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Veltroni, il ritorno

Quello che sta avvenendo nel Pd in questi giorni è davvero surreale.
La questione montata dal Documento presentato da Veltroni-Fioroni-Gentiloni (in cui si chiede a Bersani una politica di maggior coraggio, che spinga per il cambiamento e l’innovazione del nostro Paese, riesumando la linea del Lingotto) e firmato da 75 esponenti del partito, all’indomani di una riunione del gruppo dirigente da cui erano usciti tutti dicendo che si era trovata una convergenza di vedute e che tutto andava bene, ha dell’incredibile, come aveva commentato lo stesso Antonello Giacomelli sul Messaggero, dicendo che «Siamo l’unico partito che nelle riunioni segrete va d’accordo e in pubblico si divide».

Il problema principale della diffusione del Documento è stata proprio l’assurdità della situazione denunciata da Giacomelli: non c’è nulla di male nel far sapere che non si condividono le posizioni assunte da Bersani (il disagio è ben più esteso dei 75 firmatari veltroniani), ma sarebbe stato più opportuno farlo nelle sedi appropriate (come ad esempio la riunione della sera prima), senza contare che – come ha giustamente segnalato Dario Franceschini da Repubblica – in un momento di crisi del centrodestra, quando finalmente si prospetta per il Pd la possibilità di emergere e di denunciare tutte le mancanze del governo, anziché marciare uniti e compatti, ci si disintegra a vicenda.

Perché Veltroni e i suoi 75 firmatari hanno detto che andava tutto bene alla riunione quando invece il disagio profondo c’era già?
Perché Veltroni alle precedenti assemblee nazionali non ha mai preso parola se aveva così tante cose da dire (il Documento è di 11 pagine)?
Lì, nelle riunioni, nelle assemblee, nelle direzioni, dovevano alzare la voce; lì dovevano mettere le cose in chiaro e chiedere anche quello che hanno scritto nel Documento.
Non è normale andare alle riunioni a dire che va tutto bene per presentare un documento di sfiducia (perché di questo si tratta, nei fatti) il giorno successivo.

Sbagliati i temi e i modi, come dicono anche David Sassoli in un’intervista sul Riformista e Piero Fassino sul Mattino.
Ma i firmatari dicono che il Documento vuole essere di aiuto al Pd, per aprire una discussione che farà bene. Dirigenti e iscritti al Partito Democratico non sembrano molto convinti di questo: ne hanno viste troppe di guerre inutili tra leader che si sono sempre rivelate improduttive e sono stanchi.

La realtà, tuttavia, è molto semplice: Veltroni ha fatto esattamente ciò che hanno fatto a lui quando era segretario. Veltroni lo ha detto tante volte, il giorno della manifestazione del Circo Massimo, quello che doveva essere il giorno del trionfo per il suo (allora) partito è stato anche quello in cui è cominciato il declino. Veltroni lo ha capito in quella piazza meravigliosa che gli stavano remando contro e quel che è successo dopo dimostra che aveva visto giusto.
Il giorno delle sue dimissioni Veltroni ha annunciato il ritiro, affermando che non avrebbe fatto ad altri ciò che hanno fatto a lui e, invece, ha fatto proprio quello: il giorno dopo la manifestazione e il lancio della campagna di Bersani, gli ha tirato una mattonata.

Impossibile che tutto sia nato all’improvviso, impossibile credere che le parole scritte (anche quelle poi cancellate) nel Documento siano nate nella notte successiva alla riunione in cui andava tutto bene.

Tutto è nato prima, è nato con la famosa lettera al Corriere di Veltroni, uscita subito dopo la maldestra intervista di Franceschini su Repubblica del 22 agosto.
Franceschini, in quell’intervista, ha commesso un errore di strategia: aveva in mano tutto, era lui il leader della minoranza, a lui toccava di mediare con la segreteria bersaniana e avrebbe dovuto cercare di proseguire su quella rotta ancora un po’. Certo era difficile, anche per il ruolo di capogruppo che Franceschini ricopre però, forse, se in quell'intervista si fosse sbilanciato meno, non avrebbe creato a Veltroni proprio lo spazio che cercava per uscire allo scoperto.
Veltroni ci provava da tempo a liberarsi di Dario Franceschini e a portargli via l'Area Democratica: già ai due incontri di Cortona ci aveva tentato e non è che ci fosse andato tanto lontano.
I veltroniani non hanno mai voluto Franceschini, lo hanno sempre considerato un reggente pro tempore in attesa del grande ritorno del loro leader e così ne hanno avuto l'occasione.

L'unico vero risultato prodotto da Veltroni, per ora, è stato quello di rompere Area Democratica per prendersene un pezzo: quelle 75 firme sotto al Documento vogliono dire esattamente questo.
Non più solo Bersani e la sua linea politica come bersagli dell’iniziativa veltroniana, quindi, ma anche Dario Franceschini e il suo ruolo di leader di Area Democratica.

Un bel ringraziamento da Veltroni per Franceschini, per tutto il lavoro che ha fatto, per il suo impegno messo nel tenere insieme il Pd dopo le sue dimissioni e per aver faticosamente costruito la rete di Area Democratica.

Ma, per alcuni lo scenario è addirittura più torbido e si mira a far saltare la poltrona di capogruppo di Franceschini, come spiegano i suoi uomini su Repubblica, al fine di gestire le liste elettorali (e qui il Corriere punta il dito su Fioroni) che Bersani vorrebbe decidere insieme ai capigruppo e, non ultima, la candidatura a Premier.

Di guerre di poltrone se ne sono viste tante, di posizionamenti tattici ce ne sono sempre stati, ma così squallidi è davvero triste da vedere.
Se lo scenario è davvero questo, è svilente.

Veltroni fa bene a volersi candidare a premier (ha sicuramente più appeal di Bersani) ma doveva scegliere un'altra strada.
È una carognata presentare un documento per delegittimare Franceschini da Area Democratica e ancora peggio è cercare di rimuoverlo come capogruppo alla Camera (ruolo che oltretutto Franceschini ha ricoperto egregiamente, conducendo battaglie validissime e ridando vigore al ruolo del Pd).

Non sarà che Franceschini si sta rivelando troppo bravo e stia cominciando ad emergere con troppa forza e cominci a far paura? Non sarà passata per la mente di qualcuno l’idea che alcuni è meglio stroncarli sul nascere prima che si mettano strani grilli per la testa?

Viene da chiedersi dov'era Veltroni mentre Franceschini era in aula a dar forza all'opposizione?! Dov'era Veltroni mentre Franceschini infondeva fiducia verso il Pd negli iscritti e negli elettori con i suoi discorsi duri e appassionanti alla Camera?
Dov'era Veltroni mentre Franceschini cercava di rilanciare il Pd con delle forti uscite sulla stampa mentre Bersani tentennava in giro per il mondo?
Era a costruire Democratica (la scuola di formazione politica che a lui fa riferimento)?
Era a raccontare che bisogna promuovere il merito?
E come lo promuove il merito, Veltroni? Rubando la rete di Area Democratica a chi ha cercato faticosamente di costruirla e di tenerla insieme in tutti questi mesi e facendo saltare la poltrona di capogruppo a un politico di valore che in questi mesi si è fatto il mazzo per costruire un profilo degno per il Pd e per le battaglie parlamentari?

A questo punto è chiaro che quel documento non è una bella pagina di politica, è una pura caccia alla poltrona, è la ricandidatura di Veltroni contro altri, è l'apertura di una guerra...
Le guerre di poltrone ci sono sempre state, ma questa è proprio brutta, per di più fatta da uno che va in giro per l’Italia a tenere lezioni di bella politica...
Se si voleva scrivere una bella pagina di politica, un politico di esperienza come Veltroni non può non sapere che si sarebbero dovute scegliere altre strade.

Tagliare le teste degli altri e rompere il Pd non è la strada auspicabile per incominciare la campagna elettorale anche se la modalità non è nuova a Veltroni: nel 2008 aveva demolito il governo Prodi ma l’atteggiamento allora era giustificato dal voler dare un segno di discontinuità verso il fallimento dell'Unione, mentre questa volta la situazione è ben diversa.

Facile fare il candidato premier, girare le piazze (piene di gente portata con i pullman), raccontare belle favole e poi sparire subito dopo quando è il momento di lavorare sul serio.
Facile lanciare brillanti idee dalla tv o da teatrini costruiti senza dire come troveranno applicazione nella realtà.
È più facile parlare fuori, con l’aiuto dei giornali e delle tv, invece che discutere alle riunioni e nelle sedi competenti e lottare per portare avanti le proprie posizioni a vantaggio di tutti. Veltroni lo sa, per questo alle riunioni tace sempre e poi spreca parole sulle pagine dei giornali e in libreria per esprimersi.
La formula «dentro ma anche fuori» di Veltroni è solo cialtroneria usata come minaccia per spaventare un segretario che, purtroppo, se ne frega di tutto e tira dritto ed è anche la dimostrazione di una debolezza di Veltroni. Veltroni, infatti, con la sua ottima retorica, conquista il fuori (e meno male che qualcuno ci riesce ancora) ma dentro non trova serpenti da incantare e non ce la fa a trovare il sostegno che gli serve per gestire il tutto, ecco perché cerca il sostegno della gente, del popolo delle primarie e mai convoca il “partito”.

Ma dov’è Veltroni quando si chiedono soluzioni per il Paese o quando si combattono battaglie vere nelle aule parlamentari?

Ad oggi, la situazione sembra in fase di rientro: Veltroni ha ricevuto talmente tante stroncature che forse ha capito che le sue proposte, per quanto valide, devono trovare un’altra forma per essere presentate.
È giusto che il documento di Veltroni venga discusso nelle assemblee e nelle riunioni dei gruppi dirigenti, perché lì è l'ambito in cui deve essere ricondotta tutta la discussione.

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