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L'uomo della pianura

Dario Franceschini a "La Milanesiana" legge "L'uomo della pianura" - Milano, teatro Dal Verme, 19 luglio 2012

 


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permalink | inviato da dianacomari il 22/7/2012 alle 1:3 | Versione per la stampa

Il Pd oltre Monti

Continua il dibattito intorno al governo Monti e alla maggioranza che lo sostiene. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Berlusconi che, giorni fa, ha detto che Pd, Pdl e Udc dovrebbero presentarsi insieme alle elezioni del 2013 per proseguire l’opera riformatrice del governo Monti, nell’interesse dell’Italia.
Una frase detta da Berlusconi nel tentativo di risolvere i problemi interni al Pdl (in cui sono in corso i congressi) ma che mira a far breccia sul disagio e la crisi dei consensi che tutti i sondaggi mostrano esserci anche negli altri partiti e che ha trovato subito, però, il no secco di Bersani.
Un “no” doveroso ma che non è così scontato nello scenario nuovo che si è configurato.
Il governo Monti è sostenuto dai voti in Parlamento di Pd, Pdl e Udc e il Pd è il partito che maggiormente si è speso affinché questo governo avesse vita (un po’ perché era l’unica possibilità per far uscire di scena Berlusconi e un po’ perché la situazione italiana era drammatica e urgeva dare una svolta repentina che il passaggio dalle urne non avrebbe potuto dare).
Nel Pd, però, è anche dove si registrano le maggiori perplessità: il partito, si sa, è composto da tante anime con visioni spesso un po’ troppo discordanti tra loro ma a far sorgere malumori in questo caso è stato il divario molto forte tra le aspettative che si sono create con l’uscita di scena di Berlusconi e le reali mosse della prima fase del governo Monti.
Le prime mosse del governo Monti (in particolare la riforma delle pensioni, necessaria ma sicuramente non proprio equa per alcune fasce e una gran parte dell’elettorato del Pd è composto proprio da pensionati e iscritti alla Cgil che su questo tema tanto hanno protestato) abbinate anche ad un certo terrorismo comunicativo messo in pratica da quasi tutti i quotidiani hanno creato una prima spaccatura nell’opinione pubblica.
In favore di Monti e dei suoi Ministri restavano la stima personale, l’apprezzamento per la dimostrazione di sobrietà, di competenza per il ruolo che si trovavano a ricoprire, la riconquistata dignità sul piano internazionale: tutte caratteristiche che nell’epoca dei governi Berlusconi non esistevano e che certamente hanno prodotto una sorta di felice stupore nell’opinione pubblica.
Ma non si campa solo di questo. Poi, certo, c’è chi vede “il bicchiere mezzo pieno” e chi lo vede “mezzo vuoto” ma è chiaro che tutte le doti personali e professionali degli esponenti del governo devono accompagnarsi a corrette scelte governative.
Nel giudicare queste scelte, l’opera riformatrice del governo Monti e la direzione che le nuove leggi stanno prendendo entra in scena la visione politica che ciascuno ha ed ecco allora che sorgono i problemi concreti.
Questo governo è sostenuto da una maggioranza strana, con visioni piuttosto distanti tra loro e le riforme approvate sono tendenzialmente il frutto di un compromesso tra le parti: alcune scelte sono gradite prevalentemente al centrodestra, altre al centrosinistra. Ciascuno si trova, poi, sul territorio a fare i conti con il proprio elettorato che magari avrebbe voluto quelle riforme un po’ diverse da come sono uscite e qui si gioca la sfida vera.
Non si può andare dai propri elettori a dire che va tutto bene e che siamo tutti molto soddisfatti quando loro vengono a segnalarci che registrano un problema e che soddisfatti non li sono per niente. Non lo si può fare perché altrimenti si finirebbe per sembrare lontani dalla realtà quotidiana che le persone si trovano a vivere e rischieremmo di perdere per strada pezzi che invece vogliono stare con noi ma hanno bisogno di qualche chiarimento in più.
Personalmente, non ho mai amato le tifoserie acritiche e anche in questo contesto le comprendo poco perché non è facendo il tifo che si riuscirà a spiegare alle persone che davvero stanno vivendo dei problemi sulla propria pelle che devono sopportare i sacrifici perché non c’è altra strada.
Concordo, invece, con un’analisi scritta da Guelfo Fiore sul quotidiano Europa, in cui si dice “sì a Monti ma senza esagerare”, perché sicuramente questo governo ha fatto alcune riforme giuste e altre necessarie (anche se piacciono poco al Pd o semplicemente il Pd le avrebbe fatte un po' diversamente), sicuramente era l’unica via per far uscire l’Italia dal baratro e altri sforzi saranno necessari ma credo anche che ci sia una parte di persone (nostri elettori e non) che da quelle riforme si sono trovati un po' “travolti” e non le si possono ignorare o liquidare con frasi da tifoseria o semplicemente assicurando loro che va tutto bene così oppure che certe scelte le abbiamo subite e non possiamo farci niente. Dobbiamo sapere che senza questo governo e senza molte di queste scelte (comprese quelle impopolari) avremmo avuto il baratro ma non possiamo ignorare che alcuni problemi restano e che l'equità non la si vede molto bene.

E qui sorge un altro problema che è quello della frase lanciata da Berlusconi su un dopo-Monti con una coalizione targata Pd-Pdl-Udc.
Bersani ha liquidato il tutto con un “non se ne parla nemmeno”, Franceschini si è affrettato a rassicurare che concorda con la risposta del segretario e ha fatto bene a chiarire la sua posizione (che non è così scontata e, comunque, non è detto che sia definitiva dati i rivolgimenti piuttosto repentini che hanno avuto le sue posizioni politiche nel Pd dal congresso ad oggi), i veltroniani tacciono ma spingono perché Monti resti come candidato Premier (del resto spingerebbero chiunque purché non fosse Bersani e, in questa fase, non hanno tutti i torti).
Il quadro, però, è complesso come ha ben raccontato Goffredo De Marchis in un articolo di Repubblica: c’è una parte del Pd che sostiene convintamente Monti e le sue scelte (comprese quelle più liberal) ed è appunto il gruppo che fa capo a Veltroni ma anche a Fioroni e parte dell’area legata a Franceschini; c’è la necessità di presentarsi in modo forte e innovativo di fronte agli elettori (e i partiti in questo momento sono decisamente poco attraenti, secondo i sondaggi) e c’è la necessità di decidere che impronta dare al Partito Democratico (e qui emerge in modo netto la spaccatura tra liberal e labour che tutti i giorni si contendono le pagine dei giornali, in particolare sul tema del lavoro, con toni guerreschi piuttosto vergognosi che più che far apparire il Pd come un luogo di più anime lo fanno apparire come un partito pesantemente spaccato e litigioso fino ad oscurare quale sia la posizione ufficiale, sempre che questa conti qualcosa per davvero).
Tornando agli schemi elettorali, fu Franceschini, molto tempo fa, a lanciare l’idea di un’alleanza costituzionale (che però si fermava all’Udc e terzo polo) per ricostruire l’Italia. Adesso i tempi sono diversi e la situazione in campo è troppo fluida per capire cosa si configurerà per il futuro.
Una cosa è certa: i partiti così come sono hanno poche speranze di sopravvivere; tutti i sondaggi mostrano un calo pesante della fiducia da parte dei cittadini mentre Monti registra un grande consenso, tanto che tutti gli schieramenti si sono affrettati a offrirgli una candidatura a Premier anche nel 2013.
Monti per ora si nega e non può fare altrimenti perché essendo a capo di un governo sostenuto da schieramenti opposti non potrebbe certo continuare a reggere se dovesse dichiararsi come rappresentante di una parte sola, così come sarebbe difficile che il suo operato non venisse poi riletto in chiave di parte se alla fine del mandato dovesse scegliere di schierarsi con uno dei due schieramenti. Da qui la scappatoia proposta da Berlusconi del continuare a stare insieme con Monti messo a capo della coalizione: un tentativo, insomma, che potrebbe essere utile a tutti i partiti in campo per sopravvivere poggiandosi sulla credibilità di un “Papa straniero”.
Una scappatoia che, però, potrebbe anche rivelarsi mortale perché è un po’ difficile spiegare agli elettori che ci si presenta alle elezioni come alleati di coloro che si erano contrastati fino al giorno prima e con cui, comunque, restano visioni politiche piuttosto divergenti.
In particolare, il problema lo si avrebbe per il Partito Democratico: è difficile pensare che gli elettori del Pd non sappiano che gli esponenti del Pdl sono gli stessi che in questi anni hanno portato avanti le scelte di Berlusconi, che le hanno votate in Parlamento (convinti o no lo hanno fatto) e ci hanno portato nel baratro per cui è dovuto intervenire Monti e per cui ora si stanno facendo molti sacrifici per uscirne e altri dovranno essere fatti.
Non è una questione di mettersi necessariamente contro. “Il Governo Monti ha l'indubbio merito di portarci fuori dalla contrapposizione frontale, su cui vorrei ricordare Berlusconi è allegramente vissuto per molti anni, che ha reso impossibile fare delle vere riforme in questo Paese. Però sarebbe assolutamente sbagliato lasciar passare l'idea che non ci siano più differenze, che ora si siano miracolosamente create le condizioni per un'ammucchiata indistinta”, ha scritto, qualche giorno fa, Marina Sereni ed è vero perché ci sono riforme che vanno condivise sempre ma poi ci sono anche scelte politiche che, invece, sono chiaramente l'espressione di una parte perché ne rappresentano le idee. Il Pd ha lottato per mesi e ancora lotta contro le argomentazioni dell’antipolitica per dire che “Non siamo tutti uguali” e non si capirebbe se si finisse con il presentarsi alle elezioni insieme a quelli che dovrebbero essere avversari.
Non è una questione di creare lo scontro ma è che non abbiamo gli stessi approcci ai problemi e, soprattutto, non abbiamo tutti le stesse identiche soluzioni (ad esempio il Pd non la pensa allo stesso modo di Sacconi sul lavoro o non condivide la riforma Gelmini sull’istruzione), sarebbe piuttosto grave il contrario perché non si capirebbe più perché scegliere una parte o l'altra. Il centrosinistra deve presentarsi come alternativo al centrodestra, non come la sua fotocopia sbiadita o addirittura suo succube.

Qui sorge il terzo e più importante problema: il partito. I partiti, lo vediamo dalle analisi dei sondaggisti - ma basta andare un po’ per strada a chiacchierare con la gente per accorgesene - non godono di grande simpatia e allora è più che mai necessaria un’opera di rinnovamento. Il Partito Democratico, se vuole non solo superare questa fase particolare ma anche configurarsi come un progetto valido e credibile per il futuro, dovrebbe cominciare a trovare dentro di sé la forza di rinnovarsi, aprirsi e rimettersi al passo con i tempi.
Non è una questione di rottamazione o giovanilismo: Monti riesce ad apparire come “nuovo” e “credibile” pur non essendo né “nuovo” né tanto meno “giovane”.
Il Pd e i suoi dirigenti, invece, appaiono quasi tutti “vecchi” (non di età ma di impostazione, di approccio, di immagine fin troppo usurata) e in giro c'è voglia di aria nuova.
Ecco allora che se, da un lato, il Pd ha la necessità di non regalare Monti e la sua azione riformatrice alla destra, dall’altro lato vi è anche la necessità di non appiattirsi su Monti come se da soli non si fosse in grado di proporre altro. Il Pd deve trovare il modo di liberare le risorse che ha dentro (e dove queste non ci sono, non deve avere paura di andarle a cercare fuori) per diventare un soggetto politico moderno, attraente, innovatore (che non può voler dire diventare “di destra”), saper elaborare ricette nuove per risolvere i problemi del mondo di oggi, che certamente non corrispondono a quelli del passato, senza continuare a ridursi in una lotta sterile tra liberal e labour ma cercando una sintesi condivisa e di concreta applicazione.
 

Il Pd ha lavorato per migliorare la manovra del governo Monti



Testo della Dichiarazione di voto di Dario Franceschini per il Pd sulla fiducia alla Manovra finanziaria>>


"Signor Presidente, in questa stagione di comprensibili tensione sociali, di paure, in questa situazione di sfiducia nei confronti della politica, in cui, purtroppo, tutto sembra scaricarsi sui parlamentari e sul loro lavoro, vorrei rivendicare in quest'Aula, non per il gruppo del Partito Democratico ma, se mi è consentito, per l'intero Parlamento, il lavoro che è stato fatto su questa manovra, in una situazione politicamente difficile, inedita. In soli nove giorni, è stata esaminata, corretta e approvata la manovra, e la fiducia viene messa non sul maxiemendamento del Governo, ma sul testo approvato dalle Commissioni. È stato un lavoro di miglioramento lasciando intatti i saldi, il carattere strutturale della manovra, gli impegni assunti con l'Unione europea, una manovra indispensabile, urgente per la situazione di crisi del nostro Paese - sull'orlo del fallimento, è stato detto dal Presidente Monti -, indispensabile per far uscire l'Italia dalla situazione in cui si trova dopo gli ultimi tre anni. Abbiamo ascoltato i deputati e le deputate della Lega: sembrano scesi dalla luna! Invece siete stati saldamente al Governo negli ultimi tre anni e saldamente incollati alle poltrone romane per otto degli ultimi dieci anni. E quando eravate seduti su quelle poltrone non sembravate, come oggi, guerrieri padani, sembravate solo soldatini ubbidienti!" [...] "Il Partito Democratico, sapendo quante sono le distanze, ha scelto questa strada difficile di tentare di migliorare la manovra, per sostenere le fasce più deboli. Non siamo riusciti in tutto, vi siamo riusciti in parte. Siamo orgogliosi di quanto abbiamo ottenuto, perché abbiamo fatto una scelta difficile, certo, molto più difficile di quella dell'Italia dei Valori e di Di Pietro, che hanno scelto di cavalcare il disagio e cavalcare la protesta. Vorrei che gli italiani sapessero che, se avessimo fatto noi come l'Italia dei Valori, la manovra sarebbe rimasta la stessa e non vi sarebbe stato alcun miglioramento, ma soltanto qualche applauso per noi. Invece i miglioramenti vi sono stati. Ne ricordo solo come titoli alcuni, per il nostro lavoro nelle Commissioni: l'aumento dell'indicizzazione all'inflazione garantito alle pensioni fino a 1.400 euro pagato con i soldi sottratti agli evasori dello scudo fiscale. Ricordo, inoltre, la riduzione delle penalizzazioni per ogni anno per i pensionati che vanno in anticipo rispetto ai 62 anni, le deroghe alle nuove regole per i lavoratori che sono in mobilità, la riduzione dell'impatto dello scalone, l'aumento della detrazione dell'ICI o dell'IMU sulla prima casa per le famiglie con più figli, il nuovo tetto agli stipendi più alti della pubblica amministrazione e il divieto del doppio stipendio, il controllo e la trasparenza sulle operazioni finanziarie, strumento fondamentale della lotta all'evasione, l'esenzione dell'imposta di bollo per facilitare l'accesso ai conti correnti anche alle fasce più deboli".
Leggete il testo completo del discorso della dichiarazione di voto>>
Guardate il video della dichiarazione di voto>>


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permalink | inviato da dianacomari il 16/12/2011 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Il parere del Pd sulla manovra di Monti

Ecco l'intervento di Dario Franceschini alla Camera in occasione della presentazione della manovra del governo Monti:

 



"Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, lei ha premesso all'elenco delle misure contenute nel decreto un quadro sulla gravità della situazione nel nostro Paese, sull'emergenza, quell'emergenza e quella gravità di cui noi parliamo da due anni in quest'Aula. Non dimentichiamo e la sua missione - la nostra missione - è esattamente quella di salvare l'Italia.

La ragione sociale attorno alla quale è nato questo Governo - è un Governo sostenuto da una strana maggioranza parlamentare di avversari politici, che sanno di esserlo e sanno che torneranno ad esserlo alle prossime elezioni - è esattamente questa, e i dati di oggi, i dati dello spread, sono un segnale che, quando arrivano le misure, si può tornare a credere nelle capacità dell'Italia di uscire dalla crisi.

Tutti sappiamo che è stato difficile mettere insieme un decreto perché normalmente, nella normalità dei Paesi, dei sistemi costituzionali, c'è una maggioranza politica che si presenta agli elettori con un programma e poi gli atti sono dettati dalla coerenza con quel programma e dalla compattezza della coalizione.

Questa è una manovra che nasce, invece, come specchio della situazione inedita in cui ci troviamo ad operare, in modo duro e difficile; vi ringraziamo per il lavoro che avete fatto, lavorando in mezzo all'emergenza, ai vincoli imposti dall'Unione europea e all'esigenza di fare la sintesi possibile tra posizioni così alternative e così diverse. Sia noi che la destra, il Popolo della Libertà, probabilmente avremmo fatto due manovre diverse; avremmo rispettato gli impegni europei ma facendo due manovre diverse, tra di noi e diversa da questa.

Noi avremmo lavorato per una maggiore equità, per brevità riporto soltanto i titoli: un intervento più graduale sulle pensioni, uno scalone meno improvviso, non dimenticandosi di chi vede alzarsi l'età non mentre sta lavorando ma avendo già perso il lavoro, non dimenticandosi dei lavoratori precoci; avremmo voluto e vorremmo una franchigia maggiore per l'IMU sulla prima casa; avremmo voluto invece di più sui grandi patrimoni, sulle rendite finanziarie; avremmo cercato risorse sulle frequenze televisive e sulla dismissione del patrimonio pubblico immobiliare. La destra, probabilmente avrebbe fatto altre scelte.

Signor Presidente del Consiglio, nessuna delle cose che abbiamo in mente e che le abbiamo detto negli incontri, in un momento complicato e difficile, è dettata dal problema dei voti e del consenso, ma sono dettate invece dal rispetto del principio, che non si deve mai dimenticare, di giustizia sociale perché ogni cittadino italiano, a cui in queste ore si va a chiedere un sacrificio, deve sentire, deve avvertire che il sacrificio è chiesto ad ognuno in base ai propri mezzi e che non ci saranno più furbizie, non si tollererà più chi da anni viola le regole ed evade, commettendo un delitto contro la propria comunità, una vigliaccheria contro la propria comunità, quella in cui vive.

Per questo noi vogliamo, e continueremo a lavorare ponendo un impegno molto forte sull'evasione fiscale; le proposte che le abbiamo fatto nell'incontro ufficiale e che quindi possiamo riportare qui, e che sono state, non totalmente, ma parzialmente positivamente accolte, miravano esattamente a questo: la tracciabilità dei pagamenti, anche se noi vorremmo meno di quei mille euro perché la scomparsa del contante rappresenta una grande modernizzazione del Paese; contante che crea nero e crea evasione.

Vorremmo poi un prelievo maggiore sullo scudo fiscale perché se si deve chiedere un contributo di solidarietà, lo si chieda a chi ha violato la legge, a chi ha esportato capitali illegalmente e ha pagato solo il 5 per cento. C'è un primo segnale in tale direzione e siamo soddisfatti che ciò abbia consentito di lasciare l'adeguamento dell'indicizzazione anche alla fascia di pensione tra i 460 e i 950 euro; è un primo segnale. Ricordiamo che basterebbe, oggi, far diventare quell'1,5 per cento sullo scudo fiscale il 2 per cento, per poter aumentare la fascia in cui indicizzare le pensioni, anche per chi prende millecinquecento, duemila euro.

Vorremmo che questo tema della lotta all'evasione, lo voglio dire anche al Popolo della Libertà, non fosse la nostra bandiera, vorremmo che il rispetto delle regole e la lotta all'evasione fiscale fosse una battaglia comune di tutte le forze politiche che siedono in questo Parlamento; che non c'entrassero niente destra e sinistra.

Noi insisteremo su queste cose, insisteremo nel tratto di strada che abbiamo davanti, sapendo che a questo siamo chiamati: mettere in campo idee, perché la sintesi si trova mettendo in campo le idee e difendendo le posizioni.

Oggi, lei riceve una forza da questo Parlamento, l'ha chiesta e la sta ricevendo. Queste scelte, la forza che anche noi, le forze politiche, i partiti, il Parlamento, le diamo con la nostra scelta - quella forza che per noi comporta anche qualche incomprensione con l'elettorato, perché voi siete un Governo tecnico, ma nella politica c'è il rapporto con l'opinione pubblica, con i ceti sociali che si rappresentano, che hanno drammi, che hanno bisogni e che ci chiedono a tutti di essere qui rappresentati - la usi per far sentire la voce e il peso dell'Italia sui tavoli europei; le chiediamo che torni l'orgoglio di un grande Paese fondatore dell'Unione europea. Questa nuova forza le chiediamo di usarla con l'Europa, con un grande Paese come la Germania perché dimostri più coraggio, che riscopra la sua vocazione europeista, che dimostri meno egoismi perché non è il momento degli egoismi.

Usi i sacrifici dolorosi che ogni italiano dovrà fare per avere forza su quei tavoli. Noi le chiediamo questo: di difendere il welfare come ragione fondativa dell'Unione europea, come carta della competitività del futuro, di chiedere una tassa sulle transazioni finanziarie sul piano europeo, di difendere il principio che la sovranità nazionale si cede alle istituzioni europee e non ci si rassegna ad una Europa fatta solo di accordi intergovernativi tra alcuni Paesi. Questo è il suo compito e questo è il nostro compito: non soltanto salvare l'Italia, ma salvare e costruire l'Europa".

Video dell'intervento di Dario Franceschini


 


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permalink | inviato da dianacomari il 6/12/2011 alle 21:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Incontri Riformisti 2011

val masinoSono state tre giornate intense quelle trascorse in Val Masino. Dense di riflessioni politiche che hanno toccato i temi più importanti dell’attualità come la questione dell’abolizione delle province, la riforma della legge elettorale, il ruolo dei cattolici in politica, il federalismo fiscale, il welfare, le riforme costituzionali, ma anche momenti di analisi come quelle relativi all’esito dell’ultima tornata elettorale e del ciclo politico del berlusconismo, fino ad alzare lo sguardo alla politica estera e ai Paesi emergenti nello scenario mondiale.
Tre giornate che hanno visto alternarsi al tavolo dei relatori illustri esponenti della politica, ma anche dell’università, dei sindacati e dell’associazionismo e che, con i loro interventi, hanno contribuito a tenere alto il livello delle discussioni e ad arricchire in modo approfondito riflessioni inerenti tematiche che spesso si vedono accennate sui quotidiani.
 

Leggete la sintesi degli incontri e delle discussioni poliuche (pdf)

L’appuntamento in Val Masino è ormai una consuetudine estiva che, quest’anno, ha visto un’enorme partecipazione da parte di persone arrivate da ogni parte d’Italia (sebbene la prevalenza sia sempre dei lombardi), con famiglie giunte addirittura dalla Puglia e dalla Svizzera. Il target di queste giornate vede una prevalenza di persone di età medio-alta, ma quest’anno erano molti anche i partecipanti più giovani, qualcuno con bambini al seguito. E, a proposito di bambini, non se n’è potuto non notare uno piccolissimo che, nella serata dedicata ai canti, ci ha intonato l’Inno di Mameli e, il giorno seguente, mentre la mamma insisteva per portarlo in camera a riposare ha risposto: «no, voglio andare a sentire il convegno».

I pranzi e le cene sono da sempre i momenti migliori per fare il punto su quanto ascoltato nella sala delle conferenze e scambiarsi le opinioni sui vari relatori o confrontarsi sulle proprie posizioni politiche.
Molti dei presenti erano gli stessi delle precedenti edizioni ma il clima, quest’anno, era profondamente cambiato rispetto a prima. La vittoria elettorale del centrosinistra e il buon risultato portato a casa dal Partito Democratico, infatti, non sono stati sufficienti a tenere calmi gli animi e tra le persone meno coinvolte nelle dinamiche di partito si percepiva in modo forte e netta la richiesta di un cambiamento e anche una profonda spinta verso le critiche per le mosse sbagliate. Segno che l’antipolitica è penetrata anche tra le persone più interessate alle discussioni di alto livello e anche tra gli anziani, di solito più portati a “chiudere un occhio” sui comportamenti politici proprio in virtù della loro lunga esperienza.
In linea generale, le critiche più dure e meno proposte di soluzione nei confronti del Partito Democratico sono giunte anche dai professori invitati a intervenire. Non a caso, il più apprezzato dal pubblico è stato l’intervento di Padre Sorge, il quale, al di là delle sue indiscutibili capacità oratorie e della passione che ha messo nella sua esposizione, pur non risparmiando critiche, ha saputo volgere il tutto in modo molto positivo e propositivo, offendo anche soluzioni e strade da percorrere al fine di migliorare.

Tra i partecipanti non sono mancati i momenti di relax, nel parco dell’hotel che ospitava il convegno o nella piscina termale (per quelli che si sono azzardati a portare il costume), e anche momenti di ilarità come la serata dedicata ai canti a cui hanno partecipato persone comuni ma anche importanti esponenti della politica nazionale e locale.
Altra ilarità l’ha suscitata qualche buffa disavventura come quella capitata all’autista di Enrico Letta - arrivato nella notte - e rimasto senza posto in hotel e rimandato al paesino sotto ai Bagni, dove però non era atteso e ha dovuto aspettare non poco che i proprietari dell’hotel (non abituati a tanto movimento notturno) si svegliassero per aprirgli la porta.
Gli Incontri Riformisti, infatti, hanno la capacità di coinvolgere un po’ tutta la zona intorno ai Bagni di Val Masino, normalmente affollata di turisti interessati alle passeggiate in montagna o al relax termale e di mobilitare un po’ tutti gli alberghi del luogo dato l’alto affollamento di partecipanti che non riesce ad essere contenuto nella sola struttura che ospita il convegno. Quest’anno poi, dato l’elevato numero di ospiti noti, le conferenze in programma hanno suscitato non poco interesse anche tra persone non necessariamente legate alla politica. Più difficile, invece, è risultato il coinvolgimento dei giornalisti e dei mezzi di comunicazione data la scarsità di collegamenti disponibili nella zona: nell’area del convegno internet funziona solo in alcuni punti, non vanno i cellulari e, anche la raggiungibilità fisica del luogo non è semplicissima, così che per chi ha necessità di trasmettere i pezzi in redazione in modo rapido non è certamente ottimale.

Nel complesso si è trattato comunque tre giornate molto dense di spunti di riflessione, importanti occasioni di confronto con ospiti eccellenti e ottimi momenti di dialogo anche tra persone comuni e di provenienza diversa che gravitano attorno alla stessa area politica. 
 

Qui gli atti delle giornate, le relazioni, gli articoli dei quotidiani e i video dei dibattiti>>>

Incontri Riformisti - Val Masino 2011

Analisi del voto

I giornali di questi giorni sono pieni di pagine di analisi elettorali, più o meno tutte simili tra loro perché ciò che è accaduto con la tornata di elezioni amministrative appena trascorsa è ben evidente agli occhi di tutti.
Semplificando, come ha detto il segretario Pd Pier Luigi Bersani, il centrosinistra ha vinto e il centrodestra ha perso: il dato è abbastanza omogeneo su tutta l’Italia e ha valenza politica nazionale per come è stata condotta la campagna elettorale ma anche perché a metà legislatura del governo è ovvio che gli italiani abbiamo cominciato a fare un bilancio dell’azione della maggioranza in carica.
Quel che emerge chiarissimamente da tutti i risultati è che il centrodestra ha perso consensi: gli elettori delusi o hanno votato altrove o non hanno votato affatto.
Tutti gli analisti, infatti, si sono affrettati a segnalare che questa volta, a differenza del passato, non c'è stato scambio di voti tra Lega e Pdl. «Ci sono state, invece, perdite nette dell'uno e dell'altro. - scrive Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore - Contrariamente alle aspettative i delusi di Berlusconi non hanno votato Bossi. E così tutto il centrodestra arretra. Il problema non si presenta solo a Milano. Se così fosse la spiegazione potrebbe essere cercata in fattori locali. Rispetto alle ultime regionali Pdl e Lega perdono sistematicamente in tutto il Nord sia nei comuni che nelle province».

Milano è, tuttavia, il caso più eclatante di quanto avvenuto oltre che una città simbolo del potere del centrodestra che, questa volta, sembra essere giunto al termine.
Innanzitutto, tutte le nove zone della città sono passate al centrosinistra (prima soltanto la Zona 9 era governata dal centrosinistra, mentre le altre otto erano del centrodestra).
Andando ad analizzare i dati elettorali, inoltre, emerge un fatto importante: le preferenze, di solito abbastanza complicate da raccogliere, sono state utilizzate dagli elettori del centrosinistra molto più che da quelli del centrodestra. I partiti maggiori e i candidati più noti, ovviamente, sono quelli che ne hanno raccolte di più. Per il centrosinistra, 49.153 preferenze sono state espresse per i candidati del Partito Democratico (con un trionfo di Stefano Boeri) e 10.956 da Sinistra Ecologia e Libertà, poche quelle per gli altri partiti (per lo più attribuite al candidato di punta della lista). Spicca la scarsità di preferenze raccolte dall’Italia dei Valori: nessun numero eclatante sulla lista e questo è un dato curioso perché notoriamente gli elettori di quel partito sono persone molto attente e tendono ad informarsi bene sui candidati.
Complessivamente, l’Italia dei Valori ha perso molto in queste elezioni in tutta Italia a vantaggio delle liste del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (ad eccezione di Napoli, dove la popolarità di Luigi De Magistris hanno concesso al partito di Di Pietro di arrivare al ballottaggio) e viene da pensare che il tutto sia ricollocabile in chiave di politica nazionale: la compravendita dei deputati da parte di Berlusconi che ha visto come protagonisti principali proprio tre dipietristi deve aver lasciato il segno.
Le liste del centrodestra a Milano hanno raccolto ben poche preferenze: il partito che ne ha ottenute di più è il Pdl (grazie a nomi noti messi in lista), scarsissime quelle della Lega con l’eccezione di Matteo Salvini e questo è un dato che dovrebbe far riflettere sul presunto radicamento nel territorio dei candidati leghisti, perché la preferenza è un segno chiaro che gli elettori hanno scelto consapevolmente quel candidato.
Perplessità emergono poi sul cosiddetto Terzo Polo: su scala nazionale si è mostrato irrilevante, segno che la politica dei “mille forni” di Casini non paga. Del resto è un po’ difficile sparare contro Berlusconi in una città e presentarsi suo alleato in un'altra...
Inoltre, a questo si aggiunge l’idea del voto utile, ben spiegata da Massimo D’Alema, in un’intervista a La Stampa: «Queste elezioni dimostrano che se la richiesta di cambiamento è così diffusa, allora i cittadini utilizzano il voto che ritengono utile per ottenere il cambiamento. Voglio dire che se a Milano si pensa che occorra chiudere con la Moratti, allora i cittadini - con tutto il rispetto per il Terzo polo - votano per Pisapia, che è il candidato che può batterla. L’idea bipolare è ormai radicata nella testa degli elettori, e a volte la “terzietà”, se è fine a se stessa, si paga. Ripeto: ho grande rispetto per la discussione in corso nel Terzo polo, ma chiedo loro in che prospettiva strategica si pongono. Se si vuole superare il berlusconismo, bisogna assumersi delle responsabilità. E non mi riferisco certo a questi ballottaggi».
Le cose, infatti, cambiano notevolmente adesso con i ballottaggi perché il Terzo Polo potrebbe diventare un pericoloso ago della bilancia.
Nel caso specifico di Milano, è stato anche merito di Casini (oltre che delle intemperanze di Berlusconi, Lassini e Santanché) se la Moratti ha perso 80.000 voti: il venerdì di chiusura della campagna elettorale è stato lui ad andare su tutte le televisioni a dichiarare che gli estremisti stavano nel centrodestra. Monito importante per quello che potrebbe essere il suo bacino elettorale che, indipendentemente dal fatto che possa aver votato per Manfredi Palmeri o no, sicuramente, dopo quelle affermazioni, non ha votato per il sindaco uscente.
Anche questo dei toni utilizzati nella campagna elettorale è stato un tratto che – come tutti hanno rilevato – ha inciso enormemente nella scelta da fare alle urne.
La comparsata televisiva ad Anno Zero di Daniela Santanché ha regalato una marea di voti di indecisi a Pisapia: non ci voleva molto a capirlo, bastava andare per strada il giorno dopo per sentire cosa dicevano le persone.
Michele Brambilla, su La Stampa, commenta: «Milano è troppo sobria per quella gente là, abbiamo sentito dire da una signora, che per “quella gente là” intendeva i pasdaran della politica urlata, i titolisti dal pugno nello stomaco, i professionisti del dossieraggio: gente che non è neanche di Milano e non sa che quello stile lì a Milano può funzionare sul breve ma non alla distanza. Perché “il troppo stroppia” è un altro proverbio che fa parte del patrimonio di saggezza di questa città. Perché che Pisapia sia un estremista, o il capo di un’eventuale giunta di estremisti, a Milano non la beve nessuno».
E ancora «Occupata com’era a dimostrare (o a far dimostrare) con ogni argomento – tutti sistematicamente sbugiardati – che Giuliano Pisapia non è una “forza gentile” espressione della buona borghesia milanese ancorché di sinistra, ma più o meno un mascherato fiancheggiatore di terroristi di varia natura, non si è accorta che i milanesi in effetti si sono presi paura. Non già di Pisapia, ma dell’estremismo che lei, eccessiva nel Dna, incarna», scrive di Daniela Santanché, Fabrizia Bagozzi su Europa.
Ed è tutto vero perché Giuliano Pisapia non è quello che la destra ha cercato di far credere e le persone, che in questi mesi lo hanno cercato, incontrato, ascoltato, lo sanno benissimo.

Lo stupore per il risultato elettorale (tanto per l’arrivo al ballottaggio, quanto per le percentuali con cui si è arrivati) che ha colto tanti commentatori e anche tanti dirigenti di partito, in realtà lascia intendere come questi siano stati molto distratti nei mesi di campagna elettorale perché bastava girare un po’ per le iniziative a cui era prevista la partecipazione di Giuliano Pisapia per accorgersi che qualcosa si stava muovendo, che c’era tanta attenzione attorno a lui (anche da parte di persone che normalmente non si vedono alle iniziative politiche) e tanta voglia di conoscerlo, di sentire cosa aveva da raccontare e, al di là del commento sulle doti comunicative del candidato sindaco del centrosinistra, quello che colpiva di lui era proprio la sua naturalezza, il suo essere in mezzo agli altri, il suo parlare di cose normali (che interessano a tutti i cittadini, come l’abitare, le case, il verde, il traffico, l’inquinamento, l’acqua pubblica, l’occupazione, la trasparenza nella politica) come una persona normale. Qualità rare queste in un tempo di politici urlanti e venditori di sogni impossibili.

Lasciando Milano per guardare alle tendenze nazionali, emergono complessivamente due dati:
1) Il centrosinistra ovunque vince se è unito. In questa tornata elettorale, a parte Napoli, fondamentalmente la coalizione di centrosinistra si è mostrata unita, mentre il centrodestra ha perso pezzi da tutte le parti (il Terzo Polo è andato da solo, la Lega in alcuni comuni ha scelto di andare da sola e anche dove era insieme al Pdl ha mostrato forti segni di insofferenza). E qui, inevitabilmente, si apre la questione delle alleanze e tutte le problematiche che queste comportano. Alla luce dei risultati elettorali, da una parte Romano Prodi è intervenuto gioioso per dire che l’Ulivo era rinato, e dall’altra parte Dario Franceschini ha riproposto la teoria dell’alleanza larga comprendente il Terzo Polo. Tutte ipotesi percorribili e tutte corrette perché, se la matematica non è un’opinione, i numeri usciti da questa tornata elettorale parlano chiaro: divisi non si va da nessuna parte. Ma allora, assoldato il fatto che le alleanze sono indispensabili, occorre necessariamente valutare con attenzione con chi allearsi e quale ruolo ritagliarsi all’interno dell’alleanza e questo è il punto che il Partito Democratico deve chiarire (soprattutto con se stesso perché, anche in questo caso i numeri parlano chiaro, molti problemi sono di natura interna e non si ripercuotono sulle scelte degli elettori).
Franceschini, in una recente intervista a Repubblica Tv, ha affermato che il ruolo del Pd – in quanto partito più grande – deve essere quello che tiene insieme la coalizione e che, quindi, sta in mezzo tra la sinistra (rappresentata da Vendola in prevalenza) e il Terzo Polo. Posizione questa che, per quanto abbastanza naturale, è un po’ riduttiva dal punto di vista politico: forse Franceschini si è espresso male ma, al maggior partito della coalizione dovrebbero spettare proposte (che per altro ci sono) e, con queste, la guida nella linea politica. Se il Pd deve essere solo un collante tra due forze (una di sinistra e una di centro), serve a poco.
2) Al di là della tendenza complessiva, secondo cui gli italiani con il voto volevano esprimere la loro sfiducia al governo in carica, vincono meglio i candidati noti, forti e dal profilo politico riconoscibile, gli altri fanno più fatica. Lo dimostrano l’enorme successo avuto da Piero Fassino (il sindaco più votato) nonostante le candidature fossero 37, lo dimostra De Megistris (a scapito di Morcone, il quale oltre a non essere conosciuto si trovava a dover scontare i pasticci del Partito Democratico di Napoli sulle primarie e la propaganda pressante sul dramma dei rifiuti che continua ad attanagliare la città), lo dimostra anche Giuliano Pisapia (persona molto conosciuta e dal profilo politico chiarissimo e netto) e lo dimostra anche la difficoltà di Virginio Merola a Bologna, in bilico fino all'ultimo (pagava l’affaire Del Bono che ha portato all'exploit i grillini, alcuni svarioni che ha preso durante la campagna elettorale ma anche il fatto di essere sostanzialmente un personaggio non noto).

Un dato che tutti i giornali hanno voluto mettere in risalto (erroneamente) il giorno successivo alle elezioni è stato quello del cosiddetto trionfo della «sinistra estrema» (scritto proprio così), in quanto Pisapia (Milano), Zedda (Cagliari) e De Magristris (Napoli) sarebbero esponenti di quelle tendenze.
A parte il fatto che, caso mai si tratta di “sinistra più radicale” o semplicemente “sinistra”, questo dato però è vero solo parzialmente: è vero che la candidatura di Pisapia è nata nell’ambito di Rifondazione/Sinistra Ecologia e Libertà, così come a Sel appartiene Zedda e De Magistris sicuramente non è annoverabile tra i soggetti moderati, ma questi partiti, in realtà, alle elezioni hanno preso pochi voti. A Milano è stato un trionfo del Pd che, arrivando al 28%, ha raggiunto il Pdl e nelle altre città la tendenza è la stessa.
Gli elettori, pur scegliendo persone di partiti piccoli per la guida del loro comune o della loro provincia, non hanno poi dato il voto di lista a quei partiti ma si sono concentrati sui partiti maggiori, forse in quanto più conosciuti i loro esponenti e forse anche perché ritenuti una miglior garanzia di governabilità in caso di vittoria elettorale.
Il Partito Democratico, dunque, per quanto perennemente impelagato nelle discussioni interne di alcuni suoi esponenti a livello nazionale e per quanto presentasse situazioni politicamente problematiche a livello locale, da questa tornata elettorale ne è uscito benissimo. Segno, questo, che ai cittadini-elettori non interessa minimamente tutta la discussione interna sugli equilibri delle componenti e la problematica sulla consistenza o meno dei dirigenti locali: questi sono tutti fattori che all’esterno non si guardano, non interessano e anche quando si vedono si comprendono poco. Ecco allora che l’unità e la compattezza del partito diventano importanti agli occhi dell’esterno e quando si va a parlare fuori occorre che i dirigenti si assumano completamente questa responsabilità. Ciò non significa negare i problemi o non discutere, ma vuol dire farlo all’interno, negli organismi, per poi uscire uniti e più forti insieme, perché ciò che è un problema per gli equilibri interni al partito non necessariamente lo è per i comuni cittadini, anzi, il più delle volte non lo è affatto e quindi è meglio se questi fattori non vengono accentuati quando si parla fuori.

Venendo agli equilibri interni, tuttavia, guardando ai dati elettorali milanesi, qualche riflessione va fatta. Affari Italiani, per quanto riguarda il Pd, segnala che «Dalle urne è uscita una leadership riconosciuta: quella di Stefano Boeri. Nessuno a sinistra ha ottenuto mai tanti voti quanto lui. Altro "vincitore" è stato Pierfrancesco Maran, che è riuscito a costruire una rete di apparentamenti molto efficaci con i consigli di zona e che si propone come uomo di innovazione nell'ambito della politica democratica. Risultato da rimarcare anche per Carmela Rozza, che è stata non solo la donna del Pd più votata, ma la più votata in generale tra tutte le candidature femminili. Tra quelli che possono gioire ci sono anche i cattolici, che hanno fatto lavoro di squadra e che conquistano il sesto, il settimo e l'ottavo posto in consiglio con Granelli, Pantaleo e Fanzago».
Nomi e reti queste che agli elettori possono non voler dire niente ma che all’interno del partito dicono moltissimo. Anche in piccolo, come per le tendenze nazionali, chi ottiene di più è chi è più conosciuto ma anche chi ha una buona rete di sostegno perché, pure in questo caso, da soli si va poco lontano mentre con buone reti si vince. E, allora, per il futuro, è bene che le componenti riflettano sui successi o meno dei loro candidati e, soprattutto, sul funzionamento della rete che doveva servire a portare loro voti, per consolidare o rinnovare dove serve.
 

Il miracolo di Pisapia, il galantuomo - Paolo Marelli (Europa)>>>

Ipotesi di come potrebbero essere le nuove giunte (Corriere della Sera)>>>

"Daccapo": una bufera di emozioni

Su “Daccapo”, il nuovo romanzo di Dario Franceschini (edito dalla Bompiani), i giornali hanno scritto molto, o meglio hanno sprecato molte parole a parlare di qualcosa che, in realtà, nel libro non c’è!
Forse un po’ forviati da una nota iniziale della casa editrice, forse perché in fondo sono tutti attratti dai presunti argomenti scandalosi che contrastano con le apparenze per bene che si addicono meglio al quieto vivere, sta di fatto che i giornalisti si sono prodigati in infiniti commenti sulla scelta dell’autore di far precipitare il serissimo protagonista del racconto a confronto con 52 prostitute (in realtà solo nominate) e un ambiente di ladri, umili lavoratori e malfattori.
In realtà, però, la storia racchiusa nel romanzo di Franceschini è un’altra: è una storia intensa dal punto di vista emotivo, piena di sentimento, di turbamenti, di svolte interiori.

Il linguaggio utilizzato da Franceschini riflette tutto questo ed è delicato e forte insieme, con delle parolacce sparate qua e là che ricalcano il pensiero del protagonista ma anche quello del lettore.
Daccapo” è un romanzo emozionante, geniale per alcuni aspetti e leggendolo si ride, si piange, si sorride, ci si deve fermare a riflettere. C’è un mondo di emozioni e di sentimenti, di pensieri e di vite vissute o immaginate tra quelle righe che accomunano tutti, non solo i personaggi.
Franceschini coglie alla perfezione i tratti della psicologia umana, pur racchiudendoli in personaggi un po’ stereotipati, molto simili a quelli de “La follia improvvisa di Ignazio Rando”, nel senso che sono molto schematici e si sa benissimo dove andranno a cadere: è facile intuire che il giovane e timorossimo notaio, sempre irrigidito e serissimo, perderà la testa al primo istante, così si intuisce subito che l’integerrimo notaio morente qualche cosa di poco integerrima e ben nascosta deve avercela (un po’ come il principale di Ignazio Rando che dietro la sua aria seria, autoritaria e rispettabile, stava in ufficio a immaginarsi le donne nude e provava fastidio nel venire interrotto dai suoi sottoposti).

Le prostitute - in realtà se ne vede una sola, Mila, e non la si vede mai fare quel mestiere, ma solo ridere, piangere, saltare addosso all’impacciato notaio, lasciandosi coinvolgere dalle sue vicende più come un’amica o un’amante innamorata che non come una puttana - così come i ladri, il popolo “basso” fanno semplicemente parte del contesto in cui molti fatti si svolgono e sembrano essere una scelta di fantasia narrativa.
Su questi personaggi, pur lasciandoli tutti privi di carattere, e sulle scene (proprio come quelle dei film) che si svolgono nell’ambientazione ferrarese si mostrano tutte le abilità descrittive di Franceschini, sempre precisissimo anche nei particolari, mostrandosi in questo caso molto più vicino a “Nelle vene quell’acqua d’argento”, pur essendo un libro completamente diverso per temi, per linguaggio e per ritmo.

Daccapo”, infatti, è un romanzo che ha un suo ritmo, piuttosto forte (se non altro per l’intensità di ciò che racconta pur rinchiudendolo in contesti molto particolari) ma anche per le continue citazioni di scene cantate nelle canzoni dei cantautori (De André, Dalla, De Gregori, Fossati, i Beatles) che l’autore prende in prestito per completare i quadri del suo racconto.
Una forma letteraria nuova, questa, che assomiglia molto all’utilizzo che tutti facciamo della rete e in particolare di facebook; sul quale siamo un po’ tutti ragazzini e affidiamo i nostri stati d’animo alle parole delle canzoni o alle scene dei film linkate da youtube. E in effetti, per chi non ha trovato le citazioni racchiuse nel libro, basta sfogliare la bacheca facebook di Franceschini degli ultimi mesi per ritrovarsele tutte.
Una forma letteraria originale questa, anche se di fatto l’autore non si è inventato molto di suo perché prende il già raccontato da altri per estrapolarlo dal contesto originario e posizionarlo dove gli serve farlo emergere, per ricontestualizzarlo nella sua nuova storia.

Nei giochi di citazioni, Franceschini finisce per citare più volte anche i suoi precedenti romanzi: due citazioni per “La follia improvvisa di Ignazio Rando” (inizialmente è un personaggio che si trova in treno e legge quel libro e poi è addirittura il giovane notaio a Ferrara ad incontrare il povero Rando, ormai completamente perso nella sua follia, in giro per le strade con un grosso sasso in mano) e una citazione molto bella c’è anche per “Nelle vene quell’acqua d’argento”. In “Daccapo” compare l’ottava figlia della famiglia Bottardi, quella che effettivamente, andando a rileggere il romanzo d’esordio di Franceschini, mancava nel conteggio e che, a questo punto risulta essere figlia di una prostituta e del notaio anziano e fa sapere che ad averglielo rivelato è stato proprio il fratello che dopo essere partito per un viaggio non è più tornato.
Sono citazioni, queste, che in qualche modo lasciano con il sorriso i lettori dei precedenti romanzi di Franceschini perché ritrovare un personaggio o una storia fa sempre piacere, così come spiace sempre, una volta terminato il libro, dover abbandonare quelle vite di carta.

Un tratto caratteristico della scrittura di Franceschini è che spesso l’autore affida il messaggio a lettere e sogni. I personaggi dei romanzi di Franceschini, infatti, scrivono o leggono e sognano: Primo Bottardi di “Nelle vene quell’acqua d’argento” mandava una lettera alla moglie per cercare di spiegarle cosa stava facendo e anche il sogno che aveva fatto, Ignazio Rando aveva lasciato scatole piene di foglietti con annotati i suoi sogni (tra l’altro molto più “hot” che non le prostitute mai viste di “Daccapo”). Anche in “Daccapo” si scrive e si sogna: il padre notaio lascia le tracce per rintracciare i suoi figli scritti in un quaderno, le madri prostitute lasciano lettere ad una strampalata anagrafe che servono per il riconoscimento, il notaio morente lascia una lettera al figlio per spiegargli ciò che non farà in tempo a dirgli, il giovane notaio scrive alla moglie perché non riesce a parlarle e, dove le lettere non bastano, arrivano i videomessaggi (film - che a volte sembrano visioni o sogni - della moglie a cui il protagonista deve rispondere). E poi i sogni: il sogno di una donna che sta per scendere dal treno, terminato da un’altra donna che le sta di fronte e il sogno del giovane notaio.

A differenza dei precedenti romanzi di Franceschini, però, la storia raccontata in “Daccapo” è “colorata”: è l’autore stesso a far sapere che il personaggio si perde in “colori sgargianti”, che sono poi metafora della vita, della gioia ritrovata, del tornare in sintonia con il mondo che lo circonda e con le persone di cui è popolato. Colori che vengono anche associati alla bellissima Mila (di cui, appunto, si sa solo che è “bellissima” e dai capelli neri ma questo basta a darle una fisicità pur non descrivendola mai) e quindi in qualche modo all’innamoramento del protagonista non tanto verso la ragazza (probabilmente anche) ma verso ciò che lei rappresenta: il sorriso (mentre di lui si fa notare che non sorrideva mai), la libertà, la capacità di poter fare ciò che le pare senza troppa attenzione alle apparenze in cui tutti i giorni la maggior parte delle persone ingessa la propria vita e i propri pensieri; un innamoramento che non è mai citato nel testo perché non è importante in quanto tale ma lo è per la funzione di svolta che ha sul protagonista e sul suo modo di vivere.
Un innamoramento che diventa evidente nel momento in cui il protagonista si rende conto di non poter pronunciare il nome di lei perché non reggerebbe, sarebbe troppo forte la scossa e lui sarebbe perso e poi, una volta che lo ha pronunciato, non riesce più trattenerlo quel nome e lo ripete fino a svenire.
E Franceschini si rivela anche un autore romantico nel raccontare i momenti vissuti insieme dal protagonista (improvvisamente capace di pensieri e gesti delicati o appassionanti) e la bellissima Mila.
È Mila a generare la follia, a far emergere un mondo sommerso nelle vie di Ferrara, mentre si porta in giro il notaio alla ricerca della verità sui suoi presunti fratelli o semplicemente a passeggio con lei, ma anche a buttare all’aria il mondo ordinato che c’è dentro il protagonista per liberare i colori, la serenità, il disordine, il sorriso… la vita.

Un mondo quello di Mila e di Ferrara che ad un certo punto della storia, però, si tronca: è come se all’improvviso il protagonista - che ha attraversato la “bufera” (dei sentimenti e delle emozioni) causata dalla rivelazione del padre ma anche dell’incontro con la giovane prostituta - abbandonasse tutto quel che ha fatto emergere, compresa la ricerca dei suoi presunti 52 fratellastri (completata di fatto solo sulla carta ma mai concretizzata nel corso del romanzo: soltanto una è, infatti, la sorella che il protagonista incontra e sfiora per caso senza che i due lo sappiano) per concentrarsi sul problema del rapporto che ha con la moglie (donna dall’apparenza fredda, presente nell’elenco dei fratelli/sorelle e qui, oltre al vezzo di fantasia narrativa, non ci vuole un genio a comprendere la metafora di come spesso vanno a finire per tutti i rapporti tra coniugi con il tempo).

È come se il romanzo, in qualche modo, si dividesse in due: una prima parte dedicata ai turbamenti del protagonista, lo sconvolgimento per la rivelazione di suo padre, la scoperta di un mondo sconosciuto (che avviene forse anche troppo velocemente) nei vicoli di Ferrara popolati da personaggi particolarissimi che letti nel romanzo sembrano reali ma osservati a distanza potrebbero sembrare dei folli; e una seconda parte in cui tutto si concentra sulla scoperta della moglie e di ciò che si agita dentro di lei e tutto il resto diventa in qualche modo funzionale a questo, compresa Mila (che da amante si trasforma improvvisamente in amica e complice per aiutare il suo notaio a “liberare” la moglie da ciò che la opprime).

Franceschini, spesso, racconta che quando scrive non è lui a decidere la storia ma sono i suoi personaggi a portarlo dove vogliono e qui è ben evidente che ad un certo punto tutta l’urgenza della storia da raccontare si focalizza sul giovane notaio e la moglie, accantonando il resto: dalle premesse poteva nascerne una vicenda complicatissima e, invece no, l’autore sorprende tutti, fa concludere le ricerche dei fratelli del protagonista - che comunque non sono suoi - sulla carta perché ciò che conta è che forse il protagonista a quel punto ha trovato se stesso ed è più importante del resto e da cercare e da salvare c’è qualcos’altro.
E allora ecco che “Daccapo” è un romanzo bello, intriso di emozioni, sorprendente, appassionante, divertente e serissimo, che fa ridere e piangere insieme a seconda della scena che si sta leggendo (e bastano poche righe per passare da uno stato d’animo all’altro), dove si mischiano la realtà e la fantasia, con una forza intrinseca nel linguaggio con cui le vicende vengono raccontate (perché qui storia, sentimenti e parole sono fuse insieme) e soprattutto in cui dentro c’è la vita, quella di tutti.
 

Follia ferrarese nella presentazione di Daccapo a Milano

Dario FranceschiniLo sciopero non ha fermato i milanesi che sono arrivati in tanti, ieri, alla Fnac per la presentazione di “Daccapo” il nuovo romanzo di Dario Franceschini, edito dalla Bompiani che, per l’occasione era presente al completo, a partire da Elisabetta Sgarbi. Tra il pubblico, molto variegato per provenienza ed età, c’era anche Anna Paola Concia del Pd.
A parlare del romanzo, oltre a Franceschini, c’erano Daria Bignardi e Roberto Vecchioni a cui si è aggiunto qualche commento di Daria Colombo (moglie di Vecchioni e che ha da poco pubblicato il romanzo “Meglio Dirselo”).
Splendido il racconto di “Daccapo” che ha fatto Roberto Vecchioni, appassionato e appassionante, in cui ha saputo intrecciare la vicenda del romanzo e i suoi personaggi con la vita reale. Vecchioni ha fatto notare come la vita grigia e spenta del protagonista assomigli alle vite di tutti noi, sempre ingabbiati nella realtà monotona di tutti i giorni e nei gesti convenzionali di cui ci accompagnamo.
Tante anche le citazioni musicali e cinematografiche messe in risalto per dar vita all’umanità di cui si popola il libro di Franceschini. Inevitabile che il discorso sia poi finito sulle prostitute, citate nel romanzo e su cui i giornali negli ultimi giorni hanno scritto tanto con riferimenti alle vicende della cronaca, da cui l’autore ha cercato di prendere con forza le distanze, rivendicando invece De André come fonte di ispirazione.
Daria Bignardi, invece, ha più volte e vanamente cercato di collegare autore e personaggi e di estorcere a Franceschini analogie tra il mondo raccontato e i suoi pensieri. Franceschini, forse spiazzato da certe allusioni, ha chiarito subito che, anche se è vero che ciascuno tende a lasciare frammenti di sé o dei suoi pensieri in ciò che scrive, non significa che debba essere tutto riferito a lui, ma anzi ha precisato che, per il suo modo di scrivere, sono i personaggi a impossessarsi della storia e a decidere come portarla avanti, perché quando inizia a scrivere non ha un disegno preciso in mente. Una forma di scrittura questa che Daria Bignardi ha definito psicanalitica.
Dario Franceschini ha poi raccontato come alcuni episodi divertenti che si possono leggere tra le pagine del libro siano, in realtà, dei frammenti di vita vera della città di Ferrara. Una Ferrara magica, o comunque molto strana, quella che è emersa, caratterizzata da personaggi singolari, a volte dai tratti buffi. Tutte qualità riassumibili, secondo Franceschini, nella definizione di “follia” ferrarese.
A chiudere la presentazione una lettura tratta dal romanzo e la consueta fila di pubblico per salutare l’autore.

Video della presentazione>>>

 

 

Lettera di Giuseppe Galli sui manifesti contro le procure

Dario Franceschini, ieri, ha preso la parola in Aula alla Camera per leggere la lettera che Giuseppe Galli, il figlio del giudice Giudo Galli, ucciso dalle Br, ha pubblicato sul Corriere della sera in merito alla vicenda dei manifesti apparsi a Milano con la scritta 'Via le Br dalle procure'.
"Non voglio entrare nè sollevare un dibattito sui manifesti comparsi a Milano - ha spiegato Franceschini - ma voglio utilizzare il mio intervento per leggere la bellissima e nobile lettera che Giuseppe Galli ha pubblicato" perchè penso che "dovrebbe servire a tutti noi per le scelte che il Parlamentodovrà fare nei prossimi giorni, usiamole come elemento di riflessione, sono parole di grande dignità".
"Gli attacchi che da mesi si susseguono contro i magistrati, e soprattutto contro la Procura di Milano, toccano il culmine con un'accusa verso quei giudici il cui solo torto è di far rispettare le leggi e applicare la giustizia. - ha scritto Giuseppe Galli - La delegittimazione sistematica di un'intera categoria, da parte di una classe politica la cui irresponsabilità è forse inferiore solo alla follia di chi stampa certi manifesti, non fa altro che indebolire le istituzioni e rendere più vulnerabili tutti noi". "C'è amarezza - è scritto ancora nella lettera - in chi tanti anni fa ha visto il proprio padre assassinato dai terroristi e oggi, nella città in cui vive, legge certe parole che, così come allora Guido Galli cadde con il Codice in mano, oggi tanti altri magistrati, tenaci e coraggiosi, con quello stesso Codice, applicano le leggi".

Guardate il video dell'intervento>>>

Leggete la lettera di Giuseppe Galli (pdf)>>>



 

Quando la Carta diventa «manifesto» - Avvenire

Dai magistrati al popolo viola, tutte le volte che la Carta è stata usata per protestare - Avvenire 13 aprile 2011

In mano per essere sventolata come un libretto.
Sotto la mano per un giuramento. Tra due mani a leggio per essere declamata.
Persino in formato gigante per essere agitata come un cartellone. La Carta costituzionale negli ultimi anni è diventata sempre più - da quadro normativo supremo della nostra politica, dal quale tutte le leggi discendono - anche un oggetto protagonista in prima persona dello scontro politico. Colpa del centrodestra che la vuole tradire, insorgono le opposizioni. Con in prima fila il Pd che ieri - constatata l’impossibilità di frenare la maggioranza in tema di giustizia - ha escogitato una maratona oratoria a base di lettura dei suoi articoli.
Macché, è la 'sinistra' a considerare la Carta del 1948 un feticcio intoccabile – ribatte lo schieramento avversario – usato per bloccare ogni tentativo di riforma in campo politico ed economico (vedi la recente polemica sull’articolo 41).
L’ostruzionismo a colpi di Costituzione, però, è un inedito a memoria d’uomo.
Anche i radicali, maestri di oratoria fluviale e inventori del 'filibustering' all’italiana, hanno fatto impazzire vari presidenti della Camera con infiniti richiami al regolamento (che pure ha un valore costituzionale) e all’ordine dei lavori. Ma la strategia messa in atto dal partito di Pier Luigi Bersani da un lato affonda le sue radici nella storia dei partiti della prima Repubblica (la Repubblica dei partiti, appunto, per dirla con Pietro Scoppola), dall’altro guarda ai vari movimenti di protesta nella società civile dei nostri giorni. Prima icona, dunque, Dario Franceschini, che nel febbraio 2009 giurava da segretario del Pd sui sacri valori della Repubblica di fronte a un commosso papà Giorgio, ultraottantenne partigiano 'bianco' e già deputato Dc negli anni Cinquanta. Un rappresentante emblematico di quella politica dell’arco costituzionale, cioè delle compagini che hanno fatto la Carta, Msi escluso. Secondo fermo immagine: le colonne di viola vestite o quelle scese in piazza brandendo in girotondo, oltre alle agende rosse uguali a quella di Borsellino, anche il libro scritto dai padri costituenti del 1947. Per chi ama la cultura, declinata come impegno civile, poi, nei mesi scorsi è stato tutto un susseguirsi di lezioni di diritto costituzionale in varie sedi, con Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà nei panni dei docenti democratici in servizio permanente effettivo. Fino all’apoteosi del 12 marzo scorso per la maratona giornalistico-politico-spettacolare del C-Day. Per non parlare di alcuni magistrati che all’inizio dello scorso anno, per criticare i progetti di legge in tema di giustizia, si sono presentati in varie sedi, tra cui la piazza del Quirinale, con le toghe a lutto (oppure sfilandosela) e agitando una gigantografia della Costituzione. Sana e robusta, si dice, infatti.
(G.San. - Avvenire)

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