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Il 29 dicembre votiamo MIRABELLI alle primarie per i parlamentari Pd

L’ho già ampiamente detto che per le primarie dei parlamentari del Pd, per cui si vota il 29 dicembre a Milano e Provincia, il mio voto andrà a Franco Mirabelli.
Chi conosce Mirabelli sa bene quale è stato il suo grande lavoro di questi anni da consigliere regionale della Lombardia e quali battaglie lo hanno visto impegnato a fianco di chi abita nelle case popolari, in difesa del Parco Nord dai tentativi di Formigoni di farlo diventare un hub per i suoi elicotteri, ma anche l’attenzione a cercare una soluzione alle continue esondazioni del Seveso nella Zona Nord di Milano, le lotte in nome della legalità e della trasparenza sul territorio e nelle istituzioni (si pensi anche al suo lavoro da Presidente della Commissione regionale di Inchiesta sul San Raffaele per verificare le responsabilità di Regione Lombardia in quella vicenda e l’utilizzo dei soldi pubblici per coprire buchi in bilanci di società private).
Oggi si parla tanto di politici che pensano esclusivamente al proprio tornaconto invece che all’interesse dei cittadini e si tende a dire che tanto “così fanno tutti” e non è vero: le differenze ci sono tra le persone e si vedono. Mirabelli, per noi, c’è sempre stato e si è sempre impegnato in prima persona per portare avanti le nostre richieste, nel nostro interesse.
Adesso tocca a noi esserci, tocca a noi fargli avere il nostro voto (e quello dei nostri amici, dei nostri conoscenti e di tutte le persone che riusciamo a convincere in questo pochissimo tempo che ci resta) per fare in modo che possa - con il nostro consenso e il nostro pieno appoggio - arrivare al Parlamento e continuare a rappresentarci, lavorando per noi dall’istituzione più importante, in cui si decidono le sorti del nostro Paese.
Franco Mirabelli lo merita, perché è una persona seria, preparata, competente e ha le capacità, l’esperienza e le qualità giuste per poter andare a ricoprire quell’incarico e la cosa migliore che possiamo fare in questo momento per lui è aiutarlo ad arrivarci, grazie ai nostri voti.
Nulla è scontato, non ci sono esiti già scritti per queste primarie e per le liste per il Parlamento che ne seguiranno: molto di quello che accadrà dipenderà dall’esito del voto. Più voti ci saranno per Mirabelli, più concrete saranno le possibilità di fare in modo che arrivi in Parlamento e che ci arrivi bene, con un chiaro segnale di appoggio e di sostegno da parte nostra.
In tantissimi gli avete dimostrato appoggio andando a firmare per la sua candidatura. Adesso occorre fare in modo che tutte quelle firme si traducano in voti reali e che se ne aggiungano molti di più: per questo c’è bisogno dell’aiuto di tutti. 
Sabato 29 dicembre, non votiamo persone a caso e non ascoltiamo chi ci dice che tanto ci sarà sempre qualcuno che voterà il nostro candidato al posto nostro, ma votiamo chi davvero siamo sicuri di voler mandare in Parlamento.
Per votare occorre scrivere il cognome del candidato sulla scheda nello spazio per le preferenze (vedere scheda fac simile - si possono esprimere due preferenze a patto che siano una per un uomo e una per una donna).
Sabato 29 dicembre, a Milano e Provincia, votiamo e facciamo votare Franco Mirabelli
Passate parola!

Primarie per i parlamentari: Franco Mirabelli

Il 29 dicembre per le primarie per la scelta dei parlamentari del Partito Democratico a Milano e Provincia, io voto Franco Mirabelli. Fatelo anche voi!

Sulla scheda di voto, scrivete MIRABELLI.

Video spot

 

 

 


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permalink | inviato da dianacomari il 22/12/2012 alle 20:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Il mio sostegno a Franco Mirabelli alle primarie per i parlamentari Pd

Alle primarie per la scelta delle candidature al Parlamento del Partito Democratico, sono orgogliosa di sostenere Franco Mirabelli.
Sostengo Mirabelli perché, anche alla luce dell'esperienza che ha maturato in questi anni, ha saputo dimostrare competenza sulle questioni che si è trovato ad affrontare, attenzione ai nostri territori e alle persone che necessitavano di aiuto, capacità politiche e qualità umane di grande valore.

Personalmente, ho sempre pensato che in Parlamento dovessero andare a rappresentarci i "più bravi", coloro che meglio di altri hanno dimostrato di avere le competenze necessarie per dare gli indirizzi alla politica dell'Italia e, a maggior ragione in questo momento difficile, coloro che siano in grado di confrontarsi con i  tanti problemi del nostro Paese che la crisi ha accentuato. C'è un'Italia che vuole cambiare, che deve migliorare, che deve rompere con tanti meccanismi innescati da scelte sbagliate del passato e ci vogliono persone in grado di poter valutare correttamente tutto questo e, con il loro apporto, di poter dare finalmente un indirizzo giusto al nostro Paese, affinché il futuro non faccia paura ai cittadini ma sia qualcosa da costruire insieme. Il Parlamento italiano, dunque, non può e non deve essere il punto di approdo delle vanità personali, di improvvisati in cerca di visibilità o del ripiego di carriere giunte al termine, ma è il luogo in cui nasce e prende forma l'Italia. Un'Italia nuova che dobbiamo costruire e per cui è necessario che nei luoghi in cui si prendono le decisioni strategiche vi siano persone oneste, corrette, per bene, preparate, competenti, capaci e in grado di rappresentarci. Per questo scelgo Franco Mirabelli.

Sul sito di Mirabelli (www.francomirabellli.it) potete conoscere meglio il suo profilo e la sua attività, il suo impegno degli ultimi anni da consigliere regionale della Lombardia, le battaglie fatte e i risultati ottenuti. Il circolo PratoBicocca di Milano (in via Moncalieri 5 - Zona 9) a cui siamo iscritti, raccoglie le firme (da consegnare entro venerdì) a sostegno della sua candidatura (qui maggiori informazioni) e altri punti di raccolta ci sono a Milano e provincia.
Da iscritta, voglio sottolineare anche il grande apporto che Franco Mirabelli ha dato al nostro circolo Pd e alla nostra zona di Milano con la sua presenza costante e aiutandoci a mettere in piedi importanti e valide iniziative, con ospiti di rilievo, con cui abbiamo potuto permettere ai cittadini di entrare in dialogo con noi e di confrontarci insieme sui problemi quotidiani locali e sui temi più rilevanti della politica regionale e nazionale.

Personalmente, condivido in modo convinto molte delle idee portate avanti da Franco Mirabelli in questi anni e ritengo che, per noi, sia una grande risorsa e un valido candidato a rappresentare il Partito Democratico e tutti i cittadini in Parlamento e per questo lo sostengo e invito tutti coloro che risiedono a Milano e Provincia (che è il territorio del collegio valido per il voto) a fare altrettanto.

Primarie per la scelta dei parlamentari

Speravo che ci saremmo risparmiati l'album delle figurine ma pare di no. Quando scegliete, non pensate solo al giovane, alla donna, all'usatosicuro, alla novità, alla bella, alla categoriaprotetta ecc. ma pensate di scegliere quelli BRAVI e che rappresentino ciò che condividete.
Il resto sono figurine buone per comporre un bell'album da far vedere ma poi non sempre sono utili al confronto con la gestione dei problemi del Paese.

Internet: regole e tutela dei diritti fondamentali

Convegno di esperti delle tematiche della rete e del diritto venerdì alla Bocconi di Milano, a cui sono intervenute anche importanti personalità delle istituzioni su un tema attualissimo oltre che delicato come quello del rapporto tra internet e privacy e tra nuove tecnologie e diritto d’autore.
Di particolare rilievo è stato, nella mattinata, l’intervento di Giovanni Busia (Segretario Generale Autorità Garante Per La Protezione Dei Dati Personali) sul tema di Internet, regole e data-protection. “Oggi il web influenza sempre di più la vita reale, non c’è più la separazione tra reale e virtuale. Usiamo sempre di più la tecnologia Cloud (o le email) e questo vuol dire immettere dati personali in rete e i dati hanno un valore”, ha segnalato Busia, specificando che “Facebook, ad esempio, vale in borsa esattamente quanti profili di utenti ha e, quindi, quanti dati personali contiene”. Secondo Busia, è molto importante l’idea di creare una “nuvola europea alternativa al monopolio USA di Cloud”, in quanto andrebbe a legarsi all’idea europea della tutela dei dati che è diversa da quella statunitense. C’è da considerare, infatti, il valore strategico dei dati e di chi li può controllare. Oggi, ha ricordato Busia, tutti sono interessati al possesso dei dati: anche le organizzazioni criminali oppure chi fa ricerche di mercato e analizza i comportamenti dei consumatori è interessata ai dati (si fa questo anche attraverso l’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza, ad esempio i centri commerciali che controllano quanto tempo i clienti si fermano davanti ad una vetrina). “Chi controlla i dati, controlla la pubblicità. Chi controlla la pubblicità può controllare gli acquisti e chi controlla gli acquisti, di fatto, controlla la produzione”, ha evidenziato Busia.
Ma non è solo il marketing commerciale ad essere interessato all’analisi dei dati: Busia ha, infatti, ricordato anche il legame tra dati e i diritti politici: in Italia qualcuno sperava nel voto online ma non ha ottenuto molto; in USA i dati raccolti via web sono stati usati da Obama per fare una campagna elettorale mirata, quindi, il consumatore era considerato da influenzare con il voto.
Un problema da affrontare è quello della trans nazionalità della materia: Busia ha spiegato che Facebook, ad esempio, ha sede in Irlanda per comodità fiscali e deve rispettare alle leggi irlandesi in materia di privacy. Esiste, tuttavia, una rete di garanti dei vari Stati che discutono tra loro sui problemi relativi ai trattamenti dei dati. Oggi, però, secondo Busia, tutto questo non è più sufficiente: “Serve un regolamento comunitario valido per tutti, perché non sempre le regole dei singoli Stati concordano tra loro. Un’altra ipotesi è di far valere la legge del Paese dell’utente da tutelare, indipendentemente dalla sede del gestore dei dati, ma non è semplice da fare accettare”.
“La via della concorrenza al ribasso non è utile in questo settore, sul terreno dei diritti. – ha concluso Busia - La partita che si gioca su internet e sulla tutela dei diritti è molto concreta ed è per la libertà dei singoli e collettiva. I dati riversati nella rete sono un valore e non vanno regalati”.

Franco Pizzetti (Università di Torino) ha esordito accennando alla conferenza in corso a Dubai proprio su questo tema, in cui si sta dimostrando che gli Stati tornano ad essere protagonisti, in quanto sono coloro che possono decidere le regole senza lasciarle in balia dei soggetti economici (i quali evidentemente non sono stati in grado di regolarsi da soli). “Gli operatori economici ricorrono agli Stati, pur nella consapevolezza che rischiano, perché da soli non sono in grado di giungere ad accordi”, ha sentenziato Pizzetti.
Guardando la situazione italiana, Pizzetti ha sottolineato che il nostro Paese troppo spesso ha leggi complicate e il rischio che poi restino inapplicate. L’Agenda Digitale, ad esempio, impone - secondo Pizzetti - un salto enorme in avanti all’Italia ma noi siamo talmente indietro che è difficile riuscire a realizzarla. “Inoltre, non presenta norme su sicurezza, cyber security e formazione professionale (quindi probabilmente, chi l’ha votata non sa neanche cosa vuol dire ciò che hanno scritto). Si è approvata una norma di open-data sulla Pubblica Amministrazione come se questa detenesse il copyright dei dati che gestisce… questo dimostra incompetenza di chi ha scritto le norme”, ha accusato Pizzetti.
Addentrandosi nelle questioni, Pizzetti ha ricordato che con il web 2.0 ci sono sempre più operatori di rete e gestori di servizi che tendono ad offrire le stesse cose e, quindi, entrano in concorrenza tra loro. “I gestori di servizi hanno il vantaggio di non avere costi di gestione di rete e, quindi, hanno maggiori profitti da reinvestire. I gestori di rete hanno su di sé tutti i costi infrastrutturali.
Questa è una situazione che va ridefinita anche perché i costi della banda larga sono sempre più alti (in più si dice che non tocca ai soggetti pubblici costruire la banda larga). In Italia la banda larga è caricata sulla Cassa Depositi e Prestiti ed è un soggetto controllato dal Ministero del Tesoro. Questo da un lato ci consente di provare a mettere in piedi l’Agenda Digitale, però è denaro pubblico quello che viene usato per risistemare il sistema e, quindi, è denaro che si sottrae ad altri servizi. In altri Paesi non è così, anche chi gestisce servizi paga le infrastrutture. Nei Paesi in via di sviluppo tutto questo è più complicato ancora”, ha spiegato Pizzetti. In materia di privacy, Pizzetti ha affermato che “su questo terreno, l’Europa cede totalmente di fronte alla giustizia e di fronte alla sicurezza pubblica, secondo le norme stabilite dagli Stati. C’è un problema sul tempo che i dati devono essere tenuti a disposizione per eventuali necessità di controllo. Il garante europeo ha competenze limitate (ha ruolo consultivo e propositivo: può dare pareri, ma non ha ruolo regolatorio e ha scarso potere di controllo) e solo sui dati inerenti all’UE. Il mondo inglese, americano e asiatico ha linee molto diverse rispetto a quelle europee e difficilmente arriverà sulla nostra linea: occorre trovare un punto di incontro tra visioni completamente diverse. Così come complicato e più delicato è il tema del diritto all’oblio, che riguarda anche immagini storiche, non solo la reputazione degli utenti”.

Di governance di internet ha parlato Pasquale Costanzo (Università di Genova), il quale ha spiegato che la materia riguarda lo sviluppo di programmi condivisi che determinano l’evoluzione e l’uso della rete da parte dei governi. Ma anche altri soggetti interessati svolgono un ruolo nell’ambito della governance di internet, ad esempio chi ha accesso ai nomi di dominio, indirizzi IP, e poi riguarda anche proprietà intellettuali, libertà civili, libertà di espressione. Governance di internet riguarda anche la sicurezza e la protezione dei dati. I gestori dei siti hanno regole da rispettare, bisogna comunicare eventuali attacchi informatici, dimostrare di avere sistemi di protezione adeguata. Il profilo di identità digitale è ciò che è più a rischio. Ad oggi, secondo Costanzo, essa è controllata unilateralmente dagli Stati Uniti in opposizione ai governi degli altri Paesi e anche degli utenti. La natura globale della rete, tuttavia, rende difficile controllare i fenomeni nazionali.
“I problemi giuridici in materia di governance sono molti e non tutti superati. Dovrebbe occuparsene il Parlamento dato che poi vanno ad impegnare tutti ma non è detto che, ad oggi, ci sia una sufficiente base legale. Dal punto di vista economico, invece, bisogna preoccuparsi di raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Agenda Digitale e poi c’è il problema della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione”, ha affermato Costanzo.
Costanzo ha spiegato poi che “Internet ha rivoluzionato il modo di concepire il mercato: piccole imprese possono competere con il mercato globale. Serve, però, una ristrutturazione informatica, strategie di impresa (piano quinquennale) e, quindi, firma digitale, fatturazione elettronica, open data, i-cloud, smart communities, banda larga… Serve una governance organica della rete nazionale anche per i settori della scuola, della giustizia. Senza contare che ci sono ancora troppi cittadini rimasti senza rete, mancano competenze digitali (pochi sanno creare una pagina web), anche se aumentano i servizi di base offerti dai portali sono pochi ad utilizzarli, la banda larga non è arrivata a tutti”.
Un ulteriore problema, segnalato da Costanzo, riguarda l’accesso alla rete da parte dei disabili: “La rete potrebbe agevolare il loro ingresso al lavoro ma ad oggi, di fatto, la rete, è preclusa ai non vedenti”, ha spiegato il professore.
Prima di fare la crescita, insomma, secondo Costanzo, l’Italia deve ripianare i divari che ha al suo interno (competenze digitali, infrastrutture, disabilità).
In materia di politica, la rete difetta di dibattito plurale: secondo Costanzo essa è utile per l’offerta informativa ma è il regno dei sondaggi, dei referendum, il gioco è condotto da opinion leader e da chi fa le domande e il rischio è che tutto si traduca in petizioni continue e messaggi copia-incolla. Oggi c’è stata una sperimentazione scadente della resa politica della rete in Italia (anche per il voto online), secondo Costanzo.

Governance di Internet nell’Unione Europea e dimensione internazionale è stato il tema affrontato da Filippo Donati (Università di Firenze), il quale ha esordito affermando che vi sono due aspetti importanti sulla governance: 1) La gestione della rete (rapporti tra operatori di rete fissa o mobile e gestori di servizi). Il tema è quello della neutralità della rete: alcuni pensano che i gestori possano assumere comportamenti discriminatori verso i fornitori dei servizi. Lo sviluppo tecnologico della rete, l’arrivo di reti di nuove generazione consente agli operatori di valutare i dati trasmessi e trattare i pacchetti in modo differente (magari possono voler penalizzare loro concorrenti diretti in alcuni campi, oppure trattare meglio chi paga di più)… questo diventa un rischio rispetto all’idea di rete aperta e globale conosciuta fino ad oggi. Serve bilanciare interessi contrapposti (gli operatori di rete voglio massimizzare profitti, gli utenti vogliono la massima qualità, i fornitori di servizi vogliono raggiungere il massimo numero di utenti). 2) Il ruolo dei provider, cioè dei mediatori. È un ruolo fondamentale per la società dell’informazione, basta pensare al video su youtube contro Maometto che ha scatenato le rivolte e provocato dei morti, gli USA hanno chiesto il ritiro del video ma youtube (consapevole dei contatti in aumento portati dal video) non voleva ritirarlo (poi alla fine lo ha bloccato solo in alcuni Paesi). “Se uno Stato può intervenire per far ritirare contenuti, diventa una limitazione della libertà: non avremmo avuto le primavere arabe se gli Stati avessero bloccato i portali che diffondevano i contenuti”, ha ricordato Donati.
Secondo Donati, c’è l’esigenza di tutelare la libertà di espressione e c’è anche la necessità di tutelare la privacy degli utenti.
Approfondendo il primo tema, cioè quello della neutralità della rete, Donati ha ricordato che va a collocarsi in un quadro normativo del 2009, secondo cui il cittadino deve poter accedere liberamente ai servizi che desidera. Poi c’è il principio di trasparenza: gli operatori possono scegliere ciò che vogliono ma essere trasparenti nelle scelte che fanno e devono comunicarlo (chi usa skype e lo rallenta, ad esempio, perché ha suoi servizi di voce, lo deve comunicare ai suoi utenti). La gestione del traffico delle informazioni può richiedere trattamenti di diverso tipo: alcune tecniche entrano nel corpo dell’informazione da trasmettere (ad esempio per combattere lo spam) e ci sono tecniche di controllo che incidono, quindi, sulla privacy. Il dubbio è quando un controllo viene fatto non solo per ragioni di antispam ma per veicolare poi pubblicità mirate. L’UE dice che si può fare ma a patto che gli utenti lo sappiano. Il problema è che sta scritto in quelle clausole di contratto piccolissime che nessuno legge e che, comunque, spesso sono complessivamente legate al servizio (non si può scegliere il servizio e solo un pezzo delle clausole). C’è, poi, un problema degli interventi dello Stato per verificare la sicurezza e la criminalità.
Oggi si attende ancora una risposta in materia, ha segnato Donati.
Sul secondo tema, quello del ruolo dei provider, invece, Donati ha affermato che se c’è una vendita di prodotti falsi o un problema di diffamazione, si tende ad attaccare gli intermediari (provider) perché hanno più soldi e più possibilità dei singoli utenti. Il rischio è che poi i provider vogliano avere il controllo totale delle informazioni sugli utenti e su ciò che trasmettono e questo può portare alla fine ad una censura o a una limitazione delle libertà. Oggi una normativa europea dice che il provider non può più essere l’unico responsabile, a meno che non sia a conoscenza che c’è un problema su alcuni contenuti che ha diffuso. È difficile, però, stabilire se un prodotto è contraffatto o meno. Anche gli strumenti di interventi dei provider sono dubbi: Facebook, ad esempio, cancella ciò che ritiene non valido ma magari per gli utenti lo è.
In materia di norme, Donati ha segnalato che ci sono principi codificati dall’UE, poco arriva dalle altre organizzazioni internazionali. “Gli Stati sono restii a cedere sovranità su questa materia perché incide su diritti e libertà. La conferenza di Dubai ha trovato l’UE con una posizione nettissima: l’UE ha un diritto codificato e qualsiasi decisione presa a Dubai non andrà ad incidere”, ha affermato il professore.
“Internet è uno strumento fondamentale per i diritti fondamentali ma può anche ledere i diritti fondamentali. Serve una governance per gestire il tutto. Il diritto UE si basa sul principio di neutralità della rete e di trasparenza e sulla responsabilità degli intermediari salvo che non fossero a conoscenza delle violazioni. In realtà ciascuno Stato membro ha delle normative sue e non sempre sono in accordo con questo. È necessaria un’armonizzazione”, ha concluso Donati.

Tommaso Edoardo Frosini (Università di Napoli) ha raccontato che ancora ci sono dubbi sul fatto che il diritto di accesso alla rete sia un diritto fondamentale. Le tecnologie contribuiscono ad accrescere le libertà. “La libertà informatica è stata elaborata nel 1981 come legata ad un nuovo liberalismo, nel senso di fede nella libertà e in ciò che è in grado di aumentarla. Internet fa parte delle nostre vite quotidiane”, secondo il professore.

Nel corso del pomeriggio, invece, i lavori si sono concentrati sul tema della proprietà intellettuale e del diritto d’autore. Pierangelo Marchetti (Università Bocconi) ha ricordato che da tempo si dibatte del tema del diritto d’autore e della proprietà intellettuale e su questo tema si sono sempre cercate dimensioni sovranazionali. Lo si è visto anche nella vicenda del brevetto europeo. “Una volta nell’innovazione si dava la priorità ai Paesi in via di sviluppo, oggi quei Paesi sono diventati i BRIC. Ogni volta si ripropone il tema della sovranazionalità e dell’internazionalità quando ci sono di mezzo innovazioni tecnologiche”, ha affermato Marchetti.

Il tema è stato ripreso, dal punto di vista economico, da Alfonso Gambardella (Università Bocconi), il quale si è maggiormente concentrato sul problema dei brevetti. “In altri Paesi il tema della proprietà intellettuale è centrale per lo sviluppo economico e ciò che vi sta intorno. Spesso il tema è trattato in modo ideologico, c’è uno scontro tra chi vuole privatizzare la conoscenza e chi no. Una proprietà intellettuale gestita bene può servire allo sviluppo economico. È un tema sovranazionale, i giochi si fanno in un ambito sovranazionale, non siamo su un’isola”, ha esordito Gambardella, segnalando che da alcune indagini risulta che la proprietà intellettuale, per chi la detiene, ha un valore asimmetrico (non tutti hanno la stessa percezione delle cose).
La funzione classica del brevetto – ha ricordato Gambardella - era quella della protezione. Oggi ci si chiede se la proprietà intellettuale serve ancora a protezione o no e ci si chiede se senza brevetti le aziende sarebbero incentivate lo stesso a fare innovazione o no. Nel manifatturiero, secondo i dati illustrati da Gambardella, sembra meno importante avere una protezione legale perché comunque possono impedire ad altri di usare i propri sistemi (le imprese hanno risorse diverse tra loro). Nel caso delle nuove imprese, invece, sembra che il brevetto abbia un ruolo importante. “In molti settori – meno per software e internet che hanno problemi diversi – come biotecnologie, nanotecnologie, meccanica ecc. le nuove imprese entrano più facilmente se hanno in mano qualcosa che sancisca legalmente la loro proprietà, anche perché non hanno grandi strutture o capitali ma si basano quasi solo sull’attestazione delle loro competenze. Quando chiedono finanziamenti, inoltre, il brevetto aumenta il loro punteggio per avere accesso al credito, quindi non è solo un fatto di protezione. Se queste imprese non hanno protezione, sembra che tendano a cercare di trasformarsi in manifatturiere ma poi i risultati non sempre sono buoni (chi è bravo ad avere idee non sempre riesce poi a svilupparle con mezzi adeguati). C’è chi fa solo i brevetti e poi li rivende. Il brevetto è utile alle imprese giovani, alle altre meno perché sono già rodate e hanno più record per essere valutate”, ha affermato Gambardella.
Secondo Gambardella , inoltre, ci sono elevati costi sociali legati alla produzione intellettuale: oggi c’è un’eccessiva frammentazione della proprietà intellettuale, è difficile sapere cosa fanno gli altri e si rischia di ricercare le stesse cose di altri senza saperlo. Le aziende si tutelano scambiandosi i brevetti a vicenda ma questo diventa oneroso: si pagano altre aziende per evitare di essere citate in giudizio. Oppure c’è chi compie innovazioni a brevetti vecchi per non farli scadere (questa pratica si sta diffondendo in Europa).
“Negli Stati Uniti, a risolvere le controversie sui brevetti, c’è il giudice – ha ricordato Gambardella – mentre in Europa ci sono uffici dei brevetti che decidono se le cose sono brevettabili, se si possono condividere o no, se le innovazioni sono legate davvero ai brevetti vecchi o si fa finta per proteggerli ancora. Chi attribuisce il brevetto lo fa perché ritiene che si tratti di un’innovazione nuova, di valore e non ha la priorità economica in mente”.
Oggi c’è l’idea di creare un brevetto unico europeo, 25 Stati lo vogliono (mancano Italia e Spagna per ragioni linguistiche). Oggi il brevetto europeo è presentabile in lingua inglese, francese e tedesca. La questione linguistica pone, però, anche dei costi elevati perché servono traduzioni. Qui, secondo Gambardella, c’è una decisione sovranazionale che ci influenzerà e la posizione italiana - al momento - è quella di restare fermi.

La giurista Maria Lillà Montagnani (Università Bocconi) ha spostato la discussione sul diritto d’autore. “L’incontro tra tecnologia e rete ha portato a violazioni del diritto d’autore. L’opera dell’ingegno prima era riversata su contenuti materiali e quindi più facili da controllare, con internet si parla di byte e quindi la circolazione è immateriale e difficile da controllare. Il diritto d’autore non è un monolite, ma un insieme di tanti diritti e tante facoltà. La natura già frammentata del diritto d’autore acquista maggior complessità quando l’opera esce dall’autore e arriva al pubblico attraverso il mercato. Se l’obiettivo dell’autore è di portare l’opera al pubblico, ci sono già dei problemi: il diritto d’autore non è un monopolio ma ci sono dei limiti. I diritti che compongono il diritto d’autore hanno dei confini, ci sono poi singole eccezioni ma molti usi sono consentiti. Quando l’opera dell’ingegno è diventata digitale ai fini della fruizione online l’equilibrio è saltato e il diritto d’autore è venuto meno. Ci sono state delle pressioni per avere delle norme e ne sono state fatte di frettolose (ad esempio il Digital Millenium Copyright) Internet, inoltre, modifica delle dimensioni di come il contenuto viene creato, non è solo un problema di distribuzione ma anche di percezione”, ha esordito la giurista.
“Le licenze libere sono nate per il software libero e riguardano alcuni contenuti. L’idea di fondo di una licenza libera è che, pur mantenendo la titolarità dell’opera, se ne lascia libero l’utilizzo (senza che ne venga fatto uso commerciale o ne vengano fatte modificazioni), è un copyright flessibile adeguato alla rete”, ha spiegato Montagnani, ricordando, però, che alcuni contenuti generati dagli utenti sono in palese violazione del diritto d’autore (ad esempio, pezzi di film messi in rete), altri sono propri e amatoriali mentre altri ancora sono a metà e non è certo identificare cosa siano. Quest’area grigia mostra uno scollamento tra norma giuridica e norma sociale: non c’è la percezione che alcune cose non si possono fare oppure si ritiene che anche se la legge lo vieta sia giusto farlo e allora bisogna trovare delle nuove formule più adeguate. Il diritto d’autore è obsoleto, servono nuove norme adeguate al nuovo mercato. Il quadro attuale non soddisfa nessuno: gli autori non guadagnano, i distributori nemmeno perché pensano che il problema sia la pirateria, i provider contestano limitazioni alla loro libertà, gli utenti non sono contenti perché si sentono limitati. Si impone una riforma. A livello comunitario si sta cercando di farlo, un po’ con l’Agenda Digitale e l’idea di un mercato interno unico. Se ne parla molto dal 2011. L’idea era di ampliare l’offerta legale per evitare che la gente si rivolgesse alla pirateria ma i dati di AGCOM, però, mostrano che, in realtà, nonostante gli ampliamenti dell’offerta legale, il livello di pirateria resterebbe uguale”.
La parola chiave comunque, secondo la Montagnani, è “modernizzare” in materia di diritto d’autore: “Va superata la territorialità del diritto d’autore, però. Senza questa difficoltà all’interno dell’Europa, i problemi resteranno aperti. Il mercato intanto va avanti e si arriva a un accesso ai contenuti di entertainment anche attraverso i servizi i-cloud e questo è anche oltre le licenze flessibili. Va ripensato, quindi, il concetto di autorizzazione e il concetto di privativa. Il diritto d’autore va temperato con la libera concorrenza e con altro”.

12 dicembre, Ambrosoli incontra la Zona 9 di Milano

Nella mattinata di mercoledì 12 dicembre, Umberto Ambrosoli (candidato alle primarie per presidenza della Regione Lombardia sul Patto Civico per la Lombardia) incontrerà gli abitanti dei quartieri popolari della Zona 9. Alle 10.30 Ambrosoli farà una visita in Via Cirié e al Comitato di Quartiere di Viale Ca’ Granda, mentre alle 11.30 terrà un incontro presso la Casa di Alex in via Moncalieri 5. Agli incontri parteciperanno anche Lucia Castellano (Assessore alla Casa al Comune di Milano), Beatrice Uguccioni (Presidente del Consiglio di Zona 9), Simona Fregoni (Consigliera di Zona 9 e Commissione Case popolari), Franco Mirabelli (Consigliere Regionale della Lombardia) e i rappresentanti dei sindacati degli inquilini.

Le anti-regole di Renzi

Che ci fosse qualche dubbio sulle regole delle primarie del centrosinistra, personalmente, l'ho sempre pensato e anche espresso, così come non ho mai nascosto le mie perplessità sul doppio turno e sul come sia stato pensato, però, a lato che la partita è cominciata e, vista l'enorme partecipazione dei cittadini al primo turno (oltre tre milioni di elettori), ritengo anche che la discussione sulle regole avrebbe potuto essere serenamente archiviata e i candidati in campo si fossero concentrati a giocare la partita sui contenuti. Purtroppo, così non è: evidentemente, uno dei due candidati non ha contenuti da presentare e allora continua a straparlare di regole. Che Renzi fosse un candidato "di rottura" lo si sapeva e, girando un po' per i seggi domenica 25 novembre, era chiarissimo che chi è venuto a votarlo, principalmente lo faceva inneggiando alla "rottamazione" (di tutto, dell'apparato, dei burocrati, di D'Alema e della Bindi, del Pd) e, quindi, era ovvio che anche la settimana del ballottaggio se la sarebbe giocata su questo tema - in fondo è più facile parlare "contro" che non parlare "per" - tuttavia, qualche riflessione è il caso di farla.
I "renziani" non iscritti al Pd che sono venuti a votare alle primarie, nella maggior parte dei casi, non sono venuti a registrarsi prima del 25 novembre ma si sono presentati direttamente il giorno stesso, oppure hanno fatto la preregistrazione online (che, però, doveva poi essere convalidata comunque da chi registrava). La maggior parte di questi, una volta arrivati, si sono anche lamentati delle code protestando vivacemente (al circolo Prato Bicocca di Milano, dove mi trovavo, abbiamo avuto 1129 elettori e la coda era al massimo di 5-7 minuti nell'ora di punta, cioè dalle 10:30 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 17:30) e qualcuno si è anche lamentato di dover lasciare il contributo di 2 euro.
Capisco che la società moderna va di corsa, capisco che si ha sempre fretta di qualsiasi cosa, però, era una domenica e chi ha segnalato di avere problemi di tempo particolari è stato fatto passare senza problemi. Tutti gli altri che fretta avevano di non saper aspettare 5 minuti? Quando si va alle poste o dal medico non si attende pazientemente il proprio turno? Quando si va a votare alle elezioni vere, nei seggi istituiti dentro ai plessi scolastici, e capita di trovare un po' di coda, ci si mette ad imprecare contro scrutatori e presidenti perché non si ha voglia di fare la fila? Credo proprio di no e allora mi domando per quale ragione, chi è entrato nei nostri circoli o nelle sedi affittate per fare da seggi, sia arrivato con tanta aggressività verso i volontari che cercavano di farli funzionare?
Forse, se fossero venuti a registrarsi prima, come era stato più volte segnalato, avrebbero fatto meno coda. Forse, se anziché imprecare contro chi era lì a impiegare il proprio tempo giornate intere per far funzionare le primarie, si fossero messi a dare una mano e ad aggiungersi ai volontari, le code si sarebbero smaltite prima.
Quello che è accaduto è offensivo nei confronti di chi a queste giornate così belle e partecipate ha dedicato tanto tempo e passione e Renzi e suoi supporter farebbero meglio a tenerne conto invece di incattivire la gente con problematiche inesistenti.
l buttarla in caciara subito dopo che tre milioni di persone sono venute a votare è stato un altro errore.
La polemica sollevata da Renzi e dai renziani sulle regole del ballottaggio è demenziale: che gusto c'è a continuare a incattivire la gente, a volerci fare apparire a tutti i costi come chiusi, a voler far venire le persone a votare non a favore suo ma contro gli altri? Mi pare che i toni usati negli ultimi giorni sono stati davvero fuori luogo. Le regole stabilite da queste primarie - per quanto non piacciano neanche a me - sono state approvate e accettate da tutti i candidati e allora non si capisce perché serve fare tutto questo casino a metà della partita. Quando si va a votare alle elezioni vere si contestano le regole? A me non sembra.
Votare alle primarie non è né un diritto né un obbligo, è una libera scelta. Il tutto è messo in piedi grazie alle strutture dei partiti promotori (e questo dovrebbero tenerlo ben presente anche i signori della società civile che tanto schifano i partiti e i loro apparati ma poi vengono ad appoggiarsi proprio ad essi) e forse un po' meno insulti sarebbero graditi. Chi sceglie di votare alle primarie, sceglie di stare alle regole (che, in questo caso, prevedevano preregistrazione e pagamento di 2 euro). Sicuramente ci sono stati molti aspetti da migliorare in queste primarie (ad esempio la questione delle preregistrazioni online che, di fatto, erano inutili), ma non si migliorano ridicolizzando tutto quanto.
Renzi - che sembra tanto bravo a parlare fuori dai recinti del centrosinistra - avrebbe dovuto invitare i cittadini a votare per lui e per le idee che lui portava nel Pd, avrebbe dovuto provare a portarli dentro e non contro. Questo non lo ha saputo fare e, dai toni usati dai suoi sostenitori che venivano ai seggi, si intuiva molto chiaramente.
Nel 2009, durante la campagna congressuale, anche per Franceschini si sono fatte battaglie dai toni accesi, anche lì c'era una richiesta forte di innovazione e cambiamento rispetto a certi modi antichi di fare politica e certe persone che li incarnavano, ma Franceschini ci invitava a venire dentro al Pd e a votare per costruire insieme un partito più nuovo e moderno.
A Renzi manca totalmente l'aspetto costruttivo (che è la parte più difficile), invita a prendere a martellate quello che c'è, dice di volere il futuro ma per farlo continua a richiamarsi al passato, contestando tutta la storia di governo del centrosinistra (e mai quella del centrodestra) mentre della sua idea di cosa vuole per il futuro anche del Pd ha detto pochissimo (a parte questa ossessione del mettere tutto online, senza capire che la modernità va oltre ben la rete). A Renzi manca l'inclusività, la costruttività, il far sentire parte di un progetto comune e anche la sua visione di società non è chiara: dice frasette a spot e cambia idea a seconda di chi lo sponsorizza. Questo si riflette sui suoi elettori e il risultato è l'insulto continuo che vediamo in questi giorni. Ne avremmo fatto tutti volentieri a meno, anche perché uscite come quelle delle pagine comprate sui giornali per spingere persone non registrate a farlo, violando il regolamento stabilito, costringono l'altra parte a rispondergli e a perpetrare una discussione tutta interna che agli italiani non interessa minimamente.
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