di turbamenti, di svolte interiori.

Il linguaggio utilizzato da Franceschini riflette tutto questo ed è delicato e forte insieme, con delle parolacce sparate qua e là che ricalcano il pensiero del protagonista ma anche quello del lettore.
Daccapo” è un romanzo emozionante, geniale per alcuni aspetti e leggendolo si ride, si piange, si sorride, ci si deve fermare a riflettere. C’è un mondo di emozioni e di sentimenti, di pensieri e di vite vissute o immaginate tra quelle righe che accomunano tutti, non solo i personaggi.
Franceschini coglie alla perfezione i tratti della psicologia umana, pur racchiudendoli in personaggi un po’ stereotipati, molto simili a quelli de “La follia improvvisa di Ignazio Rando”, nel senso che sono molto schematici e si sa benissimo dove andranno a cadere: è facile intuire che il giovane e timorossimo notaio, sempre irrigidito e serissimo, perderà la testa al primo istante, così si intuisce subito che l’integerrimo notaio morente qualche cosa di poco integerrima e ben nascosta deve avercela (un po’ come il principale di Ignazio Rando che dietro la sua aria seria, autoritaria e rispettabile, stava in ufficio a immaginarsi le donne nude e provava fastidio nel venire interrotto dai suoi sottoposti).

Le prostitute - in realtà se ne vede una sola, Mila, e non la si vede mai fare quel mestiere, ma solo ridere, piangere, saltare addosso all’impacciato notaio, lasciandosi coinvolgere dalle sue vicende più come un’amica o un’amante innamorata che non come una puttana - così come i ladri, il popolo “basso” fanno semplicemente parte del contesto in cui molti fatti si svolgono e sembrano essere una scelta di fantasia narrativa.
Su questi personaggi, pur lasciandoli tutti privi di carattere, e sulle scene (proprio come quelle dei film) che si svolgono nell’ambientazione ferrarese si mostrano tutte le abilità descrittive di Franceschini, sempre precisissimo anche nei particolari, mostrandosi in questo caso molto più vicino a “Nelle vene quell’acqua d’argento”, pur essendo un libro completamente diverso per temi, per linguaggio e per ritmo.

Daccapo”, infatti, è un romanzo che ha un suo ritmo, piuttosto forte (se non altro per l’intensità di ciò che racconta pur rinchiudendolo in contesti molto particolari) ma anche per le continue citazioni di scene cantate nelle canzoni dei cantautori (De André, Dalla, De Gregori, Fossati, i Beatles) che l’autore prende in prestito per completare i quadri del suo racconto.
Una forma letteraria nuova, questa, che assomiglia molto all’utilizzo che tutti facciamo della rete e in particolare di facebook; sul quale siamo un po’ tutti ragazzini e affidiamo i nostri stati d’animo alle parole delle canzoni o alle scene dei film linkate da youtube. E in effetti, per chi non ha trovato le citazioni racchiuse nel libro, basta sfogliare la bacheca facebook di Franceschini degli ultimi mesi per ritrovarsele tutte.
Una forma letteraria originale questa, anche se di fatto l’autore non si è inventato molto di suo perché prende il già raccontato da altri per estrapolarlo dal contesto originario e posizionarlo dove gli serve farlo emergere, per ricontestualizzarlo nella sua nuova storia.

Nei giochi di citazioni, Franceschini finisce per citare più volte anche i suoi precedenti romanzi: due citazioni per “La follia improvvisa di Ignazio Rando” (inizialmente è un personaggio che si trova in treno e legge quel libro e poi è addirittura il giovane notaio a Ferrara ad incontrare il povero Rando, ormai completamente perso nella sua follia, in giro per le strade con un grosso sasso in mano) e una citazione molto bella c’è anche per “Nelle vene quell’acqua d’argento”. In “Daccapo” compare l’ottava figlia della famiglia Bottardi, quella che effettivamente, andando a rileggere il romanzo d’esordio di Franceschini, mancava nel conteggio e che, a questo punto risulta essere figlia di una prostituta e del notaio anziano e fa sapere che ad averglielo rivelato è stato proprio il fratello che dopo essere partito per un viaggio non è più tornato.
Sono citazioni, queste, che in qualche modo lasciano con il sorriso i lettori dei precedenti romanzi di Franceschini perché ritrovare un personaggio o una storia fa sempre piacere, così come spiace sempre, una volta terminato il libro, dover abbandonare quelle vite di carta.

Un tratto caratteristico della scrittura di Franceschini è che spesso l’autore affida il messaggio a lettere e sogni. I personaggi dei romanzi di Franceschini, infatti, scrivono o leggono e sognano: Primo Bottardi di “Nelle vene quell’acqua d’argento” mandava una lettera alla moglie per cercare di spiegarle cosa stava facendo e anche il sogno che aveva fatto, Ignazio Rando aveva lasciato scatole piene di foglietti con annotati i suoi sogni (tra l’altro molto più “hot” che non le prostitute mai viste di “Daccapo”). Anche in “Daccapo” si scrive e si sogna: il padre notaio lascia le tracce per rintracciare i suoi figli scritti in un quaderno, le madri prostitute lasciano lettere ad una strampalata anagrafe che servono per il riconoscimento, il notaio morente lascia una lettera al figlio per spiegargli ciò che non farà in tempo a dirgli, il giovane notaio scrive alla moglie perché non riesce a parlarle e, dove le lettere non bastano, arrivano i videomessaggi (film - che a volte sembrano visioni o sogni - della moglie a cui il protagonista deve rispondere). E poi i sogni: il sogno di una donna che sta per scendere dal treno, terminato da un’altra donna che le sta di fronte e il sogno del giovane notaio.

A differenza dei precedenti romanzi di Franceschini, però, la storia raccontata in “Daccapo” è “colorata”: è l’autore stesso a far sapere che il personaggio si perde in “colori sgargianti”, che sono poi metafora della vita, della gioia ritrovata, del tornare in sintonia con il mondo che lo circonda e con le persone di cui è popolato. Colori che vengono anche associati alla bellissima Mila (di cui, appunto, si sa solo che è “bellissima” e dai capelli neri ma questo basta a darle una fisicità pur non descrivendola mai) e quindi in qualche modo all’innamoramento del protagonista non tanto verso la ragazza (probabilmente anche) ma verso ciò che lei rappresenta: il sorriso (mentre di lui si fa notare che non sorrideva mai), la libertà, la capacità di poter fare ciò che le pare senza troppa attenzione alle apparenze in cui tutti i giorni la maggior parte delle persone ingessa la propria vita e i propri pensieri; un innamoramento che non è mai citato nel testo perché non è importante in quanto tale ma lo è per la funzione di svolta che ha sul protagonista e sul suo modo di vivere.
Un innamoramento che diventa evidente nel momento in cui il protagonista si rende conto di non poter pronunciare il nome di lei perché non reggerebbe, sarebbe troppo forte la scossa e lui sarebbe perso e poi, una volta che lo ha pronunciato, non riesce più trattenerlo quel nome e lo ripete fino a svenire.
E Franceschini si rivela anche un autore romantico nel raccontare i momenti vissuti insieme dal protagonista (improvvisamente capace di pensieri e gesti delicati o appassionanti) e la bellissima Mila.
È Mila a generare la follia, a far emergere un mondo sommerso nelle vie di Ferrara, mentre si porta in giro il notaio alla ricerca della verità sui suoi presunti fratelli o semplicemente a passeggio con lei, ma anche a buttare all’aria il mondo ordinato che c’è dentro il protagonista per liberare i colori, la serenità, il disordine, il sorriso… la vita.

Un mondo quello di Mila e di Ferrara che ad un certo punto della storia, però, si tronca: è come se all’improvviso il protagonista - che ha attraversato la “bufera” (dei sentimenti e delle emozioni) causata dalla rivelazione del padre ma anche dell’incontro con la giovane prostituta - abbandonasse tutto quel che ha fatto emergere, compresa la ricerca dei suoi presunti 52 fratellastri (completata di fatto solo sulla carta ma mai concretizzata nel corso del romanzo: soltanto una è, infatti, la sorella che il protagonista incontra e sfiora per caso senza che i due lo sappiano) per concentrarsi sul problema del rapporto che ha con la moglie (donna dall’apparenza fredda, presente nell’elenco dei fratelli/sorelle e qui, oltre al vezzo di fantasia narrativa, non ci vuole un genio a comprendere la metafora di come spesso vanno a finire per tutti i rapporti tra coniugi con il tempo).

È come se il romanzo, in qualche modo, si dividesse in due: una prima parte dedicata ai turbamenti del protagonista, lo sconvolgimento per la rivelazione di suo padre, la scoperta di un mondo sconosciuto (che avviene forse anche troppo velocemente) nei vicoli di Ferrara popolati da personaggi particolarissimi che letti nel romanzo sembrano reali ma osservati a distanza potrebbero sembrare dei folli; e una seconda parte in cui tutto si concentra sulla scoperta della moglie e di ciò che si agita dentro di lei e tutto il resto diventa in qualche modo funzionale a questo, compresa Mila (che da amante si trasforma improvvisamente in amica e complice per aiutare il suo notaio a “liberare” la moglie da ciò che la opprime).

Franceschini, spesso, racconta che quando scrive non è lui a decidere la storia ma sono i suoi personaggi a portarlo dove vogliono e qui è ben evidente che ad un certo punto tutta l’urgenza della storia da raccontare si focalizza sul giovane notaio e la moglie, accantonando il resto: dalle premesse poteva nascerne una vicenda complicatissima e, invece no, l’autore sorprende tutti, fa concludere le ricerche dei fratelli del protagonista - che comunque non sono suoi - sulla carta perché ciò che conta è che forse il protagonista a quel punto ha trovato se stesso ed è più importante del resto e da cercare e da salvare c’è qualcos’altro.
E allora ecco che “Daccapo” è un romanzo bello, intriso di emozioni, sorprendente, appassionante, divertente e serissimo, che fa ridere e piangere insieme a seconda della scena che si sta leggendo (e bastano poche righe per passare da uno stato d’animo all’altro), dove si mischiano la realtà e la fantasia, con una forza intrinseca nel linguaggio con cui le vicende vengono raccontate (perché qui storia, sentimenti e parole sono fuse insieme) e soprattutto in cui dentro c’è la vita, quella di tutti.
 

Una giornata nel Pd romano

Un nuovo viaggio a Roma, ieri, davvero particolarissimo.
Niente vacanza, la missione questa volta è tutta politica. Partiamo in due da Milano alle 8.00, abbiamo un appuntamento con un onorevole Pd alla Camera dei Deputati, si va e si torna in giornata.

La motivazione ufficiale è cercare di capire se c’è lo spazio per la creazione di una rete di contatti utili alla possibile realizzazione di un evento politico sul nostro territorio, magari che, in futuro, possa vedere anche la partecipazione di importanti esponenti del Pd.
A questo, però, si vanno ad aggiungere una serie di considerazioni emotive (sul fatto di andare in un luogo tanto importante, sull’ipotesi di rivedere persone incontrate tempo fa e poi perse di vista) che fanno salire non poco l’agitazione.

Per me, che in questo partito sono sempre l’ultima arrivata, è infatti un’emozione grandissima: tempo fa sono stata al Quirinale, ma da turista e non per ragioni politiche.
Superato il panico della sera prima, l’ansia del “come ci si veste per andare in un posto del genere?”, l’agitazione di una notte insonne e la sveglia all’alba con il terrore di una possibile pioggia (indotto dal fruscio della radiosveglia di mio padre a cui era saltata la stazione) e di non saper dove infilare anche l’ombrello in una borsetta già colma di qualsiasi cosa, si va in stazione.

Il treno Frecciarossa ci tradisce con un ritardo di mezz’ora e l’appuntamento fissato intorno alle 11.00 viene rimandato alle 11.45 (ora in cui, dopo una corsa in taxi, riusciamo a farci portare a Piazza del Parlamento).
Lo sfasamento orario non è cosa di poco conto quando si devono incontrare persone impegnatissime come sono gli uomini politici (che, a differenza di quanto si pensa comunemente, lavorano molto anche lontano dalle telecamere, nelle commissioni parlamentari e negli uffici di partito) e può generare qualche cambiamento di programma.

Il nostro onorevole ha una giornata intensa di convegno - intervista a YouDem - votazione di alcuni emendamenti in commissione e ci raggiunge fuori dalla Camera. Andiamo insieme nel suo ufficio a Palazzo Marini (poco distante da lì). La conversazione è piacevolissima: insieme cerchiamo di mettere sul tavolo i nodi da affrontare e le possibili soluzioni per gestire il tutto.
Una giovane segretaria arriva a ricordargli che sta facendo tardi e l’intervista su YouDem è in diretta, così ci incamminiamo insieme verso la sede del Pd di Sant’Andrea delle Fratte.
Siamo nel cuore di Roma e nel cuore della politica del nostro partito.

Le ragazze e i ragazzi di YouDem ci accolgono in sala regia, da cui seguiamo la trasmissione Finimondo, incentrata sul tema dei respingimenti degli eritrei appena avvenuto; poi il nostro gentilissimo onorevole ci guida alla scoperta della mitica sede nazionale del Partito Democratico e percorriamo lunghi corridoi di uffici, sale riunioni e una bellissima terrazza sui tetti di Roma, incontrando i vari collaboratori impegnati a lavorare.

La nostra avventura politica, per il momento termina: il nostro onorevole ci lascia poco dopo l’uscita da Sant’Andrea delle Fratte per ritornare al suo lavoro alla Camera, noi facciamo una pausa pranzo in via del Corso e decidiamo il percorso del pomeriggio.
L’obiettivo è partecipare al corso di formazione politica dedicato alla libertà di informazione organizzato dalla fondazione Democratica di Veltroni in via Tomacelli e salutare il gruppo di amici romani conosciuti nelle tante precedenti iniziative Pd.

Optiamo per un giro che comprende Via del Corso, Via Frattina, Piazza di Spagna e da lì rientrare su Via Condotti e arrivare in Tomacelli.
Roma, però, è caldissima e nostri vestiti perfetti e professionali (gonna bianca e camicia blu io e camicia fantasia azzurra e pantaloni neri l’amica) cominciano ad appiccicarcisi paurosamente addosso e la vetrina di Chopin di Via Frattina, con tutti i tubini ben in evidenza diventa una tentazione irresistibile.
Usciamo dal negozio completamente nuove: tubino bianco e blu con bolerino in cotone bianco io, tubino e bolerino nero l’amica.

La scuola di Veltroni è piena di gente: le facce che si vedono sulle foto di facebook qui diventano persone in carne e ossa; con molti ci conosciamo ed è sempre un piacere ritrovarsi, con altri non ci siamo mai visti prima ma ci leggiamo praticamente tutte le sere sulle bacheche in rete ed bellissimo incontrarsi di persona e ci viene naturale parlarci come se ci fossimo già incontrati milioni di volte.
In prevalenza il pubblico fa parte del Pd romano (tantissimi i giovani), ma ci sono anche importanti presenze da fuori (Bergamo, Milano, Moncalieri).
Ad assistere all’apertura del pomeriggio arrivano anche le figlie di Walter Veltroni; lui dà un saluto veloce perché poi altri impegni gli impongono di tornare alla Camera.
A parlare restano Ezio Mauro (che, con il suo parlare appassionato, mi ricorda perché ho sempre sognato di fare la giornalista) e Antonio Di Bella (divertentissimo).

Alla fine della lezione, non ci resta che un ultimo giro in piazza di Spagna, un gelato e il treno del ritorno (questa volta puntuale).
La stanchezza della lunga giornata si fa sentire; così l’agitazione confusa, il pericoloso mix tra piano emotivo e razionale con i progetti intrecciati a sogni, paranoie e scelte tattiche dell’andata, lasciano il posto a un bilancio sul possibile, alle parole pensate e rimaste senza voce e a una serie di pensieri inquieti sul resto.
Alla fine la realtà milanese incombe con la sua quotidiana routine e il lavoro di tutti i giorni rompe i sogni romani.

Discorsi sotto l'ombrellone

Sono tornata da poco dal mare, nelle Marche: molte aziende del territorio di Ascoli Piceno sono in chiusura e le persone hanno saputo di esser state licenziate o messe in cassa integrazione il primo giorno di ferie.
Il territorio dell’ascolano è quello che ha registrato il minor numero di abitanti partiti per le vacanze: invece di godersi l’estate, molti operai si sono ritrovati a dover presidiare le loro fabbriche.
Così, anche i discorsi da spiaggia, quest'anno, hanno cambiato tono: si discuteva di fabbriche e mobilità; qui non interessava a nessuno il “Sex and the Silvio” che raccontavano i giornali. Qualcuno sorrideva: “Quello sta in Sardegna, che gliene frega degli operai”… Già, infatti Silvio pensa alla legge sulla privacy per non far pubblicare altre sue foto della Sardegna, mentre la Lega pensa all’introduzione dei dialetti nelle scuole e delle bandiere regionali… ma degli operai che stanno perdendo il posto di lavoro e che, anziché essere in vacanza, si trovano a presidiare le fabbriche nessun politico parla.


A proposito di politica, girando per le città e i paesi, ho visto ancora gli strascichi delle ultime elezioni europee e amministrative. In alcuni luoghi ci sono ancora le insegne dei comitati elettorali con gli slogan dei vari candidati e all’interno, si vedevano dalle vetrine, i pacchi di materiali accatastati: volantini, lettere, “santini”…
A Pesaro, il Partito Democratico ha annunciato il calendario dei principali incontri che si svolgeranno durante la Festa, che comincerà il 27 agosto e la città si è riempita di manifesti.
Nei paesini intorno sulle colline e sul mare, invece, le Feste Democratiche erano già in corso, ma si trattava per lo più di stand di aggregazione con ristoranti e tombole.
Alcuni dirigenti - nonostante il mese vacanziero - erano impegnati per la corsa alle segreterie regionali, in vista del congresso di ottobre, altri polemizzavano con il Pdl su questioni interne, ma anche qui né destra né sinistra hanno detto qualcosa in merito alle fabbriche in chiusura e ai lavoratori a rischio.


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permalink | inviato da nuvolasenzainverno il 19/8/2009 alle 12:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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