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Nuove norme in materia di parchi e aree protette

Grande partecipazione di Associazioni ambientaliste, responsabili degli Enti Parco e amministratori locali all’incontro che si è svolto al Grattacielo e Pirelli e che è stato promosso dagli Eco.Dem della Lombardia in collaborazione con i gruppi parlamentare e consiliare del PD della Regione.
Oggetto della discussione è stata la riforma della Legge 394 del 1991 in materia di parchi nazionali e regionali e aree protette che si sta discutendo in Commissione Ambiente al Senato attraverso la presentazione di tre disegni di legge rispettivamente del Partito Democratico (a firma del senatore Caleo), di Forza Italia (a firma del senatore D’Alì, che aveva già proposto una riforma analoga nella precedente legislatura ma che non era riuscita ad arrivare in porto, in seguito alla caduta del governo) e di Sinistra Ecologia e Libertà (a firma della senatrice De Petris) che stanno trovando una sintesi nella proposta del relatore Marinello (Nuovo Centro Destra) e che dovrebbe approdare in Aula tra settembre e ottobre.

L’incontro si è aperto con la relazione del senatore lombardo Franco Mirabelli (VIDEO), membro della Commissione Ambiente e che già nei mesi scorsi si era attivato per condividere le proposte in discussione con le varie realtà rappresentative dei settori che potevano essere interessati.
Nella sua relazione, il senatore Mirabelli ha esordito raccontando ai presenti i meriti della Legge 394 del 1991 con cui sono stati istituiti i parchi nazionali, regionali, le aree marine protette e che ha consentito al nostro Paese di salvaguardare e valorizzare lo straordinario patrimonio ambientale ma che, però, dopo 23 anni, necessità di un aggiornamento che consenta di migliorare alcuni aspetti e di adeguarla alle norme europee per la tutela della biodiversità e al protocollo “Natura 2000”.
Il senatore Mirabelli si è poi soffermato a descrivere i vari articoli previsti dal nuovo testo di legge (che va modificare le regole in materia di governance, attività economiche e finanziamento, salvaguardia delle aree contigue, norme più stringenti in materia di controllo della fauna), spiegandone i contenuti e la discussione in corso in Commissione sugli emendamenti.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giampiero Sammuri (Presidente Nazionale Federparchi) che, attraverso una serie di slide ha presentato un confronto tra le Legge 394 e le proposte di modifica, confermando un sostanziale giudizio positivo per la scelta di effettuare un “tagliando” alla normativa vigente, in particolare sulla questione della salvaguardia delle aree contigue e ha avanzato tre richieste ai parlamentari presenti che avranno poi il compito di discutere e portare a casa il provvedimento definitivo. La prima richiesta di Federparchi riguarda le attività economiche dentro ai parchi e i contributi da esse derivati: il tutto deve riguardare esclusivamente gli impianti già esistenti e non attivare concessioni per nuove opere. La seconda richiesta riguarda la riforma delle competenze paesaggistiche da attribuire ai parchi. La terza questione posta da Federparchi come indispensabile, invece, riguarda la richiesta di finanziamenti ai parchi in base al budget.

Più politico e meno tecnico, invece, è stato l’intervento di Marzio Marzorati, Responsabile Parchi di Legambiente Lombardia, il quale ha contestato durante le scelte intraprese dalla giunta regionale in materia di ambiente e ha denunciato la gravità della situazione in cui versa il Parco dello Stelvio. Sul fronte delle richieste, come Legambiente, ha segnalato l’importanza di connettere la riforma della normativa sulle aree protette alla legge contro il consumo di suolo, in quanto ormai i due temi sono strettamente collegati.

Il punto di vista degli amministratori locali lo ha espresso Massimo Depaoli, nuovo Sindaco di Pavia, che ha evidenziato come l’esperienza dei parchi regionali possa costituire un esempio anche per i parchi nazionali, avendo però l’accortezza di creare ambiti omogenei sui territori per realizzare interventi. Sottolineando l’importanza del ruolo dei Comuni oggi, Depaoli ha però segnalato anche che i sindaci non hanno tutti la stessa opinione e, per questo, sarebbe utile avere delle solide reti di amministratori locali e luoghi di discussione e confronto – quali enti intermedi di governance - che consentano di raggiungere posizioni più omogenee nella gestione dei territori.
Un altro fattore importante, secondo il sindaco di Pavia, riguarda gli agricoltori e il ruolo che hanno svolto in questi anni sempre più collegato ai parchi e alla difesa delle aree protette, contestando un’idea di sviluppo tutta incentrata sull’urbanizzazione. Si tratta di una novità importante che, per Depaoli, merita di essere valorizzata.

Sugli stessi toni anche Renato Aquilani, Presidente dell’Associazione Parco Sud Milano, che ha raccontato l’esperienza del Parco Sud, quale ente di cintura urbana che ha bloccato l’urbanizzazione selvaggia degli anni ’80 ma che è anche parco agricolo e come tale ha svolto un ruolo importante nell’evoluzione del rapporto tra agricoltura e ambientalisti, passato da un inizio burrascoso ad oggi in cui gli agricoltori sono i primi difensori del Parco.
In merito alla riforma della Legge 394/1991, Aquilani ha mostrato di apprezzare le novità introdotte sul fronte delle aree contigue e anche la semplificazione di alcune norme, così come i cambiamenti in materia di governance che vedono un maggiore coinvolgimento delle associazioni perché queste, secondo il Presidente dell’Associazione Parco Sud Milano, svolgono un ruolo di rappresentanza sociale all’interno del Parco.

Giuseppe Manni, Presidente del Parco Nord Milano, nel suo intervento ha sottolineato come sia ormai indispensabile un approccio nuovo verso i temi ambientali ed ecologisti: “Un tempo questi erano temi regalati a strenui fondamentalisti dell’ambiente ma oggi – anche in vista dell’Expo e della materia oggetto della manifestazione – è il momento di cambiare verso davvero anche su questo fronte ed è ora che queste questioni entrino nel dna delle persone”, ha affermato Manni. Partendo dall’esperienza del Parco Nord, in cui ci sono voluti 40 anni di lavoro per ricostruire la biodiversità all’interno, Manni ha lanciato la proposta di rilanciare i parchi periurbani, mettendoli in rete tra loro (come in parte si è già iniziato a fare), in vista della creazione della città metropolitana che come tale deve avere il suo parco e non farsi inglobare tutte queste realtà dalla Regione.
Manni ha concluso, però, lanciando un allarme ai parlamentari presenti che riguarda la situazione economica drammatica dei parchi regionali e per cui è indispensabile che nella nuova legge si trovi il modo di reperire finanziamenti stabili (che non possono essere in carico a Comuni ed Enti Locali, già privi di risorse).

Ultimo esponente dei parchi ascoltato è stato Agostino Agostinelli, Presidente del Parco Adda Nord, il quale ha segnalato l’urgenza delle nuove norme e ha avanzato la richiesta che si faccia il possibile affinché queste vengano approvate presto e diventino operative entro l’anno.
Allo stesso modo di Manni, anche Agostinelli ha sottolineato la necessità di modificare radicalmente la chiave di lettura del sistema dei parchi e la cultura ecologista secondo cui il parco realizzato diventa l’unico baluardo di cui accontentarsi e da difendere mentre al di fuori può avvenire qualsiasi tipo di cementificazione. Oggi, secondo Agostinelli, essendo cambiata la società, questo modo di pensare non ha più senso: “I parchi non rappresentano più la compensazione strutturale ad un capitalismo pesante tutto basato sull’urbanizzazione – ha evidenziato il Presidente del Parco Adda Nord – ma possono essere un perno su cui costruire un nuovo modello di sviluppo sostenibile”.

Serena Righini, membro della Segreteria Regionale del Partito Democratico della Lombardia, giunta a portare un saluto all’iniziativa, ha esposto la necessità di creare un nuovo modello di sviluppo economico più sostenibile perché l’ambiente non può più essere considerato solo come un ostacolo all’economia ma deve, invece, diventare un valore anche dal punto di vista culturale e sociale. Anche per questo motivo, ha contestati duramente la legge regionale recentemente approvata che consente le gare di moto all’interno dei parchi.

A raccogliere le osservazioni e le istanze presentate c’era anche l’onorevole Chiara Braga, Responsabile Ambiente per Segreteria Nazionale del PD, da sempre impegnata sulle questioni ambientali, ha espresso la volontà di portare fino in fondo questo progetto di riforma, frutto di un lavoro di confronto con il mondo dei parchi, le associazioni del settore e gli amministratori locali. La deputata democratica ha segnalato l’urgenza di mettere i parchi nelle condizioni di poter lavorare, fornendo loro gli strumenti necessari in tempi utili e per questo sono già stati attivati dei canali di contatto con il Ministro dell’Ambiente Galletti.
“Con questa nuova legge – ha affermato Chiara Braga – diffondiamo anche un’idea di sviluppo e di ambiente che abbiamo per il Paese. A partire dalle aree protette, serve costruire un nuovo modello di sviluppo locale, serve un’idea di sviluppo che metta l’ambiente tra le questioni su cui puntare. Per questo andrà portata avanti la richiesta che questo Governo abbia un’impronta verde un po’ più riconoscibile rispetto a ciò che è stato fino ad ora. Un passo importante in questa direzione è stato fatto con la presentazione delle norme per fronteggiare il dissesto idrogeologico e la difesa del suolo”.
Con l’occasione, infatti, Chiara Braga ha fatto anche il punto sulla legge per fermare il consumo di suolo che sembrava essere in dirittura d’arrivo con il Governo Letta ma che con il cambio di vertici ha subito una serie di rallentamenti e ora può forse vedere nuova luce per alcuni aspetti.

“L'incontro sulla riforma della legge sui parchi ha dato a tanti soggetti la possibilità di contribuire alla normativa che stiamo discutendo nella Commissione Ambiente del Senato, mentre la trattazione è ancora in corso e non a cose fatte. Faremo tesoro delle proposte e dei suggerimenti che ci sono giunti da associazioni e sindaci”, ha dichiarato il senatore Franco Mirabelli, in conclusione del convegno.
Sulla stessa linea Stefano Facchi, Presidente degli Eco.Dem della Lombardia e coordinatore dell’incontro che ha commentato: “Gran bella iniziativa a cui abbiamo registrato un’ottima presenza e un ottimo livello del dibattito. Mi pare che il metodo di discutere i progetti di legge prima che vengano approvati, avviando un confronto tra parlamentari, consiglieri regionali, sindaci e associazioni, funzioni bene”.

Il PD che cambia l'Italia

Questa mattina al circolo PD Prato-Bicocca, abbiamo approfittato della disponibilità del senatore Franco Mirabelli, per discutere insieme delle proposte che il PD sta portando avanti al governo per cambiare l’Italia, per comprendere un po’ meglio quale Paese stiamo costruendo.
Il PD si è impegnato su più fronti ed è protagonista dell’accelerazione che c’è stata sul terreno delle riforme. – ha esordito il senatore, interloquendo con gli iscritti - Le riforme sono sempre state una questione centrale per il Partito Democratico anche perché il rapporto tra i cittadini e le istituzioni si è molto logorato e far vedere che si sta finalmente lavorando per riformare il Paese può servire per riavvicinare”. Inoltre, ha ricordato Mirabelli “l’accelerazione che si è prodotta ha creato nel Paese una grande aspettativa”. Era, comunque, un’accelerazione necessaria perché – ha segnalato il senatore PD – l’idea diffusa era ormai quella di essere di fronte all’ultima occasione: “Il risultato elettorale ci ha detto che il 30% circa dei cittadini italiani non sono andati a votare, il 25% ha scelto di votare il Movimento 5 Stelle che è una forza antisistema e altri hanno espresso simpatia per altre forze populiste a fronte del fatto che la politica e le istituzioni hanno raggiunto il livello più basso di credibilità proprio a causa dei ritardi e delle resistenze poste a ogni richiesta di cambiamento. Che è l’ultima occasione ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. – ha insistito Mirabelli - Oggi, serve ridare credibilità alla politica e alle istituzioni. Per questo Renzi ha scelto la velocità di azione e la semplificazione del linguaggio, per far vedere che il cambiamento lo si fa davvero. E questa velocità di Renzi ha spiazzato tutti perché nessuno ci era abituato. Ora si è avviata una stagione di riforme importanti, questo crea consenso nei cittadini ma ci sono anche molte forze refrattarie ai cambiamenti perché vedono messi in discussione i loro privilegi e non sarà semplice cambiare. Chi vuole contrastare il cambiamento spesso si inventa cose che non ci sono oppure fa intendere che da qualche parte c’è la fregatura nascosta oppure dice che il problema vero è un altro e si finisce per discutere delle invenzioni e non di cosa si è fatto davvero”.

 
Venendo alle riforme avviate in questi mesi, Mirabelli ha ricordato l’iter della legge elettorale, già discussa alla Camera dei Deputati e che arriverà in Aula Senato dopo la discussione sulla riforma per superare il bicameralismo perché serve realizzare una riforma costituzionale che abbia un equilibrio complessivo. In ogni caso, si tratta di una legge elettorale maggioritaria in cui chi vince governa (esattamente come aveva chiesto il PD) e si è ottenuto il doppio turno, mentre possibile oggetto di discussione diventeranno la soglia di sbarramento e la questione della percentuale di donne nelle liste che la Camera non ha risolto.

 
Sul tema delle Riforme costituzionali, Mirabelli ha ricordato che con il Governo Letta si è perso un anno (passando dalla discussione sui saggi alla modifica dell’art. 138 della Costituzione) e non è cambiato nulla mentre con l’arrivo del Governo Renzi tutto è cambiato e sono già stati calendarizzati molti provvedimenti e poi si dovrà lavorare anche per migliorarli e correggere ciò che non va bene.
Sbagliato, però, secondo Mirabelli, parlare delle riforme solo in termini di risparmio economico: “Dobbiamo smettere di dire che si fanno le riforme solo per risparmiare soldi perché si stanno riformando gli assetti istituzionali del Paese. - ha precisato il senatore - Le riforme costituzionali devono servire a far funzionare meglio lo Stato, non solo a ridurre i costi della politica”.
Nel merito della riforma del Senato, di cui molto abbiamo letto sui giornali in questi giorni, Mirabelli ha spiegato che alcuni senatori non sono d’accordo sulla non elezione diretta dei membri del Senato ma, se questo verrà trasformato in una sorta di Camera delle Autonomie Locali diventerà difficile fare l’elezione diretta dei nuovi senatori perché dovranno essere espressioni di rappresentanze locali. “Un ruolo diverso del Senato e dei senatori deve corrispondere anche ad una platea elettorale diversa”, ha ribadito Mirabelli.
I tempi di modifica costituzionale, comunque, saranno lunghi: ci vorranno due letture (una per ogni Camera) a distanza di sei mesi l’una dall’altra e successivamente ci sarà un referendum.

 
Tra le cose già approvate, invece, Mirabelli ha ricordato la legge che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti e contiene anche alcune norme che regolamentano la struttura dei partiti e questo rappresenta un grande cambiamento.
Un altro tassello importante è quello rappresentato dal DDL Delrio con cui si è avviata la costruzione delle città metropolitane. Il DDL prevede che le province in scadenza non torneranno al voto ma diventeranno enti di secondo livello e saranno abolite le giunte provinciali (vale a dire non ci saranno assessori e consiglieri eletti). Entro giugno dovrà essere votato il Consiglio delle città metropolitane, costituito dai sindaci dei vari Comuni che vi appartengono, presieduto dal Sindaco del Comune capoluogo che non percepirà altre indennità aggiuntive, e questo poi varerà lo Statuto entro il mese di novembre.
“Non è una legge perfetta - ha commentato Mirabelli - ma intanto, dopo anni di discussione su questo tema, la città metropolitana si sta concretizzando”.

 
Mirabelli ha ricordato anche che il Movimento 5 Stelle non ha votato alcuna riforma di quelle portate avanti in Parlamento, con la motivazione che nulla di ciò che viene presentato a loro va bene: “La realtà è che hanno paura di un Parlamento che fa davvero le cose toglie acqua alla loro propaganda”, ha commentato il senatore PD.
Legato a questo argomento, anche la polemica degli ultimi giorni sul voto alla norma 416-ter sul voto di scambio politico-mafioso, per cui M5S ha fatto diverse bagarre in Aula. “I Parlamentari PD si sono impegnati coll’Associazione Libera per fare una legge che punisca il voto di scambio. – ha segnalato Mirabelli - Oggi si contesta il fatto che, dopo il passaggio alla Camera, si sono abbassate le pene. Però quella è una legge che prima non c’era e punisce la promessa di voti scambiati con dei favori e per questo serve farla prima delle elezioni. Spaccare così il quadro politico su questo tema fa il gioco della mafia”.

 
Infine, Mirabelli ha sottolineato che si stanno facendo passi in avanti anche sulle riforme economiche e sociali. Una particolarmente importante è contenuta il decreto sull’emergenza abitativa (di cui il senatore è relatore) che prevede che vengano raddoppiati i finanziamenti al Fondo Sostegno Affitti e al Fondo per la morosità incolpevole (che il Governo Monti aveva tolto e Letta aveva ripristinato) e poi norme per favorire la possibilità di trovare case a canoni contenuti (come ad esempio l’abbassamento della cedolare secca al 10% per favorire l’emersione dal nero degli affitti e sopperire al fatto che ci sono troppe case sfitte).
Un altro decreto importante sarà quello sul lavoro con cui si andrà a cambiare le condizioni dei contratti flessibili rispetto a quanto prevedeva la legge Fornero e poi arriverà il Job Act per interventi sull’apprendistato, sul contratto unico, sul salario minino e anche sul reddito di cittadinanza.
Anche nel DEF ci saranno cose di impatto economico e sociale importante, come la norma di riduzione dell’impatto fiscale sugli stipendi che consentirà di avere le 80 euro in più in busta paga (che praticamente porteranno ad una mensilità in più alla fine dell’anno) e le coperture sono individuate da alcuni tagli della spending review.
“Oggi - ha sottolineato Mirabelli - c’è un problema drammatico dell’occupazione e della tenuta degli ammortizzatori sociali. La scelta di intervenire sul cuneo fiscale e sul lavoro dipendente è perché si pensa che così si possano far ripartire i consumi”.
Sul metodo, Mirabelli ha spiegato che “Renzi tira dritto, rompe un metodo di concertazione che era considerato da tutti basilare ma oggi c’è una frammentazione tale della rappresentanza che la concertazione è complicata. Le rappresentanze intermedie, spesso, non rappresentano più molto oggi. Per questo il PD, quando fa le riforme, deve guardare all’interesse generale e mettere al centro dei provvedimenti gli interessi dei cittadini”.

 
Questi, dunque, gli argomenti affrontati nella mattinata, attraverso un proficuo dialogo tra il senatore e gli iscritti del circolo PD Prato-Bicocca di Milano.

Per un’Europa solidale e coesa

Si moltiplicano le serate dedicate all’Europa in vista delle elezioni del 25 di maggio. Un bel dibattito sul tema dell’Europa solidale si è svolto al Circolo PD Caponnetto che ha avuto per relatori il Padre gesuita Giacomo Costa (direttore del Centro San fedele e di Aggiornamenti Sociali) e il senatore Franco Mirabelli (membro della Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato).
L’incontro è stato aperto da Padre Giacomo Costa, il quale ha provato a dare un’apertura diversa e innovativa all’impostazione del dibattito, offrendo quattro approcci per affrontare il tema dell’Europa precisando che è meglio non fare solo un discorso utilitaristico e non stare a negoziare sul fatto che convenga o meno l’UE perché in questo modo ci si trascina in una discussione sterile e si svilisce il progetto europeo. Tuttavia, secondo il gesuita, non aiuta neanche l’essere totalmente sbilanciati sull’idealismo, soprattutto in una fase come quella che stiamo attraversando, in cui dal sogno di Ventotene sono cambiate molte cose, c’è stato uno svuotamento del dna europeo, che invece dovrebbe cresce e svilupparsi, si sono moltiplicati gli euroscettici.
Un primo approccio offerto da Padre Costa per discutere di Europa è quello delle prospettive generazionali: «In Europa - ha sottolineato il gesuita – convivono generazioni diverse, c’è chi ha vissuto la guerra, chi ha un po’ meno anni e ha visto la caduta del muro di Berlino e ha visto un’Unione Europea che era già un dato di fatto ma da migliorare, e poi ci sono i giovani di oggi per cui tutto questo viene dato per scontato. Le generazioni, oggi sono divise tra loro e la crisi ha aumentato le divergenze, come evidenziava anche il titolo di un convegno Acli che era “I vostri diritti sono i nostri problemi”, riferito al problema pensioni/lavoro. Per questo è più che mai indispensabile trovare il modo di tenere insieme persone di generazione diversa».

 
Un secondo approccio offerto da Giacomo Costa riguarda il come riprendere l’identità europea, in un tempo come quello attuale in cui tornano fortemente i nazionalismi, alcuni dei quali fanno leva su situazioni inesistenti come il caso di Marine Le Pen ha vinto parlando di una Francia “perduta” senza stranieri che in realtà non è mai esistita.
«L’identità europea è inclusiva, apre e dialoga tra diverse identità», ha sottolineato Giacomo Costa che, parafrasando Bono degli U2, ha affermato: «non posso essere italiano se non sono anche europeo» e, quindi, il punto è capire «come dare spazio agli altri senza perdersi», in quanto la solidarietà e la coesione europea sono il non negare i singoli ma il mettere insieme, il capirsi pur parlando lingue diverse. Per riprendere il filo dell’identità europea, dunque, secondo il gesuita bisogna cercare di valorizzare le posizioni che non siano di chiusura ma diano un respiro diverso per uscire dalla situazione in cui siamo.

 
Un terzo punto da approfondire, secondo Padre Costa è quale creatività istituzionale bisogna applicare all’Unione Europea? E, se l’approccio più citato è quello del federalismo, secondo il gesuita, però, è bene non appiattirsi sul modello degli Stati Uniti perché la nostra identità è molto diversa dalla loro. Resta, tuttavia, secondo Giacomo Costa, la necessità di darsi delle strutture di discussione e di elaborazione delle proposte perché, citando la frase di Jean Monnet, “Nulla è possibile senza gli uomini, niente è possibile senza le istituzioni”, e la discussione portata avanti negli ultimi mesi, in cui ci si rinfaccia l’un l’altro ciò che non si è fatto (in particolare il Nord contro il Sud dell’Europa) è sbagliata. “Nulla è possibile senza gli uomini, niente è possibile senza le istituzioni”.

 
L’ultimo approccio esposto da Giacomo Costa riguarda il tema della cittadinanza. «E’ indispensabile ridefinirsi in base alla pluralità di riferimenti territoriali e culturali. Serve creare un vero spazio europeo politico, pedagogico e comunicativo», ha affermato Costa. «Per fare un’Europa più politica bisogna davvero fare politica, anche confrontandoci con le resistenze che arrivano dai territori», ha sottolineato il gesuita, ricordando che invece è sbagliato usare il discorso politico europeo per fini nazionali e i candidati al Parlamento Europeo devono essere persone che sappiano davvero portare avanti un discorso europeo. «Angela Merkel, per vincere le elezioni in Germania, ha rovinato la Grecia. Dobbiamo uscire da questi livelli di discussione», ha concluso Padre Costa.

 
Il senatore Franco Mirabelli ha segnalato che di Europa discutiamo troppo poco ed è sbagliato discutere di Europa solo in concomitanza con le elezioni europee. “L’Europa fa parte della nostra vita, però, molto spesso, all’opinione pubblica vengono mostrate solo le cose negative prodotte”, ha evidenziato Mirabelli, ricordando che “In realtà, l’Europa non è solo quello che viene raccontato. Oggi, ci troviamo in una condizione di scetticismo molto diffuso nei confronti dell’Europa perché valorizziamo troppo poco ciò che l’Europa ci ha consentito di costruire nel nostro Paese in positivo. Ci sono dei dati oggettivi che ci dicono che l’Europa è una risorsa. Ora si è allargata a 28 Paesi e ci sono altri Stati che vogliono entrare, perché vedono l’Unione come un’occasione e un’opportunità. Purtroppo, per molti Paesi che sono dentro l’UE si è creata l’idea che l’Europa sia solo un vincolo, un qualche cosa che impedisce invece che qualcosa che consente”.
Quelle del 25 maggio, secondo il senatore PD saranno elezioni decisive per il futuro dell’UE, per questo è importante parlare di Europa e non si devono usare le elezioni europee per giustificare un passaggio nazionale o per fare una verifica elettorale nazionale.
“Oggi ci sono una quarantina di parlamentari euroscettici all’interno del Parlamento Europeo ma dopo le elezioni il numero di questi aumenterà in modo consistente. - ha sottolineato Mirabelli - È evidente che, se ci sarà un successo molto grande delle forze euroscettiche, l’Europa subirà una battuta di arresto. Invece, dobbiamo lavorare affinché si creino le condizioni per completare il processo della costruzione europea”. Cosa tutt’altro che facile perché, come ha fatto presente l’esponente del PD, in questi anni di crisi, tra i cittadini si è diffusa l’idea che l’Europa, in qualche modo, sia la responsabile dei sacrifici che si sono dovuti affrontare: “Si è diffusa l’idea che la responsabilità di tutte le misure impopolari che hanno colpito in maniera significativa tante famiglie non sia degli errori fatti dal nostro Paese ma sia dell’Europa perché, purtroppo, anche forze non euroscettiche ma populiste, di fronte a condizioni drammatiche in cui vivono molte persone che subiscono la crisi, anziché affrontare il tema e mettere in campo una prospettiva europea, preferiscono cimentarsi a individuare un capro espiatorio. La Lega lo fa da sempre e ora anche Grillo ha scelto di fare in modo che quando si manifesta un problema, anziché scegliere come risolverlo, si cerca a chi attribuirne la colpa. Lo fa Maroni quotidianamente governando Regione Lombardia, dando la colpa delle situazioni di volta in volta a uno o all’altro. L’Europa è diventata il capro espiatorio di tutti i nostri problemi e, di fronte a questa semplificazione, è diventato difficile rispondere: ci vuole un grande sforzo comunicativo”, ha affermato Mirabelli.

 
Uno dei temi chiave da affrontare in sede europea, secondo Mirabelli, è quello delle ondate migratorie: “L’idea che di fronte alla complessità, la cosa migliore da fare è chiudersi e difendersi dentro a un castello, come se fosse possibile è evidente che è antistorica: chiudersi non ha alcun senso. Eppure sono idee che hanno un fascino tra le persone e sono il contrario della costruzione cooperativa e solidale e della condivisione di cui si ha bisogno ora. C’è proprio un messaggio culturale diverso che si sta tentando di imporre e che arriva prima alla gente perché gioca sulla semplificazione”, ha segnalato il senatore, registrando, tuttavia, che il problema non sono i cittadini che, di fronte alla crisi, recepiscono questi messaggi negativi perché c’è stata anche una responsabilità vera dell’Europa per come ha affrontato le cose in questi anni.
“L’Europa ha affrontato la crisi guardando ai bilanci, alla finanza e mai alle questioni sociali, imponendo un’austerity che magari a noi ha aiutato per sistemare qualche problema di bilancio che avevamo a prescindere dall’Europa, però, le famiglie sono state aiutate decisamente meno in questo. In Grecia la cura europea ha massacrato, i conti ora sono in ordine ma c’è un Paese devastato dal punto di vista sociale. – ha insistito Mirabelli - E allora c’è stata un’Europa troppo poco sociale, troppo poco politica, troppo poco “Europa dei cittadini” mentre è stata per lo più un’Europa che ha guardato ad altro. Il sistema valoriale di cui abbiamo bisogno non l’abbiamo visto: l’Europa, in questi anni di gestione della crisi, ha mostrato quasi esclusivamente attenzione ai parametri. Per ridare fiducia ai cittadini e per ricostruire questo, dobbiamo fare una campagna elettorale dicendo che l’Europa deve cambiare e può cambiare, magari ritornando anche allo spirito originario di Ventotene”.

 
Altre tematiche da affrontare, per il senatore PD, sono quelle delle sviluppo e del lavoro, sapendo anche che l’Europa deve avere la capacità di promuovere un’idea di sviluppo per i prossimi anni che non sia la scopiazzatura degli anni precedenti: “Non è realistico pensare che si possa uscire da questa crisi immaginando di tornare come eravamo prima. – ha affermato mirabelli - Non si può ritornare a come eravamo prima perché quel modello di consumi e quel modello di produzione devasta il mondo. L’Europa su questo deve avere la capacità di consentire gli investimenti, scegliere cosa fare, rompere un po’ di patti di stabilità per poter investire su alcune cose, avendo in mente un’idea di sviluppo e soprattutto la questione del lavoro”.

 
L’altra questione emersa è quella della rappresentanza: il Parlamento Europeo lo eleggeremo a suffragio universale però, ad oggi, vale pochissimo perché ciò che conta sono le decisioni della Commissione, la quale è formata dai governi, per questo, ha sottolineato Mirabelli “Bisogna dare più potere alle istituzioni rappresentative elette dai cittadini perché questo è un modo per cominciare ad andare nella direzione giusta, per costruire un rapporto politico e democratico tra i cittadini e le istituzioni europee. Se non facciamo questo, se l’idea che si diffonde è che si va a votare per un Parlamento europeo che tanto poi conta pochissimo è anche difficile portare i cittadini al voto e si genera un’ulteriore sfiducia nelle istituzioni europee. Qualche passo è stato fatto, ad esempio, l’andare a votare per il Presidente della Commissione è già un modo per avvicinare. Dobbiamo, però, sapere che, comunque, la Commissione sarà composta dai governi. Poi c’è un problema di rapporto tra i Parlamenti nazionali e le istituzioni europee: c’è un sistema di rappresentanza da ricostruire, senza il quale non riusciamo a ridare credibilità. Non tutto può svilupparsi solo in un confronto tra governi perché spesso o si raggiunge una mediazione, o decidono i governi dei Paesi più importanti o tutto finisce in niente”.

 
L’ultimo tema proposto da Mirabelli è stato quello della responsabilità di non aver valorizzato abbastanza che cos’è l’Europa e le cose positive che abbiamo grazie all’UE: “Rischiamo che vengano date per scontate cose che non lo sono e che senza l’Europa non ci sarebbero. - ha ribadito il senatore - Schengen, la libera circolazione delle persone, ad esempio, è un grande fatto che senza l’Europa non ci sarebbe stata, così come i milioni di giovani che vanno all’estero a studiare con il progetto Erasmus non ci sarebbero stati e non ci sarebbero stati neanche i fondi per sostenere le aree deboli che, dove sono stati utilizzati bene (anche in Italia ma soprattutto in altri Stati, come l’Irlanda), hanno prodotto dal punto di vista dell’equità sociale. Mi domando se non vada sottolineato il fatto che noi oggi, grazie all’Europa, dobbiamo rispettare obiettivi importanti su cui abbiamo costruito pezzi della nostra legislazione in tema di difesa dell’ambiente, di promozione delle energie rinnovabili; in tema di rispetto dei diritti umani nelle carceri. Ma anche in tema di lotta alla criminalità organizzata: non è lo stesso se in Italia si combatte la mafia qui con la nostra legge, che è molto avanzata, e poi in altri Paesi ci sono vincoli minori che consentono ai criminali di salvarsi varcando il confine o spostando i loro patrimoni in altri Stati”.
In Italia, infatti, ha spiegato l’esponente PD, vige la norma per cui si possono confiscare i beni ai mafiosi già in fase di indagine, senza che vi sia una sentenza di condanna ma è ovvio che se negli altri Paesi europei questo non è consentito perché la legge impone che si attenda la sentenza, alla criminalità organizzata basta spostare i propri patrimoni in quei Paesi per essere al sicuro.

 
Tante sono, dunque, le questioni e i problemi che non possiamo risolvere da soli, alcune – ha ricordato il senatore Mirabelli – saranno anche al centro dell’agenda della Presidenza italiana del Semestre Europeo, come ad esempio il problema dell’occupazione ma anche della qualità del lavoro perché “L’Europa dovrebbe svolgere anche un ruolo di barriera rispetto allo sfruttamento e garantire la dignità del lavoro”, ha affermato l’esponente PD.
Così come di grande importanza è la politica estera dell’UE: “Oggi - ha detto Mirabelli - valorizziamo il ruolo che ha avuto l’Europa per la pace ma, di fronte ad una vicenda come quella ucraina, dobbiamo riflettere su quali strumenti mette in campo l’UE e quale ruolo vuole avere l’Europa. Oppure diamo per scontate le cose anche sul terreno della democrazia ma poi ci dobbiamo confrontare con una realtà come quella ungherese in cui siamo contenti che non hanno vinto i nazisti ma ha vinto comunque un soggetto che ha fatto una Costituzione illiberale”.
Infine, Mirabelli ha ricordato il grave problema degli sbarchi a Lampedusa e la gestione dei richiedenti asilo. Questo, secondo il senatore, deve diventare un problema dell’Europa, cosa che oggi non è perché se rimane un problema solo dei Paesi del Mediterraneo, dove arrivano i barconi, l’Europa non fa il suo lavoro.
“Sono stato a Vilnius alla Conferenza dei Parlamenti degli Stati europei e i rappresentanti dei Paesi mediterranei hanno posto questo tema e la risposta degli altri ha mostrato un’evidente non comprensione del problema. - ha raccontato Mirabelli - I richiedenti asilo devono fermarsi nel Paese in cui presentano la richiesta e, dato che le procedure sono lunghe, queste persone rischiano di restare per molti mesi. Per un anno vengono accuditi da alcune associazioni, come prevede la legge di Maroni, dopo l’assistenza finisce perché le associazioni non ricevono più finanziamenti per farlo e, quindi, se ne perdono le tracce (si veda la vicenda di Kabobo). La scelta dell’Europa, con il trattato di Dublino, di distribuirli sul territorio europeo aiuta a far diventare la situazione meno pesante per tutti solo che la distribuzione non è equa perché all’Estonia spetta un rifugiato politico, alla Francia 5 ecc. È chiaro che così non funziona e i Paesi nordici hanno un’idea generale per cui il problema è nostro, che siamo un po’ razzisti e lasciamo affondare i barconi. Sull’immigrazione si sente l’assenza di una politica europea: siamo ancora dentro alla logica dell’emergenza nel Mediterraneo e gli altri Paesi che non vogliono occuparsene. Eppure l’Italia è il Paese con il tasso di immigrazione più basso. Questo è un tema che dà il senso della complessità e di quanto l’Europa sia ancora da costruire”.
Costruzione che, però, se alle elezioni avranno la meglio le forze euroscettiche - ha precisato Mirabelli - sarà più difficile da portare a compimento e sarà complicato anche fare passi avanti su temi come questi.

 
[Testo intero dell'intervento di Franco Mirabelli e video]

Incontro con Cofferati e Mirabelli all'Isola


 
La campagna elettorale per le elezioni europee ha preso il via e anche le occasioni per incontrare i candidati.
Domenica sera, all’Isola, l’occasione per parlare di Europa e per approfondire alcune tematiche legate alle dinamiche economiche di cui molto si è letto sui giornali in questi anni, è stato un incontro organizzato dai Circoli PD I Maggio Isola-Zara e Prato-Bicocca, che ha visto come relatori Sergio Cofferati (Parlamentare Europeo uscente e ricandidato) e Franco Mirabelli (Senatore e membro della Commissione Politiche dell’Unione Europea).

 
Sergio Cofferati, in apertura del suo intervento, ha denunciato come le politiche di rigore di questi anni abbiano portato al disastro per i Paesi già duramente segnati dalla crisi economica e in particolare per la Grecia, dove le misure imposte dalla troika hanno lasciato un Paese distrutto e, per questo motivo è necessario ribaltare queste dinamiche.
Uno dei problemi principali, secondo Cofferati, è quello di riuscire a rimettere in moto i consumi e per farlo vi è la necessità di lasciare più risorse in tasca ai cittadini: “Vanno bene gli 80 € in busta paga per i lavoratori dipendenti annunciati dal Governo Renzi – ha affermato il parlamentare europeo - ma c’è bisogno che arrivino anche ai pensionati. E la Germania, che ha tirato le redini dell’Europa in questi anni, deve sapere che esporta moltissimo negli altri Paesi europei ma se nessuno può comprare anche se la sua economia va in crisi”.
Per questo, per Cofferati, è necessario “Cambiare i presupposti, alleandoci con i Paesi progressisti. È una novità importante che Schulz sia candidato Presidente e che venga votato dai cittadini ma è difficile che ottenga la maggioranza e, in ogni caso, poi se gli altri commissari sono delegati dai governi nazionali (che non sono votati dai cittadini), anche Schulz resterebbe prigioniero e non avrebbe agibilità politica”. “Oggi il Parlamento Europeo non ha potere legislativo. – ha ricordato Cofferati – Il potere legislativo è necessario se si vogliono cambiare le cose. In questi anni al Parlamento Europeo sono stati votati a larga maggioranza sia gli Eurobond che la tassa sulle transazioni finanziarie ma il Consiglio Europeo non ha voluto fare niente di tutto ciò. Al Parlamento Europeo arrivano anche proposte di legge di iniziativa popolare ma poi non sempre vengono portate avanti”.
Sul fronte elettorale, Cofferati ha segnalato che il PD ha compiuto la scelta giusta con l’ingresso nel PSE ma il problema, secondo il parlamentare europeo, è che “il PSE non esiste: è l’aggregato di partiti nazionali, invece, bisogna fare dei partiti europei veri perché molti problemi sorgono anche a causa delle contraddizioni interne alle famiglie politiche. La settimana prossima, ad esempio, al Parlamento Europeo si vota la Direttiva made in cioè la richiesta che sull’etichetta di un prodotto vi sia la tracciabilità del prodotto stesso, tutto il suo ciclo produttivo e non solo dove è avvenuto l’ultimo passaggio; tuttavia, anche su questo non c’è la maggioranza e non c’è un’idea comune neanche all’interno del centrosinistra”.
“Tutta la campagna elettorale, probabilmente, sarà puntata sul sì o il no all’Europa da parte degli schieramenti politici. – ha evidenziato Cofferati - In questi anni sono avvenute molte cose regressive in Europa e, a questo giro, rischia di essere maggioritaria la presenza dei nazionalisti e, se si crea un equilibrio di questo tipo, il lavoro all’interno delle Commissioni diventa più complesso, anche se poi in Aula si possono trovare convergenze più ampie”.
Secondo i sondaggi, il centrosinistra dovrebbe ottenere un maggior numero di parlamentari rispetto a quello attuale, più variegato è il mondo intorno ai Popolari ma sicuramente aumenterà la presenza delle forze politiche contrarie all’Unione Europea. “Lo stesso Tsipras - ha segnalato Cofferati - che in Italia piace tanto alla sinistra, in Grecia si esprime in modo nettamente contrario all’Unione Europea e la lista a suo sostegno ha dentro nomi che poi anche se votati dai cittadini non andranno al Parlamento Europeo e quindi rubano il consenso, esattamente come ha sempre fatto Berlusconi”.

 
Il senatore Franco Mirabelli ha ricordato che quelle del 25 maggio saranno elezioni decisive per il Parlamento Europeo perché, questa volta, anche in base al risultato elettorale che otterranno le forze antieuropeiste, si giocherà un pezzo significativo del futuro dei nostri Paesi e la possibilità di costruire un’Europa diversa da quella attuale. “Ci giochiamo la possibilità di andare a completare il processo di integrazione europea per un’Europa politica e sociale più vicina all’idea di Europa che abbiamo in mente e dobbiamo convincere innanzitutto noi stessi che ci sono le condizioni affinché l’UE cambi davvero e torni ad essere l’Europa dei cittadini e per i cittadini”, ha affermato il senatore PD.
“Abbiamo la consapevolezza del fatto che stiamo attraversando una fase in cui l’Europa viene vissuta dai cittadini come qualcosa di distante o peggio di negativo, come un orpello, un vincolo, come qualcosa che - in una fase di crisi - ha peggiorato le condizioni. Oggi, l’Europa è percepita come qualcosa che si occupa dei governi, dei bilanci, di finanza e si occupa poco dei cittadini. Su questo dobbiamo lavorare, sapendo che serve un’Europa più forte, anche perché sia più vicina ai cittadini”, ha sottolineato Mirabelli.
Venendo a commentare le vicende dell’attualità, il senatore ha evidenziato come la vicenda dell’Ucraina dimostri che serve più Europa non meno Europa, così come la vicenda ungherese ha dimostrato che l’Europa può essere lo strumento che può contrastare un ritorno preoccupante dei nazionalismi che hanno tratti autoritari, antidemocratici e addirittura razzisti.
“Tutto questo ci deve motivare a fare una campagna elettorale forte – ha insisto Mirabelli - per spiegare alle persone che l’Europa non è un vincolo o un danno e andrò fatto in una situazione difficile: lo vediamo nel nostro Paese che la crisi ha pesato molto, la credibilità delle istituzioni e della politica ha subito colpi pesantissimi e stiamo cercando di fare delle riforme per uscirne e ricostruire un rapporto con i cittadini per la tenuta della democrazia di questo Paese. Dall’altra parte del campo ci sono formazioni politiche che hanno già cominciato una campagna elettorale che sarà tutta giocata sul presentare l’Europa come la responsabile e il capro espiatorio di tutti i mali. La Lega questa operazione l’ha sempre fatta, fin da quando è nata e lo vediamo bene anche oggi con Maroni al governo di Regione Lombardia, dove il suo lavoro quotidiano non è quello di risolvere i problemi ma scaricare la colpa ad altri delle situazioni che non funzionano. Oggi, la scelta più semplice che la Lega ha è quella di dare la colpa all’Europa di ogni cosa negativa”.
“In tempi di crisi, purtroppo, continuano a prevalere le spinte a rinchiudersi, a costruire le fortezze in cui difendersi da qualunque cosa che è esterno e, quindi, anche da questo può nascere un sentimento antieuropeista. Il PD, invece, deve saper spiegare che chiusi nei nostri confini nazionali, oggi, abbiamo meno possibilità, i cittadini hanno meno possibilità e che l’Europa è già stata per noi una grande conquista”, ha ribadito Mirabelli.
Spiegando le ricadute delle scelte intraprese in sede europea sulla politica italiana, Mirabelli ha ricordato che “In questi mesi, in Commissione Politiche dell’Unione Europea al Senato, abbiamo discusso di cose che forse senza l’Europa non avremmo potuto affrontare. Hanno pesato, infatti, le Direttive europee sugli obiettivi che l’Europa ci ha dato per il rilancio delle politiche ambientali, sul rilancio delle politiche volte a costruire il risparmio energetico. Ha pesato l’Europa anche sul fatto che stiamo discutendo finalmente del dramma che vivono le persone nelle nostre carceri. L’Europa ha un ruolo importante sulle questioni concrete che noi viviamo anche se non vengono percepite. I fondi europei, ad esempio, lo stiamo dimostrando adesso, possono essere una straordinaria occasione per mettere in campo politiche occupazionali e politiche che ridiano anche speranza ai territori nel nostro Paese e lo vediamo sul piano dell’occupazione, grazie alle politiche adottate prima dal governo Letta e ora dal governo Renzi. Su questo dobbiamo avere un po’ più di consapevolezza perché l’idea che l’Europa sia solo il vincolo di bilancio, l’austerità ecc. è sbagliata oltre che controproducente”.
“Bisogna certamente cambiare, ci vuole un’Europa che proponga la crescita, però, questo Paese senza l’Europa avrebbe avuto lo stesso i suoi problemi. – ha segnalato l’esponente democratico - Il debito pubblico italiano era un problema lo stesso anche senza l’Europa e ci sarebbe stato ugualmente anche il problema di come rientrare. Dopo le elezioni, l’Italia presiederà la comunità europea e su questo ci si sta preparando, sapendo che nell’agenda del semestre italiano ci sono cose molto importanti e anche queste possono dare il senso dell’essenzialità dell’Europa”.
Uno dei temi da affrontare, secondo Mirabelli, sarà quello della rappresentanza delle istituzioni europee perché oggi c’è un Parlamento Europeo eletto direttamente dai cittadini che però ha poteri molto limitati che vanno ampliati e poi c’è una Commissione formata dai governi dei singoli Paesi che di fatto decide tutto e, quindi, la rappresentanza dei cittadini ha uno spazio limitato rispetto alle decisioni e alle scelte.
Due temi importanti che Mirabelli ha sottolineato come sia importante che vengano affrontati a livello europeo sono quelli dell’immigrazione e della lotta alla criminalità organizzata.
“Se affrontiamo la situazione dell’immigrazione da soli non riusciamo ad ottenere alcun risultato: è necessaria una politica europea e su questo dovremo lavorare perché non è affatto scontato. In questi mesi, ad esempio, abbiamo verificato che per i Paesi del Nord Europa non esiste il problema della gestione dei profughi e delle ondate migratorie, anzi pensano che i barconi affondano per colpa nostra e non perché c’è un fenomeno imponente, che questa estate rischia di essere ancora peggiore”, ha spiegato Mirabelli.
Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, il senatore ha segnalato che in Italia abbiamo norme che mira a combattere la criminalità organizzata intervenendo sui patrimoni, con la confisca dei beni appena parte il procedimento penale, senza aspettare la condanna. “Se questa cosa la fa solo l’Italia o pochi Paesi e non c’è un regolamento comune a tutti, ai criminali è sufficiente spostare il proprio patrimonio dove queste regole non vigono e la criminalità organizzata ha risolto il problema del riciclare i propri guadagni senza incorrere nel rischio della confisca. Su questo tema è intervenuta la Direttiva approvata recentemente dal Parlamento Europeo ma ora devono essere i governi dei singoli Paesi ad applicarla”, ha concluso Mirabelli.
In conclusione del suo intervento, il senatore Mirabelli ha sottolineato che “L’Europa è ancora vista come un’opportunità per molti Paesi: ci sono tanti Stati che chiedono di entrare nell’UE. Anche noi dobbiamo tornare a vedere l’Europa come un’opportunità.
Negli ultimi anni abbiamo percepito l’Europa come quella che ci ha messo le tasse ma non è vero. Il nostro debito pubblico non dipendeva dall’Europa. Gli ultimi governi hanno descritto l’Europa come una cosa negativa, che ci ha dettato delle regole oppressive e invece noi dobbiamo spiegare le cose buone fatte dall’Europa per noi (ad esempio il tema dei diritti civili e umani)”.

 
Rispondendo alle domande del pubblico presente, invece, Cofferati ha ribadito che “Non bisogna sottovalutare le insidie dei nazionalismi ma ogni Paese fa a sé e ciò che è avvenuto in Francia non è uguale a ciò che avviene in altri Stati dell’UE”.
Il punto, secondo Cofferati è che oggi “Noi abbiamo bisogno dell’Europa. Serve un cambio del Trattato per rilanciarla. L’Europa non è il sogno delle generazioni che ci hanno preceduto ma il luogo in cui costruire il futuro per le generazioni che verranno. Molte cose che sono state faticosamente costruite oggi vengono date per scontate ma non le sono affatto e anzi ultimamente sono anche state messe in discussione, come ad esempio Schengen. Oggi si vogliono porre nuovi limiti anche alle frontiere. – ha segnalato il parlamentare europeo - I provvedimenti del governo inglese di fatto rimettono in discussione Schengen perché vietano la circolazione a romeni e bulgari che sono cittadini europei”.
“Oggi non c’è più il sogno dell’Europa perché la gente sta male ma noi con l’euro ci abbiamo guadagnato fino al 2008. – ha sottolineato Cofferati - Ora andiamo a votare dopo anni di crisi sulle spalle e dobbiamo porre l’obiettivo della crescita. Se negli Stati Uniti negli anni ’20 non ci fosse stato Keynes probabilmente gli U.S.A. non avrebbero superato la crisi e oggi non sarebbero così forti come li vediamo”.
“Crescita e sviluppo servono per creare nuova occupazione mentre oggi cala anche quella che c’è”, ha affermato Cofferati, segnalando che i cassintegrati di oggi probabilmente non rientreranno più al lavoro ma quando finirà la cassa integrazione resteranno disoccupati.
“Servono politiche industriali: l’Europa ha perso molto in manifattura mentre Obama sta spendendo soldi per rilanciarla negli Stati Uniti. Il terziario serve se c’è la produzione, altrimenti i servizi da soli non servono a niente e noi siamo rimasti indietro in alcuni settori”, ha denunciato il parlamentare europeo, ponendo il problema del lavoro e della dignità dei lavoratori: “Quando l’economia va male non solo si perde il lavoro ma si perdono anche i diritti. In Europa, che è la culla del welfare, sono arretrate anche le protezioni sociali. È necessario rilanciare l’idea del sogno dell’Europa e dei diritti”. Per questo, il candidato del PD ha detto di aver scelto come parole chiavi per la sua campagna elettorale “futuro, diritti e lavoro”.

 
Foto della serata


 

L'Europa che vogliamo - Incontro con Cofferati e Mirabelli - 06 aprile 2014

Le opportunità e i riconoscimenti non sono ancora pari

In occasione della giornata della donna, anche al circolo PD a cui sono iscritta, abbiamo ritenuto opportuno aprire una discussione sulle politiche di genere ma anche su cosa sta avvenendo nella nostra società.
All'apparenza le donne hanno ottenuto la parità ma di fatto le cose non stanno proprio così. ce lo dicono i numeri.
Nei giorni precedenti l'8 marzo, i quotidiani hanno riportato diverse statistiche in cui era evidenziato come, troppo spesso, ancora oggi, per le donne le opportunità non sono pari rispetto a quelle degli uomini ma purtroppo non sono pari neanche i riconoscimenti.

 
La parità retributiva (che significa che a parità di mansione deve corrispondere pari salario tra uomo e donna), per esempio, è sancita dai trattati europei del 1957 ma la direttiva attuativa è soltanto del 2006 e dai giornali dei giorni scorsi abbiamo appreso che le donne per la raggiungere la stessa cifra guadagnata dagli uomini, a parità di mansione, in Europa mediamente devono lavorare 59 giorni in più
In Italia, scrive Il Sole 24 Ore, le cose vanno un po' meglio e i giorni in più di lavoro sono mediamente 12, anche se qualcosa è peggiorato in seguito alla crisi economica e poi molto varia da settore a settore.
E sempre Il Sole 24 Ore scrive che esiste un problema di "segregazione femminile", cioè le donne sono concentrate in pochi ambiti. 

 
Ogni tanto ci rallegriamo nel vedere donne che hanno raggiunto i vertici di aziende, di sindacati, di enti pubblici ma troppo spesso, oltre a queste poche donne-simbolo (che pure sono un dato positivo), per tante altre la realtà è molto diversa.
Molte donne non solo non arrivano ai vertici ma spesso non arrivano nemmeno ai livelli intermedi perché la loro carriera lavorativa si ferma molto prima.
Una ricerca del CGIL, partita dalla Regione Marche e poi estesa a tutto il territorio nazionale, citata in un servizio del Tg2, segnalava che molte donne lasciano il lavoro con la nascita del primo figlio perché l'azienda non concede il part-time e mancano servizi di welfare. Nel caso delle precarie, semplicemente vengono lasciate a casa appena il contratto scade.
Un'altra ricerca della Cisl Lombardia segnala che nella nostra Regione, ogni anno ci sono circa 5000 donne che lasciano il lavoro perché non riescono a conciliare i tempi lavorativi con quelli familiari e, anche in questo caso, il problema è la mancanza di servizi per la prima infanzia o gli orari di questi che non collimano con quelli dell'ufficio. 

 
Sul fronte dei diritti non stiamo meglio.
Ieri è stata resa nota la condanna all'Italia da parte del Consiglio d'Europa per l'eccesso di medici obiettori di coscienza che non garantiscono la piena applicazione della legge 194. Anche in Spagna le cose non vanno meglio, lo abbiamo visto le scorse settimane quando le donne di tutta Europa sono scese in piazza in sostegno della manifestazione "Yo Decido" indetta dalle donne spagnole contro la nuova legge che impone forti limitazioni all'interruzione di gravidanza.
Calandoci sul territorio assistiamo ad un progressivo smantellamento dei consultori (per mancanza di risorse).

E' tempo di cambiare ma è sotto gli occhi di tutti il caos che sta avvenendo in Parlamento sulla legge elettorale e uno dei motivi di scontro è dato dall'inserimento delle quote rosa. Vedremo come andrà a finire la battaglia ma le premesse - e il solo fatto che si stia facendo battaglia - non sono dati positivi.
Il fascismo aveva messo le quote per limitare la presenza delle donne in alcuni ambiti, le si voleva relegare in casa (e chissà quanti danni ha prodotto quel tipo di cultura e quanto troppo ha sedimentato nella nostra mentalità). Oggi siamo costretti a mettere le quote per portare avanti le donne, per inserirle dove altrimenti non riuscirebbero ad arrivare.
Eppure tutto questo non basta perché il problema culturale resta sullo sfondo ma è pesante: si vedano gli insulti alle giovani ministre del governo Renzi, le parole vergognose di Salvini sul pancione della Madia (ma del resto la Lega aveva già mostrato il peggio di sé con gli insulti e l'istigazione alla violenza nei confronti di Cecile Kyenge), Maria Elena Boschi è presa di mira perché bella (prima il problema era Rosy Bindi perché era brutta) e il post di Grillo sulla Boldrini che ha scatenato una serie di trivialità che fanno emergere qualcosa di inquietante su come viene concepita la donna da alcuni uomini.
E poi ancora gli insulti a Marianna Madia perché "figlia di...", "ex fidanzata di..." e questa idea che passa secondo cui una donna quando arriva ad ottenere una posizione ci arriva sempre perché messa lì da qualcuno (amici, parenti, amanti) o perché "fortunata" e mai che si pensi che ha ottenuto qualcosa perché brava e se l'è conquistato per merito.
Insomma, le conquiste ottenute sulla carta negli anni sono state molte ma oggi bisogna fare in modo che queste valgano anche nei fatti concreti e la strada per le pari opportunità e il pari riconoscimento è ancora lunga.

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permalink | inviato da dianacomari il 9/3/2014 alle 17:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Incontro con Mucchetti e Mirabelli sul finanziamento ai partiti

Video della serata al Circolo PD PratoBicocca sul tema "Finanziamento e autofinanziamento punto di partenza della democrazia"con Gianandrea Abbascià e i senatori PD Massimo Mucchetti e Franco Mirabelli




Playlist con i singoli interventi>>

Star bene in Lombardia

"Star bene in Lombardia. Per una sanità più equa, efficiente, che garantisca la salute dei cittadini e un sistema di finanziamento trasparente". Questo il tema dell'incontro che ho coordinato e che si è svolto sabato 2 febbraio presso La Casa di Alex, a cui hanno partecipato Sara Valmaggi (candidata Pd al Consiglio Regionale della Lombardia), Franco Bomprezzi (Candidato Pd al Consiglio Regionale della Lombardia), Franco Mirabelli (Candidato Pd al Senato).

 

 

Qui sono disponibili i video di tutti gli interventi>>
Video del primo intervento di Sara Valmaggi>>
Video del primo intervento di Franco Bomprezzi>>
Video del primo intervento di Franco Mirabelli>>
Video del momento di dibattito>>
Video del secondo intervento di Franco Mirabelli>>
Video del secondo intervento di Franco Bomprezzi>>
Video del primo intervento di Sara Valmaggi>>
 

Internet: regole e tutela dei diritti fondamentali

Convegno di esperti delle tematiche della rete e del diritto venerdì alla Bocconi di Milano, a cui sono intervenute anche importanti personalità delle istituzioni su un tema attualissimo oltre che delicato come quello del rapporto tra internet e privacy e tra nuove tecnologie e diritto d’autore.
Di particolare rilievo è stato, nella mattinata, l’intervento di Giovanni Busia (Segretario Generale Autorità Garante Per La Protezione Dei Dati Personali) sul tema di Internet, regole e data-protection. “Oggi il web influenza sempre di più la vita reale, non c’è più la separazione tra reale e virtuale. Usiamo sempre di più la tecnologia Cloud (o le email) e questo vuol dire immettere dati personali in rete e i dati hanno un valore”, ha segnalato Busia, specificando che “Facebook, ad esempio, vale in borsa esattamente quanti profili di utenti ha e, quindi, quanti dati personali contiene”. Secondo Busia, è molto importante l’idea di creare una “nuvola europea alternativa al monopolio USA di Cloud”, in quanto andrebbe a legarsi all’idea europea della tutela dei dati che è diversa da quella statunitense. C’è da considerare, infatti, il valore strategico dei dati e di chi li può controllare. Oggi, ha ricordato Busia, tutti sono interessati al possesso dei dati: anche le organizzazioni criminali oppure chi fa ricerche di mercato e analizza i comportamenti dei consumatori è interessata ai dati (si fa questo anche attraverso l’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza, ad esempio i centri commerciali che controllano quanto tempo i clienti si fermano davanti ad una vetrina). “Chi controlla i dati, controlla la pubblicità. Chi controlla la pubblicità può controllare gli acquisti e chi controlla gli acquisti, di fatto, controlla la produzione”, ha evidenziato Busia.
Ma non è solo il marketing commerciale ad essere interessato all’analisi dei dati: Busia ha, infatti, ricordato anche il legame tra dati e i diritti politici: in Italia qualcuno sperava nel voto online ma non ha ottenuto molto; in USA i dati raccolti via web sono stati usati da Obama per fare una campagna elettorale mirata, quindi, il consumatore era considerato da influenzare con il voto.
Un problema da affrontare è quello della trans nazionalità della materia: Busia ha spiegato che Facebook, ad esempio, ha sede in Irlanda per comodità fiscali e deve rispettare alle leggi irlandesi in materia di privacy. Esiste, tuttavia, una rete di garanti dei vari Stati che discutono tra loro sui problemi relativi ai trattamenti dei dati. Oggi, però, secondo Busia, tutto questo non è più sufficiente: “Serve un regolamento comunitario valido per tutti, perché non sempre le regole dei singoli Stati concordano tra loro. Un’altra ipotesi è di far valere la legge del Paese dell’utente da tutelare, indipendentemente dalla sede del gestore dei dati, ma non è semplice da fare accettare”.
“La via della concorrenza al ribasso non è utile in questo settore, sul terreno dei diritti. – ha concluso Busia - La partita che si gioca su internet e sulla tutela dei diritti è molto concreta ed è per la libertà dei singoli e collettiva. I dati riversati nella rete sono un valore e non vanno regalati”.

Franco Pizzetti (Università di Torino) ha esordito accennando alla conferenza in corso a Dubai proprio su questo tema, in cui si sta dimostrando che gli Stati tornano ad essere protagonisti, in quanto sono coloro che possono decidere le regole senza lasciarle in balia dei soggetti economici (i quali evidentemente non sono stati in grado di regolarsi da soli). “Gli operatori economici ricorrono agli Stati, pur nella consapevolezza che rischiano, perché da soli non sono in grado di giungere ad accordi”, ha sentenziato Pizzetti.
Guardando la situazione italiana, Pizzetti ha sottolineato che il nostro Paese troppo spesso ha leggi complicate e il rischio che poi restino inapplicate. L’Agenda Digitale, ad esempio, impone - secondo Pizzetti - un salto enorme in avanti all’Italia ma noi siamo talmente indietro che è difficile riuscire a realizzarla. “Inoltre, non presenta norme su sicurezza, cyber security e formazione professionale (quindi probabilmente, chi l’ha votata non sa neanche cosa vuol dire ciò che hanno scritto). Si è approvata una norma di open-data sulla Pubblica Amministrazione come se questa detenesse il copyright dei dati che gestisce… questo dimostra incompetenza di chi ha scritto le norme”, ha accusato Pizzetti.
Addentrandosi nelle questioni, Pizzetti ha ricordato che con il web 2.0 ci sono sempre più operatori di rete e gestori di servizi che tendono ad offrire le stesse cose e, quindi, entrano in concorrenza tra loro. “I gestori di servizi hanno il vantaggio di non avere costi di gestione di rete e, quindi, hanno maggiori profitti da reinvestire. I gestori di rete hanno su di sé tutti i costi infrastrutturali.
Questa è una situazione che va ridefinita anche perché i costi della banda larga sono sempre più alti (in più si dice che non tocca ai soggetti pubblici costruire la banda larga). In Italia la banda larga è caricata sulla Cassa Depositi e Prestiti ed è un soggetto controllato dal Ministero del Tesoro. Questo da un lato ci consente di provare a mettere in piedi l’Agenda Digitale, però è denaro pubblico quello che viene usato per risistemare il sistema e, quindi, è denaro che si sottrae ad altri servizi. In altri Paesi non è così, anche chi gestisce servizi paga le infrastrutture. Nei Paesi in via di sviluppo tutto questo è più complicato ancora”, ha spiegato Pizzetti. In materia di privacy, Pizzetti ha affermato che “su questo terreno, l’Europa cede totalmente di fronte alla giustizia e di fronte alla sicurezza pubblica, secondo le norme stabilite dagli Stati. C’è un problema sul tempo che i dati devono essere tenuti a disposizione per eventuali necessità di controllo. Il garante europeo ha competenze limitate (ha ruolo consultivo e propositivo: può dare pareri, ma non ha ruolo regolatorio e ha scarso potere di controllo) e solo sui dati inerenti all’UE. Il mondo inglese, americano e asiatico ha linee molto diverse rispetto a quelle europee e difficilmente arriverà sulla nostra linea: occorre trovare un punto di incontro tra visioni completamente diverse. Così come complicato e più delicato è il tema del diritto all’oblio, che riguarda anche immagini storiche, non solo la reputazione degli utenti”.

Di governance di internet ha parlato Pasquale Costanzo (Università di Genova), il quale ha spiegato che la materia riguarda lo sviluppo di programmi condivisi che determinano l’evoluzione e l’uso della rete da parte dei governi. Ma anche altri soggetti interessati svolgono un ruolo nell’ambito della governance di internet, ad esempio chi ha accesso ai nomi di dominio, indirizzi IP, e poi riguarda anche proprietà intellettuali, libertà civili, libertà di espressione. Governance di internet riguarda anche la sicurezza e la protezione dei dati. I gestori dei siti hanno regole da rispettare, bisogna comunicare eventuali attacchi informatici, dimostrare di avere sistemi di protezione adeguata. Il profilo di identità digitale è ciò che è più a rischio. Ad oggi, secondo Costanzo, essa è controllata unilateralmente dagli Stati Uniti in opposizione ai governi degli altri Paesi e anche degli utenti. La natura globale della rete, tuttavia, rende difficile controllare i fenomeni nazionali.
“I problemi giuridici in materia di governance sono molti e non tutti superati. Dovrebbe occuparsene il Parlamento dato che poi vanno ad impegnare tutti ma non è detto che, ad oggi, ci sia una sufficiente base legale. Dal punto di vista economico, invece, bisogna preoccuparsi di raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Agenda Digitale e poi c’è il problema della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione”, ha affermato Costanzo.
Costanzo ha spiegato poi che “Internet ha rivoluzionato il modo di concepire il mercato: piccole imprese possono competere con il mercato globale. Serve, però, una ristrutturazione informatica, strategie di impresa (piano quinquennale) e, quindi, firma digitale, fatturazione elettronica, open data, i-cloud, smart communities, banda larga… Serve una governance organica della rete nazionale anche per i settori della scuola, della giustizia. Senza contare che ci sono ancora troppi cittadini rimasti senza rete, mancano competenze digitali (pochi sanno creare una pagina web), anche se aumentano i servizi di base offerti dai portali sono pochi ad utilizzarli, la banda larga non è arrivata a tutti”.
Un ulteriore problema, segnalato da Costanzo, riguarda l’accesso alla rete da parte dei disabili: “La rete potrebbe agevolare il loro ingresso al lavoro ma ad oggi, di fatto, la rete, è preclusa ai non vedenti”, ha spiegato il professore.
Prima di fare la crescita, insomma, secondo Costanzo, l’Italia deve ripianare i divari che ha al suo interno (competenze digitali, infrastrutture, disabilità).
In materia di politica, la rete difetta di dibattito plurale: secondo Costanzo essa è utile per l’offerta informativa ma è il regno dei sondaggi, dei referendum, il gioco è condotto da opinion leader e da chi fa le domande e il rischio è che tutto si traduca in petizioni continue e messaggi copia-incolla. Oggi c’è stata una sperimentazione scadente della resa politica della rete in Italia (anche per il voto online), secondo Costanzo.

Governance di Internet nell’Unione Europea e dimensione internazionale è stato il tema affrontato da Filippo Donati (Università di Firenze), il quale ha esordito affermando che vi sono due aspetti importanti sulla governance: 1) La gestione della rete (rapporti tra operatori di rete fissa o mobile e gestori di servizi). Il tema è quello della neutralità della rete: alcuni pensano che i gestori possano assumere comportamenti discriminatori verso i fornitori dei servizi. Lo sviluppo tecnologico della rete, l’arrivo di reti di nuove generazione consente agli operatori di valutare i dati trasmessi e trattare i pacchetti in modo differente (magari possono voler penalizzare loro concorrenti diretti in alcuni campi, oppure trattare meglio chi paga di più)… questo diventa un rischio rispetto all’idea di rete aperta e globale conosciuta fino ad oggi. Serve bilanciare interessi contrapposti (gli operatori di rete voglio massimizzare profitti, gli utenti vogliono la massima qualità, i fornitori di servizi vogliono raggiungere il massimo numero di utenti). 2) Il ruolo dei provider, cioè dei mediatori. È un ruolo fondamentale per la società dell’informazione, basta pensare al video su youtube contro Maometto che ha scatenato le rivolte e provocato dei morti, gli USA hanno chiesto il ritiro del video ma youtube (consapevole dei contatti in aumento portati dal video) non voleva ritirarlo (poi alla fine lo ha bloccato solo in alcuni Paesi). “Se uno Stato può intervenire per far ritirare contenuti, diventa una limitazione della libertà: non avremmo avuto le primavere arabe se gli Stati avessero bloccato i portali che diffondevano i contenuti”, ha ricordato Donati.
Secondo Donati, c’è l’esigenza di tutelare la libertà di espressione e c’è anche la necessità di tutelare la privacy degli utenti.
Approfondendo il primo tema, cioè quello della neutralità della rete, Donati ha ricordato che va a collocarsi in un quadro normativo del 2009, secondo cui il cittadino deve poter accedere liberamente ai servizi che desidera. Poi c’è il principio di trasparenza: gli operatori possono scegliere ciò che vogliono ma essere trasparenti nelle scelte che fanno e devono comunicarlo (chi usa skype e lo rallenta, ad esempio, perché ha suoi servizi di voce, lo deve comunicare ai suoi utenti). La gestione del traffico delle informazioni può richiedere trattamenti di diverso tipo: alcune tecniche entrano nel corpo dell’informazione da trasmettere (ad esempio per combattere lo spam) e ci sono tecniche di controllo che incidono, quindi, sulla privacy. Il dubbio è quando un controllo viene fatto non solo per ragioni di antispam ma per veicolare poi pubblicità mirate. L’UE dice che si può fare ma a patto che gli utenti lo sappiano. Il problema è che sta scritto in quelle clausole di contratto piccolissime che nessuno legge e che, comunque, spesso sono complessivamente legate al servizio (non si può scegliere il servizio e solo un pezzo delle clausole). C’è, poi, un problema degli interventi dello Stato per verificare la sicurezza e la criminalità.
Oggi si attende ancora una risposta in materia, ha segnato Donati.
Sul secondo tema, quello del ruolo dei provider, invece, Donati ha affermato che se c’è una vendita di prodotti falsi o un problema di diffamazione, si tende ad attaccare gli intermediari (provider) perché hanno più soldi e più possibilità dei singoli utenti. Il rischio è che poi i provider vogliano avere il controllo totale delle informazioni sugli utenti e su ciò che trasmettono e questo può portare alla fine ad una censura o a una limitazione delle libertà. Oggi una normativa europea dice che il provider non può più essere l’unico responsabile, a meno che non sia a conoscenza che c’è un problema su alcuni contenuti che ha diffuso. È difficile, però, stabilire se un prodotto è contraffatto o meno. Anche gli strumenti di interventi dei provider sono dubbi: Facebook, ad esempio, cancella ciò che ritiene non valido ma magari per gli utenti lo è.
In materia di norme, Donati ha segnalato che ci sono principi codificati dall’UE, poco arriva dalle altre organizzazioni internazionali. “Gli Stati sono restii a cedere sovranità su questa materia perché incide su diritti e libertà. La conferenza di Dubai ha trovato l’UE con una posizione nettissima: l’UE ha un diritto codificato e qualsiasi decisione presa a Dubai non andrà ad incidere”, ha affermato il professore.
“Internet è uno strumento fondamentale per i diritti fondamentali ma può anche ledere i diritti fondamentali. Serve una governance per gestire il tutto. Il diritto UE si basa sul principio di neutralità della rete e di trasparenza e sulla responsabilità degli intermediari salvo che non fossero a conoscenza delle violazioni. In realtà ciascuno Stato membro ha delle normative sue e non sempre sono in accordo con questo. È necessaria un’armonizzazione”, ha concluso Donati.

Tommaso Edoardo Frosini (Università di Napoli) ha raccontato che ancora ci sono dubbi sul fatto che il diritto di accesso alla rete sia un diritto fondamentale. Le tecnologie contribuiscono ad accrescere le libertà. “La libertà informatica è stata elaborata nel 1981 come legata ad un nuovo liberalismo, nel senso di fede nella libertà e in ciò che è in grado di aumentarla. Internet fa parte delle nostre vite quotidiane”, secondo il professore.

Nel corso del pomeriggio, invece, i lavori si sono concentrati sul tema della proprietà intellettuale e del diritto d’autore. Pierangelo Marchetti (Università Bocconi) ha ricordato che da tempo si dibatte del tema del diritto d’autore e della proprietà intellettuale e su questo tema si sono sempre cercate dimensioni sovranazionali. Lo si è visto anche nella vicenda del brevetto europeo. “Una volta nell’innovazione si dava la priorità ai Paesi in via di sviluppo, oggi quei Paesi sono diventati i BRIC. Ogni volta si ripropone il tema della sovranazionalità e dell’internazionalità quando ci sono di mezzo innovazioni tecnologiche”, ha affermato Marchetti.

Il tema è stato ripreso, dal punto di vista economico, da Alfonso Gambardella (Università Bocconi), il quale si è maggiormente concentrato sul problema dei brevetti. “In altri Paesi il tema della proprietà intellettuale è centrale per lo sviluppo economico e ciò che vi sta intorno. Spesso il tema è trattato in modo ideologico, c’è uno scontro tra chi vuole privatizzare la conoscenza e chi no. Una proprietà intellettuale gestita bene può servire allo sviluppo economico. È un tema sovranazionale, i giochi si fanno in un ambito sovranazionale, non siamo su un’isola”, ha esordito Gambardella, segnalando che da alcune indagini risulta che la proprietà intellettuale, per chi la detiene, ha un valore asimmetrico (non tutti hanno la stessa percezione delle cose).
La funzione classica del brevetto – ha ricordato Gambardella - era quella della protezione. Oggi ci si chiede se la proprietà intellettuale serve ancora a protezione o no e ci si chiede se senza brevetti le aziende sarebbero incentivate lo stesso a fare innovazione o no. Nel manifatturiero, secondo i dati illustrati da Gambardella, sembra meno importante avere una protezione legale perché comunque possono impedire ad altri di usare i propri sistemi (le imprese hanno risorse diverse tra loro). Nel caso delle nuove imprese, invece, sembra che il brevetto abbia un ruolo importante. “In molti settori – meno per software e internet che hanno problemi diversi – come biotecnologie, nanotecnologie, meccanica ecc. le nuove imprese entrano più facilmente se hanno in mano qualcosa che sancisca legalmente la loro proprietà, anche perché non hanno grandi strutture o capitali ma si basano quasi solo sull’attestazione delle loro competenze. Quando chiedono finanziamenti, inoltre, il brevetto aumenta il loro punteggio per avere accesso al credito, quindi non è solo un fatto di protezione. Se queste imprese non hanno protezione, sembra che tendano a cercare di trasformarsi in manifatturiere ma poi i risultati non sempre sono buoni (chi è bravo ad avere idee non sempre riesce poi a svilupparle con mezzi adeguati). C’è chi fa solo i brevetti e poi li rivende. Il brevetto è utile alle imprese giovani, alle altre meno perché sono già rodate e hanno più record per essere valutate”, ha affermato Gambardella.
Secondo Gambardella , inoltre, ci sono elevati costi sociali legati alla produzione intellettuale: oggi c’è un’eccessiva frammentazione della proprietà intellettuale, è difficile sapere cosa fanno gli altri e si rischia di ricercare le stesse cose di altri senza saperlo. Le aziende si tutelano scambiandosi i brevetti a vicenda ma questo diventa oneroso: si pagano altre aziende per evitare di essere citate in giudizio. Oppure c’è chi compie innovazioni a brevetti vecchi per non farli scadere (questa pratica si sta diffondendo in Europa).
“Negli Stati Uniti, a risolvere le controversie sui brevetti, c’è il giudice – ha ricordato Gambardella – mentre in Europa ci sono uffici dei brevetti che decidono se le cose sono brevettabili, se si possono condividere o no, se le innovazioni sono legate davvero ai brevetti vecchi o si fa finta per proteggerli ancora. Chi attribuisce il brevetto lo fa perché ritiene che si tratti di un’innovazione nuova, di valore e non ha la priorità economica in mente”.
Oggi c’è l’idea di creare un brevetto unico europeo, 25 Stati lo vogliono (mancano Italia e Spagna per ragioni linguistiche). Oggi il brevetto europeo è presentabile in lingua inglese, francese e tedesca. La questione linguistica pone, però, anche dei costi elevati perché servono traduzioni. Qui, secondo Gambardella, c’è una decisione sovranazionale che ci influenzerà e la posizione italiana - al momento - è quella di restare fermi.

La giurista Maria Lillà Montagnani (Università Bocconi) ha spostato la discussione sul diritto d’autore. “L’incontro tra tecnologia e rete ha portato a violazioni del diritto d’autore. L’opera dell’ingegno prima era riversata su contenuti materiali e quindi più facili da controllare, con internet si parla di byte e quindi la circolazione è immateriale e difficile da controllare. Il diritto d’autore non è un monolite, ma un insieme di tanti diritti e tante facoltà. La natura già frammentata del diritto d’autore acquista maggior complessità quando l’opera esce dall’autore e arriva al pubblico attraverso il mercato. Se l’obiettivo dell’autore è di portare l’opera al pubblico, ci sono già dei problemi: il diritto d’autore non è un monopolio ma ci sono dei limiti. I diritti che compongono il diritto d’autore hanno dei confini, ci sono poi singole eccezioni ma molti usi sono consentiti. Quando l’opera dell’ingegno è diventata digitale ai fini della fruizione online l’equilibrio è saltato e il diritto d’autore è venuto meno. Ci sono state delle pressioni per avere delle norme e ne sono state fatte di frettolose (ad esempio il Digital Millenium Copyright) Internet, inoltre, modifica delle dimensioni di come il contenuto viene creato, non è solo un problema di distribuzione ma anche di percezione”, ha esordito la giurista.
“Le licenze libere sono nate per il software libero e riguardano alcuni contenuti. L’idea di fondo di una licenza libera è che, pur mantenendo la titolarità dell’opera, se ne lascia libero l’utilizzo (senza che ne venga fatto uso commerciale o ne vengano fatte modificazioni), è un copyright flessibile adeguato alla rete”, ha spiegato Montagnani, ricordando, però, che alcuni contenuti generati dagli utenti sono in palese violazione del diritto d’autore (ad esempio, pezzi di film messi in rete), altri sono propri e amatoriali mentre altri ancora sono a metà e non è certo identificare cosa siano. Quest’area grigia mostra uno scollamento tra norma giuridica e norma sociale: non c’è la percezione che alcune cose non si possono fare oppure si ritiene che anche se la legge lo vieta sia giusto farlo e allora bisogna trovare delle nuove formule più adeguate. Il diritto d’autore è obsoleto, servono nuove norme adeguate al nuovo mercato. Il quadro attuale non soddisfa nessuno: gli autori non guadagnano, i distributori nemmeno perché pensano che il problema sia la pirateria, i provider contestano limitazioni alla loro libertà, gli utenti non sono contenti perché si sentono limitati. Si impone una riforma. A livello comunitario si sta cercando di farlo, un po’ con l’Agenda Digitale e l’idea di un mercato interno unico. Se ne parla molto dal 2011. L’idea era di ampliare l’offerta legale per evitare che la gente si rivolgesse alla pirateria ma i dati di AGCOM, però, mostrano che, in realtà, nonostante gli ampliamenti dell’offerta legale, il livello di pirateria resterebbe uguale”.
La parola chiave comunque, secondo la Montagnani, è “modernizzare” in materia di diritto d’autore: “Va superata la territorialità del diritto d’autore, però. Senza questa difficoltà all’interno dell’Europa, i problemi resteranno aperti. Il mercato intanto va avanti e si arriva a un accesso ai contenuti di entertainment anche attraverso i servizi i-cloud e questo è anche oltre le licenze flessibili. Va ripensato, quindi, il concetto di autorizzazione e il concetto di privativa. Il diritto d’autore va temperato con la libera concorrenza e con altro”.

12 dicembre, Ambrosoli incontra la Zona 9 di Milano

Nella mattinata di mercoledì 12 dicembre, Umberto Ambrosoli (candidato alle primarie per presidenza della Regione Lombardia sul Patto Civico per la Lombardia) incontrerà gli abitanti dei quartieri popolari della Zona 9. Alle 10.30 Ambrosoli farà una visita in Via Cirié e al Comitato di Quartiere di Viale Ca’ Granda, mentre alle 11.30 terrà un incontro presso la Casa di Alex in via Moncalieri 5. Agli incontri parteciperanno anche Lucia Castellano (Assessore alla Casa al Comune di Milano), Beatrice Uguccioni (Presidente del Consiglio di Zona 9), Simona Fregoni (Consigliera di Zona 9 e Commissione Case popolari), Franco Mirabelli (Consigliere Regionale della Lombardia) e i rappresentanti dei sindacati degli inquilini.

Il regalo di compleanno di Veltroni al Pd

In tempi di richiesta di rinnovamento o rottamazione da una parte e di profondo attaccamento alla poltrona dall'altra, uno che si fa da parte da solo senza aspettare che glielo dicano compie sicuramente un bel gesto. Resta che Veltroni che annuncia la sua non candidatura il giorno dell'avvio della campagna per le primarie di Bersani e del compleanno del Pd è sospetto, soprattutto se si considera la sua posizione rispetto all'agenda-Bersani...


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permalink | inviato da dianacomari il 14/10/2012 alle 20:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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