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Questo è un Paese per giovani

Oggi pomeriggio all'Università Cattolica di Milano si è tenuto un bellissimo incontro di giovani, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, dal tema "Questo è un Paese per giovani. O almeno potrebbe diventarlo", in cui studenti di diverse esperienze e culture si sono confrontati su problemi di grande attualità, portando le loro esperienze e le loro storie. 

Oratori e pubblico erano interamente giovani (dai 20 ai 30 anni circa). Ad aprire il pomeriggio è stata Elisa Coviello del quartiere Marassi di Genova, che ha portato un'importantissima testimonianza di come è stato vissuto l'alluvione (con una versione profondamente discordante da quella presentata dai media), di come la normalissima pioggia del mattino si è trasformata inaspettatamente in qualcosa di tremendo e di come i due torrenti, sempre passati inosservati, si siano rivelati in tutta la loro pericolosa potenza sorprendendo le persone. Il racconto si è fatto appassionante nella descrizione dell'arrivo dei giovani a Genova per ripulire la città dal fango, della forza della solidarietà che ha unito le persone e bellissime erano le immagini dei cartelli di ringraziamento per l'aiuto ricevuto appesi dai genovesi ai negozi e alle finestre.

Louisse Glassier, invece, ha spiegato l'operato dell'associazione Naga, nell'aiuto alla gestione dei profughi arrivati in Lombardia a causa della recente guerra in Libia e degli iter burocratici con cui le persone che arrivano in Italia si trovano a fare i conti, senza la certezza che questo possa garantire loro un futuro nella legalità qui o altrove.
 

Virginia Invernizzi ha poi fatto un interessantissimo resoconto di come vive ed è organizzata la comunità cinese di Via Paolo Sarpi a Milano, della difficoltà di interagire con i non cinesi ma anche delle tenaglie amministrative che sono state applicate in quei luoghi e che, di fatto, hanno aumentato i problemi (esplosi poi nella rivolta dello scorso anno).  Per interagire con i bambini di quella comunità cinese (ma anche di altre comunità in altri quartieri), Sant'Egidio ha realizzato la Scuola della pace, di cui Virginia Invernizzi ha illustrato le modalità operative, l'idea di fondo di favorire il dialogo e l'incontro e da cui sono nate anche importanti amicizie tra i ragazzi che vi insegnano e le famiglie dei bambini che arrivano (famiglie che molto spesso necessitano di aiuto per comprendere la nostra lingua e di un tramite per comprendere regole e realtà italiane a loro estranee e per le quali i ragazzi fanno da mediatori culturali, diventando veri e propri punti di riferimento per esse).

L'intervento conclusivo è stato dell'affascinante Rascea El Nakoury, "una musulmana italiana": ragazza bellissima, dagli occhi grandi, il velo rosa sulla testa, dai tratti somatici "stranieri" ma nata e vissuta sempre in Italia e, ora, impiegata in banca, che ha raccontato della sua difficile vita da "doppia". Per tutti Rascea è una straniera solo per i suoi tratti somatici, anche se è nata e vissuta in Italia, anche se parla l'italiano meglio degli stessi italiani, anche se si sente più a casa sua in Italia che nel Paese d'origine della sua famiglia e, a causa della nostra legislazione, la è anche per lo Stato (con la conseguenza che fino ai 18 anni ha avuto necessità di un visto anche solo per andare in gita scolastica; sorte che capita anche oggi a tutti i ragazzini nati qui ma da genitori stranieri). Rascea El Nakoury ha messo in evidenza anche la necessità di essere "bravi il triplo" per farsi strada ed essere accettati dagli altri italiani e di faticare per superare quella visione un po' stereotipata che vede tutti gli stranieri come bisognosi di aiuto e non come protagonisti dei loro diritti (lei stessa è impegnata per aiutare gli altri in difficoltà stranieri e non).

Ne è seguito un appassionante dibattito tra ragazzi.

A colpire è stata la perfetta competenza mostrata dalle persone intervenute e dalla padronanza completa degli argomenti che hanno scelto di trattare (anche perché alcune erano storie vissute sulla propria pelle), facendolo molto meglio di come lo avrebbero fatto tanti adulti e risultando anche particolarmente interessanti e mai noiosi.

Colpisce anche l'assenza degli adulti (come sempre agli eventi organizzati e gestiti dai giovani ma la stessa cosa si verifica anche al contrario) e questo un po' spiace perché questi ragazzi (e probabilmente anche altri) hanno davvero tanto da dire e da insegnare ai loro coetanei ma anche a persone più grandi. Per chi lavora nel mondo dell'associazionismo, il confronto avviene in altre sedi e ad altri livelli perché, ovviamente, per operare in terreni così complessi come quello dell'integrazione e delle politiche per l'immigrazione occorrono sinergie con realtà molto grandi. L'impressione, però, è che il mondo degli adulti usi male questi ragazzi e li lasci soli in eventi belli come lo è stato quello di oggi, per utilizzarli magari come contorno e far recitare loro un copione ammorbidito per altre iniziative che servono a loro, un po' come delle figurine appiccite lì per far vedere che c'è anche la rappresentanza giovanile. I giovani pensano, ragionano, agiscono e sanno farlo anche molto bene ma c'è bisogno che gli adulti sappiano cogliere questo spessore che arriva dal mondo giovanile e non che si agisca come mondi separati che, ogni tanto, si incontrano per caso.

 

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